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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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L'uomo che non ero io
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Solo l'amore resta.
Un paio di pantaloni neri a sigaretta, dei sandali e una maglietta bianca senza maniche con un disegno applicato di fiori sulla parte destra del décolleté, Anna era bella da far male. Claudio strinse i pugni mentre la guardava avanzare, i seni sagomati dal cotone chiaro, l'incrocio dell'intimità appena accennato dai calzoni sobri e non troppo attillati, adatti all'ambiente dell'ufficio. La testa fissa sul pensiero di lei in una giornata inconcludente, la maglia della birra Corona indosso con il suo odore di rosa, si era appostato al marciapiede opposto della scuola de-gli allievi della polizia, notato un cartello di ottone dorato con il riferimento di quest'ultima e dei giovani in divisa che usci-vano da un cancello di metallo dipinto di scuro e a seguire delle persone in abiti civili. Fino a che non l'aveva scorta e aveva alzato il braccio per manifestare la propria presenza. Lei, però, alla sua vista, aveva mutato l'espressione del viso - neutra inizialmente - in un misto di felicità e timore. Tuttavia, si era subito precipitata attraversando la strada in un punto in cui non c'erano strisce pedonali, schivando le auto in transito «Claudio, che bella sorpresa. Meno male che sei venuto, ho dimenticato di lasciarti il mio numero» un bacio sfuggente e lo prese sottobraccio, informandosi su dove avesse parcheggiato. Nella semplice t-shirt della birra Corona che le aveva prestato e i jeans era così attraente che il suo cuore aveva fatto un salto nel petto, per la gioia dell'improvvisata e dell'evidente reciproco desiderio di incontrarsi. «Ho trovato un posto per disabili, a cinquanta metri da casa tua» le spiegò, in difficoltà a reggere il ritmo del suo passo, con la gruccia. Il moncherino era ancora troppo gonfio per indossare la protesi; per il resto, le sue condizioni generali di salute erano buone ed era stato in grado di guidare fino al quartiere Trieste, vista la comodità del cambio automatico della Smart. Anna, però, era agitata, sudata sulla fronte. Non voleva che Davide incontrasse i colleghi o i condomini del palazzo prima di riuscire a parlargli con franchezza. Muovendo verso il portone, cercò una scusa «Stasera sono impegnata, sai, un aperitivo con un'amica che ha problemi con il marito, per cui salgo a casa al volo e poi scappo. Ti spiace se ci vediamo domani?» tirò fuori dalla tracolla di pelle nera il cellulare e lo esortò «Dammi il tuo numero, per favore, lo registro e ti chiamo, co-sì potremo sentirci. Il mio cognome è Donati e non sono sull'elenco» si era resa conto di aver parlato con un tono nervoso, a scatti. «Va bene, però avrei bisogno di usare il bagno. Posso sali-re da te, giusto cinque minuti?» Claudio si insospettì delle sue maniere affettate mentre scandiva il numero e Anna gli face-va uno squillo; di più che lei, sempre premurosa, non gli avesse chiesto nemmeno come si sentisse. Qualcosa non an-dava. La sua mente, con una grande immaginazione basata sull'insicurezza, lo portò a voli pindarici in cui la bruna era ancora sposata, o, peggio, in uno scenario in cui si vergogna-va della sua condizione di disabile, poiché con la stampella e il risvolto ai pantaloni si comprendeva chiaramente la sua mutilazione. «Vado davvero di fretta e mi spiace ammettere che casa è tutta in disordine. Se hai necessità impellente, ci sono diversi bar sulla piazza. Perdonami se ti sembro maleducata, ma la mia amica è proprio in difficoltà» Anna indicò con la mano la direzione per lo slargo antistante, sentendosi un verme. «Anna, mi nascondi qualcosa? Sei strana» esisteva un'ulteriore ipotesi. Che, col senno di poi, la signora Donati avesse deciso di smettere di frequentarlo e non avesse il coraggio di confessarglielo. «No, te l'ho detto, vado solo di fretta, Claudio, credimi» le mani sul suo torace, la bruna strofinò il nasino col suo e gli donò un ultimo bacio «A domani, conterò i minuti». Rammaricata di doverlo lasciare, si affrettò verso l'androne del palazzo; vi era entrata senza girarsi neppure una volta, certa di averlo seminato. «Ciao, Anna» nemmeno gli aveva dato il tempo di ribatte-re: era svanita. No, non si sarebbe fatto liquidare in due parole. Finse di tornare alla Smart, per poi rimettersi sui propri passi. Dalle targhette sul citofono aveva capito che lei abitava all'attico. Passò davanti al portiere con indifferenza «Vado da Donati» disse, speditamente, e l'uomo in giacca e cravatta in guardiola lo salutò, evitando di fissare troppo la cicatrice per non mettere a disagio il visitatore della condomina che di rado riceveva ospiti, dalla tragedia del marito. L'ospite - povero diavolo! - aveva dei lunghi capelli castani con cui aveva cercato di coprire inutilmente la guancia e camminava con una stampella con passo claudicante su una sola gamba. Claudio ammirò l'androne dal pavimento in botticino luci-do e le pareti con mosaici di livello, mappe geografiche del mondo. Non era mai stato in un simile stabile dell'alta borghesia romana. Lo stesso ascensore in cui salì era particolare, di forma rotonda, in legno chiaro; all'interno c'era persino un panchetto ribaltabile imbottito di velluto rosso. Nascondendosi alla visuale ottica dello spioncino - all'attico dove l'unico appartamento copriva con la terrazza la metratura di un piano intero - premette il pulsante del campanello d'ottone dorato. Anna non avrebbe visto nessuno e, insospettita, avrebbe aperto la porta d'ingresso: blindata, con due cilindri europei e un maniglione sferico, anch'esso di ottone dorato, celava certamente lusso e arredi preziosi. Sul ballatoio del pianerottolo tre piante di Ficus lyrata dalle grandi foglie cerose, in altrettanti vasi di ceramica artigianale partenopea a colori sgargianti, abbellivano l'ambiente. Il trillo del campanello scosse la moretta che, appena rientrata in casa, si era tolta le scarpe e si era seduta sul divano più ampio del soggiorno, una chaise longue di alcantara beige chiaro. Aveva posato la testa sul morbido velluto col cuore in tumulto per la bugia detta a Claudio e per la difficoltà di raccontargli la sua storia. Si diresse alla porta e guardò nello spioncino. Non c'era nessuno sull'uscio, credette a uno scherzo dei bambini del palazzo che a volte si divertivano a suonare il campanello e poi scappavano. Solo per sincerarsene, aprì l'anta di una ventina di centimetri, lo spazio ideale perché la punta di una gruccia metallica e il relativo gommino nero si incastrassero fra il legno e il muro. Claudio, il viso teso, spinse la porta con forza verso l'in-terno e si immise nello spazio antistante l'enorme salone di rappresentanza. Nel panico completo, Anna comprese fosse giunta la resa dei conti «Che succede?» Lui era fuori di sé, ciancicava parole incomprensibili, mitragliate di sfiducia «Se non vuoi vedermi più basta dirlo. Se sei sposata e sono stato solo l'amante di un fine settimana ho il diritto di saperlo» avrebbe continuato all'infinito se non lo avesse interrotto, con fermezza «Claudio, hai frainteso. Non si tratta di ciò che pensi, ti prego, siediti e parliamone con calma» per ovviare a problemi di segnalazioni dei vicini alla polizia o al portiere, richiuse la porta e lo spostò verso il soggiorno. Claudio percorse pochi metri fino a fermarsi davanti un buffet di antiquariato di lucido mogano scuro, su cui spicca-vano diverse fotografie incorniciate in modo differente ma dello stesso materiale estroso e colorato: vetro soffiato veneziano. Erano di Anna e di suo marito. Scatti in cui un uomo e una donna si trovavano insieme, spesso abbracciati o in pose da cui si evinceva la loro intimità. L'uomo era vestito con abiti firmati. Aveva i capelli casta-ni, corti e curati, a volte un pizzetto sul mento. Il viso era sa-no, integro. In alcune foto scattate sullo sfondo di una distesa d'acqua color turchese si ravvisò con la gamba sana, quella che non aveva più. Anna, invece, indossava un abbigliamento striminzito ed era bellissima. Un brivido gli attraversò la schiena. Si puntellò col peso sulla stampella, osservando sempre più incredulo il volto dell'uomo nelle immagini. Una su tutte: la foto delle nozze con la sposa in abito bianco, senza spalli-ne, con un corpetto ricamato di perline e paillettes che le segnava il seno, e la gonna scampanata, lo sposo in abito tre pezzi, grigio fumo di Londra. Mano su mano tagliavano una torta multistrato ricoperta di panna montata, felici. Immensamente felici. E l'uomo era proprio identico a come sarebbe stato lui senza cicatrice in viso e coi capelli corti. «Dovresti dirmi tu che succede. È uno scherzo?» sibilò con gli occhi fissi sull'immagine speculare di sé. «È, cioè, era mio marito, Davide, Davide D'Elia, morto tre anni fa. Questo pensavo fin quando ti ho visto fuori dal ristorante al Pigneto e ho capito che eri tu, che Davide era vivo. Io credo che tu sia Davide» con un sospiro Anna lo disse tutto d'un fiato, lo stesso fiato che la stava abbandonando. Il cuore le batteva all'impazzata, era terrorizzata dalla reazione di Claudio. «No, è impossibile, sono scemenze, sei una povera pazza» Claudio, sconvolto, scagliò di piatto la cornice di Murano con la foto delle nozze contro la parete opposta del salone, centrando una parte di muro senza quadri. Il vetro colorato si in decine di cristalli che ricaddero sul parquet «È una maledetta messinscena» con l'ausilio della gruccia, sempre più agitato, spazzò via il resto delle cornici in un solo movimento continuo, da sinistra a destra. Non se ne salvò neanche una. Il rumore del vetro infranto riempì il vuoto della conversazione. «Stai esagerando, se non la smetti dovrò avvisare i carabinieri e allora sì che faremo chiarezza sulla tua identità, con le buone o con le cattive. E non solo su quelle, dato ciò di cui ti occupi» non era nel carattere di Anna ricattare o minacciare, ma il fuoco che bruciava negli occhi intensissimi di Claudio l'aveva spaventata: si trattava dello stesso impeto passionale con cui a letto le levava l'anima e la straziava, il lato di un'indole indomita e forte, nonostante la batosta dell'incidente. Claudio nascondeva un guerriero dentro di sé. |
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