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Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Gioacchino Rosa Rosa
Titolo: Lo strano caso del furto delle mennole atterrate
Genere Giallo Umoristico
Lettori 21
Lo strano caso del furto delle mennole atterrate
La morte plebea.

La Marchesa Frediana In Bolletta Oncistò aveva sempre pensato che la morte, quando non la si poteva proprio evitare, andasse almeno organizzata con un certo decoro.
Per una donna del suo rango non sarebbe stato accettabile andarsene così, alla rinfusa, come una pensionata qualunque scivolata sul pavimento dopo aver dato la cera. La morte, nella sua testa, avrebbe dovuto avere una certa compostezza: il letto grande della camera padronale, le lenzuola di lino tirate senza una piega, le tende accostate, due ceri accesi, un medico con l'aria grave, un sacerdote silenzioso, Olindo in piedi accanto alla porta con il fazzoletto in mano ad asciugarsi compostamente le lacrime e Irina poco più indietro, pallida, rispettosa, affranta per la grave perdita.
Non pretendeva molto, in fondo: solo una fine all'altezza del suo rango.
Insomma, avrebbe voluto spegnersi lentamente, con gli occhi rivolti verso il soffitto affrescato, magari dopo aver pronunciato una frase memorabile, una di quelle frasi che i domestici ripetono per anni cambiandola ogni volta un poco, fino a farla diventare leggenda. Qualcosa come: «Donate tutti i miei averi ai poveri.» Oppure: «Non chiedo raccomandazioni per il paradiso perché non voglio togliere posto a chi se lo merita più di me».
Invece no.
Stava morendo a faccia in giù, sotto l'albero di Natale, con una guancia premuta contro il parquet, una pallina argentata rotta vicino alla testa e con addosso le ciabatte di peluche e una vestaglia rosa con una macchia di sugo sul petto.
Le parve una cosa insopportabile, più della morte stessa.
Sentì dei passi.
L'assassino era ancora lì. Probabilmente voleva assicurarsi che lei fosse realmente morta e lei lo era davvero, quantomeno dalla vergogna.

ELEZIONI ANTICIPATE

Foggia, elezioni comunali 2013.
Nonostante avesse tappezzato la città di manifesti con su scritto «Al Comune Mittammè», il sindaco uscente, Cesarino Mittammè, non ce l'aveva fatta a farsi rieleggere. Lo avevano trombato al primo turno.
Il risultato, prevedibile sin dai primi scrutini, era arrivato presto, più o meno alle due del pomeriggio. Mittammè aveva atteso quella ferale sentenza da solo, nella sua stanza. Non voleva che lo vedessero con quell'espressione da cane bastonato. Lui, soprannominato il mastino perché non mollava mai l'osso – nel caso specifico, la poltrona da sindaco – non sarebbe certamente uscito di scena con la coda tra le gambe. E neppure come un barbone, dato che in tutti quegli anni era riuscito a mettere da parte un discreto gruzzoletto extra.
«Che vergogna! Che figura di merda», sbottò. Possibile che la campagna elettorale che aveva organizzato con tanto scrupolo non era servita a niente? Eccheccazzo, aveva preso solo il quindici per cento delle preferenze mentre il suo avversario, un perfetto sconosciuto che non aveva mai fatto politica in vita sua, lo aveva distrutto al primo turno.
Non era possibile.
C'erano stati sicuramente dei brogli elettorali.
Oltre i suoi, naturalmente.
Eppure, aveva fatto tutto come si doveva: aveva distribuito buoni benzina, organizzato cene popolari a base di scagliozzi e torcinelli, aveva promesso buste paga senza obbligo di presentarsi al lavoro a chiunque, aveva fatto accompagnare a votare le suore di clausura e un numero imprecisato di persone in odore di estrema unzione persino a chi ne aveva già uno.
Aveva fatto votare anche i morti.
Perché non era stato eletto?
Che volevano di più gli elettori?
Una raccolta dei rifiuti efficiente?
Le strade lisce come palle di biliardo?
I parcheggi gratuiti e tutte quelle altre cazzate che prometteva ad ogni elezione? Ma che, erano impazziti? Quelle erano promesse da marinaio nel repertorio di qualsiasi politico. Possibile che gli elettori non si rendessero conto che fare politica è come raccontare sempre la stessa barzelletta e che, se la sai raccontare, fa ridere anche se è vecchia? E lui era sempre stato un maestro in queste cose.
Mittammè scosse la testa, disgustato.
La gente, quando comincia a prendere sul serio i programmi elettorali, diventa pericolosa.
Cesarino Mittammè alzò la cornetta e compose l'interno della sua segreteria per chiedere che gli portassero i tabulati delle varie sezioni. Avrebbe controllato i votanti uno a uno per capire chi lo aveva tradito e, una volta eletto Consigliere Regionale o, perché no, Parlamentare, gli avrebbe fatto cacare sangue, a quei pezzi di merda.
Niente.
Il telefono squillava a vuoto.
Possibile che non ci fosse nessuno già alle tre del pomeriggio? Eppure, sentiva uno strano movimento fuori dalla sua stanza. Fece leva su sé stesso, si alzò dalla poltrona e con le sue gambette corte e la pancetta traballante trotterellò velocemente fino alla porta del suo ufficio. Non fece a tempo a spalancarla che un'esplosione di coriandoli lo colpì in pieno volto.
Mittammè divenne prima rosso in volto, poi paonazzo. Gli erano entrati in gola più coriandoli di quanti non ne avesse lanciati in aria lui in tutti i carnevali della sua vita.
Se avesse provato a respirare, sarebbe morto soffocato, ma la stessa sorte gli sarebbe toccata anche se si fosse semplicemente ostinato a non respirare. I coriandoli gli si erano attaccati dappertutto: in gola, sul palato, sulla lingua, rendendogli praticamente impossibile deglutire. Quando il colore del suo viso divenne viola scuro, Mittammè si accasciò in ginocchio e, nell'indifferenza più totale, vomitò insieme ai coriandoli anche i resti della pasta e fagioli che aveva mangiato a pranzo.
A nessuno era sembrato doveroso dargli una mano. Erano rimasti lì, a ridere, brindare e festeggiare ignorando i suoi rantoli e le sue mute richieste di aiuto.
Su due piedi Mittammè pensò che quegli stronzi fossero i membri del comitato elettorale del suo successore, ma poi, dopo aver rimosso gli ultimi coriandoli appiccicati sugli occhiali, si rese conto che invece si trattava del «suo» comitato, dei suoi consiglieri, dei suoi addetti stampa, dei suoi attacchini.
Bastardi. Erano saliti sul carro del vincitore.
Mittammè era sul punto di piangere per la prima volta nella sua vita, ma qualcosa lo fermò per tempo. Aveva incrociato lo sguardo del vicesindaco Pasquale Venale, assessore al bilancio e suo braccio destro da sempre. Colui che non si era certo risparmiato per organizzare la sua campagna elettorale.
Stava venendogli incontro. Almeno lui non lo aveva tradito, si disse Mittammè, almeno lui gli era rimasto fedele.
«Cesare, mio condottiero», disse il vicesindaco Venale mettendo la mano sulla spalla destra del suo superiore.
«Pasqualino caro.»
«Avrei urgente bisogno di parlarti», gli disse affabilmente il vecchio amico. «Potresti dedicarmi cinque minuti del tuo prezioso tempo per favore?»
«Ma che scherzi?» rispose Mittammè con il cuore che ritornava finalmente a battere. «Tu sei il fratello che non ho mai avuto, tu sei l'unico amico che mi è rimasto. Per te ho tutto il tempo del mondo. Anzi, sapessi quanto mi fa piacere vederti», fece Mittammè abbracciandolo fraternamente.
«Eh, vecchio compagno di mille avventure», proseguì Cesarino Mittammè mentre una lacrima ostinata, ostacolata dalle profonde rughe e dalla barba non fatta, gli scendeva con difficoltà lungo il viso in cerca di un fazzoletto che non c'era. «Sapessi quanto ho bisogno di una parola di conforto in questo giorno nefasto e chitiemmorto.»
«Cesarino, sono contento che la prendi così. È da tempo che te la volevo dire questa parola, e finalmente è arrivato il momento per farlo, per liberarmi di questo peso che mi angoscia e mi corrode da anni.»
«Ecco, bravo Pasqualino, liberati, sfogati», gli disse Mittammè, pensando che da sconsolato si sarebbe dovuto trasformare in consolatore: «Che parola mi volevi dire Pasqualino caro?»
«Cornuto. La parola che ti volevo dire è ‘cornuto', Cesarino», sentenziò il vicesindaco Venale. «Cornuto di nome e di fatto.»
«Azz, e questo è il ringraziamento per tutto quello che ho fatto per te?» rispose, prendendo le distanze da Venale, Cesarino Mittammè.
«E quist'è nìnde, amico caro. Sappi che io mi scopo tua moglie da sedici anni. Ma io non l'amo, non l'ho mai amata. E non mi piace neppure fisicamente: è strabica, senza tette e ha pure l'alito cattivo. Io l'ho fatto per sfregio, Cesarino, perché io ti odio, perché mi sei sempre stato sul cazzo, tu e le tue idee di merda. Questo ti dovevo dire, e questo ti ho detto. Non ti voglio vedere più davanti agli occhi miei.»
Mittammè non si scompose, disse «pardon» e rientrò nella sua stanza incapace di formulare pensieri che non fossero formati esclusivamente da turpiloqui in foggiano stretto.
Rosso in volto e con i nervi a fior di pelle, l'ormai ex sindaco di Foggia iniziò a raccogliere le sue cose in uno scatolone: qualche foto incorniciata, la collezione di penne Montblanc, il palmare, e soprattutto un certo numero di incartamenti che sarebbero stati meglio nella sua cantina che nelle mani di un magistrato poco incline alla benevolenza. Richiuse lo scatolone alla meno peggio con del nastro adesivo da imballo e uscì dalla sua stanza a testa bassa come un toro in carica. Percorse il tratto che lo divideva da casa sua in pochi minuti senza mai alzare lo sguardo, neppure per controllare se il semaforo fosse verde o rosso.
Non c'era nessuno in casa. Sua moglie probabilmente era andata a festeggiare con Pasquale Venale. E i figli – anche quelli probabilmente di Pasquale dato che erano entrambi albini come lui – in giro a sperperare i suoi soldi.
Passò la notte sul divano, davanti al televisore spento, rimuginando vendetta e brogli elettorali in un crescente delirio febbrile.
Dove aveva sbagliato?
Da domande così non se ne esce facilmente. Soprattutto alle tre di notte, dopo una sconfitta elettorale, un tradimento politico e sedici anni di corna retroattive.
La moglie e i figli lo trovarono in stato confusionale, nudo, con indosso solo dei calzini bianchi corti, mentre vagava senza meta nel cortile condominiale con al seguito un paio di randagi.
Alle sette del mattino, Cesarino fu trasferito al reparto Picchiatelli del Don Nuvola per urgenti accertamenti psichici a bordo di un'ambulanza del 118 che procedeva a sirene spiegate risvegliando mezza città.

SIRENE E CAFFÈ

Alberto Mangano si svegliò di soprassalto.
La sirena dell'ambulanza con dentro Cesarino Mittammè appena passata gli era entrata nel sonno come una coltellata. Le ambulanze non portano mai bene. Le ambulanze gli mettevano ansia. Si tirò su nel letto con la bocca impastata, la testa leggera e il sospetto di essersi bevuto, la sera prima, qualcosa di più vicino alla varechina che allo champagne.
E il peggio era che gli avevano interrotto un sogno bellissimo.
Anzi, «il sogno di una vita», quello in cui finalmente diventava sindaco di Foggia.
«Che altra malattia che hai, figlio mio», diceva sempre suo padre quando, alla domanda «Che vuoi fare da grande?», lui rispondeva senza esitazione: «Il sindaco».
L'idea gli era venuta da bambino, il giorno in cui suo cugino Vincenzo aveva vinto una gara di pattinaggio. La coppa, in sé, gli aveva dato fastidio fino a un certo punto. In fondo lui non aveva partecipato e quindi nessuno poteva dire, fino a prova contraria, che Vincenzo fosse più bravo di lui.
La cosa insopportabile era stata un'altra.
Vincenzo era stato premiato da un signore alto, impomatato, con la fascia tricolore di traverso e un esercito di vigili urbani intorno. I vigili, invece di fargli le multe come facevano sempre con suo padre, lo guardavano con rispetto, quasi fosse il Padreterno in persona sceso in terra per benedire la pista di pattinaggio.
Quell'uomo era nientepopodimeno che il sindaco di Foggia.
La foto di quel giorno, con Vincenzo, la coppa, il sindaco e gli zii tutti orgogliosi, finì sul comò del nonno, accanto a quella di Alberto seduto sul vasino.
Non c'erano paragoni.
Fu allora che Alberto rinunciò a diventare principe azzurro, astronauta e cowboy, come tutti i bambini normali, e decise che da grande, alla faccia di suo cugino Vincenzo, sarebbe diventato il sindaco della sua città.
Comunque, ora Alberto era sveglio e doveva alzarsi. Ma con comodo. Non aveva fretta. Erano anni che per via della crisi aveva perso il lavoro; però, ringraziando la Madonna, non se la passava male grazie ai terni al lotto che gli passava in sogno un certo don Armando Piccapane, un tizio che era stato presidente del Foggia Calcio nel 1960 e che, in realtà, lui non aveva mai conosciuto. Sicuramente si trattava di uno scambio di persona, ma Alberto aveva accuratamente evitato di farlo notare al suo defunto benefattore.
Maria, sua moglie, entrò nella stanza da letto con una tazza di caffè in mano, scostò appena la tenda e gli diede un bacio in fronte.
«Buongiorno, signor Sindaco. Ha dormito bene?»
Alberto spalancò gli occhi.
«Sindaco?»
«Ieri hai vinto le elezioni, hai stracciato Cesarino Mittammè con l'ottantacinque per cento delle preferenze. Non si capisce come sia potuto succedere, ma è successo. Possibile che non te lo ricordi? Ma quanto hai bevuto?»
Alberto, frastornato, si mise seduto sul letto.
«No, pazzesco! Allora non stavo sognando. Questo è il più bel risveglio della mia vita.»
«Maria», disse con la voce rotta dall'emozione, «prendi lo champagne, che dobbiamo festeggiare.» Ma quando Alberto provò ad alzarsi ebbe un mancamento, sentì che le gambe non lo reggevano più e un secondo dopo si ritrovò disteso sul pavimento. Eppure, un secondo dopo essere caduto a terra, Alberto si era già rialzato con un colpo di reni e zompettava sul posto con le mani alzate come fanno i giocatori di pallone per riscaldarsi «Tutto a posto, non mi sono fatto niente», disse. «Era solo un poco di emozione.»
«Beh, però ora spicciati, datti una mossa» lo redarguì sua moglie, «vestiti che in qualità di Sindaco, devi dare l'esempio ai dipendenti. Al Comune devi essere il primo ad entrare e l'ultimo ad uscire e devi pretendere che tutti arrivino in orario.»
«Che devo fare io?» disse Alberto agitando la mano a cucchiarella sotto e sopra prima di battersela in fronte. «Non se ne parla proprio, ma che, sei impazzita? Quelli sono abituati all'orario libero, flessibile, comodo. Se cambio le regole poi per dispetto mi rigano la macchina. Andiamoci piano con queste trovate che non è che le guerre si vincono in un giorno, ce vòle 'u tìmbe che ce vòle.»
Da quel momento Alberto era passato dall'altra parte della barricata. Non si trattava più di criticare, ma di essere criticato.
E questo era tutto un altro ragionamento.
Andò in bagno, chiuse la porta a chiave, e accese la radio. Stavano trasmettendo le previsioni del tempo. «Oggi cielo sereno. Temperatura massima cinque gradi, minima meno uno. Venti moderati. Ciò nonostante, segnaliamo una vasta formazione nebbiosa proveniente da sud-est. Lo strano fenomeno, avvistato da un elicottero dell'Alè Daunia in servizio da Foggia alle Tremiti, non trova riscontro nelle previsioni meteo nazionali. Seguono aggiornamenti.»
Alberto si fermò con il rasoio a mezz'aria. Poi tornò a guardarsi nello specchio. Si domandò se avesse o meno la faccia da Sindaco.
Già. Come doveva essere la faccia di un sindaco? Tosta, sicuramente. E lui, invece, l'aveva un po' flaccida. Gli anni si iniziavano a far sentire. E la barba? Un sindaco poteva avere la barba o la cosiddetta faccia pulita, a culo di neonato, era obbligatoria per essere credibile e ispirare fiducia?
Comunque, a lui, la faccia da sindaco non era ancora pervenuta. Aveva, più che altro una faccia da cittadino qualunque promosso, probabilmente per sbaglio, a primo cittadino.
Maria bussò alla porta.
«Albè, spicciati, è tardi. Anche i ragazzi devono andare in bagno.»
«Ce vòle 'u tìmbe che ce vòle.»
«Papà», gridò Tania da fuori, «esci o sfondo la porta!»
«Porta più rispetto a tuo padre, ragazzina, che tra le altre cose è pure il sindaco di Foggia.»
«Ah, sei il sindaco? E allora vai al Municipio. Il gabinetto del Sindaco sta là.»
Alberto chiuse gli occhi.
«Madònn 'a nervatùre.»
Poi gli venne in mente una cosa.
«Tania a papà, dì ad Alessio di chiamare in Comune e far venire l'autista a prendermi che tra cinque minuti sono pronto.»
Dopo qualche secondo, arrivò la voce del figlio.
«Papà, ho chiamato in municipio, ho parlato con un certo Pasquale Venale. Ha detto che la macchina non ha l'assicurazione e non può uscire. Però ha detto che se vai con un motorino ti fanno parcheggiare nel cortile.»
Alberto si tagliò sul collo.
Una goccia di sangue colorò di rosa la schiuma da barba.
«Cioè dovrei andare al comune con la Vespa di tua sorella? A dicembre?»
«Hai capito bene. E ricordati di metterti il casco.»
«Il casco?»
«Eh, il casco, te lo devi mettere altrimenti ti fanno la multa e tu in qualità di sindaco fai una figura di merda prima ancora di insediarti.»
«Mamma mia e che paranoia», disse Alberto alzando lo sguardo al cielo. «Il casco non lo sopporto proprio, il casco mi fa i capelli a palombella!»
Guardò l'orologio: le otto e mezza. Era in ritardo. Indossò un piumino bianco a strisce orizzontali che gli dava l'aspetto dell'omino Michelin, montò sulla vespa e partì a tutto gas in direzione della Pasticceria Muffa. Aveva deciso di comprare due mignon. Non poteva certo fare la figura del micragnoso con il comitato di benvenuto.
Il cielo era plumbeo, specie a sud.
Sperò che non venisse a nevicare.

NEBBIA IN VAL FOGGIANA

Grigia, silenziosa, felina e impenetrabile, la nuvola bassa aveva percorso la statale 16 in direzione Foggia. Era avanzata lentamente, senza fretta, come se sapesse esattamente dove andare e cosa fare. All'incrocio con viale Fortore si era fermata educatamente al semaforo. Aveva aspettato che l'ultima auto le fosse sfrecciata davanti e poi, a semaforo verde, aveva allargato i tentacoli per abbracciare tutta la città fino a nasconderla agli occhi del mondo.
Fu come quando va via la corrente all'improvviso e la casa precipita nel buio più totale: occorrono alcuni secondi prima che ci si riesca ad ambientare per mettersi a cercare torcia, una candela o, se ti va male, un lumino del cimitero.
Il brusìo della città si spense all'improvviso. Per un attimo fu il nulla. Poi, tutto a un tratto, si udì uno stridio di gomme seguito da frenate, botti metallici e clacson che risuonavano all'infinito.
Poi i rumori vennero sovrastati dalle sirene delle ambulanze e dei pompieri che finirono per tamponarsi a loro volta. A ogni botto era il levarsi di un nuovo chitemmurt in una delle tante lingue del mondo. Vantaggi e svantaggi d'essere diventati una città cosmopolita come Londra, Parigi o New York, senza avere i vantaggi di essere Londra, Parigi o New York.
Ciò nonostante, Alberto Mangano riuscì nel miracolo. Arrivò davanti al Comune senza cadere, senza morire e, soprattutto, senza far scivolare i vassoi di paste che aveva legato alla meglio sul portapacchi del vespino. Il tutto evitando due tamponamenti, una Panda messa di traverso, un camioncino fermo in mezzo alla strada e un cristiano che attraversava alla cieca con la stessa fiducia di Mosè davanti al Mar Rosso.
Per un uomo qualunque sarebbe stato un colpo di fortuna. Per il nuovo sindaco di Foggia, un segnale del destino.
Con incedere incerto e traballante per via dei gradoni, Alberto si avviò sulla salita del Comune pigiando ininterrottamente sul cicalino della vespa per attirare l'attenzione del piantone che, intento a leggere La Gazzetta dello Sport, non lo degnò di uno sguardo.
Nel cortile c'era gente in fermento.
Alberto sorrise.
Il comitato di benvenuto!
Si raddrizzò sul sellino, ripassò mentalmente il discorsetto da primo cittadino che aveva preparato e cercò di assumere un'aria istituzionale, per quanto consentito dal piumino modello omino Michelin.
Dopo un attimo però, si rese conto che in quella folla non c'era nessun comitato. Il cortile del Comune era occupato da fruttivendoli, fiorai e venditori di merce taroccata.
Stavano tenendo un mercatino abusivo.
Fu allora che Alberto capì che il permesso di parcheggiare nel cortile interno del Comune non era un privilegio del sindaco, ma una solenne presa per il culo.
Stava togliendosi il casco per controllare se i capelli gli si fossero fatti a palombella, quando qualcuno gli bussò sulla spalla.
«Giovane, ti devi spostare. Questo è il posto mio.»
Alberto si voltò.
«Prego?»
Il ragazzo indicò la vespa con l'aria spazientita.
«Il posto. L'ho pagato: dieci euro sull'unghia.»
«Pagato a chi?»
«A quel vigile.»
Alberto restò con la bocca aperta.
«Tu hai pagato un vigile urbano per vendere i dvd tarocchi nel cortile del Comune?»
«Sì, embè?»
«Embè è che io sono il sindaco di Foggia per cui prendi le tue carabattole e sparisci di qua prima che ti faccia allontanare con la forza.»
Il ragazzo lo guardò dalla testa ai piedi: piumone, capelli a palombella, guanti, mignon.
«Vergognati, razzista.»
«Razzista a me?»
Alberto fu tentato di dargli una capozzata, ma ricordò in tempo di essere un'autorità costituita. Si mise due dita in bocca e fischiò per richiamare l'attenzione un vigile urbano che si trovava lì vicino. Lo stesso che si era venduto il posto.
Il vigile si avvicinò lentamente, con l'aria di chi era stato disturbato durante una funzione religiosa.
«Giovane, e che maniere sono queste? Ma che credi di stare allo stadio? Questo è il Municipio. Se fischi un'altra volta, 'u friskett tu fazz gnòtt.»
«Senta giovanotto», disse Alberto, raddrizzandosi come poté, «porti rispetto alle autorità, io il nuovo sindaco e riguardo al fischietto, sa dove...»
Il vigile lo guardò meglio e poi si levò il berretto, lo portò al petto con entrambe le mani e fece un leggero inchino: «Scusate, signor sindaco,» disse. «non vi avevo riconosciuto, nei manifesti elettorali non avevate i capelli, come posso dire... a palummella.»
«Vabbè, sorvoliamo sul particolare, colpa del casco», disse il sindaco impettito, «l'importante è che ora lei chiami i suoi colleghi, faccia allontanare quest'uomo dal Municipio e faccia sgombrare il cortile da questi ambulanti. Se necessario, faccia intervenire anche le forze dell'ordine.»
Il vigile prese a grattarsi in testa come per cercare il modo di risolvere la questione senza spargere né una goccia di sudore né di sangue, ma, soprattutto, senza essere costretto a restituire i dieci euro per il permesso accordato al venditore abusivo senegalese.
Il senegalese, invece, non si scompose. Incrociò le braccia e iniziò a ripetere «razzista» come un disco incantato.
Una piccola folla di signore in fila per la carta d'identità fece subito capannello.
«I vì, sò tutti uguali. Neanche salgono sulla poltrona e già fanno i padroni.»
Alberto capì in quel momento una cosa fondamentale della politica: per diventare inviso al popolo non serviva fare qualcosa di sbagliato. Bastava arrivare in alto. Per evitare il linciaggio, fingendo indifferenza, raggiunse la stanza del sindaco a passo da maratoneta. Entrò, chiuse la porta e ci rimase appoggiato con tutto il corpo.
La stanza era grande e per questo risultava un po' spoglia. I pezzi forti erano il salottino vintage sulla sinistra e un'enorme scrivania in fondo, con sopra il telefono, le penne e qualche registro pieno di polvere. Fuori, la nebbia aveva inghiottito il cielo. Se non ci fossero state le luci accese, Alberto non avrebbe saputo neppure dove mettere i piedi.
Si sedette.
Cercò sulla scrivania un foglio, un appunto, un manuale, qualsiasi cosa che spiegasse cosa deve fare un sindaco, quali sono i suoi compiti, quali i suoi poteri.
Ma non trovò niente.
Allora aprì il cartone delle paste e prese un babà.
Era buono.
Sapeva già che li avrebbe mangiati tutti, ma con contegno, come avrebbero fatto Renzi a Firenze o Pisapia a Milano.
La classe era tutto per la classe dirigente. Un dirigente senza classe era solo uno che comandava e quelli che comandavano senza farlo pesare rischiavano di diventare impopolari.
E lui, invece, voleva essere amato e ricordato da tutti come il miglior sindaco che Foggia avesse mai avuto.
Gioacchino Rosa Rosa
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