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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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L'arca dei segreti dell'universo
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“ 34^ ora del giorno decimo nel mese di Orth , ammiraglio Mosesh a computer di bordo: sono ormai più di 7 cicli astrali che navighiamo nell'immenso oceano oscuro dell'universo, alla ricerca del pianeta promesso, là dove si compirà il nostro destino. La stella Suhail è ormai lontana e il nostro sistema è stato inghiottito da un buco nero, scomparendo per sempre. Siamo sfuggiti alla sua forza gravitazionale e all'oblio solo grazie a qualcosa che sfugge alla nostra ragione, al nostro intelletto, qualcosa o qualcuno, un entità, un essere di cui avvertiamo la presenza continua dentro di noi, Colui che i nostri padri chiamano: Daweh, il Creatore. Ha lasciato in me un segno indelebile, ha impresso il suo sigillo sulla mia fronte, affidandomi il compito di condurre la mia gente verso un pianeta sconosciuto, sul quale troveremo dimora e mangeremo il frutto del sapere universale. La meta è ormai vicina, gli ufficiali della flotta astrale hanno comunicato che siamo entrati in una nuova galassia nella quale vi è un sistema, il cui terzo pianeta potrebbe essere quello descritto nei sacri sigilli custoditi dai saggi profeti del nostro popolo, là dove troveremo la risposta al principio di tutte le cose e conosceremo tutti i segreti dell'universo. Sono molto stanco e il tempo è passato su di me inesorabilmente, scavando profonde rughe sul mio viso. Sento che non solcherò mai il suolo di quel mondo, per questo ho deciso di affidare il compito di guidare la flotta spaziale al mio secondo, comandante Mumiah, così potrò finalmente riposare e sottopormi al giudizio del Creatore e diventare puro spirito senza più il peso di questo corpo che, malgrado le conoscenze e le capacità della nostra mente, limita il nostro essere e nasconde la verità che nessuna tecnologia, pur progredita come la nostra, può farci conoscere. Oh Daweh, sono pronto!Accoglimi nel tuo infinito amore e fammi bere alla tua fonte così che io possa dissetarmi e unirmi a Te ed entrare dentro di Te! Oh Eterna Luce, io, umile servo, piccolo pulviscolo atmosferico, finita unità carbonio, voglio spaziare senza più limiti nell'eterno volgersi delle cose, là dove il principio e la fine, l'alfa e l'omega, coincidono e si fondono in un unico essere. Ci avviciniamo sempre di più al terzo pianeta, ecco la verità, quella che cerchiamo da tanti cicli astrali, il mio compito è giunto al termine!”. Il comandante Mosesh aveva appena finito di inserire la sua ultima comunicazione al terminale della propria astronave, che ecco, all'improvviso, apparire in tutto il suo splendore e luminosità Esterh, la sua unica figlia. Entrata nella sala comando per esternare al padre tutta la sua gioia e condividere con lui la felicità che ormai si leggeva negli sguardi e nel sorriso di ogni membro dell'equipaggio per l'avvicinarsi dell'evento tanto atteso, si accorse, invece, che un bianco pallore lo avvolgeva e il volto era affaticato e solcato dal peso della missione che aveva portato ormai a compimento. Era come se in un istante sul volto di Mosesh fosse scomparsa tutta la volontà e la forza di vivere. Tutto era compiuto.
La storia del pianeta Ishal
Anno 9467° (Era postatomica) del pianeta Ishal, il quarto di un sistema la cui stella si chiamava Suhail, nella costellazione della Vela, nel mezzo della nebulosa di Gum. Una super nova, cioé una stella molto grande, Cygnus X-1, era collassata ed aveva formato un buco nero, una stella di neutroni che si è contratta a tal punto da ridurre il suo diametro a solo un terzo. Una volta creato, il buco nero tende progressivamente a crescere e non può più contrarsi. Se un buco nero si trova in prossimità di una stella, ma non tanto vicina da inglobarla, può tuttavia costringerla a orbitare intorno a se, a causa della sua forza di gravità. E questo era proprio quello che era accaduto alla stella Suhail. Sul pianeta Ishal si era formata una confederazione di popoli, che vivevano in armonia con la natura e nel rispetto delle leggi di Daweh, il grande Padre dell'universo. Non era stato sempre così. Nel passato di questo mondo, conflitti interetnici di natura planetaria ne avevano sconvolto il delicato ecosistema. Lentamente i molti popoli di radice diversa, grazie ai matrimoni misti, si erano fusi in due grandi blocchi. E le guerre erano continuate, meno aspre e cruente, ma ancora portatrici di odio e rancori; fondate soprattutto su una paura ancestrale che continuava a dividere due popoli, due razze che si ostinavano a rinfacciarsi un passato ormai lontano. Fino al giorno di Gabrielh, colui che mise fine al perpetuarsi di una situazione che non aveva più ragion d'essere, riuscendo, con un abile lavoro diplomatico a riportare la pace. Allora una nuova epoca di Rinascimento si aprì e fiorirono menti eccelse che con grande volontà e saggezza, attraverso immense opere d'ingegneria ambientale, riuscirono a riportare il pianeta allo splendore degli albori e della sua genesi. Tra i due popoli vi era però, a livello di DNA, un fattore determinante che li distingueva e li caratterizzava. Anche l'ambiente contribuiva a differenziarli in modo evidente. Del resto non vi erano stati, dopo il giorno di Gabrielh, come nell'evoluzione precedente, matrimoni misti. Infatti erano proibiti dalle leggi e dalle tradizioni sia del popolo di Melach, sia di Ruquail. Tra i melachiani, forti di una eredità che si perdeva nella notte dei tempi, vi erano soprattutto saggi, cultori delle arti e delle scienze, conservatori dei sacri testi e dei culti religiosi, custodi del sapere e sommi legati, nonché profeti. I due sessi, inoltre, erano da molti cicli astrali in perfetta sintonia ed equilibrio psico-fisico. I pochi guerrieri erano giovani volontari, guidati e preparati da esperti nell'arte bellica, ma soprattutto equipaggiati in modo eccezionale, con ogni congegno o arma frutto della tecnologia avanzatissima, partorite e progettate dalle menti eccelse dei saggi cultori del sapere. In definitiva questo popolo si poteva dividere in due grandi gruppi: i Custodi e i Costruttori di forme. Tra i ruquailiani vi erano invece soprattutto spiriti perfidi e avidi di gloria. I Signori della guerra e i Dominatori erano le classi che reggevano le sorti della gente di Ruquail. Abitavano in splendidi templi e come divinità comunicavano con il popolo attraverso intermediari, in quanto nessuno poteva contemplare il loro volto e ascoltare la loro voce. I giovani, sin dalla più tenera età, venivano preparati all'arte della guerra e nelle loro menti inculcata l'obbedienza e il sacrificio. Le loro vite erano in balia dei governanti. Così come il vento può suscitare la lieve brezza della sera o può scatenare uragani, con lo stesso potere, i Signori della guerra e i Dominatori potevano dare o togliere il respiro dei loro simili; potevano trasformare lo spirito vitale in una nuova incarnazione, o strapparla ad un vivente e trascinarla lontano. Poi nel popolo dei Melach era nato un saggio, Mosesh, riconosciuto da tutti come il più grande profeta di Daweh ed allora i due popoli avevano intrapreso un lungo cammino di cooperazione nel tentativo di lasciare la loro costellazione e colonizzare nuovi mondi alla ricerca di creature intelligenti. Ma durante uno dei loro viaggi interplanetari vennero in contatto con alieni che si dimostrarono al primo impatto creature sagge e disponibili al dialogo. Allora, malgrado i dubbi dei custodi del popolo di Melach, che avevano letto segni di cattivi presagi nei loro sigilli della fede, si fissò un giorno per il grande incontro. Tutti aspettavano ansiosi questo momento. Il non sentirsi più soli nella enorme galassia riempiva i cuori degli ishaliani di infinita gioia e grandi feste si prepararono per accoglierli degnamente. E giunse finalmente il giorno del rande-vouz! All'alba una astronave aliena, per la prima volta, sarebbe planata sul pianeta Ishal. Mosesh si era alzato presto come era solito fare e affacciato alla finestra osservava le tenebre della notte che lentamente lasciavano il posto al tenue chiarore dell'alba, una tragica alba. La sua mente era attraversata da funesti presagi e i suoi occhi osservavano con attenzione il disco della loro stella. Era assai più grande del solito. Il suo arco era quasi come quello dell'orizzonte. Improvvisamente frammenti scintillanti si staccarono dall'enorme globo di fuoco e si frantumarono in una miriade di piccole luci fosforescenti che avanzavano rapidamente verso il pianeta. Azionò immediatamente i dispositivi per collegarsi con il centro di osservazione e ordinò che fossero alzati gli schermi protettivi. Fecero appena in tempo a rispondere che stavano tentando di attivarli, non appena si erano resi conto che quelle strane forme incandescenti che si erano staccate dalla stella non erano altro che astronavi aliene abilmente mimetizzatesi. Un attimo dopo Mosesh udì grida strazianti, poi il silenzio. Tutti i centri di osservazione planetaria erano stati distrutti e, dopo pochi minuti, gli scafi neri e lucidi delle astronavi nemiche già risplendevano nelle verdi radure e stagliavano le loro punte aguzze nel cupo azzurro del cielo. Dagli schermi stereoscopici osservò tutto il giorno le enormi ferite che raggi di una violenza inaudita procurarono al suo mondo e ascoltò le grida e i gemiti di dolore dei suoi simili. Poi venne la notte. Si affacciò alla finestra e con i pensieri in tumulto, cercò di scorgere qualcosa nel calar delle tenebre, e rimase in attesa. Gli parve di udire rumore di passi felpati, e deboli voci in un linguaggio sconosciuto. Si voltò verso destra e, nell'oscurità, scorse il luccichio di numerosissimi occhi, che si avvicinavano. Per un istante rimase immobile, incapace di muoversi. E in quell'istante si alzò nella notte un orrendo grugnito. Nell'udirlo Mosesh tentò di fuggire, ma percorse pochi metri. Annientarono le sue guardie del corpo, dopo che la milizia speciale era stata a sua volta soggiogata. Entrarono nella sua dimora e lo catturarono. Solo allora li vide. Erano esseri dal volto rassicurante, i loro occhi suini ed il loro sguardo ebete non lasciavano trasparire quella che invece era la loro temibile e eccezionale intelligenza. Eppure la mente di quelle creature aveva partorito enormi e straordinari congegni, tutti però mirati a sconvolgere e a distruggere. Il loro spirito era perverso. Erano venuti dallo spazio per discendere sul pianeta e portare morte, distruzione, schiavitù. Lo condussero via schernendolo con acredine, mentre lo percuotevano violentemente. Egli era il sommo profeta di Ishal e il suo popolo lo vide curvo e sanguinante percorrere la strada maestra. La strada che conduceva alla grande agorà e che più volte in passato aveva invece percorso tra le ali esultanti della folla. Come un verme, misero, lo videro strisciare sui blocchi di quarzo rosa finemente intagliati con i quali gli ishaliti avevano costruito la via più splendente del loro mondo, quella che conduceva al centro della città che era la capitale. Lo posero su un blocco di granito, come se fosse una statua e lì si prepararono a compiere la loro spietata esecuzione pubblica. Egli era degno di essere posto su un piedistallo, tanta era la forza e il coraggio che sprigionavano i suoi occhi. I suoi muscoli erano tesi e malgrado il dolore il suo corpo era statuario e fiero. Attesero il loro capo e quando fu giunto con una veloce areonave sulla enorme piazza, attivarono la loro arma mortale. La folla si ritrasse impaurita e un silenzio di attesa avvolse la città. Prima però che il raggio colpisse il sommo profeta, una luce cosmica, di straordinaria bellezza, dai colori azzurro-viola, attraversò l'aria e circondò con il suo alone di mistero la figura forte e virile della saggia guida di Ishal. Quando il raggio cosmico scomparve Mosesh non c'era più. Si era dissolto nel nulla. Molti saggi in seguito dissero che egli aveva attraversato la porta del tempo, là dove tutto è fermo e nulla scorre. Era come intrappolato in un vortice spazio temporale e un giorno sarebbe tornato per liberare il suo popolo. Gli ishaliti continuarono a lottare con tutte le loro forze, ma la potenza malefica e distruttrice delle creature venute dallo spazio era superiore alla tecnologia e al coraggio ishaliano e, malgrado i loro sforzi e la strenua difesa, ben presto furono preda dei nemici. Una coltre funesta si adagiò lentamente sul letto del loro mondo. Tutto ciò che apparteneva alle creature di Ishal fu distrutto e nuove leggi furono emanate, nuovi dei furono adorati. Per lungo tempo aspettarono il liberatore annunciato dai sacri custodi e mai abbandonarono la speranza e la fede nel loro Dio. E finalmente, nel giorno dello Iomahath, venne colui che aspettavano. Mosesh era tornato. Il Creatore aveva parlato a lui molte volte e in diverse forme, durante il tempo in cui il suo corpo era rimasto imprigionato nel vortice spazio-temporale, e aveva inondato il suo cuore di forza vitale per affidargli il compito di condurre la sua gente verso la libertà. Prima, però, li avrebbe guidati sul pianeta Deneb, là dove era custodita la sfera di cristallo nella quale vi erano contenute le verità supreme sull'etica e sulla morale. Una sfera partorita dal divino sapere che si trovava in fondo ad un enorme cratere sul pianeta più inospitale e inaccessibile di tutta la galassia. Non appena Moseh comparve, come partorito dal nulla, nella splendida piazza della capitale, subito una gran folla esultante si raccolse. Ma egli l'ammonì e, con voce di tuono, gridò che tutti tacessero, perchè, nel silenzio, la sua mente doveva essere plasmata da Daweh. I suoi occhi, allora, sprigionarono un'energia immensa di luce cosmica che, in breve tempo, avvolse l'intero pianeta e , prima dell'alba, grida funeste e urla disperate si levarono dalle case dei conquistatori. Ogni primogenito di quelle abominevoli creature aliene era crollato a terra privo di forze, senza più vita nelle sue membra. Il demone che li guidava, l'imperatore supremo Tatraus, un essere spregevole, vide per la prima volta il terrore sul volto dei suoi simili e fu costretto a piegarsi davanti ad un potere così misterioso, allora liberò gli ishaliani. Per molti cicli astrali, durante la colonizzazione del loro mondo, avevano tenuto nascoste le loro astronavi in luoghi segreti, nel sottosuolo del pianeta. Si trattava di veri e propri vascelli transplanetari di proporzioni gigantesche, capaci ciascuno di trasportare, anche per lunghi periodi, alcune migliaia di ishaliti. Proprio mentre la flotta astrale si apprestava a lasciare la stratosfera del pianeta, Tatraus si pentì di averli lasciati andare e ordinò ai propri incrociatori spaziali di inseguire i fuggitivi e annientarli. Ma quando tutto sembrava perduto, raccontano i saggi di Ishal, ecco improvvisamente compiersi il disegno divino, l'imponderabile accadde... La flotta ishaliana spinta da una forza occulta, misteriosa, attraversò il campo magnetico del buco nero. Le astronavi sprofondarono sempre più nel tunnel dove la realtà diveniva incerta, confusa, e il tempo sembrava rallentare. Il passato e il futuro sembravano non significare più niente per le menti degli ishaliti e lo spazio si assottigliava inesorabilmente, tanto da rendere le loro sagome sottili come steli di fiori. Il tutto e il niente li avvolgeva, poi d'incanto la fine del tunnel e il cielo con le sue mille luci li accolse in tutta la sua cosmica bellezza. La flotta nemica, trascinata dalla forza gravitazionale seguì la stessa sorte per lunghi, interminabili istanti, ma la porta che si era dischiusa per gli ishaliti risucchiandoli in quell'universo parallelo non si aprì e gli alieni scomparvero negli abissi. Infine il sistema di pianeti che orbitava intorno a Suhail fu per sempre inghiottito nel buco nero e il silenzio avvolse ciò che era rimasto. Guidata da questa forza misteriosa verso il pianeta Deneb, quando finalmente giunse a destinazione la flotta astrale si collocò in un orbita prestabilita e rimase lì in attesa di Mosesh, che intanto era sceso al suolo per ascoltare la voce del Creatore e ricevere, così come gli era stato promesso, la sfera di cristallo. Ma i giorni passavano e gli ishaliani, ebri di felicità per quella libertà che avevano atteso per lungo tempo, dimenticarono che era stato il loro Dio a spezzare le catene della schiavitù e si lasciarono cadere voluttuosamente, senza freno, nel vortice della scelleratezza. Furono giorni di balli sfrenati, di lussuria. Si costruirono una astronave con metallo mirio, il più prezioso e splendente dell'universo. All'interno collocarono un computer, “Omeion”, un terminale autonomo tra i più potenti dell'ultima generazione e dalla sua mente elettronica ricevevano ordini e si lasciavano completamente guidare. I ruquailiani rimasero così soggiogati da questo essere cubiforme, freddo, meccanico, che arrivarono al punto di adorarlo come un Dio e tutte le loro volontà furono completamente annullate, malgrado i tentativi dei sacerdoti melachiani, che avevano cercato, invano, di dissuaderli. Quando il profeta tornò, davanti ai suoi occhi, sullo schermo stereoscopico della sua astronave, apparve una scena raccapricciante.“ Omeion” aveva ordinato di compiere un rito sacrificale in suo onore e aveva preteso che sul simbolico altare fossero poste le più dolci e indifese creature del suo popolo; giovani femmine strappate alla vita nel pieno del loro fulgido e verginale splendore. Piccole e indifese farfalle, appena uscite dai loro bozzoli, alle quali avevano strappato le ali, interrompendo così il loro volo d'amore. Il suono articolato che usciva attraverso un apparecchio esagonale situato al centro dell'enorme cubo, assomigliava alla voce perentoria di un tiranno privo di controllo e bramoso di sangue. Le fanciulle erano state lanciate nello spazio senza tuta pressurizzata, i loro volti erano tesi nel vano tentativo di assaporare l'ultimo istante di vita, gli occhi erano gonfi di terrore, i loro corpi, goffi come fantocci, vagavano inermi nel vuoto. Quanta tristezza, quale dolore provò Mosesh in quel momento. Migliaia di anni di civiltà erano stati cancellati e gli ishaliani erano diventati un popolo rozzo e primitivo. Tremenda sarebbe stata la punizione e la vendetta del Creatore! La vera Luce, il sommo Giudice non poteva lasciare impunita un'azione così grave. Vergogna..., l'universo piange le sue figlie sacrificate all'altare di una macchina! Quale orrore, come hanno potuto i figli di Ishal farsi trascinare nella barbarie e in uno degli atti più atroci delle creature viventi dell'universo! Mosesh si piegò come un giunco spezzato dal vento e intonò un canto antico tramandato da padre in figlio e conservato alla memoria dai custodi dei sacri sigilli. Il canto era una nenia in una lingua sconosciuta, eppure da migliaia di anni lo intonavano quando si rivolgevano al loro Dio. Molti scienziati avevano invano tentato di comprenderne il significato, usando ogni mezzo a loro disposizione. I saggi e i sapienti di Ishal avevano cercato di carpirne i segreti, ma il canto era rimasto integro nella sua purezza di generazione in generazione e alfine non avevano potuto far altro che constatare una realtà innegabile: diffondeva nello spirito di colui che lo intonava un senso di libertà e di amore così intenso da sentirsi trasmutare e trasportare là dove lo spazio e il tempo non hanno più ragion d'essere. Gli ishaliani sapevano ormai da molti secoli che lo spazio e il tempo erano realtà creaturali, cioè relative, ma si erano resi conti che queste categorie risultavano utili e necessarie per comunicare e malgrado la loro evoluzione tecnica fosse progredita di pari passo con quella intellettuale, non ne potevano fare a meno. Eppure quando un ishaliano si prostrava e intonava quel canto tutto ciò che era intorno a lui non aveva più senso e l'infinito si apriva ai suoi occhi in tutta la sua bellezza, senza più limiti; infine si entrava in contatto con il Creatore, nel suo amore ci si scopriva suoi figli. Non appena ebbe terminato il canto, udì una voce nel suo cuore che gli disse: “Non temere, la punizione sarà grande, vagherete nell'universo finché l'ultimo di questa generazione sarà scomparso, ma il tuo popolo si salverà e lo condurrai verso il pianeta promesso. Però non potrai discendere, nè posare i tuoi piedi sulla nuda terra, perché anche tu dovrai scomparire, solo la nuova generazione di ishaliani potrà solcare il suolo di quel nuovo mondo. Và ora e fa che tutto si compia!” Mosesh si alzò e avviati i comandi della sua astronave si ricongiunse alla flotta astrale. Quando lo videro gli Ishaliani ebbero paura e si nascosero negli anfratti più reconditi delle navi spaziali, ma la collera del Creatore era grande ed essi non sfuggirono alla punizione. L' Essere divino mostrò al popolo di Ishal tutta la sua potenza. Raggi incandescenti, materializzatesi dal nulla, penetrarono attraverso gli scafi delle astronavi, cancellando per sempre dal tempo e dallo spazio coloro che si erano macchiati delle atrocità commesse verso i propri simili. Soffiò un' alito di vita nel corpo delle giovani creature sacrificate, risvegliandole dal loro sonno ed infine, placata la sua ira, infuse nei loro cuori nuovo amore e nuova linfa vitale. Dopo questi fatti il popolo di Ishal vagò per molti cicli astrali nell'universo, attraversando galassie, ammirando i misteri dello spazio, sfuggendo più volte, con le loro astronavi, alle piogge cosmiche e a sciami di meteoriti. Il viaggio sembrava interminabile! Ma quando la flotta astrale si avvicinò ad un sistema di piccole dimensioni, e sugli schermi stereoscopici apparve seminascosto da un bianco satellite il disco azzurro di un mondo splendente e affascinate allo stesso tempo, molti si resero immediatamente conto di essere giunti alla fine del loro viaggio intergalattico. E così, come il Creatore aveva annunziato, la nuova generazione giunse alle porte del pianeta promesso. Era il terzo di un medio sistema di una stella non molto grande. La sua orbita era un'eclittica e la rotazione completa intorno all'astro avveniva in circa 0,2 cicli astrali. Dalle astronavi che orbitavano intorno al pianeta misero a punto i telescopi elettronici a lungo raggio per l'esplorazione della superficie sottostante, mentre gli apparecchi automatici riprendevano i microfilms. Gli equipaggi che seguivano sugli schermi l'orografia del pianeta furono presi dall'entusiasmo più sfrenato. A parte la diversa disposizione delle terre, tutto indicava una grande analogia con il loro mondo perduto. L'accecante riflesso della stella del sistema negli oceani di un cupo azzurro era spesso velato da grandi strati di nuvole convogliate da alte correnti nelle zone equatoriali. Le calotte polari, piccolissime, sfolgoravano in due macchie di un bianco immacolato. La sua atmosfera era idonea alle caratteristiche fisiologiche delle creature ishaliane e tutto faceva presupporre che vi fossero degli esseri viventi. La conferma venne dagli scand delle astronavi che ne analizzarono la composizione geofisica e selezionarono le forme viventi presenti al suolo. La sorpresa per gli ishaliani fu di scoprire che quel mondo era abitato da esseri viventi del tutto simili a loro, anzi la sorpresa divenne ammirazione e stupore nel constatare, attraverso il visualizzatore, che la forma esteriore delle creature, in tutte le caratteristiche, era identica a quella del loro popolo. Quale segreto nascondeva quel pianeta e perché il Creatore li aveva spinti proprio verso la sua orbita? Erano i prescelti, coloro che avevano stipulato un patto di alleanza con Daweh, come avrebbero potuto convivere con altre creature che adoravano chissà quali divinità? L'unica soluzione che si prospettava in quel momento sembrava essere quella di ripulire il pianeta infestato da quelle creature impure. Ma i dubbi assalivano le loro menti e il Sacro Consiglio si era riunito per decidere le soluzioni da adottare. Non si conosceva ancora il grado d'intelligenza e di civiltà di quelle forme viventi, come affrontarle e, poi, erano così simili agli ishaliani da sembrare quasi un fratricidio distruggerle. Quale potere, quale magia, aveva creato esseri così somiglianti in pianeti tanto distanti tra loro? Alla fine il Consiglio decise che una delegazione sarebbe scesa sul pianeta e proposto ai suoi abitanti di aderire alla fede ishaliana, li avrebbero poi sottoposti ad un sacro rito, ma per coloro che osavano rifiutare, c'era una sola alternativa: la morte. A quel pianeta comunque gli ishaliani non potevano rinunciare, là vi era la risposta al principio primo ed ultimo di tutte le cose, là la chiave per aprire la porta della conoscenza di tutti i segreti dell'universo e, una volta in possesso, l'unione estrema, la fusione perfetta con il Creatore nel loro stato attuale, senza dover oltrepassare quella invisibile e misteriosa porta che separa la dimensione corporale da quella spirituale. Per migliaia di anni avevano cercato, attraverso esperimenti di biogenetica, di fermare la lenta e inesorabile fine delle loro cellule; erano riusciti a prolungare la vita, ma non ad eliminare la morte. |
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