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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Non ho mai fatto rumore
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Ho scritto questo libro perché per gran parte della mia vita non ho fatto rumore. Sono stata una bambina silenziosa, una ragazza composta, una donna che ha imparato a sopravvivere senza disturbare, come se occupare spazio fosse una colpa, come se esistere pienamente potesse rompere qualcosa. Ho dormito per non pesare, ho sorriso per non creare problemi, ho scelto uomini che non mi avrebbero chiesto troppo. Ho avuto paura del desiderio e dell'abbandono. Ho avuto attacchi di panico in posti nei quali nessuno se ne accorgeva, e mi sono rialzata fingendo che non fosse successo niente. Ho passato anni a ricostruirmi. Questo libro è la storia di una donna che ha finalmente capito. Ha capito che gli imprinting iniziali non si cancellano come una frase scritta con il gesso: restano. Si depositano sul fondo, diventando riflessi e voce interiore, trasformandosi nelle scelte che pensiamo di fare liberamente. Ma questi imprinting si possono guardare e, soprattutto, possono essere compresi. Arrivando col tempo, con fatica e con una certa dose di coraggio, a scegliere di non esserne governati. Scrivo queste pagine per la bambina che ero, per la ragazza che non si sentiva mai abbastanza adeguata e per la donna che ha speso anni a ricostruire ciò che si era incrinato in silenzio, spesso senza che lei nemmeno lo sapesse. Scrivo perché forse qualcun'altra si riconoscerà in queste pagine. E spero capirà in questo che non è sola.
Non ho mai fatto rumore. Ora, invece, non ho più paura di farlo.
L La bambina che non faceva rumore 1967-1979 Non si nasce silenziose: si impara a diventarlo. E a volte lo si fa per restare. Arrivata a storia già scritta Mia madre aveva diciotto anni quando si è sposata. Era giovane, con gli occhi pieni di futuro e le mani ancora inesperte della fatica, una di quelle ragazze che entrano nella vita adulta con una fiducia naturale, senza sapere ancora quanto le cose possano cambiare. Si sposò con quello slancio tipico di chi crede che l'amore sia sufficiente a far andare bene tutto. E forse, in quel momento, lo era davvero. Per sette anni aspettano un figlio. Sette anni fatti di mesi che si assomigliano, nei quali ogni attesa si rinnova e poi si chiude in silenzio, lasciando spazio a quella capacità tutta umana di ricominciare senza fermarsi troppo a guardare indietro. Poi arriva lui, il primo figlio: desiderato, atteso, accolto con quella gioia piena che riempie una casa e dà un ritmo nuovo a tutto. Dieci mesi dopo, mia madre scopre di essere di nuovo incinta, senza averlo previsto. È semplicemente la vita che si muove secondo un suo tempo. E quella volta, ero io. Non credo di essere stata rifiutata, e non è questa la storia. Sono solo arrivata in un tempo già avviato. C'era un bambino piccolo che stava iniziando a scoprire il mondo, in una quotidianità che aveva già trovato un suo equilibrio. Ed è lì che mi sono inserita io, dentro qualcosa che esisteva già. Ci sono diciannove mesi tra me e mio fratello: sufficientemente pochi per condividere molto e per crescere affiancati. Fin da subito ho imparato quella vicinanza, quel movimento a due che non si spiega ma si vive. Il mio posto non era quindi da costruire da zero, c'era solo da abitarlo.
Quando penso alla mia nascita, non vedo freddezza, quanto più fretta. Una madre giovane, due bambini piccoli, una vita piena che chiedeva presenza su più fronti. Vedo movimento, adattamento, tentativi continui di tenere tutto insieme. Venire al mondo così insegna qualcosa di sottile. Qualcosa che non può essere formulato o espresso a parole, ma che si deposita presto, a un livello più profondo. Il sistema nervoso di un neonato non sa interpretare, ma è bravo ad adattarsi. Percepisce, coglie il ritmo, la disponibilità, gli spazi. E si regola di conseguenza. Se lo spazio non è chiaramente libero, non lo occupa. Se l'attenzione è altrove, non la richiama. Se il rumore non trova risposta, si abbassa. Non è una scelta, bensì un apprendimento silenzioso. Una forma di intelligenza primaria, che permette di stare dentro a ciò che c'è senza creare attrito. Così si impara, molto presto, a muoversi con misura, a entrare piano, a non disturbare l'equilibrio già esistente. Non è rinuncia, ma adattamento. E quell'adattamento, col tempo, diventa un modo di stare al mondo.
La bambina silenziosa Se non fai rumore, resti. Da bambina dormivo molto, quasi sempre, con una facilità che agli altri, vista da fuori, sembrava un dono. Non piangevo quasi mai, non mi svegliavo nemmeno per mangiare. E così era mia madre a decidere quando nutrirmi; come se il bisogno non partisse da dentro, ma dovesse essere intercettato da qualcuno all'esterno. Inizialmente era il latte materno, poi quello artificiale: tutto diventava più semplice, più regolare. Io mangiavo, tornavo a dormire, e il mondo continuava senza il mio intervento. Raccontata così, sembra la storia di una bambina facile. Analizzata oggi, somiglia molto a un adattamento precoce. Un neonato legge l'ambiente, la qualità della presenza, la continuità delle risposte. Se il segnale non arriva, si attenua. Se il bisogno non trova ritmo, si riorganizza. Non scompare mai: cambia solo forma. E nel mio, di caso, ha preso la forma del silenzio. Un modo semplice ed elementare per ridurre la richiesta e mantenere equilibrio. Non ho memoria di quei mesi, eppure c'è qualcosa che riconosco quando me li raccontano. Una familiarità precisa, quasi fisica, come se ti trovassi a guardare una fotografia dimenticata e scoprissi che il modo in cui stai in quella determinata immagine è lo stesso che hai ancora oggi. Crescendo poi, quella regolazione ha preso altre forme. A scuola ero brava, composta, presente senza richiedere attenzione. Gli insegnanti mi descrivevano come tranquilla. Invisibile nel modo giusto. Non cercavo approvazione, non la rincorrevo: semplicemente facevo quello che dovevo fare. Ero stabilità, ordine, silenzio. Le emozioni che vivevo erano intere, vive. Il problema è che restavano dentro, come se una parte di me si adattasse, mentre l'altra continuava a rimanere al riparo. Era la mia prima lezione: Il silenzio tiene in equilibrio. Quella bambina da brava diventò una ragazza solitaria, incostante, difficile da trattenere: capace di esserci, ma anche di sottrarsi. Non ero mai quella che chiedeva, nemmeno quando sarebbe stato naturale farlo. Il bisogno restava dentro, e lì, imparava a bastare. È così che quel silenzio, quella misura, quella discrezione precoce, sono caratteristiche che mi hanno seguita per anni, come un filo invisibile, manifestandosi in diversi comportamenti: osservare prima di entrare, muoversi piano in uno spazio già pieno, capire il ritmo degli altri, costruire autonomia dentro di sé. Un'altra lezione si era stampata dentro di me: Stare al mondo senza disturbare può diventare forza.
I ricordi sfocati Quando provo a tornare indietro con la memoria, a prima dei dodici anni, trovo qualcosa di strano. Non il buio totale, non l'assenza, ma qualcosa di più sottile e più difficile da descrivere. Vedo immagini senza profondità, come fotografie scattate con una macchina che non era in grado di mettere a fuoco a dovere. Luce che entra da una finestra, un corridoio, una stanza. Scene brevi, senza suono, senza il peso emotivo che i ricordi di solito portano con sé. I dettagli sono pochi, come se qualcuno avesse passato una mano sopra la pellicola della mia infanzia sfumandone i contorni, togliendo contrasto, abbassando il volume fino quasi ad azzerarlo. So solo che i miei ricordi hanno la consistenza di una fotografia lasciata troppo tempo al sole: le forme si distinguono ancora, ma i colori sono sbiaditi e certi volti hanno perso i lineamenti nel modo in cui li perdono i sogni quando ci si sveglia e si cerca di trattenerli. Non c'è dolore evidente in quelle immagini, ed è forse questa la cosa più strana. Non c'è gioia intensa, non c'è la luminosità che i bambini felici portano nei loro ricordi. C'è una calma piatta, quasi ovattata, quella di chi guarda il mondo attraverso un vetro leggermente appannato che non impedisce di vedere ma toglie qualcosa alla nitidezza, alla presenza, alla sensazione di esserci davvero. Ho letto che la memoria a volte fa questo, che quando qualcosa è troppo da reggere, la mente impara a non portarlo nitidamente, a conservarlo in una forma più gestibile, meno tagliente. Non so se sia questo che è successo a me. So solo che ho imparato a stare nell'incertezza senza doverla risolvere a tutti i costi. A dodici anni poi qualcosa cambia. I contorni si fanno netti, le immagini si fissano, le sensazioni restano e fanno male in modo nuovo, come quando gli occhi si adattano al buio e improvvisamente vedono cose che prima preferivano non vedere. Il silenzio cambia significato: prima era adattamento, il mio modo naturale di stare al mondo senza disturbare. Dopo si trasforma in difesa, in qualcosa che costruisci consapevolmente, che mantieni con cura. Inizialmente era inconsapevole, poi diventa una scelta. E le scelte, anche quelle necessarie, anche quelle giuste, portano sempre un peso con sé.
Gli occhi tristi Non ricordo bene la bambina che ero. Ho quei frammenti sfocati di cui ho già parlato, quelle immagini senza profondità che non si lasciano afferrare del tutto. Ma ho bene in mente quella frase, con una nitidezza che contrasta con tutto il resto, come se la memoria avesse deciso di conservare proprio questo, fra tutti i momenti possibili. Ero alle prime uscite serali, quella fase in cui il mondo si allarga improvvisamente e non sai ancora bene come starci dentro. Le prime serate fuori, i primi locali. Uscivo con le amiche, imparavo i codici di un mondo che non conoscevo, cercavo di capire come ci si muoveva in quegli spazi senza mostrare che in realtà non sapevo come farlo. Un ragazzo mi osservò per qualche secondo di troppo, abbastanza da provocare quella piccola tensione che si crea quando qualcuno ti guarda con intenzione. Poi disse, con una semplicità quasi disarmante, come se stesse facendo un'osservazione meteorologica: “Saresti bella, ma hai gli occhi tristi”. Non mi offesi. Non mi arrabbiai. Semplicemente rimasi sorpresa, in quel modo particolare che arriva quando qualcuno ti descrive con una precisione inaspettata e per un momento non sai se sentirti vista o esposta. Non sapevo di avere gli occhi tristi. Nessuno me lo aveva mai detto, forse perché nessuno aveva guardato abbastanza a lungo o in profondità da notarlo, o forse perché io avevo imparato così bene a presentare una superficie liscia e composta da aver finito per non vedermi nemmeno io. Quella frase mi rimase addosso per giorni, poi per settimane, poi in modo meno acuto ma più permanente. Non come un giudizio ma come fosse stata una rivelazione, come se qualcuno avesse acceso una luce su qualcosa che esisteva da sempre ma che io non avevo mai messo a fuoco, qualcosa che evidentemente si vedeva dall'esterno meglio di quanto io stessa potessi percepire dall'interno. Forse la bambina che dormiva per non pesare, che non piangeva quasi mai, che si autoregolava con quella precisione che gli adulti trovavano rassicurante, non era solo tranquilla. Forse era già un po' triste, di quella tristezza silenziosa che non chiede aiuto e non fa scenate, che si siede composta e aspetta che passi. Una tristezza educata, discreta, così integrata nel modo di stare al mondo da sembrare carattere anziché dolore. Da quel momento ho iniziato a capire che forse c'era una storia, sotto. Che forse il silenzio non era solo un tratto della mia personalità, ma qualcosa che si era formato nel tempo, per ragioni precise, e soprattutto in risposta a qualcosa. Non era dunque carattere, come pensavo, ma sopravvivenza. In quel momento, guardandomi riflessa in quello sguardo inaspettato, compresi che non ero invisibile agli altri: ero invisibile a me stessa. Nessuno si era mai fermato abbastanza a lungo da rimandarmi l'immagine di quello che stavo vivendo dentro. Così avevo smesso di cercare quel riconoscimento. O forse non l'avevo mai cercato davvero, perché per farlo avrei dovuto credere di meritarlo. E io, questo, non l'avevo mai creduto. |
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