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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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L'uomo che piaceva a tutte
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Un uomo che non disturba.
Quando le porte dell'ascensore si aprirono, Saverio Mita fece un passo indietro benché fosse arrivato per primo. Una donna con una cartellina azzurra sotto il braccio entrò senza guardarlo. Dietro di lei si infilarono due uomini dell'ufficio tecnico che parlavano di una perdita d'acqua in periferia e avevano ancora sulle scarpe la polvere chiara del cantiere. Uno dei due sfiorò Saverio con il gomito, lo costrinse quasi contro il muro e disse «Scusa» con quella fretta che non aspetta risposta. Saverio sorrise lo stesso, un sorriso breve, già rientrato, e accennò con la mano come per dire prego, fate pure. Le porte si richiusero. Restò solo nel corridoio con il neon che tremava sopra la testa e il riflesso opaco delle piastrelle sotto i piedi. Sentì l'ascensore salire piano, fermarsi al primo piano, poi più in alto. Solo allora si avviò verso le scale, con la cartella stretta al petto e il passo leggero di chi entra ogni volta in un posto già occupato dagli altri. Non era una forma di bontà. Nemmeno di pazienza. Era una maniera del corpo. Col tempo aveva imparato a spostarsi prima che glielo chiedessero, ad abbassare il volume della voce prima ancora di parlare, a lasciare spazio. Questo gli dava l'impressione di evitare attriti, piccole seccature, facce insofferenti. In cambio otteneva una cosa modesta ma sicura: non disturbare nessuno. Quella mattina era uscito di casa alle sette e venti, dopo aver passato il panno umido sul tavolo della cucina benché fosse già pulito. Nell'appartamento dei genitori ogni gesto produceva ancora un'eco di uso corretto: le sedie rientrate sotto il tavolo, i piatti messi a scolare nello stesso ordine, le due tazzine migliori lasciate in alto, dietro il vetro, per occasioni che non arrivavano mai. Saverio viveva lì da anni come un ospite che avesse finito per imparare le abitudini dei proprietari. Apriva le imposte senza rumore, richiudeva i cassetti con due dita, teneva le camicie appese con un dito esatto di distanza fra l'una e l'altra. Anche i medicinali nel bagno stavano in fila parallela, scatola accanto a scatola, come se l'ordine potesse impedire ai giorni di marcire. Prima di uscire aveva controllato il gas, le finestre, la luce del ripostiglio. Si era fermato un momento davanti allo specchio dell'ingresso, non per guardarsi davvero ma per verificare un dettaglio: il nodo della cravatta corto, un'ombra di barba lungo il mento, un pelo delle sopracciglia fuori posto. Magro lo era sempre stato, ma negli ultimi anni quella magrezza aveva preso qualcosa di rinunciatario. La faccia, con gli occhiali anonimi e la fronte già un poco scoperta, sembrava chiedere scusa prima ancora di dire buongiorno. Sul pianerottolo aveva incontrato la signora dell'interno cinque che portava giù una busta dell'umido. «Va al Comune, signor Saverio?» «Sì, come sempre.» «Allora buona giornata.» «Anche a lei.» Era finita lì. La donna aveva continuato a scendere con il fiatone lieve di chi non si lascia mai sorprendere da niente, lui aveva aspettato che arrivasse al piano di sotto prima di chiudere la porta. Per non metterle fretta. Per non costringerla a farsi da parte. Al bar, poco dopo, il caffè gli era arrivato quando già due persone entrate dopo di lui stavano pagando. Il ragazzo dietro il banco gli aveva fatto un cenno col mento, come a ricordargli che lo aveva visto e non lo stava dimenticando. Saverio aveva risposto con un mezzo sorriso e si era messo vicino alla vetrina dei cornetti, dove l'odore di burro copriva quello più acre del detersivo appena passato sul pavimento. «Amaro o normale?» aveva chiesto il ragazzo, senza guardarlo. «Normale, grazie.» Aveva bevuto in piedi, col piattino in mano. Il caffè era troppo caldo. Guardando la schiuma sottile, si era visto riflesso per un attimo nel metallo della macchina: un volto sfocato, tirato in verticale dalla curvatura dell'acciaio. Poi il riflesso era sparito dietro il vapore. Fuori, la luce aveva già preso quella durezza bianca che in certi giorni del Salento arriva presto, anche quando l'aria resta fresca. Le saracinesche dei negozi si sollevavano una dopo l'altra. Un furgone del pane bloccava mezza strada. Davanti alla farmacia, due donne parlavano a distanza troppo ravvicinata perché una potesse davvero ascoltare l'altra. Saverio attraversò la piazza lungo il bordo, evitando il centro, come faceva sempre. Gli piaceva l'idea di camminare dove il passaggio lasciava meno traccia. Al secondo piano del municipio, l'ufficio protocollo e archivio aveva già l'odore della carta chiusa: cartone, toner, polvere trattenuta dentro i fascicoli. Saverio appoggiò la cartella sulla scrivania, si tolse la giacca, la sistemò sullo schienale con attenzione e accese il computer. Il monitor impiegò qualche secondo a svegliarsi; in quel tempo il vetro nero gli restituì un'altra volta il suo viso, ma più opaco, come se già appartenesse all'arredo. Nando Spedicato arrivò quasi subito, insieme al suo profumo troppo deciso e a una risata che si sentiva sempre un poco prima di lui. «Mita, sei già operativo. Tu dovresti insegnarci come si fa.» Saverio si voltò sulla sedia. «Buongiorno.» Nando si fermò davanti alla sua scrivania solo il tempo necessario a posare il telefono, prendere una penna che non era sua e controllarsi il colletto nella finestra spenta del computer. Portava una camicia chiara con due bottoni aperti e quella facilità addosso che ad alcuni uomini viene concessa senza sforzo: la voce già pronta, i denti visibili mentre parlano, il corpo convinto di meritare spazio. «Stamattina ci ammazzano,» disse. «C'è gente per il bando, due pratiche vecchie da chiudere e la De Pascalis che già mi ha scritto tre volte.» Saverio annuì. «Va bene.» «Va bene a te, che dici sempre va bene.» Nando rise di nuovo, ma senza cattiveria scoperta. Era il suo modo di stare al mondo: trasformare tutto in un piccolo spettacolo da tenere acceso. Aveva il dono di ricordare i nomi delle persone, i compleanni, i ristoranti dove si mangiava bene, le coppie che si erano lasciate, quelle che stavano per farlo. Saverio, vicino a lui, aveva la sensazione di scolorire ancora di più. Dall'altra parte dell'ufficio Claudia Resta stava già sfogliando un registro cartaceo, la penna infilata nei capelli e l'agenda aperta accanto alla tastiera. Sollevò gli occhi per un istante. «Buongiorno, Saverio.» «Buongiorno.» Con Claudia gli scambi erano quasi sempre brevi, ma avevano una precisione che lo metteva a disagio. Lei ascoltava davvero quando qualcuno parlava. Non interrompeva, non riempiva il silenzio per paura che si vedesse. Ogni tanto gli capitava di alzare gli occhi dalla scrivania e trovarla lì, intenta a guardarlo non con curiosità, neppure con pietà, ma con quel tipo di attenzione che gli sembrava già eccessiva. Distoglieva sempre lo sguardo per primo. La mattina passò tra timbri, firme, allegati mancanti, numeri di protocollo da recuperare. Saverio sapeva dove mettere le mani prima che glielo spiegassero. Ricordava cartelle vecchie di anni, cognomi sbiaditi, pratiche spostate da una stanza all'altra. Cercava senza rumore, trovava quasi sempre. Quando qualcuno si avvicinava alla sua scrivania, lui si tirava un poco indietro con la sedia, offrendo spazio anche lì, come se l'aria intorno al suo corpo potesse intralciare. «Mi ristampa questa, per favore?» «Sa dov'è finita la richiesta del signor Rizzo?» «Può controllare se manca il bollo?» «Mita, mi fai la cortesia?» Erano frasi che gli arrivavano addosso per tutta la giornata senza fermarsi mai davvero su di lui. Non gli dispiacevano. Le preferiva alle altre, alle battute troppo ampie, ai toni camerateschi che pretendevano una prontezza in cui non si riconosceva. Le richieste pratiche avevano un vantaggio: si poteva rispondere senza esporsi. Bastava trovare, consegnare, timbrare, correggere una data. Il corpo restava quasi fuori. Verso le undici entrò una signora anziana con un cappotto troppo pesante per la stagione. Cercava un certificato che le avevano detto di ritirare lì, ma aveva sbagliato sportello. Parlava forte, agitata, con quel rancore stanco di chi si sente respinto da tutte le porte. Nando stava al telefono, Claudia accompagnava un geometra alla stanza accanto. Saverio si alzò. «Mi faccia vedere, signora.» Lei gli allungò i fogli senza ringraziare. Lui li guardò, lesse il nome, l'ufficio, il riferimento scritto a penna sul margine. «Deve scendere al piano terra, seconda porta a sinistra.» «Ma lì mi hanno mandato qua.» «Lo so. Però il ritiro non è qui.» La donna lo fissò come se il disguido dipendesse dalla sua faccia. «E allora perché non scrivono le cose chiare?» Saverio aprì appena le mani. «Ha ragione.» La accompagnò fino al corridoio, le indicò l'ascensore, poi le scale, perché l'ascensore a quell'ora ci metteva sempre troppo. Quando rientrò, Nando stava raccontando qualcosa a Claudia e a un impiegato dell'anagrafe. Risero tutti e tre. Saverio tornò al suo posto senza chiedere di cosa si trattasse. A pranzo mangiò un panino in fondo all'archivio, accanto alla finestra stretta da cui si vedeva solo un pezzo di cielo e la parete posteriore del municipio. Teneva il tovagliolo aperto sulle ginocchia per non fare briciole. Mentre masticava, scorse sul telefono due notifiche senza importanza: il saldo della banca e un messaggio del gruppo di famiglia creato anni prima da sua sorella e rimasto quasi sempre deserto. Mirella aveva scritto soltanto: Ho lasciato le polpette in freezer. Mangiale, non fare il signore. Saverio lesse due volte, poi rimise il telefono sul tavolo metallico. Gli venne quasi da sorridere per quella formula, non fare il signore, che sua sorella usava ogni volta che intuiva in lui una forma di resistenza passiva, una cortesia diventata muro. Non rispose. Avrebbe potuto farlo più tardi. Mirella non si offendeva per i silenzi; li conosceva da troppo tempo. Nel primo pomeriggio l'ufficio si svuotò un poco. La luce prese una piega stanca, da persiane semichiuse e schermi accesi da troppe ore. Claudia si avvicinò alla sua scrivania con un fascicolo. «Questa pratica del '19, tu ricordi se era stata integrata?» Saverio allungò la mano, sfiorò il bordo del cartone. «Aspetti.» Si alzò, raggiunse l'armadio basso, aprì il secondo ripiano e tirò fuori una cartellina più sottile infilata dietro due faldoni blu. Non dovette nemmeno controllare l'etichetta. La posò accanto al fascicolo. «È qui.» Claudia lo guardò per un momento più lungo del necessario. «Tu ti ricordi tutto.» Saverio si strinse appena nelle spalle. «Solo le cose dell'ufficio.» «Be', meno male.» Lo disse senza ironia. Era quasi un complimento, ma lui non seppe dove metterlo. Restò in piedi con le mani sui bordi della scrivania, come se dovesse ancora giustificare qualcosa. Claudia tornò al suo posto. Saverio si sedette lentamente, avvertendo dentro quel quasi niente una specie di fastidio. Non il fastidio di essere sottovalutato. L'opposto. Quello di essere visto per un attimo e non sapere che farsene. Poco prima delle cinque Nando infilò il telefono in tasca, si spruzzò altro profumo sul collo e annunciò a mezza voce che la sera si sarebbe rivisto con «una che finalmente non fa la filosofa». Lo disse per tutti e per nessuno. Qualcuno rise. Qualcun altro gli chiese una foto. Saverio continuò a sistemare le pratiche del giorno in tre pile perfettamente allineate. «Mita, tu niente aperitivo?» buttò lì Nando già sulla porta. Saverio alzò lo sguardo. «No, grazie.» «Tu dici no grazie pure quando non ti si offre niente.» Questa volta rise soltanto Nando. Uscì subito dopo, lasciando nell'aria il suo odore troppo pulito. Claudia raccolse l'agenda, la borsa, le chiavi dell'auto. «Ciao, Saverio.» «Buona serata.» Sembrò voler aggiungere qualcosa, ma si limitò a un cenno con la testa. Quando la porta si richiuse, l'ufficio diventò improvvisamente più piccolo. Si sentivano la ventola del computer, un motorino in strada, lo scricchiolio dei tubi nel muro. Saverio rimase ancora dieci minuti per chiudere due registrazioni e raddrizzare una pila di cartelle che nessuno gli aveva chiesto di toccare. Tornò a casa a piedi, lungo strade già svuotate. Comprò un filone di pane e due fette di fesa di tacchino nella gastronomia sotto i portici. La ragazza al banco gli disse «Altro?» senza alzare gli occhi dal registratore. Lui disse di no. Sulla porta del palazzo si fermò a cercare le chiavi con eccesso di prudenza, per non farle tintinnare troppo. Salì le scale a passo misurato. Dentro casa lo accolse il solito odore di chiuso pulito, con un fondo di cera per mobili e sugo del giorno prima. Posò il pane, si tolse la giacca, aprì il freezer. Le polpette di Mirella stavano in un contenitore trasparente con la data scritta sopra in pennarello. Ne scaldò due in padella, mangiò in cucina senza apparecchiare, con il televisore acceso in salotto ma senza volume. Ogni tanto il vetro nero dello schermo gli rimandava la sua figura seduta di taglio: una presenza corretta, composta, come messa lì in attesa che qualcuno le assegnasse una funzione. Dopo cena lavò il piatto, passò la spugna sul lavello, controllò che il rubinetto fosse chiuso bene. Il telefono restava sul tavolo, immobile, con lo schermo spento. Nessun messaggio. Nessuna chiamata. Solo un'icona rossa di aggiornamento che gli ricordava qualcosa da fare e che lui lasciò lì. Si sedette, ma senza davvero appoggiarsi allo schienale. Dal piano di sopra arrivavano i passi veloci di un bambino e la voce di una donna che diceva di lavarsi le mani. In strada un motorino accelerò troppo e poi sparì. Saverio guardò la finestra, il riflesso della tenda nel vetro, le proprie mani sul tavolo. Erano mani magre, curate, quasi prive di storia. Durante la giornata gli avevano chiesto documenti, copie, numeri, cortesia, pazienza, il resto da dare, la strada giusta, una conferma, una firma. Avevano domandato se il fascicolo fosse pronto, se il caffè fosse amaro o normale, se la sedia accanto fosse libera. Si accorse allora che nessuno, da quando aveva aperto gli occhi quella mattina, gli aveva rivolto una domanda vera. Non come stai, che spesso non voleva dire niente. Qualcosa di più semplice e più difficile: tu, lì dentro, ci sei ancora oppure no. |
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