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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Sandra Mayer
Titolo: Veleno, amore tra donne
Genere Erotico Biografico
Lettori 263 3 3
Veleno, amore tra donne
Sì... veleno, perché è questa la sensazione che si prova in un rapporto intimo tra donne. Dell'amore parlerò più avanti.
Sin da piccola ero irrimediabilmente attratta dal corpo femminile: quello di mia madre.
Avevo una decina d'anni quando cominciai a guardarla con un'attenzione particolare.
Ammiravo i suoi grossi seni sodi e sorridevo quando mio padre l'abbracciava da dietro, stringendola a sé.
Lui invece mi metteva in soggezione e bastava un piccolo rimprovero per farmi rinchiudere nella mia camera a piangere.
Ma non sono questi i motivi per cui ho cominciato ad amare le donne e con questo libro vorrei raccontare il perché di una scelta che, a un certo punto della mia vita, non ho più accettato di nascondere.


Ma arriviamo al dunque.

L'interesse reale per il sesso arrivò molto in ritardo, nel primo anno di scuola superiore, e fu un ragazzo a indurmi i primi fermenti.
Si chiamava Heinz, aveva tre anni più di me e un ciuffo di capelli biondi che faceva impazzire le mie coetanee. Era conteso da tutte le ragazze, ma fortunatamente si rivelò attratto dalle mie forme, che sin da allora rappresentavano un orgoglio personale.
Ricordo il suo sguardo sempre perso nella mia scollatura e il sorriso sornione con cui trovava mille scuse per abbracciarmi alla fine delle lezioni. Più di una volta gli avevo permesso un approccio più intimo, perché avevo intuito che fosse quella la chiave per provare a conquistarlo.
Il primo bacio arrivò su una panchina nascosta del parco e non si fece scrupoli a cercare con insistenza di infilarmi le mani sotto la gonna. In quei momenti ero assalita da una sensazione insidiosa che mi friggeva tra le cosce e nel contempo percepivo un forma atipica di paura; motivo per cui gli impedivo di raggiungere quella specie di brace ardente che si insidiava dentro il mio ventre. Ben presto mi fece però intuire che, se avessi continuato a resistergli, la sua attenzione si sarebbe rivolta altrove.
Per evitare il rischio di perderlo e placare così la sua insofferenza ai miei continui rifiuti, accettai l'ennesimo invito di raggiungerlo a casa sua nelle ore in cui i genitori erano in ufficio.
L'idea di restare da soli, in un luogo nascosto dal mondo, mi agitò sin da subito in un modo devastante.
Ne ero eccitata, non posso negarlo, ma nello stesso tempo non mi sentivo pronta a oltrepassare quel confine labile che mi separava dalla mia innocenza. Nonostante tutte le paure e le mille preoccupazioni, alla fine decisi di incontrarlo.
Heinz viveva in una villetta in periferia, una delle poche che aveva un grande giardino intorno. Mi fece entrare dal retro per eludere la curiosità dei vicini e, senza preavviso, cominciò a baciarmi con molta passione. Dal bacio passò presto a un atteggiamento più insidioso, sospingendomi con energia contro il divano.
Quando le sue mani mi strinsero con voracità il seno, la mia passione prese fuoco. Accortosi dell'innegabile coinvolgimento, scese con impeto sui fianchi e, senza nemmeno concedermi il tempo di rendermene conto, arrivò con una mano tra le cosce.
Fu in quell'istante che smisi di essere la timida ragazzina dalle tette grosse e la mia reazione si fece immediatamente smisurata.
Avevo perso completamente il controllo, ansimavo in modo esagerato e al culmine della tensione trovai persino il coraggio di infilargli una mano nei pantaloni.
Di uomini nudi, fino a quel momento, avevo visto soltanto mio padre quando usciva dalla doccia. In casa non era mai esistita alcuna forma di pudore ed era normale veder girare i miei genitori senza nulla addosso. In quella specifica situazione, mi dovetti rendere conto che l'idea che mi ero fatta del membro maschile era sostanzialmente diversa da ciò che stavo stringendo nella mano.
Quello di Heinz era duro e massiccio, scivolava dentro la pelle, sporgendo saltuariamente con la punta che lui cercava di sfregare con vigore contro la mia gamba.
Avrei fatto qualsiasi cosa per dargli lo stesso piacere che stavo provando e, inconsapevole delle conseguenze, gli permisi di sollevarmi la gonna e infilarmi quello strano pezzo di carne umido tra le cosce.
Preso dal mia concessione, mi strinse a sé per le natiche e immediatamente il godimento si fece intenso, energico... indomabile.
Il piacere mi prese all'improvviso, nello stesso istante in cui mi scostò gli slip con la chiara intenzione di penetrarmi. Io ero stravolta, quasi incosciente, aggrappata con le braccia al suo collo con le ultime forze che avevo in corpo, indifesa e in preda a una frenesia in cui mi sentivo prigioniera.
Non avevo mai provato una sensazione così forte e non avevo la minima idea dei rischi a cui potevo andare incontro.
Heinz mi fece capire che in quella posizione non sarebbe riuscito nel suo intento, mi calò completamente gli slip e mi invitò a girarmi, concedendogli la schiena.
La percezione dello scorrere del glande nel solco tra le natiche mi mandò di nuovo in visibilio e, presa dalla situazione, schiusi volutamente le gambe, offrendomi senza pudore. Quando avvertii il contatto del suo glande dove il languore era più intenso, mi voltai all'indietro col capo per guardarlo.
Ricordo la smorfia sulla sua faccia, gli occhi che si chiudevano e, inaspettatamente, la sensazione di un getto caldo sulla mia schiena.
Immediatamente mi abbandonò al mio destino e corse nel bagno. Quando ne uscì mi pregò di non raccontare niente a nessuno, mi invitò a ripulirmi con una freddezza che mi fece sentire umiliata e, senza aggiungere una sola parola, mi accompagnò alla porta.
La scarsa conoscenza delle tematiche sessuali di quegli anni non mi concedeva la certezza che Heinz avesse goduto e nel dubbio riuscii persino a sentirmi in colpa. Ancora turbata dalla mia prima esaltante esperienza di piacere condiviso, mi aspettavo inconsciamente che fosse stato così per entrambi.
Avrei voluto consultarmi con lui, discutere di quei momenti, invece nei giorni seguenti si disinteressò completamente della mia persona, come se quell'episodio non fosse mai accaduto.
Nonostante tutto ero esaltata di quel mio primo contatto col mondo maschile e avrei voluto condividere le mie sensazioni col mondo intero.
Esclusi sin da subito l'idea di confidarmi con le compagne di classe, perché ero certa che lo avrebbero gridato ai quattro venti, quindi mi restava soltanto Julia, la professoressa di inglese con cui avevo già provato a scambiare qualche confidenza.
Veniva definita la psicologa della scuola, perché a lei si rivolgevano gli studenti e i genitori nel caso di un qualsiasi problema.
Le raccontai tutta la vicenda e scoppiò a ridere.
Dopo avermi redarguita per l'avventatezza con cui mi ero concessa, mi spiegò che probabilmente Heinz soffriva di eiaculazione precoce e si vergognava di non essere stato in grado di concludere il rapporto in modo completo. Mi rassicurò sul fatto che anche lui ne avesse evidentemente goduto, perché la eiaculazione nei maschi è proprio l'effetto dell'orgasmo. Ciò che comunque andava considerata comde un'anomalia era il fatto che fosse arrivato all'epilogo così in fretta.
Nei giorni successivi provai inutilmente a ricontattarlo per cercare di ricucire il rapporto e, considerato l'assenza di qualsiasi risposta, mi ripromisi di escluderlo per sempre dalla mia vita. Però la sensazione di quell'incontro era diventata un tarlo nella mia mente e non riuscivo a darmi pace.
Quando ormai pensavo di averlo dimenticato, si presentò fuori di casa con la scusa di volermi parlare. In realtà mi invitò al parco e appena arrivati mi travolse di baci. Provai a portare il discorso sul problema della eiaculazione precoce, ma lo troncò sul nascere, liquidandomi con alcune scuse banale.
La sua spiegazione fu che era troppo eccitante e quindi che fosse normale che gli avessi fatto questo effetto. Accettai la sua spiegazione, ma prima che potessi replicare, mi infilò una mano tra le cosce e cominciò a strofinare gli slip fino a farmi fremere di voglia.
Presa com'ero dalla sue effusioni, non riuscii a rifiutare la sua proposta di seguirlo in una vecchia fabbrica in disuso, dove i maschi andavano a fumare. E lì mi ritrovai ben presto con le sue dita dentro.
Mi invitò a reggermi al suo collo con entrambe le braccia con la scusa di non farmi appoggiare ai residui sporchi e pericolosi del posto. In realtà avevo compreso che fosse soltanto un modo per impedirmi di toccarlo.
Heinz però non stava certo fermo con le mani ed io ero prigioniera dell'impeto con cui mi trastullava con le dita. Non impiegò molto a farmi godere e l'esplosione di piacere che provai mi fece persino tremare le gambe. Se non fossi stata saldamente aggrappata al suo corpo, probabilmente sarei finita per terra.
Mentre ero ancora confusa dal piacere, Heinz si abbassò la cerniera dei calzoni e me lo fece sentire tra le gambe. Credevo gli bastasse il contatto col calore della pelle per sprigionare la sua voglia, invece mi sorprese con una proposta inaspettata.
Prima me lo sussurrò sulle labbra, tra un bacio e un altro, poi me lo bisbigliò all'orecchio per avere la certezza che fossi d'accordo.
Sembrava intimidito dalle sue stesse parole, impacciato nell'esporre un desiderio che probabilmente nascondeva da sempre.
«Saresti la prima.» balbettò.
Nella mia incoscienza, essere la prima rappresenta una forma d'orgoglio. D'altronde anche lui era stato il primo, anzi l'unico, a farmi godere.
Accompagnò la mia discesa verso il basso con le mani sulle spalle. Attese che, dopo aver piegato completamente le ginocchia, riuscissi a restare in equilibrio sul pavimento sudicio, appoggiata al suo corpo, e solo allora mi fece un cenno di intesa col capo.
Fu lui ad appoggiarmi il glande sopra il mento.
Con l'altra mano mi teneva per la nuca.
In quell'istante impazzivo all'idea di prenderglielo in bocca.
Avvertivo distintamente l'odore del sesso e mi sembrò incredibilmente appagante poterglielo succhiare.
«Sei bellissima col mio cazzo in bocca!» lo ripeté due volte ad alta voce e poi ancora una, accompagnando le parole con un lamento.
Ricordo ancora l'eccitazione di stringerglielo tra le labbra, seguita immediatamente da un gran calore che mi bruciò nella pancia.
Mi parlava e di colpo la voce si fece roca.
Percepii il fremito dei suoi fianchi che dondolavano avanti e indietro.
La pressione delle mani sulla mia nuca mi impedì di ritrarmi e lo spruzzo caldo del suo seme mi finì giù nella gola.
Avrei voluto sputarlo, ma mi convinse che lo avrei dovuto inghiottire tutto.
Così feci, in preda a un secondo orgasmo che mi tagliò le gambe.
Restammo così per un tempo che mi sembrò infinito. Ero aggrappata con entrambe le mani alla cintura dei suoi calzoni e non riuscivo più a rialzarmi.
Quando riprendemmo il controllo dei nostri corpi, mi sorresse con inaspettata dolcezza, evitando però di baciarmi.
Per tutta la notte ripensai a quei momenti e il piacere che ne scaturiva non mi lasciò dormire.

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Da quel giorno incontrai diverse volte Heinz. Andavo a casa sua nel pomeriggio, quando i suoi genitori erano al lavoro, e sperimentavamo insieme quel poco che conoscevamo del sesso.
Lui mi lasciava fare.
Lo scopo finale era sempre lo stesso, con l'unica differenza che col passare del tempo mi coricavo sopra di lui al contrario, in modo da permettere a entrambi la soddisfazione nel medesimo momento. Un sincronismo che accadeva molto di rado, perché Heinz era sempre il primo a godere e in quell'atto trascinava ben presto anche me.
Ciò che mi innervosiva era che, a volte, pur avendo già goduto, io facevo di tutto per appagarlo, mentre al contrario Heinz diventava pigro, incostante e a volte mi lasciava insoddisfatta.
Un giorno, su mia specifica richiesta, provammo ad affrontare la questione della penetrazione col risultato che mi riempì di sperma l'ombelico prima ancora di provare a mettermelo dentro.
Ci lasciammo definitivamente dopo due mesi, perché i rapporti si erano logorati al punto da non sopportare più la sua incapacità di trattenersi e soprattutto l'egoismo con cui pensava soltanto al proprio piacere.

.:.

Al termine dell'anno scolastico conobbi Adler.
Aveva la nomea di gran seduttore e, a detta del gossip che girava tra le classi, si era già fatto tutte le ragazze delle terza.
Fu lui a contattarmi per primo e non perse tempo a propormi un invito a bere qualcosa insieme. Per tutto il tempo che passammo nella birreria mi domandò delle mie esperienze sessuali e ovviamente gli mentii spudoratamente, spacciandomi per una donna vissuta. Ormai l'idea della penetrazione era diventato un tarlo fisso e mi ero convinta a concedermi alla prima occasione.
Quella sera stessa mi portò in quello che chiamava “rifugio”: un garage riadattato ad alcova, con tanto di luci rosse e materasso ricoperto da un lenzuolo nero.
Niente preliminari, nessuna domanda, si tolse i pantaloni e mi presentò il gioiello che aveva tra le gambe.
Col senno di poi sarei dovuta fuggire, ma dopo essermi vantata di mille esperienze non potevo fare altro che togliermi la gonna, sfilarmi le mutande e aprire le gambe.
Adler prese da un cassetto alcune confezioni di profilattici al gusto di frutta e mi chiese di scegliere. Era logico che lo scopo non fosse quello di farselo succhiare e anche che mi sarei dovuta impegnare personalmente per infilarglielo.
Scoprii in seguito che si trattava di una forma di assenso esplicito per ciò che ne sarebbe seguito.
Superato l'ostacolo con qualche affanno, mi invitò a mettermi a quattro zampe sul divano e si posizionò dietro il mio sedere, schiaffeggiandolo con aria risoluta.
Era finalmente arrivato il momento della tanta agognata penetrazione e il languore tra le cosce si scatenò al primo approccio.
«Dove lo vuoi?» mi domandò, come se ci fosse una scelta su cui decidere.
Alla mancanza di ogni risposta, mi appoggiò l'indice tra le natiche e il pollice tra le grandi labbra, alternando la pressione in modo provocatorio.
Non impiegai molto a capire quale fosse il dilemma e, sempre per la mia millantata esperienza sessuale, lo informai con decisione che dove aveva l'indice lo avremmo fatto la volta successiva.
Se dalla penetrazione mi aspettavo i fuochi artificiali, devo confessare di essere rimasta completamente delusa, non tanto dalla durata, ma dalla mancanza di una vera esplosione di godimento. Piacere sì, non posso negarlo, nulla però che mi sconvolgesse al punto da impazzire all'idea di rifarlo.
Era mille volte più appagante farmela leccare!
Con Adler ci vedemmo in diverse occasioni, anche perché sembrava entusiasta di come facevamo sesso, tanto da dimenticarsi persino di propormi l'altra scelta, sicuramente perché si trattava più di una provocazione che una prospettiva praticabile.
Non è bello da dire, ma mi resi conto che nel tempo non riuscii a godere di alcun miglioramento, anzi... mi veniva persino a noia quell'andirivieni sterile dentro la mia vagina. L'impressione era quella di un oggetto estraneo, per certi versi fastidioso, che arrivava persino a disturbare la mia percezione del piacere. Provai a spiegargli che la fonte del godimento era poco più all'esterno, ma non fu facile convincerlo a collaborare.
Motivo per cui, dopo qualche tempo smisi drasticamente di frequentarlo.
In seguito a quell'esperienza mi sentii usata, persa e completamente confusa, nonché drasticamente insoddisfatta.
Non riuscivo a comprendere come si potesse godere di qualcosa che andava a stimolare proprio le parti dove non riuscivo a percepire la benché minima sensibilità. Lo potevo costatare immergendo a fondo le mie dita e perlustrandomi in ogni piega.
Niente da fare, l'unica parte che mi faceva drasticamente eccitare era la manipolazione della clitoride.
Ma non potevo continuare a sfogarmi da sola.

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Ancora una volta provai a confidarmi con Julia e rimasi sconvolta dalle sue affermazioni.
Mi confessò senza alcuna preclusione di aver vissuto le esperienze più appaganti con un'altra professoressa della stessa scuola, di cui non volle ovviamente farmi il nome.
«Avevo... anzi, ho il tuo medesimo problema.» mi spiegò con dovizia di particolari «E questo gli uomini non sono in grado di comprenderlo. Devono per forza infilarti qualcosa dentro, altrimenti non si sentono abbastanza virili! Con le donne è decisamente più appagante.»
Non avevo ancora definito quale fosse la mia personale metà della mela, però mi rendevo conto di non essere per forza attratta soltanto da una figura maschile. Ciò che mi intrigava era il piacere provocato dal sesso e non da un'entità prestabilita che mi avrebbe fatto godere.
Dopo una lunga e interessante confronto, mi liquido con un consiglio: «Prova con una ragazza e cerca di capire se con lei funziona.»
Da quel giorno andai spesso nel suo ufficio per confidarmi e arrivai persino a ipotizzare che fosse proprio Julia la partner ideale con cui sperimentare questa mia nuova voglia saffica.
Arrivai persino a richiederle un finto consulto fuori dalla scuola e riuscii a ottenere di raggiungerla nel suo appartamento.
Ero sicura che, una volta lontano da occhi e orecchie indiscrete, avrebbe rivelato un qualche interesse per me. Invece, per quanto provassi a provocarla, sembrava non voler cadere nelle mie insidie.
Per essere sicura che avesse capito in modo chiaro le mie intenzioni, mi ero presentata senza reggiseno, con una canottiera bianca da cui traspariva con evidenza il segno dei miei capezzoli eccitati.
«Sei molto bella.» se lo lasciò sfuggire mentre fingeva di cercare un volume sulla sua libreria «Ma sei anche una mia alunna ed esistono delle regole deontologiche, di condotta etica e professionale che non mi permettono di andare oltre.»
«E se fossi io a farlo?» le domandai.
«Cosa vorresti fare, baciarmi, toccarmi, fare l'amore con me?» mi affrontò in modo diretto.
«Vorrei soltanto provare a fare sesso con una donna e tu sei l'unica disponibile che io conosca.» sussurrai, cercando di sparire su quella poltrona in cui volevo sprofondare per la vergogna.
Julia tergiversò a lungo, girandomi intorno come se fossi l'oggetto di un desiderio che non poteva avere. Si fermò dietro la mia schiena e mi appoggiò entrambe le mani sulle spalle, accarezzandomi il collo: «Sei davvero una gran bella tentazione,» ammise, massaggiandomi coi pollici la nuca «e anche un grande pericolo! Perdonami, ma non posso prendere l'iniziativa di una storia che ci metterà entrambe in una situazione molto rischiosa.»
Avrei dovuto capire e rassegnarmi.
Avrei dovuto ringraziarla e andarmene.
Invece provai a interpretare le sue parole come se fosse un invito a osare personalmente la prima mossa. Attesi qualche istante, allungai le braccia dietro le spalle, le afferrai i capelli e la attirai verso il basso. Con enfasi voltai il capo verso di lei, guancia contro guancia e, quasi senza volerlo, bocca contro bocca.
Julia mi baciò, da prima teneramente e poi con un impeto che mi travolse all'istante. In un attimo girò attorno alla poltrona e si inginocchiò tra le mie gambe. Le mani scivolarono con perizia sotto la stoffa leggera della canottiera e subito raggiunsero i capezzoli, afferrandoli tra le dita con un'ingordigia mai vista.
Ero così coinvolta dal susseguirsi inaspettato degli eventi che mi sfilai la canottiera per mostrarle con orgoglio i miei grandi seni turgidi, invitandola sfacciatamente a succhiarmeli con avidità.
Il piacere arrivò immediatamente, portandomi via la testa che non voleva saperne di ragionare. Volevo lei, la volevo sentire da ogni parte e invece Julia cercava di tenere a freno tutte le mie voglie, e le sue, ostacolando sul nascere ogni mio tentativo di toccarla.
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