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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Il custode dei Martiri D'Otranto
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Le indagini del Professor Cosimo De Giorgi. Nel luglio del 1480 il mare d'Oriente posò sul canale d'Otranto un vento caldo e ferrigno. All'orizzonte, le vele nere della flotta ottomana si disposero come un sipario: dietro, gli ordini di Gedik Ahmet Pascià; davanti, una città appoggiata alle mura e alla Cattedrale. I portoni si chiusero, i bambini scesero sotto le volte, le campane suonarono finché la pietra non cominciò a cedere al colpo delle bombarde. Il primo assalto fu un urlo; il secondo, una pazienza feroce. Otranto resistette finché poté. Cadute le difese, la città si raccolse nella sua spina dorsale: la Cattedrale, dove il mosaico di Pantaleone — alfabeto di animali, re, alberi e mostri — brillava di polvere come un cielo capovolto. Lì, secondo la memoria che non mente anche quando piange, si chiese una scelta di appartenenza, non di parole. Sul colle allora detto della Minerva — roccia chiara e vento — accadde ciò che i cronisti ridussero a numeri e nomi e che il popolo fissò in un'immagine: un anziano, Antonio detto Primaldo, che si alza per primo e dice che la fede non si negozia. Poi una processione di corpi e sguardi: ottocentotredici, secondo la tradizione, consegnati alla lama non per cercare la morte, ma per non perdere la propria vita. Il sangue entrò nella terra, e la terra lo tenne. La storia poi fece il suo mestiere: passò. Gli ottomani ripresero il mare, i regni cambiarono stemmi, i portolani aggiornarono le rotte. Otranto rimase con la sua Cattedrale e con quel colle che non fu più della dea, ma dei Martiri. Le ossa, disposte a memoria nella cripta, non per spaventare: per ricordare una dignità. Ogni agosto, quando la tramontana ripulisce il cielo e l'Adriatico si fa una lastra, la città tornò a salutarli come si fa con un parente che ha sofferto per tutti. Attorno alla memoria gli uomini alzano mercati e processioni; mescolano affetto e abitudine, devozione e teatro. È umano: vogliamo segni da toccare. Così, col tempo, tra il colle e la Cattedrale si addensarono racconti, ex voto e sussurri: «Ogni cento anni lo spirito del pascià torna a reclamare un'anima». Non importa chi l'abbia detto per primo: una frase così trova sempre orecchie che la vogliono. Questo racconto comincia trecentonovantanove anni dopo quel sangue. È agosto 1880. Otranto si veste a festa: luci, ottoni, pavimenti lucidi. Le donne tirano fuori le tovaglie buone; i ragazzi si mettono in punta di piedi per vedere meglio i reliquiari; gli uomini parlano piano d'affari tra una devozione e l'altra. Sotto la navata, il mosaico continua a sembrare una mappa che nessuno ha finito di leggere. In cripta, le teche brillano di ombra e candele. Non è la fede a creare i mostri: è l'uso che se ne fa quando si cercano scorciatoie. In ogni città di pietra ci sono mani che vogliono spostare una luce, piegare una voce, indirizzare un'offerta; e ci sono occhi che vorrebbero vedere senza farsi vedere: studiosi, artigiani, poveri che non vogliono essere presi in giro. La vicenda che segue nasce dall'urto fra questi sguardi: chi costruisce illusioni e chi le smonta. Quando, nella vigilia della grande festa, il custode del reliquiario viene trovato senza vita nella cripta, la frase antica torna a galleggiare come un tappo sul mare: «Il pascià ha ripreso il suo». È una risposta facile, dunque pericolosa. La memoria dei Martiri non ha bisogno di scorciatoie per splendere: è l'ombra degli uomini che teme la luce. Qui entrerà uno sguardo di scienza: non per desacralizzare, ma per liberare la devozione dall'inganno. Il colle della Minerva resta sullo sfondo come una stella polare: non si muove, e proprio per questo orienta. A esso si misurerà la distanza tra verità e messa in scena. Se il 1480 ha insegnato qualcosa, è che ci sono confini che non si barattano: non si vende la coscienza per un pezzo di terra, non si compra il silenzio con una lacrima finta. Le pietre ricordano; le storie, quando sono buone, le aiutano a parlare.
La vigilia delle ossa
13 agosto 1880, pomeriggio e sera — Borgagne, masseria Coppola e strada verso Otranto
La prima incrinatura non la vidi a Otranto, né sotto le volte della Cattedrale, né accanto alle teche dei Martiri. La vidi a Borgagne, nella corte chiara della masseria Coppola, nel modo in cui Don Carlo smise di sorridere mentre ancora fingeva di farlo. A quell'ora il sole aveva già battuto sulle pietre per tutto il giorno e ogni cosa sembrava trattenere calore: il pozzo, i gradini, le mangiatoie, perfino i limoni allineati sul basso muro dell'orto. Le cicale raspavano l'aria con un'accanita indifferenza, e dalla cucina arrivava un odore di pomodoro cotto piano, vino leggero e tovaglie asciugate troppo in fretta. La masseria aveva quella compostezza di certe case padronali del nostro Salento che paiono offrire riparo e, nello stesso tempo, ricordare a chi entra che ogni gentilezza ha il suo limite, ogni sedia il suo posto, ogni parola la sua misura. Io avevo ventiquattro anni e una fiducia quasi offensiva nella mia capacità di capire il mondo, purché me lo si lasciasse osservare da vicino. Ero arrivato fin lì al seguito di De Giorgi con l'animo di chi accompagna un uomo illustre e spera, senza confessarlo neppure a sé stesso, che una parte di quella luce cada anche su di lui. Lavoravo volentieri, ascoltavo, prendevo nota, facevo domande più del necessario. Credevo che il metodo consistesse soprattutto nel raccogliere dati. Non avevo ancora imparato che esiste una differenza decisiva tra guardare e vedere, e che talvolta il particolare importante non è quello che sporge, ma quello che tutti, d'accordo, si affrettano a ricoprire. De Giorgi sedeva di fronte a me, sotto il pergolato che gettava una trama irregolare di ombre sulla tavola. Aveva il cappello posato accanto al piatto, le mani calme, gli occhi vigili senza ostentazione. In lui mi colpiva sempre la medesima cosa: l'assenza di fretta. Non era lentezza, né pigrizia, né posa. Era un modo di concedere agli uomini il tempo di tradirsi da soli. Don Carlo Coppola ci ospitava da due giorni. Era un uomo di terra e di riguardo, colto quel tanto che basta per tenere una conversazione alta con un medico e abbastanza prudente da non farsi mai sorprendere da una convinzione troppo netta. Portava bene i suoi quarant'anni avanzati, aveva mani curate e un viso che si apriva volentieri all'affabilità, salvo richiudersi di colpo quando il discorso toccava denaro, Curia o parentele compromettenti. Accanto a lui, Donna Teresa governava la tavola e il silenzio con una precisione più sottile. Diceva poco, ma quel poco restava. «Domani Otranto non si riconoscerà più,» stava dicendo Don Carlo, facendo ruotare appena il bicchiere tra due dita. «Arrivano fedeli da ogni parte. Da Lecce, da Maglie, persino da più su. Il quattrocentesimo non capita due volte.» «Per certi uomini capita ogni volta che c'è da farsi vedere,» osservò Donna Teresa, senza alzare la voce. Coppola le rivolse un'occhiata rapida, quasi infastidita dalla precisione della frase. «Mia cognata ha un talento naturale per peggiorare la reputazione del prossimo.» «No, Don Carlo. Ho soltanto l'abitudine di guardare dove vanno gli occhi della gente. E in questi giorni, più che alle ossa dei Martiri, molti guardano alle cassette delle offerte.» Io sorrisi, per cortesia più che per convinzione. De Giorgi, invece, posò il tovagliolo accanto al piatto e chiese con quella sua urbanità che sembrava lasciare sempre all'altro il merito dell'argomento: «Le offerte sono così considerevoli?» Coppola fece un gesto breve, evasivo. «Nei giorni grandi, sì. Ma sa come vanno queste cose. Entrano denaro, candele, promesse, ex voto, e insieme entrano pretese, gelosie, contabilità d'occasione. Dove c'è devozione, spesso c'è anche amministrazione.» «Che è una parola meno poetica,» disse Donna Teresa. «Ma quasi sempre più utile,» replicò De Giorgi. Fu allora che un servo, attraversando la corte con una cesta di fichi appena colti, s'intromise con l'imprudenza di chi parla perché crede che i signori non stiano davvero ascoltando. «Quest'anno ci sarà pure la paura, eccellenza.» Coppola si voltò di scatto. «Nino, fa' il tuo mestiere.» Il ragazzo abbassò il capo, ma ormai la frase era uscita e restava lì, sulla tavola, come una posata fuori posto. «Quale paura?» domandai io, troppo in fretta. Don Carlo mi rivolse uno sguardo cortese, ma già correttivo, come si fa con i giovani che scambiano l'occasione per il diritto. «Le solite storie. Ogni festa importante se ne porta dietro qualcuna.» «Non sono sempre le stesse,» disse piano Donna Teresa. «Cambiano i nomi, resta l'uso.» De Giorgi appoggiò il gomito alla sedia, non al tavolo, e inclinò appena il capo verso la donna. «E quest'anno quale nome circola?» Coppola emise una piccola risata che non divertì nessuno. «Uno sciocco ritorno al 1480. Qualcuno ha rimesso in giro la storia di Gedit Ame... di quell'ufficiale turco che il popolo si ostina a trasformare in spettro ogni volta che vuole spiegare l'inquietudine senza scomodare gli uomini.» «È comodo,» mormorò Donna Teresa. «I morti antichi risparmiano fatica ai vivi.» Io mi sporsi in avanti. Avevo sentito racconti di quel genere sin da ragazzo, ma mai mi erano parsi così vicini, così interessatamente lucidati per l'occasione. Fuori, nelle campagne, il passato resisteva sotto forma di nomi, rovine, paure trasmesse la sera davanti all'uscio. A Otranto, capii in quel momento, esso poteva diventare anche una moneta. «La gente ci crede davvero?» chiesi. «La gente crede a ciò che le consente di continuare la giornata,» disse De Giorgi. «Talvolta per fede. Più spesso per sollievo.» Don Carlo bevve un sorso, poi mutò leggermente tono, come un uomo che si accorge d'avere concesso già troppo. «In ogni caso, domani in città ci sarà una gran confusione. Se desiderate vedere la cappella dei Martiri con un poco d'ordine, conviene entrare stasera. O domattina molto presto.» «Chi ne ha la custodia?» domandò De Giorgi. «Don Sebastiano Rizzo. Un prete serio. Più archivio che pulpito, se mi permette la definizione.» «Me la permetto volentieri.» «Non è uomo di clamore. Tiene alle reliquie come si tiene a una responsabilità e non a un privilegio. Il che, da queste parti, non è poco.» «E tiene anche ai conti?» domandò Donna Teresa, quasi fra sé. Coppola le rivolse di nuovo quello sguardo insofferente di chi teme più la precisione domestica dello scandalo pubblico. «Teresa.» Lei non aggiunse nulla. Ma io vidi De Giorgi registrare il piccolo attrito con una cura che allora mi sfuggì. Credevo che stesse seguendo il tema della superstizione; solo dopo compresi che l'interessavano molto di più i punti in cui il discorso aveva fatto resistenza. La paura, in fondo, si annuncia da sé. Il denaro ha bisogno d'essere difeso. Il pranzo si concluse con frutta fresca e un caffè forte che Donna Teresa volle servirci all'interno, nel salotto affacciato sulla corte. Le imposte socchiuse lasciavano passare lame di luce bianca, così nette da pareggiare quasi il buio della stanza. Sul comò, tra un orologio fermo e un ventaglio chiuso, c'era un piccolo cofanetto d'argento annerito. De Giorgi vi posò sopra gli occhi un momento, senza chiedere nulla. Io lo imitai, più per abitudine che per vera curiosità. «Vi fermerete a Otranto per la notte?» domandò Coppola. «È probabile,» rispose De Giorgi. «Allora farò preparare il calesse. Conviene partire prima che l'aria si faccia del tutto irrespirabile sulla strada.» «L'aria non è mai soltanto aria,» disse Donna Teresa. Coppola sospirò. «Mia cognata ha deciso di parlarvi per enigmi, professore.» «Non mi dispiacciono, quando nascono dall'esperienza.» La donna guardò prima lui, poi me. Aveva occhi lucidi e fermi, di quelli che non indulgono alla propria malinconia ma nemmeno la nascondono. «Otranto, alla vigilia, non ama essere guardata troppo da vicino,» disse. «La città si raccoglie, sì. Però si tende anche. E quando una città si tende, qualcuno finisce sempre per tirare il filo sbagliato.» Fu l'unico avvertimento esplicito che ricevemmo quel giorno. Il resto venne tutto da mezze frasi, esitazioni, nomi pronunciati piano. Poco prima di partire scesi nella corte. L'ombra del pergolato si era allungata; due cani dormivano immobili vicino alla cisterna; dal fondo della stalla veniva un odore netto di paglia pulita e bestie calme. Un carrettiere stava legando una cassa coperta da tela cerata. Sulla tela, rovesciato, c'era scritto a gesso: candele. «Per Otranto?» gli chiesi. L'uomo annuì senza smettere di tirare la corda. «Per la festa. Tutto va là oggi.» «Tutto?» Si strinse nelle spalle. «Quello che si vede. Il resto ci va sempre.» Stavo per chiedergli che cosa intendesse, quando sentii alle mie spalle la voce di De Giorgi. «Antonio.» Mi voltai subito. Non alzava quasi mai il tono, eppure riusciva sempre a farsi ascoltare come se avesse toccato un punto esatto del corpo, non solo dell'orecchio. «Sì, professore.» «Non interrogare chi ha imparato da troppo tempo a rispondere per allusioni. O finirai col credere profonde le cose confuse.» Arrossii, e lui lo vide. Ma non insistette. Aveva il bastone leggero in mano, non per bisogno, piuttosto come prolungamento del passo. Mi accorsi che guardava non il carrettiere, bensì le casse accatastate accanto all'arco d'uscita: candele, vino, stoffe, due piccoli leggii, persino una cassetta ferrata con lucchetto. «Anche quella va a Otranto?» chiese. Il carrettiere esitò appena. «Sì, signore.» «Per la Cattedrale?» «Io porto dove mi dicono.» De Giorgi annuì, come se bastasse. Partimmo che il sole aveva appena cominciato a cedere. Lasciarsi alle spalle la masseria significò entrare in una luce diversa, più obliqua e insieme più spietata, che scavava i muretti a secco e faceva parere ogni ulivo meno albero che memoria contorta della terra. La strada verso Otranto correva tra campi asciutti, vigne basse, fichi d'India e tratti improvvisi in cui il mare, ancora lontano, si annunciava con un riflesso bianco oltre la linea del terreno. A ogni svolta incontravamo gente diretta nella nostra stessa direzione: donne col fazzoletto serrato sotto il mento, uomini in giacca chiara nonostante il caldo, ragazzi scalzi che portavano ceri avvolti in carta oleata, un venditore ambulante con una tavola di medagliette e rosari appesa al petto. Per un tratto tacemmo. Il calesse sobbalzava quel tanto che basta a imporre prudenza alle frasi. Io avevo sempre amato i viaggi brevi della nostra provincia: la loro misura, il fatto che nessuna distanza fosse abbastanza grande da cancellare il rapporto tra i luoghi. Qui una contrada parlava dell'altra; un vigneto conservava il riflesso di una chiesa; un porto rimandava a un fondo agricolo come due stanze della stessa casa. Era una terra fatta di passaggi più che di confini. Forse proprio per questo i segreti vi camminavano così bene. «A che pensa?» mi chiese De Giorgi, senza guardarmi. La domanda mi colse di sorpresa. «Alla leggenda, forse.» «Forse?» «Alla velocità con cui certe storie tornano a galla. E al fatto che tornino proprio ora.» «Questo è già meglio.» «Crede anche lei che qualcuno le rimetta in circolo per utilità?» «Io non credo mai “anche”. O credo da me, o non credo affatto.» Tacqui. Era una risposta asciutta, ma non crudele. Dopo un momento, lui stesso aggiunse: |
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