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Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Margherita Giacovelli
Titolo: Black Velvet
Genere Romance Contemporaneo
Lettori 18 1 2
Black Velvet
Londra odorava sempre di pioggia, anche quando non pioveva davvero.
Violet Mercer lo avrebbe capito solo molti anni dopo, quando avrebbe imparato a riconoscere le città dal modo in cui restavano addosso ai vestiti, ai capelli, alla pelle. Parigi aveva l'odore dolciastro del fumo e dei pavimenti antichi. Berlino sapeva di me-tallo freddo, birra versata e notti troppo lunghe. Londra invece aveva sempre quell'umidità nascosta, una malinconia sottile infilata tra le cuciture dei cappotti, nei sedili dei taxi, nei tappeti spessi degli hotel dove la gente parlava a bassa voce per sembrare più importante.
Quella sera, seduta sul sedile posteriore di un taxi nero che scivolava lento lungo Knightsbridge, Violet aveva diciassette anni e un vestito che non le apparteneva. Non perché fosse brutto: era bellissimo, anzi. Nero, semplice, con le spalline sottili e una stoffa morbida che le accarezzava le ginocchia ogni volta che si muoveva. Il problema era proprio quello: era troppo bello per lei, troppo adulto, troppo silenziosamente costoso. Le faceva sentire le braccia nude, la schiena dritta, il corpo improvvisamente osservabile.
Continuava ad abbassare l'orlo sulle cosce, anche se l'orlo non aveva alcuna intenzio-ne di restare dove lo metteva.
Accanto a lei, Eleanor Mercer stava ritoccando il rossetto usando lo schermo nero del telefono come specchio. Non aveva ancora detto una parola da quando erano partite. Aveva quel modo particolare di prepararsi al mondo, sua madre: si spegneva per qual-che minuto, diventava distante, e poi all'improvviso riappariva nella forma che gli altri si aspettavano da lei. Un sorriso misurato, le spalle leggermente indietro, il mento al-zato di un centimetro esatto, come se esistesse una versione privata di Eleanor e poi un'altra, più luminosa e più crudele, da indossare in pubblico.
Violet la osservò di lato, cercando di non farsi scoprire.
Sua madre era ancora bellissima. Non nel modo veloce e rumoroso delle ragazze che comparivano sulle copertine digitali o nelle campagne beauty appese ai lati degli auto-bus: non era una bellezza fresca, immediata, che chiedeva soltanto di essere consuma-ta. Eleanor era bella in un modo più difficile, più affilato. Sembrava una fotografia di moda dimenticata dentro un numero vecchio di Vogue: una di quelle immagini che non provano a piacere, e proprio per questo restano. Aveva i capelli biondi raccolti sulla nuca in uno chignon che sembrava casuale ma non lo era, le clavicole sottili, la pelle chiarissima, le mani lunghe da pianista anche se non aveva mai saputo suonare nulla. Ogni suo gesto sembrava dire che il corpo poteva essere educato, disciplinato, costretto alla grazia.
Eppure, negli ultimi anni, Violet aveva iniziato a notare cose minuscole: il tempo che sua madre passava davanti allo specchio prima di uscire, il modo in cui evitava certe luci nei ristoranti, le dita che sfioravano inconsciamente il contorno degli occhi quan-do pensava che nessuno la stesse guardando, il fastidio quasi invisibile quando una commessa le diceva signora con troppa sicurezza. Eleanor non si lamentava mai dell'età, non apertamente, non era il tipo di donna che ammetteva il dolore mentre lo provava. Lo rendeva elegante, lo incipriava, lo chiudeva dentro un tubino nero e un paio di tacchi abbastanza alti da sembrare una dichiarazione di guerra.
«Non fare quella faccia.»
Violet si accorse troppo tardi di essere stata scoperta. Si raddrizzò contro il sedile, di-stogliendo lo sguardo dal profilo della madre. «Che faccia?»
Eleanor richiuse il rossetto con un clic secco, definitivo. «Quella da persona trascinata a una condanna pubblica.»
«Pensavo fosse una cena.»
«È una cena.»
Violet guardò fuori dal finestrino. Oltre il vetro appannato, la città si muoveva in una scia di fari bianchi e rossi. «Davanti al Beaumont, con fotografi, macchine nere e donne che sembrano non aver mai mangiato carboidrati.»
Sua madre sorrise appena. «Drammatica.»
«Realista.»
«Peggio.»
Per un attimo, qualcosa tra loro si ammorbidì. Era raro che succedesse, e quando suc-cedeva Violet cercava sempre di non muoversi troppo, come se la tenerezza fosse un animale diffidente. Eleanor non era una madre fredda nel modo semplice in cui le persone usavano quella parola. Non era assente, non era crudele, non dimenticava compleanni o colloqui scolastici. Ma sembrava sempre attraversata da una tensione interna, un'attenzione costante verso qualcosa che Violet non riusciva a vedere. Come se una parte di lei fosse rimasta intrappolata in una stanza piena di specchi, costretta a controllare per sempre se fosse ancora abbastanza.
Il taxi si fermò davanti all'ingresso del Beaumont Hotel, e il mondo entrò immedia-tamente nell'abitacolo sotto forma di luce.
Flash, portiere in cappotto scuro, ombrelli aperti come fiori neri: una donna con un abito argentato che rideva inclinando il collo verso un uomo molto più anziano di lei. Una fila di auto lucide accostate al marciapiede, tutte uguali, tutte costose, tutte pronte a inghiottire e restituire persone importanti.
L'autista aprì la portiera e il freddo londinese scivolò dentro insieme all'odore di pioggia, benzina e sigarette bagnate. Eleanor scese per prima. Anche anni dopo, Vio-let avrebbe ricordato quel momento con una precisione quasi fastidiosa: sua madre che posava un piede sul marciapiede, raddrizzava le spalle sotto le luci dell'hotel e, in meno di un secondo, diventava qualcun'altra. Non più la donna silenziosa nel taxi. Non più la madre che controllava la bocca sullo schermo del telefono. Eleanor Mer-cer, ex volto di una campagna Calvin Klein, musa di fotografi che ormai nominavano le proprie mogli molto più spesso delle proprie modelle, donna ancora capace di far voltare un portiere soltanto per il modo in cui chiudeva una portiera.
«Eleanor.»
Un uomo con i capelli d'argento e un abito blu scuro le venne incontro aprendo le braccia. «Dio, quanto tempo.»
«Troppo, Victor.»
Ci furono baci sulle guance, profumo costoso e sorrisi così perfetti da sembrare già stanchi.
Violet rimase mezzo passo indietro, come aveva imparato a fare fin da bambina. Era sempre stata la figlia di Eleanor Mercer prima di essere Violet. La bambina portata ai set fotografici quando non c'era nessuno che potesse tenerla, l'adolescente seduta composta agli eventi, quella che le amiche della madre studiavano con sorrisi troppo lunghi dicendo cose come “hai i suoi zigomi” o “farai la modella anche tu?”. Violet odiava quella domanda con una forza che non riusciva a spiegare. Odiava il modo in cui riduceva il futuro a una somiglianza.
Subito dopo, entrarono nell'hotel.
La hall sembrava costruita per far sentire le persone ricche anche solo respirando. Marmo chiaro, luci dorate, velluto scuro, composizioni di fiori enormi che profuma-vano di qualcosa di troppo intenso per essere naturale. Ogni superficie rifletteva un'al-tra superficie. Ogni specchio sembrava posizionato per ricordarti che qualcuno avrebbe potuto guardarti in qualsiasi momento.
Donne alte e magrissime attraversavano lo spazio come se non toccassero davvero il pavimento. Portavano cappotti lasciati aperti con studiata indifferenza, tacchi impos-sibili, bocche lucide e occhi che non sembravano mai completamente rilassati. Gli uomini erano meno belli e molto più tranquilli. Questa fu una delle prime cose che Violet notò quella sera, senza ancora capire quanto le sarebbe rimasta addosso: gli uomini importanti non dovevano essere perfetti. Potevano avere pance leggere, ca-pelli radi, mani brutte, risate troppo forti. Le donne invece sembravano tutte sottopo-ste a un esame continuo e silenzioso.
Ogni tanto qualcuno riconosceva Eleanor.
«Tesoro, sei splendida.»
«Non sei cambiata.»
«È impossibile che tu abbia una figlia così grande.»
Frasi dette con voce calda, accompagnate da mani sulle braccia, baci nell'aria, occhi che scivolavano troppo in fretta. All'inizio Violet pensò che fossero complimenti. Poi iniziò a sentirne il bordo tagliente del “non sei cambiata” che non voleva dire davve-ro che Eleanor fosse uguale a prima. Voleva dire: stiamo controllando quanto sei cambiata. “È impossibile che tu abbia una figlia così grande” non era stupore. Era un promemoria.
Sua madre sorrideva ogni volta, perfettamente, generosamente, come se quelle frasi non le avessero mai toccato nulla di vivo.
Poi arrivò una donna con un abito color champagne, troppo abbronzata per essere inglese e troppo magra per sembrare in salute. Abbracciò Eleanor con un entusiasmo brillante e finto, poi si voltò verso Violet.
«Tu devi essere Violet.»
«Sì.»
«L'ultima volta che ti ho vista eri una bambina.» La donna le prese entrambe le mani e la guardò con attenzione, come si guarda un vestito prima di decidere se comprarlo. «Stai diventando bellissima.»
Fu allora che qualcosa cambiò.
Eleanor sorrise, continuò a sorridere, ma dietro quel sorriso comparve un'ombra così veloce che forse nessun altro l'avrebbe notata. Violet sì. La vide attraversarle lo sguardo e scomparire subito dopo, come un animale che fugge sotto un mobile.
Stai diventando bellissima.
Non era una frase cattiva. Non avrebbe dovuto ferire nessuno. Eppure Violet sentì qualcosa contrarsi nello spazio tra lei e sua madre. Come se quelle parole avessero ap-pena spostato un peso invisibile da una generazione all'altra. Come se la bellezza non fosse una qualità, ma un testimone.
La cena si teneva nella sala privata all'ultimo piano. Dai grandi finestroni si vedeva Londra scintillare sotto una pioggia sottilissima, quasi sospesa nell'aria. I tavoli erano lunghi, apparecchiati con tovaglie bianche e bicchieri così sottili che Violet aveva pau-ra di romperli anche solo sfiorandoli. Candele basse illuminavano visi levigati, gioielli, mani curate, labbra rosse che ridevano di cose non sempre divertenti.
Margherita Giacovelli
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