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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Korean boy
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Qualche giorno dopo lo rividi. Era vestito in modo più accurato con un completo grigio classico, sicuramente fatto su misura, con sotto una maglietta nera. Era bellissimo e le ragazze se lo mangiavano con gli occhi. Ci ritrovammo vicini in ascensore, ma questa volta Giò si comportò bene; continuammo soltanto a parlare della sera precedente e di quanto ci eravamo divertite coi nostri amici, di quanto avevamo bevuto. Diventò quasi un'abitudine, prendevamo quasi sempre l'ascensore insieme e capii che lui, anche se aveva sempre la stessa aria impassibile, sembrava attento a captare quello che io e Giò ci dicevamo. Un giorno ci fu una svolta. Quando uscii dal lavoro vidi che all'ingresso non c'era ad attenderlo il grosso Mercedes nero col suo autista. Vidi Daniel incamminarsi col suo bastone sottile verso il viale che anche io dovevo percorrere per raggiungere la stazione della metropolitana. Camminavo dietro di lui però a distanza, ero ansiosa per lui. A un tratto un ragazzo col motorino sbandò in curva e urtò il suo bastone che fece un volo e cadde lontano. Lo stronzo non si fermò. Daniel rimase un attimo immobile, poi si inginocchiò e cominciò ad esplorare con le mani lo spazio intorno a lui in cerca del bastone. Capii che dovevo aiutarlo. Corsi a prendergli il bastone, andai da lui, lo aiutai a rialzarsi e gli misi il bastone in mano: ""Ecco il tuo bastone," "Grazie Emma, sei un angelo." "Mi conosci?" "Lavoriamo nello stesso posto." "Un momento, ma come hai fatto a riconoscermi?" "Dalla tua voce e dal tuo profumo. Sono così sensuali..." Ma vedi questo...e bravo il piccolo lord... "Ah vabbè ciao." Girai i tacchi e me ne andai. "No, aspetta Emma, non andartene, non so cosa mi è preso, io non sono così, sono un bravo ragazzo..." Non mi feci commuovere, continuai per la mia strada. A un tratto lo sentii urlare: "Emma, ti prego, non puoi abbandonare così un ragazzo cieco che non sa come arrivare alla stazione dei taxi..." Ero incazzata come una belva, vidi che la gente si fermava a guardarmi. Tornai presso di lui,lo afferrai dalla manica della giacca strattonandolo. Cominciò ad arrancare dietro di me. "Sei patetico " sibilai. "Era l'unico modo per farti venire " e poi ansimando per la corsa che gli stavo facendo fare... "Tu non sai cosa mi stai facendo... sto obbligando Max, il mio autista, ad accompagnarmi al lavoro con largo anticipo... mi apposto vicino all'ascensore...e quando mi accorgo che state entrando... per fortuna voi parlate tanto...mi infilo anch'io e cerco di starti vicino..." "Non sei altro che un lurido stalker e io gli stalkers li detesto. Ne ho avuto abbastanza." Arrivati alla stazione dei taxi mi diressi al primo della fila, aprii lo sportello e quasi lo scaraventai dentro. Lui aprí il vetro e sorridendo mi disse: "Ti aspetto domani all'ascensore." Aveva un sorriso dolcissimo che per un attimo mi intenerì. Poi lo lasciai perdere e me ne andai ma quel sorriso, quella voce, mi rimasero dentro. "Emma, ma che cazzo fai?" - mi dissi - "É un bambino..." Quella notte dormii poco. Non so perché. Ero agitata. Il mattino dopo incontrai le mie amiche. Entrammo insieme nell'androne e lo vidi. Era appoggiato alla parete accanto all'ascensore. Era vestito casual, con un jeans e una maglietta che gli fasciava il torace. Era una visione. Sembrava un liceale... Entrammo insieme in ascensore. Avvertivo la sua presenza dietro di me. Avevo la sensazione che mi stesse odorando i capelli. Per fortuna quella mattina avevo usato sotto la doccia lo shampoo all'albicocca che mi piaceva tanto. Avvertivo anche il suo odore e non era solo il dopobarba, era l'odore di un corpo giovane. Quando arrivammo al piano l'ascensore sussultò. Lo sentii appoggiare il suo petto alla mia schiena. Avvertii una scossa elettrica fortissima. Mi sentii avvampare mentre il cuore mi martellava nel petto. Uscimmo dall'ascensore, le mie amiche mi guardavano stupite. " Ma che hai? É da stamattina che sei silenziosa. Hai le guance in fiamme. Non ti senti bene?" "No no, tutto a posto." e mentre lo dicevo vidi lui che si allontanava col suo bastone con un sorriso dipinto sul viso. All'uscita vidi che lui stava fermo vicino al cancello. Salutai le mie amiche che se ne andarono da un'altra parte. Aspettai finché non le vidi più poi mi avvicinai a Daniel. "Stai aspettando il tuo autista?" " No, ho detto a Max di non venire perché mi avresti accompagnato tu." "Ma sei pazzo? E se ti avessi lasciato perdere?" "So che non lo avresti fatto. Andiamo? Ho proprio voglia di un caffè." Entrammo in un baretto vicino alla stazione dei taxi. Ordinammo due caffè. Lui si presentò pensando che io non sapessi il suo nome. Poi cominciò a parlare e fu come un fiume in piena. Mi parlò della sua famiglia. Suo padre era un industriale; gestiva le società affiliate esistenti in Italia collegate alla casa madre, appartenente alla sua famiglia, che aveva sede a Berlino. Era sempre molto impegnato, viaggiava spesso per lavoro, e lui lo vedeva poco. Sua madre era coreana; sebbene ormai vivesse in Italia da molti anni, voleva mantenere vive le tradizioni del suo paese. Era presidentessa di un'associazione culturale che riuniva le mogli coreane, sparse in tutto il mondo, spostate con stranieri. Anche lei era molto impegnata e, sin da piccolo, aveva avuto diverse governanti. Sua madre era determinata a fargli sposare una ragazza coreana. Aveva avuto diversi appuntamenti con figlie di amiche di sua madre, con alcune di queste aveva anche fatto sesso, ma non aveva mai provato niente. Le trovava insulse, sottomesse, e questo lo disturbava. Aveva spesso scontri con sua madre su questo argomento. Voleva essere lasciato in pace, voleva essere padrone della sua vita, ma sua madre aveva sviluppato verso di lui un atteggiamento eccessivamente protettivo che non lo faceva respirare. Lui aveva sempre rifiutato di andare agli appuntamenti ma poi, davanti alle lacrime della madre che non voleva fare brutte figure con le amiche, era sempre stato costretto a cedere. Poi volle sapere tutto di me e della mia famiglia. Gli dissi che ero lontana anni luce dalla sua realtà; appartenevo a una famiglia modesta costituita da mia madre e da mia sorella perché il mio papà era morto. Io ero praticamente il pilastro della mia famiglia, mandavo buona parte del mio stipendio a loro per fare fronte alle varie necessità. Mi chiese delle mie storie passate e gli raccontai che, a parte qualche storia insignificante, avevo avuto un solo rapporto più lungo, quello con Tommaso, che mi aveva profondamente deluso. Gli chiesi la sua età - 22 anni - e gli dissi che ne avevo dieci di più. "A me non importa" mi rispose "io ho trovato la donna della mia vita. É come se ti conoscessi da sempre; con te sono me stesso, senza difese. Con te sono senza pelle." Questa cosa mi spaventò; percepivo la sua fragilità, ma al tempo stesso mi sentivo anch'io così nei suoi confronti. Ero pienamente me stessa come non lo ero mai stata. E poi mi piaceva guardarlo mentre parlava...mentre stava in silenzio... sapevo che non era bello farlo ma mi riempivo gli occhi della sua immagine. Guardavo tutti i particolari del suo volto, guardavo le sue mani, i suoi capelli... Non so come se ne accorse: "Mi stai guardando?" Per superare l'imbarazzo di quel momento mi alzai. " É ora di andare, ti accompagno al taxi." Si alzò, era visibilmente emozionato. Arrivati al suo taxi lo salutai prendendogli la mano; lui improvvisamente mi abbracciò stretta. Che differenza dall'altra volta...me ne andai con l'anima in subbuglio. Max non veniva più a prenderlo. All'uscita Daniel mi aspettava e io lo accompagnavo alla stazione dei taxi. Prendevamo sempre il caffè nel nostro solito baretto. Parlavamo tanto. Le mie colleghe avevano capito ma non dicevano niente, sentivo che mi disapprovano. Solo una volta Giò mi fermò mentre stavo per raggiungere Daniel: "Ti farai male" mi disse. La lasciai perdere. Dopo le prime volte Daniel mi disse che voleva stare di più con me, cosa che volevo anch'io, e le nostre passeggiate divennero sempre più lunghe. Lui camminava sottobraccio a me o col braccio sulla mia spalla. Non apriva più il bastone. Io gli descrivevo quello che ci circondava. |
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