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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Cuori e cannella
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L'arrivo.
Il sole di aprile moriva pigro sulle pietre di tufo di Montemerano, colando sul borgo come caramello bruciato. Alfio spezzò l'incanto con lo schianto metallico della saracinesca: un latrato di ferro che parve un insulto alla quiete millenaria della piazza. Si asciugò la fronte con il dorso della mano, sentendo tutto il peso dei suoi quarantadue anni e quello, ben più plumbeo, del fallimento che si era trascinato dietro da Parigi. L'Alchimia Dolce recitava l'insegna in ferro battuto appesa quella mattina. Un nome ambizioso, forse un azzardo per un uomo che aveva smesso di credere nei miracoli molto tempo prima. Entrò nel locale. L'odore dell'intonaco nudo e del legno nuovo lottava per il dominio dell'aria. Alfio inspirò profondamente, ma il verdetto fu lo stesso di ogni maledetto giorno dopo l'incendio: il nulla. Un vuoto pneumatico nelle narici, una barriera invisibile che trasformava il mondo in una fotografia sbiadita. Dove avrebbero dovuto esserci le note rotonde del burro nocciola o la carezza della vaniglia Bourbon, persisteva solo un ronzio bianco. Un silenzio olfattivo che toglieva il sapore alla vita. Sistemò le teglie sul bancone di marmo con precisione chirurgica. Ogni strumento aveva il suo posto; ogni sac-à-poche era allineata come un soldato prima della carica. La sua mano, ferma e metodica, accarezzò l'acciaio freddo della planetaria. Era l'unica cosa che gli restava: la tecnica. Se non poteva sentire il profumo delle sue creazioni, le avrebbe rese geometricamente inappuntabili. La perfezione non aveva bisogno di olfatto, solo di rigore. «Ancora un centimetro a sinistra», mormorò, spostando una ciotola di vetro. Oltre la vetrata, il borgo sembrava scrutarlo con sospetto. Montemerano non era Parigi; lì le voci non evaporavano, correvano tra i vicoli stretti e rimbalzavano sulle pareti di pietra. Sapeva cosa sussurravano: il parigino caduto in disgrazia, l'ex critico che aveva perso il tocco e, forse, anche la ragione. Aprì il primo sacco di farina. Una nuvola candida si sollevò, posandosi sulle sue nocche come polvere di stelle cadute. Iniziò a pesare gli ingredienti per l'infornata di prova: farina 00, burro freddo, zucchero a velo. Le dita si muovevano con una memoria muscolare che ignorava il suo handicap. Poteva percepire la grana, la temperatura, la resistenza elastica del glutine. Ma non l'anima. Un movimento improvviso oltre il vetro interruppe il suo rito. Accanto alla pasticceria, separata solo da un vicolo angusto, sorgeva una bottega simile a un'illustrazione di un vecchio libro di fiabe. Erboristeria della Sorgente, recitava un cartello di legno un po' sghembo. Una donna stava lottando con una cesta di vimini ricolma di erbe essiccate. Aveva capelli castani, ribelli, intrappolati in una treccia che pareva sul punto di esplodere. Il grembiule verde bosco era sporco di terra e polline. Simona. Lo sapeva perché il parroco glielo aveva accennato durante la benedizione dei locali, tra un'avemaria e un'occhiata curiosa ai forni moderni. Alfio la osservò. Lei rideva da sola mentre inciampava sul gradino, seminando rametti grigiastri sul selciato. Era il caos personificato. Tutto ciò che lui aveva passato la vita a purgare dalle sue ricette. In quel momento, un refolo di vento s'infilò sotto la porta della pasticceria. Alfio si bloccò. Le sue narici ebbero un sussulto, una contrazione involontaria che gli fece pungere gli occhi. Cannella. Non era il sentore stantio delle polveri industriali. Era un profumo vivo, pungente, terroso e dolcissimo, che squarciò la sua nebbia sensoriale come un fulmine. Un richiamo ancestrale, un calore che gli risalì lungo la schiena, risvegliando un ricordo di fiamme e cenere che tentò ferocemente di ricacciare indietro. Uscì in strada, quasi senza rendersene conto, con le mani ancora sporche di farina. Simona era accovacciata a raccogliere il suo bottino. Sentendo i passi pesanti di Alfio, si voltò regalandogli un sorriso radioso, privo di qualsiasi difesa. «Oh, lei deve essere il nuovo vicino! Il pasticcere alchimista!», esclamò, rialzandosi con una grazia goffa. «Io sono Simona. Benvenuto nel labirinto di pietra». Alfio non rispose. La sua attenzione era inchiodata al sacchetto di tela che lei stringeva al petto. «Cos'è quel profumo?», chiese. La voce gli uscì roca, quasi violenta nella sua urgenza. Simona sbatté le palpebre, spiazzata da quella durezza. «Questo? È corteccia di cannella della regina. Arriva dallo Sri Lanka. Mia zia diceva che è l'unica spezia capace di curare la malinconia del ferro». Lui fece un passo avanti, invadendo lo spazio vitale di lei. Per un istante, l'ordine cupo di Alfio e il disordine solare di Simona collisero nel mezzo della piazza. Lui cercò di afferrare quel profumo, di ancorarsi a quell'ancora di salvezza prima che svanisse di nuovo nel suo abisso privato. «È troppo forte», sentenziò Alfio, mascherando il turbamento con la maschera del critico severo. «Coprirà l'aroma del mio burro francese. Non si può lavorare con questa puzza infestante sotto il naso». Il sorriso di Simona svanì, sostituito da un lampo di orgoglio. «Puzza? Questa è vita, signor... ?» «Alfio», tagliò corto lui. «E la vita, signorina, richiede equilibrio. Non un'aggressione sensoriale». Simona incrociò le braccia, stringendo la cesta come uno scudo. «Beh, signor Alfio, si prepari. Perché in questa bottega la vita urla. E la mia cannella non chiede scusa a nessuno». Lui la fissò ancora per un istante, sentendo quella nota speziata vibrare nei polmoni: l'unica prova tangibile di non essere del tutto morto. Si voltò senza congedarsi e rientrò ne L'Alchimia Dolce, chiudendo la porta con un colpo secco che fece tremare i vetri. Tornò al bancone, ma le sue mani, per la prima volta dopo anni, tremavano. Guardò i suoi frollini: perfetti, allineati, inodori. Poi guardò fuori, verso la bottega accanto, dove Simona stava ancora sistemando le sue piante con una gioia anarchica che lui non riusciva a decifrare. Il sole era sparito, lasciando il posto a un crepuscolo violaceo. Alfio riprese il lavoro, ma la sua mente continuava a inciampare su quel pizzico di cannella. Mentre rompeva le uova, un rumore secco proveniente dal retro lo fece trasalire. Si immobilizzò, in ascolto. Sembrava un graffio, o un passo furtivo nel vicolo comunicante tra le due botteghe. Pensò a Simona, al suo disordine, a quel segreto che pareva portarsi appresso. Ma soprattutto pensò alla propria menomazione, che lo rendeva un impostore davanti a un forno acceso. Se quella donna era l'unica chiave per riaprire i suoi sensi, allora era la persona più pericolosa che avesse mai incontrato. Afferrò un coltello da pasticceria e si avvicinò alla porta sul retro. Il cuore batteva al ritmo di un tempo che credeva di aver sepolto a Parigi
Scontro di confine.
Il mattino a Montemerano portava con sé una luce cruda, una lama capace di infilarsi tra le fessure dei vicoli per rivelare ogni granello di polvere che la scopa di Alfio tentava di domare. Per lui, la pulizia non era igiene: era un esorcismo. Pulire il laboratorio era l'unico modo per imporre l'ordine in un mondo che, dopo Parigi, gli appariva come un cumulo di macerie e fallimenti. Alfio sistemò l'ultima teglia di croissant sulla grata. Il burro di Normandia — una partita speciale, strappata a una logistica refrigerata quasi impossibile — stava sprigionando il suo aroma: pesante, lattiginoso, opulento. Per chiunque altro sarebbe stata l'estasi; per lui, era solo un calcolo matematico di grassi e temperature. Lo immaginava con la mente, lo ricostruiva col rigore, ma le sue narici restavano un deserto. D'un tratto, la porta a vetri della pasticceria si spalancò con un fragore che fece sussultare il timer sul bancone. «È inaccettabile! Questa è una dichiarazione di guerra sensoriale!» Simona irruppe come un turbine di lino stropicciato e capelli elettrici. Portava con sé un'ondata d'aria e un odore pungente di terra smossa e menta selvatica. Si fermò al centro del locale, agitando una mano davanti al naso come se stesse scacciando uno sciame d'api invisibili. Alfio posò lentamente il raschietto d'acciaio sul marmo. Si raddrizzò, torreggiando su di lei con la sua figura metodica, racchiusa in un grembiule dall'inamidatura impeccabile. «Buongiorno, signorina. Immagino che la sua bottega sia sprovvista di campanello, dato che preferisce abbattere le porte altrui». «Il problema non è il mio campanello, signor Alfio, ma il suo burro!» esclamò Simona, puntandogli contro un indice sporco di terriccio. «Si è infilato ovunque. Ha saturato il vicolo. Le mie essenze di lavanda e melissa stanno soffocando sotto questa coltre di grasso animale. Sembra di essere in una friggitoria delle Fiandre, non in un borgo toscano!» Alfio inarcò un sopracciglio, le labbra ridotte a una linea sottile. «Quello che lei definisce “grasso” è la spina dorsale dell'alta pasticceria. Il mio è un lavoro di precisione, non un esperimento con le sterpaglie». Fece un passo verso di lei. La voce scese di un'ottava, carica di un disprezzo che mascherava a fatica la frustrazione. «Le sue “erbe”, se proprio vogliamo parlarne, sono infestanti. Ieri ho dovuto raschiare la soglia: i suoi pollini stavano contaminando le mie glasse. È un'erboristeria, la sua, o un campo abbandonato?». Simona sgranò gli occhi, colpita nel vivo. La sua bottega era il suo perimetro di salvezza, il luogo dove distillava rimedi per dimenticare chi aveva cercato di spegnerla. «Le mie non sono sterpaglie. Sono cure. Ma capisco che un uomo ossessionato dai grammi non possa comprendere il potere dell'istinto». «L'istinto produce caos. E il caos produce cenere» rispose Alfio, la mente che tornava per un istante accecante al fumo e alle grida di Parigi. «Io vendo perfezione. Lei vende fumo e odori molesti». «Odori molesti?» Simona scoppiò in una risata amara che rimbalzò sulle pareti di pietra. «Lei è così impegnato a misurare il mondo che non si accorge di morirne di fame. La sua pasticceria è gelida, Alfio. Tecnicamente perfetta e spiritualmente muta». Si fissarono oltre il bancone: una trincea di marmo tra due mondi che parlavano lingue nemiche. La geometria contro la poesia. Il rigore contro il colore. L'aria nel locale vibrava, satura di un'elettricità che non aveva nulla a che fare con la cucina. «Se ne vada», disse infine Alfio, voltandole le spalle per riprendere i suoi strumenti. «Ho dei macaron da calibrare». «Me ne vado. Ma apra quella finestra sul retro, o giuro che domani piazzerò un fascio di assenzio davanti al suo aeratore!» Simona girò sui tacchi e uscì, facendo gemere di nuovo il vetro della porta. Alfio rimase immobile. Il silenzio tornò nel locale, ma era un silenzio denso, sporco. Guardò le sue mani: erano ferme, eppure sentiva un calore pulsante alle tempie. Si avvicinò alla finestra del vicolo e la socchiuse. Un refolo d'aria entrò, trascinando via un po' del “suo” burro. E per un infinitesimale istante, tra l'odore della pietra umida e quello delle foglie, gli parve di avvertire di nuovo quella punta di cannella. Un brivido elettrico, una scossa elettrica in un corpo che credeva paralizzato. Strinse il pugno sul davanzale. Quella donna era un disturbo. Era il rumore che incrinava la sua sinfonia silenziosa. Eppure, mentre tornava al forno, Alfio si ritrovò a chiedersi quale sarebbe stato il prossimo attacco della sua vicina. Non sapeva che, nell'ombra della bottega accanto, Simona stava fissando una vecchia fotografia stropicciata, nascosta sotto la cassa. Il suono di un telefono che squillava nell'ufficio sul retro la fece trasalire, scatenando una paura che nessun infuso, per quanto potente, avrebbe mai potuto curare. |
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