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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Krizia Maloberti
Titolo: Pasta, passioni e promesse
Genere Romance
Lettori 1
Pasta, passioni e promesse
L'odore del mattino.

L'aria a Borgo San Corrado, alle cinque del mattino, ha un peso specifico tutto suo. È una nebbia sottile che sa di terra bagnata, di legna bruciata nei camini distanti e, se ti avvicini ai portici del centro, di burro fuso e salvia.
Bianca Belladonna inserì la chiave nella serratura pesante dell'Antico Pastificio. Il metallo gelato le punse i polpastrelli, un monito prima di affondare nel respiro caldo del laboratorio, dove i macchinari in stand-by borbottavano come vecchi stanchi. Entrò nell'oscurità familiare, muovendosi a memoria tra i sacchi di semola che sembravano sentinelle mute nel silenzio del laboratorio.
Accese la luce. I mattoni antichi e le trafile di bronzo brillarono sotto il riflesso ambrato delle lampadine, restituendole l'immagine di un regno che, ogni giorno di più, somigliava a un castello di carta pronto a crollare al primo soffio di vento.
Si sciolse i capelli castani, legandoli in una crocchia disordinata, e indossò il grembiule di lino grezzo. Il primo gesto del mattino era un rito sacro: affondare le mani nella farina. La consistenza era setosa, quasi impalpabile, eppure capace di opporre una resistenza sorda sotto i polpastrelli.
«È come la vita, Bianca,» le diceva sempre suo padre, con la voce sporca di fumo e saggezza. «Se non ci metti la giusta pressione, l'impasto non ti ascolta. Se ne metti troppa, lo spezzi.»
Bianca chiuse gli occhi, cercando di ignorare il nodo della promessa che le premeva sul petto, più serrato di un corsetto. Aveva giurato a quell'uomo, mentre il suo respiro diventava sottile come un velo di sfoglia, che non avrebbe mai permesso a nessuno di strapparle quel pezzo di anima.
Il suono secco di qualcosa che scivolava sotto la porta tagliò il silenzio. Si pulì le mani sul grembiule, lasciando impronte bianche sul tessuto blu, e raccolse la busta. Il logo della banca era un graffio scuro sulla carta avorio. Non ebbe bisogno di aprirla: i termini erano scaduti. I debiti stavano mangiando i muri, le macchine, persino il profumo del glicine nel cortile.
Appoggiò la lettera sul vecchio tavolo di legno consumato, accanto a una fotografia in bianco e nero di tre generazioni di Belladonna. Si sentiva come una cuoca che cerca di tenere insieme un sugo che sta impazzendo: più girava, più tutto sembrava separarsi.
Verso le otto, mentre l'odore della semola si mescolava a quello del caffè che borbottava al piano superiore, il campanello della porta tintinnò.
Non era un cliente. L'uomo che varcò la soglia portava con sé un'eleganza tagliente, un'aria di città che stonava con la polvere di farina che danzava nei raggi di sole. Indossava un cappotto scuro e aveva lo sguardo di chi osserva un reperto archeologico con un misto di ammirazione e distacco.
«Buongiorno», disse lui. La voce era una nota bassa, un violoncello che vibrò fin dentro le ossa di Bianca. «Cercavo la proprietaria.»
«È davanti a lei», rispose lei, raddrizzando la schiena. Aveva una macchia di farina sullo zigomo, lo sapeva, ma sostenne lo sguardo grigio-verde dello sconosciuto come se indossasse un abito da gran sera.
L'uomo fece un passo avanti, invadendo il suo spazio personale. Il suo profumo — sandalo e pioggia — soffocò per un istante l'aroma del lievito. «Mi chiamo Leonardo Ferretti. Ma non sono qui per la pasta.»
Bianca sentì un vuoto improvviso allo stomaco. Sapeva chi era. Lo chef stellato caduto in disgrazia, l'uomo di cui i giornali parlavano come di un genio dal carattere impossibile.
Leonardo estrasse dalla tasca un biglietto da visita: quello di Matteo Conti. L'imprenditore che da mesi le ronzava intorno come un avvoltoio. «Conti mi ha chiesto un sopralluogo», spiegò Leonardo, il tono distaccato di chi esegue un compito spiacevole. «Vuole una valutazione professionale della struttura prima di formalizzare l'offerta d'acquisto definitiva.»
Bianca strinse i bordi del tavolo, le nocche bianche quanto la semola. «Questo posto non è in vendita, signor Ferretti. Né a Conti, né a nessun altro.»
Leonardo inarcò un sopracciglio, lo sguardo che cadeva, inevitabilmente, sulla lettera della banca lasciata in bella vista. Non disse "la banca non è d'accordo", ma il modo in cui i suoi occhi indugiarono su quel foglio fu più eloquente di mille insulti.
«La determinazione è ammirevole, signorina Belladonna», disse lui, facendo un passo ancora più vicino. Bianca poteva sentire il calore che emanava il suo corpo nonostante il cappotto freddo. «Ma l'orgoglio non ha mai salvato un'azienda dal fallimento.»
I loro sguardi si incrociarono: una scintilla di pura ostilità mista a un riconoscimento improvviso, elettrico. Bianca non rispose. Lo guardò voltarsi e uscire, lasciando la porta socchiusa e un freddo pungente che sembrava aver spento il calore del forno.
Sapeva che era solo l'inizio. La promessa a suo padre non era mai stata così pesante, e il sapore del mattino, improvvisamente, era diventato amaro come il fiele.

Lo chef caduto.


Il cielo sopra Borgo San Corrado era una lastra di cenere bagnata che premeva sui tetti di tegole rosse, promettendo una pioggia che sapeva di terra smossa e malinconia. Leonardo Ferretti abbassò il finestrino della berlina, lasciando che l'aria umida gli schiaffeggiasse il viso. Non era il freddo asettico di Milano; era un'umidità densa, impregnata di muschio e legna bruciata. E poi, in quel soffio di vento, arrivò lui: il sentore dolciastro e onesto del soffritto che saliva dalle osterie.
Parcheggiò all'ombra dei portici ocra. Il silenzio che seguì lo spegnimento del motore fu quasi assordante dopo mesi di titoli di giornale e notifiche feroci sul telefono. Appena scese, avvertì il peso degli sguardi. In un microcosmo dove le vecchie biciclette appoggiate ai muri erano le uniche testimoni del tempo, lui era un'anomalia: cappotto dal taglio sartoriale, barba troppo curata e l'aura di chi ha toccato il cielo ed è precipitato senza paracadute.
Camminò lungo il ciottolato, il rumore sordo dei suoi stivali di pelle che rintoccava contro la pietra antica. Si sentiva un ingrediente fuori stagione, una stonatura in una melodia popolare.
«Ferretti? Lo chef del Sideris?»
La voce di un vecchio, seduto al tavolino di un bar con un quotidiano spiegazzato, lo raggiunse come una sferzata di frusta. Leonardo non si voltò. Irrigidì le spalle, accelerando il passo. Lo scandalo che lo aveva travolto a Milano aveva braccia lunghe, capaci di infilarsi anche tra le nebbie dell'Emilia.
L'ufficio di Matteo Conti era un insulto di vetro e acciaio nel cuore del borgo. Conti lo accolse con un sorriso troppo bianco, uno di quei sorrisi che non raggiungono mai gli occhi.
«Leonardo. Sapevo che avresti accettato. Questo posto ha bisogno di te, anche se non lo sa ancora.» Indicò dalla finestra la sagoma dell'Antico Pastificio Belladonna. «C'è una perla che sta affogando. Oro puro, se gestito da una mano che non trema davanti ai numeri.»
Leonardo osservò l'edificio in mattoni rossi, il glicine spoglio che lo avvolgeva come una rete di vene antiche. «Non sono qui per salvare nessuno, Matteo. Sono qui per una consulenza tecnica. Punto.»
«Chiamala come vuoi. Ma Bianca Belladonna è... un problema. Gestisce l'azienda con il cuore, e il cuore non ha mai pagato un mutuo.» Conti versò del caffè che profumava di tostatura forte, troppo forte. «Ha fatto una promessa a suo padre, una di quelle catene che ti trascinano a fondo. Voglio che tu entri lì, analizzi i processi e le spieghi la verità: o cambia, o quel legno consumato dalla farina finirà nel camino di qualcun altro.»
Leonardo uscì sentendo il bisogno viscerale di scappare, di non farsi inghiottire da quel borgo. Eppure, l'idea di quella donna che combatteva contro l'inevitabile risvegliò in lui un fastidioso senso di sfida.
Si fermò davanti all'ingresso del pastificio. L'odore della semola era così intenso da poterlo quasi masticare. Era un profumo pulito, che sapeva di infanzia e verità, qualcosa che Leonardo aveva perso nei suoi piatti troppo decorati e nelle sue ambizioni feroci.
Attraverso il vetro appannato, la vide.
Bianca si muoveva con una grazia antica. I capelli castani scappavano da una crocchia improvvisata, le mani affondate in un ammasso di pasta gialla come il sole. Il suo corpo assecondava il ritmo del mattarello, le nocche bianche per lo sforzo. Non era solo lavoro; era un atto di resistenza. Leonardo restò immobile, colto da un'improvvisa, inspiegabile stretta allo stomaco.
Spinse la porta. Il campanello d'ottone vibrò nel silenzio.
Bianca alzò lo sguardo. I suoi occhi nocciola, stanchi ma vibranti di una luce ferma, si incastrarono in quelli grigio-verdi di Leonardo. Il tempo sembrò dilatarsi, sospeso tra il ronzio di una vecchia trafila e il profumo del burro e della salvia.
Lei si pulì le mani sul grembiule. Un gesto piccolo, ma che a lui sembrò la chiusura di un ponte levatoio.
«Siamo chiusi al pubblico il lunedì mattina», disse lei. La voce era ferma, ma Leonardo notò il battito accelerato della vena sul suo collo.
Lui fece un passo avanti, sentendo la farina scricchiolare sotto le suole costose. «Non sono un cliente, Bianca. Mi manda Matteo Conti.»
Il calore del laboratorio sembrò evaporare. La schiena di Bianca si fece rigida, una linea retta di puro orgoglio Belladonna. Lei strinse le dita attorno al bordo del tavolo di legno, lì dove le venature erano state levigate da tre generazioni di mani.
«Lo so chi sei», rispose lei, e il suo sguardo cadde sulla cicatrice invisibile che Leonardo portava addosso: la sua caduta pubblica. «E so che non hai idea di cosa significhi mantenere una promessa che non è scritta su un pezzo di carta.»
La tensione tra loro era sottile come una sfoglia tirata troppo, pronta a spezzarsi al minimo soffio. Leonardo non distolse lo sguardo, avvertendo una strana, elettrica scossa di fronte a quella donna che sembrava detestarlo senza avergli ancora concesso un centimetro di spazio.

Krizia Maloberti
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