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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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La geometria della morte
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Alcuni assassini uccidono per rabbia, altri per vendetta, altri ancora per paura, perché credono che togliere una vita possa cancellare la propria colpa. Ma esistono uomini diversi. Uomini che non uccidono per impulso, non per odio e nemmeno per sopravvivenza. Uomini che uccidono con pazienza. Studiano, osservano, aspettano. Per loro la morte non è un errore né una perdita di controllo. È un gesto preciso, calcolato, come il tratto di una matita su un foglio bianco. Ogni vittima lascia un segno. Ogni ferita racconta qualcosa. Ogni corpo diventa una domanda a cui qualcuno dovrà trovare una risposta. All'inizio nessuno capisce davvero cosa sta succedendo. La polizia parla di casi isolati, i giornali di coincidenze, le città continuano a vivere come se nulla fosse. Ma chi osserva abbastanza a lungo sa che la verità raramente è così semplice. Alcuni delitti sembrano casuali. Altri no. E quando qualcuno inizia a guardare più da vicino, spesso scopre che ciò che sembrava incomprensibile era solo qualcosa che nessuno aveva ancora imparato a vedere.
Il primo segno
Firenze, 19 novembre 2013. Pioveva da ore. Marta uscì dallo studio medico tirandosi il cappotto addosso. L'aria era fredda e l'asfalto rifletteva le luci dei lampioni come uno specchio sporco. Controllò l'orologio: le 19:00. Aveva ancora tempo prima dell'appuntamento con Fabio. Due ore, abbastanza per tornare a casa, farsi una doccia e cambiarsi. Sorrise tra sé. Non era il tipo da appuntamenti improvvisati, ma quella sera aveva deciso di provarci. Aprì la macchina, gettò la borsa sul sedile del passeggero e mise in moto. Il rumore della pioggia sul parabrezza riempì l'abitacolo. Guidò per qualche minuto lungo le strade quasi vuote. La radio trasmetteva una canzone lenta e Marta tamburellò le dita sul volante, distratta. Non si accorse subito che non era più sola in macchina. Poi lo vide. Riflesso nello specchietto. Si irrigidì. Qualcosa si muoveva sul sedile posteriore. Il cuore le saltò in gola. Frenò di colpo e l'auto sbandò leggermente sull'asfalto bagnato. Si voltò di scatto. Un uomo era seduto dietro di lei. Il cappuccio scuro gli copriva quasi completamente il volto. Sentì il sangue gelarsi. «Ma tu chi cazzo sei? Prendi tutto... prenditi la borsa... ma non farmi del male, ti prego.» L'uomo non si mosse subito. Poi, lentamente, portò una mano in avanti. Nella luce fioca dell'abitacolo comparve la lama di un coltello. «Poco importa chi sono» disse con una voce calma, quasi tranquilla. La punta del coltello sfiorò la sua gola. «Rimetti in moto la macchina. E guida verso le campagne di Settignano.» Marta tremava. Le mani le scivolavano sul volante mentre ripartiva. La pioggia continuava a cadere fitta mentre lasciavano la città alle spalle. Nessuno parlò per quasi mezz'ora. Quando la strada divenne stretta e circondata da alberi, l'uomo parlò di nuovo. «Gira lì.» Un viale buio si apriva tra due file di siepi alte. Alla fine del vialetto apparve una vecchia cascina abbandonata. «Fermati.» Marta spense il motore. Il silenzio fu improvviso. Si voltò lentamente. Le lacrime le scendevano sul viso. «Che vuoi da me?» L'uomo sorrise, ma negli occhi non c'era nulla. «Non lo hai ancora capito?» La prima coltellata arrivò improvvisa. Marta non riuscì nemmeno a urlare: la mano dell'uomo le chiuse la bocca mentre il dolore le attraversava il fianco. La seconda le tolse il fiato. La terza le tagliò la gola. Dopo, non sentì più nulla. Solo il rumore della pioggia che cadeva sul tetto della macchina. L'uomo uscì dall'auto e trascinò il corpo sull'erba bagnata. Con calma quasi chirurgica sistemò le braccia, poi le gambe. Quando il corpo fu perfettamente allineato prese il coltello e incise lentamente qualcosa sotto il seno. Restò a guardarla per qualche secondo, poi si voltò e scomparve nel bosco. Marta giaceva a terra mentre la pioggia continuava a cadere nel silenzio della cascina. Erano le 20:45 quando Fabio Bianchi uscì di casa e salì in macchina. L'aria della sera era fredda e umida, una pioggia sottile cadeva costante rendendo l'asfalto lucido sotto le luci dei lampioni, tipica di una notte di novembre in cui la città sembrava chiudersi su sé stessa dopo il tramonto. Accese il motore e rimase qualche secondo fermo con le mani sul volante. Non era nervoso, ma sentiva addosso quella tensione sottile che precede sempre un primo appuntamento. Marta Bini. Il suo nome gli tornò in mente mentre si immetteva sulla strada. L'aveva conosciuta solo da poche settimane, abbastanza per incuriosirlo, non abbastanza per capire davvero chi fosse. Ma quella sera avrebbero avuto finalmente il tempo di parlare. Dieci minuti di strada, forse meno se il traffico restava scorrevole. Pensò alla cena, alle parole da dire, a quelle da evitare. Un sorriso gli attraversò appena il volto mentre guidava tra le luci arancioni dei lampioni che si accendevano uno dopo l'altro lungo la strada. Non poteva sapere che quella sera non avrebbe mai incontrato Marta viva. Nel frattempo, al commissariato di Firenze, la serata scorreva con la solita routine fatta di telefoni che squillavano, fogli che passavano da una scrivania all'altra e il rumore costante delle tastiere. L'appuntato di servizio al centralino stava annotando una segnalazione su un registro quando il telefono squillò di nuovo. Un suono breve, secco. Alzò la cornetta con gesto automatico. «Pronto, commissariato di Firenze, mi dica.» Dall'altra parte per un attimo non arrivò nulla. Solo un leggero fruscio, il rumore di qualcuno che respirava vicino al microfono. Poi una voce bassa, distorta, camuffata. «Devo segnalare un omicidio.» L'appuntato sollevò lo sguardo dal foglio. «Chi parla?» La voce continuò, ignorando la domanda. «C'è un cadavere nei pressi di una cascina abbandonata a Settignano. Fate presto.» «Aspetti, chi è lei? Come...» Ma la linea cadde prima che potesse finire la frase. Un clic secco, poi il tono continuo della chiamata interrotta. L'appuntato rimase qualche secondo con la cornetta in mano, fissando il vuoto. Non era la prima volta che qualcuno telefonava con segnalazioni strane. A volte erano scherzi, altre volte segnalazioni confuse. Ma c'era qualcosa nella voce che lo aveva fatto irrigidire, qualcosa di troppo controllato. Posò lentamente la cornetta e si voltò verso il collega seduto poco distante. «Abbiamo una segnalazione.» Prese la radio e contattò immediatamente una volante di pattuglia. «Volante tre, mi ricevete?» Dopo qualche secondo arrivò la risposta gracchiante dalla radio. «Volante tre in ascolto.» «Abbiamo ricevuto una chiamata anonima. Segnalazione di un possibile omicidio nei pressi di una cascina abbandonata a Settignano.» Un attimo di pausa. «Ricevuto. Distanza stimata?» L'appuntato controllò rapidamente la mappa. «Siete a circa dieci minuti dal punto indicato.» La risposta arrivò subito. «Volante tre in arrivo.» La pattuglia percorse le strade che salivano verso Settignano con i fari che tagliavano il buio della campagna. La città restava alle loro spalle mentre le case diventavano sempre più rare e la strada si stringeva tra alberi e muretti di pietra. Il navigatore segnava ancora pochi minuti. «Un'altra chiamata del genere a quest'ora...» mormorò l'agente alla guida, rallentando all'imbocco del viale. «Scommetto dieci euro che è il solito mitomane.» «Speriamo» rispose il collega, tenendo la mano vicina alla torcia d'ordinanza. «Ma a Settignano di martedì sera non ci va a passeggiare nessuno.» Quando arrivarono nei pressi della cascina indicata rallentarono. L'edificio apparve all'improvviso oltre una curva, una struttura vecchia, semi abbandonata, con il tetto scuro che si stagliava contro il cielo notturno. Spense il motore. Per un attimo rimasero in silenzio. Poi scesero dall'auto. L'aria della campagna era fredda e umida, il terreno attorno alla cascina coperto da erba alta e ghiaia. Uno degli agenti accese la torcia e illuminò lo spiazzo davanti all'edificio. Il fascio di luce si fermò. Entrambi si bloccarono. A qualche metro da loro, disteso a terra, c'era un corpo. La posizione era innaturale, le braccia aperte in modo rigido, le gambe leggermente divaricate, il corpo disposto in una posizione che non sembrava casuale. L'agente con la torcia fece qualche passo avanti con cautela. Il fascio di luce illuminò un volto pallido, gli occhi spalancati e vitrei che fissavano il vuoto. Il fango intorno era intriso di un liquido scuro e denso. L'altro agente fece un passo indietro, portandosi d'istinto la radio alla bocca. La voce gli tremò appena. «Centrale... qui Volante Tre. Mandate subito il medico legale e la Scientifica. Abbiamo un decesso confermato. Ripeto, codice nero. Avvisate il Magistrato di turno.» Quella notte a Firenze era appena cominciato qualcosa che nessuno di loro avrebbe dimenticato facilmente. Ore 21:15. Fabio Bianchi era fermo sotto casa di Marta da quasi dieci minuti. Il motore della macchina era spento e la strada, a quell'ora, era immersa in una quiete quasi innaturale. Le luci gialle dei lampioni cadevano sull'asfalto creando cerchi irregolari di luce e ombra, mentre qualche finestra illuminata nei palazzi intorno lasciava intravedere vite normali che continuavano senza sapere nulla di ciò che stava per accadere. Controllò l'orologio sul cruscotto. Era in anticipo quando era arrivato, ma ormai l'orario dell'appuntamento era passato da qualche minuto. Marta non era ancora scesa. Prese il telefono e la chiamò. Il segnale partì subito, il cellulare squillò una volta, poi un'altra, poi ancora. Nessuna risposta. Aggrottò la fronte, pensando che forse fosse ancora in casa a prepararsi. Marta gli aveva detto che sarebbe scesa appena pronta. Riagganciò e provò di nuovo, ma anche la seconda chiamata rimase senza risposta. Un leggero fastidio cominciò a crescergli nello stomaco, non ancora preoccupazione, solo quella sensazione incerta che si prova quando qualcosa non segue il ritmo previsto. Spense il telefono, aprì lo sportello e scese dalla macchina. L'aria della sera era fresca e portava con sé l'odore dell'asfalto umido e delle piante dei giardini vicini. Si avvicinò al portone del palazzo, alzò lo sguardo verso le finestre dei piani superiori cercando di capire quale fosse quella dell'appartamento di Marta. Non vide movimento. Pensò di suonare al citofono per avvisarla che era arrivato. Fece appena in tempo a fare un passo verso il pulsante quando il rumore di un motore alle sue spalle lo fece voltare. Un'auto della polizia si fermò lungo il marciapiede, proprio accanto alla sua macchina. Le luci blu non erano accese, ma l'arrivo improvviso dell'auto spezzò la tranquillità della strada come un coltello che entra in una superficie burrosa. Lo sportello si aprì e un agente scese con passo deciso. Fabio rimase immobile, osservandolo con un'espressione confusa. Il poliziotto si avvicinò lentamente, studiandolo con lo sguardo prima ancora di parlare. Poi si fermò davanti a lui. «Conosceva Marta Bini?» La domanda arrivò diretta, senza premesse. Rimase per un attimo senza parole. Sul suo volto passò un'espressione di sorpresa autentica, incredula. «In che senso “conoscevo” Marta?» disse, visibilmente disorientato. «Avevamo un appuntamento... dovevamo uscire. Che succede? Dov'è Marta?» Per un istante il poliziotto non rispose. Lo osservò con attenzione, come se stesse valutando ogni dettaglio della sua reazione, il modo in cui parlava, il modo in cui respirava. Poi fece un piccolo gesto verso l'auto. «Ci segua in commissariato.» Fabio sentì qualcosa irrigidirsi dentro di sé. Non capiva cosa stesse succedendo, ma il tono dell'agente non lasciava spazio a molte domande. Guardò di nuovo il portone del palazzo, poi la macchina della polizia, poi il volto serio dell'uomo davanti a lui. In quel momento capì soltanto una cosa: quella serata, che fino a pochi minuti prima doveva essere una semplice cena tra due persone che si stavano conoscendo, stava improvvisamente prendendo una direzione completamente diversa. E lui non aveva la minima idea del perché. Al commissariato, l'ispettore capo Stefano Corsi fece cenno di accomodarsi. La stanza degli interrogatori era illuminata da una luce fredda al neon che cadeva dall'alto, dura, senza ombre. Sul tavolo c'era solo un registratore, un fascicolo aperto e due bicchieri d'acqua. L'aria sapeva di carta e caffè vecchio. Corsi si sedette senza fretta dall'altra parte del tavolo, osservando il ragazzo davanti a sé. Aveva le mani intrecciate, le dita che tremavano appena. Non sembrava un criminale. Sembrava soltanto qualcuno che stava vivendo qualcosa di troppo grande per lui. Corsi aprì il fascicolo senza fretta, sfogliò qualche pagina come se già conoscesse ogni parola scritta lì dentro. Poi sollevò lo sguardo. «Allora, Fabio Bianchi...» disse con tono pacato ma fermo. «Mi dica cosa ci faceva sotto casa della vittima poco dopo il suo omicidio.» Fabio deglutì. Il silenzio nella stanza sembrava amplificare ogni minimo rumore. «Omicidio? Io... ero lì in attesa che Marta scendesse.» Balbettò. «Dovevamo andare a cena fuori. Era... era il nostro primo appuntamento.» Corsi lo fissò senza cambiare espressione. Aveva imparato negli anni che spesso le persone parlano più con il corpo che con le parole. Gli occhi, il modo di respirare, il ritmo delle frasi. Fabio sembrava davvero scosso, ma la coincidenza restava troppo pesante. Il commissario chiuse lentamente il fascicolo. «Caso vuole,» disse appoggiando le mani sul tavolo, «Che proprio la sera del vostro primo appuntamento la signorina Marta Bini venga assassinata brutalmente, senza alcun apparente motivo.» Fabio abbassò lo sguardo. Corsi si sporse appena in avanti. «Da questo momento lei è indagato.» Corsi fece scivolare il fascicolo verso di lui. «Quindi le conviene fare tre cose.» «Quali?» «Trovarsi un avvocato. Un alibi.» Fece una pausa. «E restare a Firenze.» Fabio rimase in silenzio. Sembrava aver perso la capacità di reagire. Sul luogo dell'omicidio nel frattempo era arrivata la squadra speciale dei R.I.S. di Parma, chiamata a collaborare nelle indagini. Gli uomini lavoravano in silenzio, muovendosi con precisione tra nastri di sicurezza, lampade portatili e fotografie scattate da ogni angolazione possibile. La scena era stata isolata, catalogata, congelata nel tempo. Corsi osservava tutto con lo sguardo di chi aveva visto troppe volte quel tipo di scenario. Uno degli agenti si avvicinò. «Il PM ha già richiesto l'autopsia.» Corsi annuì. «Il corpo va in obitorio.» Nel frattempo Fabio, ancora scioccato da quanto accaduto, si era recato a casa. Erano passate da poco le 23:30 quando parcheggiò l'auto sotto il suo palazzo. L'aria della notte era fredda e immobile. Mentre si incamminava verso il portone, un rumore proveniente da un vicolo poco distante lo fece voltare di scatto. Il cuore gli salì in gola. Ma non vide nulla. Solo ombra e silenzio. “Sarà stato un gatto...” pensò tra sé, cercando di scacciare quella sensazione strana che gli era rimasta addosso. Entrò e prese l'ascensore. Il vecchio meccanismo salì lentamente, cigolando ad ogni piano. Quando arrivò al suo, appena uscì sentì improvvisamente un fragore di vetri infranti provenire dalla strada. Si affacciò alla finestra. Il sangue gli si gelò. La sua auto era in fiamme. Le lingue di fuoco illuminavano la strada deserta mentre il vetro dei finestrini esplodeva sotto il calore. Fabio prese il telefono con le mani tremanti e chiamò immediatamente i vigili del fuoco e la polizia. Quando il commissario venne a sapere dell'accaduto rimase per qualche secondo in silenzio. Era seduto alla scrivania, il telefono ancora in mano. Dall'altra parte della linea la voce dell'agente continuava a spiegare ciò che era successo: l'auto incendiata, i vigili del fuoco già sul posto, Fabio Bianchi visibilmente sotto shock. Corsi non disse nulla per qualche istante. Guardava un punto fisso davanti a sé, come se stesse rimettendo insieme i pezzi di qualcosa che ancora non aveva una forma chiara. Poi parlò. «Bianchi è ancora lì?» «Sì commissario, è nel palazzo. Sta parlando con gli agenti intervenuti.» Corsi inspirò lentamente. «Bene. Da questo momento non deve restare solo.» Fece una breve pausa. «Mandate due uomini sotto casa sua. Li voglio lì tutta la notte.» Dall'altra parte della linea si sentì un attimo di esitazione. «Intende dire... piantonamento?» Corsi si passò una mano sul mento, pensieroso. «Esatto. Piantonamento fisso. Due agenti davanti al portone. Turno continuo.» Si alzò dalla sedia e iniziò a camminare lentamente per l'ufficio mentre parlava. «Uno resta all'ingresso del palazzo. L'altro controlla la strada e il parcheggio. Voglio che tengano d'occhio ogni movimento.» La sua voce era calma, ma aveva quel tono che non lasciava spazio a interpretazioni. «Se qualcuno si avvicina alla casa di Fabio Bianchi, se qualcuno prova a parlargli o a seguirlo... lo voglio sapere subito.» «Ricevuto.» Corsi si fermò davanti alla finestra dell'ufficio. Fuori la città era immersa nella notte, le luci dei lampioni riflettevano sull'asfalto bagnato. «E ascoltami bene,» aggiunse. «Fabio Bianchi non deve uscire da quell'edificio senza che lo sappiamo.» «Capito commissario.» Corsi abbassò leggermente la voce. «E soprattutto... se qualcuno ha dato fuoco alla sua macchina significa che quel qualcuno voleva mandargli un messaggio.» Un breve silenzio attraversò la linea. «O magari voleva eliminarlo.» L'agente non rispose. Corsi concluse con tono deciso. «Quindi fate attenzione. Questa notte potrebbe non essere finita.» Riagganciò lentamente il telefono e rimase qualche secondo immobile. Qualcosa gli diceva che Fabio Bianchi non era soltanto un sospettato. Forse era il prossimo bersaglio.
Nel frattempo, all'obitorio, l'autopsia era già iniziata. La sala autoptica era immersa in una luce bianca, quasi accecante. L'aria era fredda e odorava di disinfettante e acciaio. Corsi entrò indossando il camice e i guanti. Il medico legale Davide Lattanzi, un uomo sulla cinquantina con i capelli ormai grigi e gli occhi stanchi ma lucidi, sollevò lo sguardo dal corpo sul tavolo. Per un attimo sul suo volto apparve un sorriso appena accennato. «Stefano...» disse. «Non pensavo di rivederti così presto.» I due si conoscevano da oltre vent'anni. Avevano frequentato l'università insieme a Roma quando ancora nessuno dei due sapeva davvero dove sarebbe finito. Poi la vita li aveva portati su strade diverse: Corsi nella polizia, Lattanzi nella medicina legale. Ma le indagini li avevano fatti rincontrare più volte nel corso degli anni. E ogni volta era per lo stesso motivo. Un morto. Corsi si avvicinò al tavolo con espressione seria. «Davide.» Lo sguardo cadde sul corpo coperto dal telo. «Brutta storia.» Lattanzi sospirò. «Direi.» Scoprì lentamente il corpo. Il silenzio della sala diventò più pesante. «Stefano...» disse il medico legale con tono basso. «Non ho mai visto tanta brutalità.» Corsi osservava senza parlare. Lattanzi indicò le ferite con il bisturi. «Trentatré coltellate.» disse. «Non tutte a caso.» Fece una pausa. «Tre sono state fatali.» Indicò la gola. «Questa.» Poi lo stomaco. «Questa.» Infine il fianco destro. «E questa... altezza fegato.» Corsi incrociò le braccia. «Quindi mi stai dicendo che abbiamo a che fare con uno psicopatico?» Lattanzi rimase qualche secondo in silenzio. Poi scosse lentamente la testa. «Temo proprio di sì.» Si avvicinò di nuovo al tavolo. «Ma non è solo questo.» Con delicatezza spostò il telo rivelando una ferita particolare incisa sulla carne. Corsi rimase immobile. Lattanzi parlò con voce più bassa. «Oltre a tutto questo... le ha asportato un pezzo di carne.» Indicò il segno con la punta dello strumento. «Incidendo una M rovesciata.» La stanza rimase in silenzio. E per la prima volta quella notte, Stefano Corsi ebbe la sensazione che quello non fosse solo un omicidio. Era solo l'inizio di qualcosa di molto peggio. |
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