Writer Officina Blog
Ultimi articoli
Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP, ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo già formattato che per la copertina.
Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
Home
Admin
Conc. Letterario
Magazine
Blog Autori
Biblioteca New
Biblioteca Gen.
Biblioteca Top
Autori

Recensioni
Inser. Estratti
@ contatti
Policy Privacy
Writer Officina
Autore: Enzo Sopegno
Titolo: Ombre e nebbia - Racconti Gotici
Genere Racconti Gotici
Lettori 56
Ombre e nebbia - Racconti Gotici
L'ultimo plenilunio del dottor Thorne.
Il dottor Elias Thorne sembrava una figura ritagliata male da un foglio di carta grigia. Alto e allampanato, i suoi arti lunghi parevano muoversi con una timidezza che sfiorava l'impaccio. Il viso era stretto e allungato, dai tratti cavallini che la magrezza rendeva ancora più severi; la pelle, d'un pallore quasi latteo, era punteggiata da una costellazione di lentiggini che tradivano le sue origini campagnole, residui di un sole che a Londra sembrava non aver mai avuto diritto di cittadinanza.
Il suo ambulatorio in Pennyfields non era che una ferita aperta tra due magazzini di carbone. All'interno, vi regnava sempre un cattivo odore. Un miscuglio nauseabondo di acido fenico, umidità stagnante e fumo pungente dei camini vicini. L'arredamento era molto povero: una scrivania di quercia scheggiata, una sedia cigolante e una vetrina per i ferri chirurgici che, invece di brillare, apparivano opachi sotto la luce fioca di una lampada a olio. La sala d'attesa era sempre piena di tosse e lamenti. Donne dai volti precocemente invecchiati gli portavano neonati febbricitanti, offrendo in cambio una benedizione o una mela avvizzita. Elias accettava tutto, sentendo il peso dei sacrifici dei suoi genitori, contadini del Surrey che avevano venduto la terra per farne un gentiluomo, gravare su di lui come una colpa.
Al piano superiore, la sua esistenza si riduceva a pochi metri quadrati.
Un letto stretto con coperte ruvide, un catino di porcellana sbeccata per le abluzioni mattutine e una piccola libreria dove i tomi di anatomia stavano accanto ai sogni mai realizzati di una clinica a Harley Street.
Qui la solitudine di Elias diventava una presenza fisica. Non c'erano cene eleganti, non c'erano salotti. Solo il silenzio interrotto dal ticchettio della pioggia. Quando la solitudine diventava insopportabile e le monete nel cassetto lo permettevano, Elias cercava calore nei vicoli di Whitechapel. Si perdeva tra le braccia di donne dagli occhi spenti e l'alito pesante di gin, per poi fuggire via all'alba, tormentato dal disgusto per se stesso, mentre la nebbia inghiottiva i suoi peccati e le sue speranze.
Il plenilunio di quel marzo 1888 non portava luce, ma proiettava ombre lunghe e contorte sui ciottoli lucidi di pioggia.
Quella sera, quando qualcuno bussò e Elias aprì la porta, il fiato gli si mozzò in gola.
Davanti a lui stava una ragazza. Il suo nome era Eleanor Vance. Non apparteneva a quel mondo di fuliggine. Era avvolta in un mantello di velluto blu notte, i cui bordi di pelliccia incorniciavano un volto di una bellezza quasi spettrale: grandi occhi color ardesia, labbra sottili e una pelle così diafana da sembrare porcellana sotto la luce della luna. I suoi capelli, scuri come l'inchiostro, sfuggivano al cappuccio in riccioli ribelli.
"Dottor Thorne? Vi prego," esclamò con una voce che vibrava come una corda di violoncello. "Mio padre... sta molto male. Dovete venire subito".
Lui si sentì goffo, conscio della sua camicia lercia e della barba incolta. Il padre della ragazza era Tobias Vance, il leggendario "Magnate del Cotone" di Belgravia, un uomo che avrebbe potuto comprare l'intero quartiere di Elias per poi raderlo al suolo senza rimpianti.
Un dubbio gelido si insinuò nella mente del medico: Perché io? Perché una carrozza ha attraversato mezza Londra per cercare un oscuro medico di Pennyfields, ignorando i luminari che risiedono a pochi passi dalla loro villa di Eaton Square?
Ma lo sguardo di Eleanor, un misto di terrore ancestrale e una strana, indecifrabile urgenza, mise a tacere ogni logica. La prospettiva di entrare in quel mondo dorato, unita al fascino magnetico della fanciulla, agì su di lui come un oppiaceo.
Elias afferrò la sua borsa di cuoio consumata, contenente i pochi ferri e le tinture di laudano, e la seguì. Una carrozza nera, priva di stemmi ma dalle finiture impeccabili, attendeva nell'ombra.
Mentre i cavalli scalpitavano, Elias notò che il cocchiere rimaneva immobile, il volto nascosto dal bavero alto del cappotto e dal cappello a cilindro calato sugli occhi. Non disse una parola. Eleanor lo aiutò a salire e, non appena la porta si chiuse con un clic metallico, il veicolo scattò in avanti.
All'interno, l'odore di polvere e profumo di violetta era quasi soffocante. Elias guardava Eleanor, seduta di fronte a lui: nella semioscurità della carrozza, i tratti della ragazza sembravano mutare, diventando più affilati, quasi predatori.
Il viaggio attraverso la città deserta sembrava eterno. Mentre la carrozza si allontanava dai bassifondi diretta verso l'elegante West End, l'aria diventava più fredda.
Il veicolo si arrestò davanti a un'imponente dimora in Eaton Square. La facciata di pietra chiara, pallida sotto la luna come un osso lavato, svettava dietro un'alta cancellata di ferro battuto. Nonostante la nobiltà del quartiere, la casa trasmetteva un senso di isolamento claustrofobico: le pesanti tende di velluto erano tirate ovunque, impedendo a ogni raggio di luce di filtrare verso l'esterno.
Elias seguì Eleanor attraverso un atrio vasto e silenzioso, dove i suoi passi risuonavano con un'eco indiscreta sul marmo. L'aria sapeva di incenso e di qualcosa di dolciastro che la mente medica di Elias non riuscì a classificare subito. Salirono uno scalone monumentale, sorvegliato da ritratti di antenati dagli sguardi severi, fino a giungere alla camera padronale.
Il signor Tobias Vance giaceva in un letto a baldacchino così vasto da farlo sembrare ancora più piccolo e fragile. Era un uomo sulla sessantina, dal volto scavato e la barba grigia, ben curata ma ora spettinata dal sudore. La sua pelle era di un grigiore cereo, e il respiro usciva dalle sue labbra in brevi sospiri affannosi.
Elias sentì il cuore martellargli contro le costole. È la tua occasione, si ripeté, cercando di stabilizzare le dita lunghe e tremanti. Si chinò sul magnate, sentendo lo sguardo ardente di Eleanor fisso sulla sua schiena.
Eseguì ogni manovra con una meticolosità maniacale: auscultò il torace con lo stetoscopio, cercando soffi o rantoli. Controllò le pupille, la lingua, il battito ritmico ma debole ai polsi. Tastò l'addome alla ricerca di anomalie.
Eppure, più procedeva, più il suo sconcerto cresceva. Non c'era febbre. Non c'erano segni di infezione o di cedimento d'organo. L'uomo sembrava svuotato, come una lampada a cui fosse stato rimosso l'olio. Era la prostrazione di chi ha camminato per miglia sotto il sole cocente, o di chi ha lottato fisicamente contro una forza soverchiante.
"Signorina," disse Elias, raddrizzandosi e asciugandosi il sudore dalla fronte con un fazzoletto logoro. "Vostro padre... è sano. I suoi polmoni sono liberi, il cuore è integro. È soltanto vittima di un esaurimento fisico di estrema gravità. Sembra che abbia profuso ogni briciolo di energia in uno sforzo inaudito. Ha solo bisogno di riposo assoluto".
Compilò una ricetta per un tonico a base di china e ferro, raccomandando il buio e la quiete. Eleanor Vance emise un sospiro che parve un gemito di sollievo. Si avvicinò a lui e, in un impeto che infrangeva ogni etichetta vittoriana, prese le mani del medico tra le sue. Il contatto bruciò Elias come fuoco. Per un istante, il giovane medico fissò quegli occhi grigi e si sentì smarrito, quasi risucchiato.
Lei lo pagò con una borsa di seta contenente più ghinee di quante Elias ne vedesse in un mese di lavoro a Pennyfields.
Il viaggio di ritorno fu un sogno febbrile. Giunto nella sua misera stanza sopra lo studio, Elias non riuscì a togliersi di dosso l'eccitazione. Si spogliò, ma non entrò nel letto. Camminava avanti e indietro, lo spazio troppo stretto per la sua agitazione. Il calore delle mani di Eleanor sembrava essere rimasto impresso sulla sua pelle come un marchio ardente.
Guardava la borsa con le monete sul tavolo, poi scrutava fuori dalla finestra la nebbia che ricominciava a salire dal Tamigi. Sentiva di aver varcato una soglia, ma una parte del suo istinto, quella nata tra le campagne del Surrey, sussurrava che in quella casa che aveva visitato l'unica cosa "sana" era stata la sua diagnosi, mentre tutto il resto, a partire dalla vitalità prosciugata di Tobias Vance, nascondeva un orrore che la medicina non poteva spiegare (...)

Enzo Sopegno
Biblioteca
Acquista
Preferenze
Recensione
Contatto