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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Antonella Sacco
Titolo: Un gatto per il commissario
Genere Giallo Indagine
Lettori 66 1 1
Un gatto per il commissario
Martedì 27 giugno 2023.

Un gatto, aveva sognato un gatto nero.
Il ricordo lo sorprese mentre verificava il rapporto su un furto d'auto.
Chissà perché la mente gli aveva riproposto quella scena: era in un giardino quando incontrava la bestiola, che gli si avvicinava e si lasciava accarezzare. La memoria non aveva conservato altro, ma per un istante gli parve di sfiorare ancora il pelo liscio e setoso e respirare il profumo di erba del prato.
La piacevole sensazione di quiete era destinata, però, a non durare.
In quel momento, infatti, l'agente Ottavio Santini bussò alla porta, peraltro aperta.
«Commissario, hanno segnalato un probabile omicidio a Bagno a Ripoli. Sul posto ci sono due colleghi del commissariato di San Giovanni.»
Francesco Prati esitò per un istante, poi chiuse la cartellina che aveva davanti.
«Avvisa il medico legale e la scientifica.»
«Sono già stati avvertiti.»
«Bene. Dimmi dove devo andare.»
Santini lo guardò con un'espressione stupita, perché il suo era un ruolo di responsabilità e coordinamento e di conseguenza, di solito, non seguiva direttamente le indagini.
«Allora?» lo sollecitò il commissario.
«Ecco.» L'agente si riscosse e gli porse un foglietto con un indirizzo.

Lasciata l'auto più vicino possibile alla sua destinazione, il commissario percorse a passo svelto la distanza che lo separava dall'ingresso del numero 37; il cancello era accostato e lui seguì il vialetto che, attraversando un giardino ben tenuto, portava alla soglia della villetta, la cui porta era socchiusa. Prima di entrare tolse gli occhiali da sole e infilò le sovrascarpe e i guanti in lattice che gli porse un agente, accorso al suo ingresso.
Il medico legale era già arrivato e, anche lui con indosso le protezioni per non inquinare la scena, era nella camera e stava esaminando il corpo. Nell'aria aleggiava l'odore di un principio di decomposizione, nonostante la finestra spalancata. Prati si fermò ai piedi del letto e osservò la vittima, un uomo più anziano di lui, vicino ai settanta.
«Due ferite, entrambe potenzialmente mortali. È spirato in pochissimo tempo, passando dal sonno alla morte» disse il dottor Pietro Fabbri, il patologo con cui Prati si era trovato più spesso a lavorare negli ultimi anni. Gli indicò una macchia di sangue che si era allargata sul torace, coperto da un pigiama leggero, e un'altra alla fronte da cui erano scese alcune gocce sul cuscino.
«Quanti giorni fa è successo secondo te?»
A prima vista l'esperienza suggeriva al commissario che si trattava di almeno quarantotto ore.
«La fase di risoluzione del rigor è già avanzata, quindi penso circa tre giorni. Forse ti saprò dire qualcosa di più preciso dopo l'autopsia.» Poi il medico additò un piccolo astuccio sul comodino. «Di sicuro l'assassino è stato fortunato.»
«Un apparecchio acustico? Dunque la vittima aveva problemi di udito... chissà se l'omicida ne era a conoscenza.»
Il commissario salutò con un cenno del capo il dottore e uscì dalla camera, per lasciare il posto ai colleghi della scientifica che dovevano effettuare i rilievi.
Passò nello studio e si guardò intorno. La luce di fine giugno che entrava dalla finestra si rifletteva sugli sportelli a vetri di una libreria in cui erano conservati diversi volumi dall'apparenza antica. Probabilmente alcuni erano di valore, ma non li avevano rubati. Però un furto quasi certamente c'era stato: una cornice senza dentro una tela era appoggiata alla parete e, considerato l'ordine che regnava nella stanza, era probabile che il dipinto che vi era racchiuso fosse stato portato via.
Prati non indugiò ancora ed entrò nel salotto, dove lo aspettavano le due persone che avevano trovato il corpo e chiamato la polizia. Si erano presentati come nipoti del defunto agli agenti che erano intervenuti per primi. Una giovane donna dai capelli castani legati in una coda e un uomo fra i quaranta e i cinquanta, tempie brizzolate e fisico atletico, entrambi in jeans, sedevano sul divano, composti e in silenzio. Erano Elisa e Gianni Martelli, cugini, figli di due fratelli della vittima, come gli spiegò l'agente che aveva preso le loro generalità. Lei aveva il viso rivolto verso la finestra e sussultò quando udì la voce del commissario.
«Scusate se vi ho fatto attendere e se vi pongo domande a cui probabilmente avete in parte già risposto.»
L'uomo disse: «Lo capiamo, ma la prego di non trattenerci ancora troppo, per mia cugina è stata una prova difficile.»
Prati si chiese se per lui non lo fosse stata altrettanto.
«Vi prenderò solo pochi minuti, tanto dovremo rivederci.»
«Chieda pure, commissario» si intromise la ragazza, il suo viso era pallido ma la voce sicura.
«Vorrei che uno di voi mi raccontasse come sono andate le cose.»
Fu lei a parlare, in fretta, come se così fosse meno doloroso: «Telefono, cioè telefonavo, a mio zio tutte le domeniche prima di pranzo. Due giorni fa non mi ha risposto. L'ho richiamato altre volte nel pomeriggio e poi di nuovo ieri, la mattina e la sera. Da allora lo smartphone è risultato non raggiungibile: ho pensato che fosse scarico e mi sembrava strano, non era mai successo, lui era una persona precisa. Oggi non era cambiato niente, così nel pomeriggio ho chiesto a Gianni di accompagnarmi a vedere se lo zio stesse male. E lo abbiamo trovato nel letto...»
«Quindi avete le chiavi di questa casa?»
«Io sì» rispose l'uomo.
«Gli ho chiesto di venire con me perché io non le ho.»
«Appena siamo entrati in camera abbiamo capito che qualcuno aveva sparato allo zio e non abbiamo più toccato niente. Non abbiamo avuto bisogno di accendere la luce, la finestra era con l'avvolgibile a metà come adesso. Era chiaro che per lui non potevamo fare nulla e siamo usciti in giardino ad aspettare» aggiunse Gianni Martelli.
La ragazza confermò le sue parole con un cenno.
«Vicino a casa o dentro avete notato qualcosa di strano?»
«No, sembrava tutto normale. Come le ho detto non siamo andati nelle altre stanze, però. Non mi è sembrato il caso visto quello che era successo» disse ancora l'uomo.
«A quanto pare dallo studio manca una tela, a meno che non sia stata tolta da vostro zio. C'è una cornice appoggiata al muro.»
«Hanno rubato il quadro di Vedova? L'hanno ucciso per quello allora?» esclamò l'uomo.
«Ricorda cosa rappresenta?»
«È un astratto, con pennellate prevalentemente di nero e bianco.»
«Immagino fosse di valore.»
«Lo zio lo aveva acquistato tempo fa a un'asta. Mi disse che era stato un affare ma non quanto lo aveva pagato. Però di recente mi aveva chiesto di cercare in rete una possibile valutazione e avevo visto che opere analoghe vengono quotate intorno ai centomila euro.»
«Potrebbe averlo venduto?»
«Forse sì, ma ne dubito. Si appoggiava sempre a me per cose di questo genere.» Sospirò. «Gli avevo detto più volte di far mettere le inferriate alle finestre e di cambiare la porta con una blindata, ma non ha mai voluto ascoltarmi.»
Prati si accorse che la ragazza aveva smesso di seguire la conversazione e si guardava le mani, che teneva in grembo chiuse a pugno.
«Va bene, per adesso è tutto. Avrò ancora bisogno di voi. Avete lasciato i vostri recapiti ai miei colleghi, vero?»
«Sì, e anche quelli dei nostri cugini.»
Prima che Gianni Martelli uscisse il commissario lo fermò, per chiedergli a bassa voce, in modo che lo sentisse solo lui: «Suo zio aveva una pistola?»
«No, che io sappia.»

Una volta che i due se ne furono andati, Prati rifletté su quanto aveva appreso riguardo al quadro: era il furto la causa della morte del suo proprietario? Il suo istinto di vecchio poliziotto gli suggeriva di no: il Martelli era sordo, perciò un ladro che si fosse introdotto in casa sua di notte avrebbe potuto approfittare del fatto che lui dormiva e trafugare il dipinto senza che si svegliasse. Dunque la vittima era stata uccisa di proposito, non da qualcuno sorpreso a rubare. Sembrava quasi un'esecuzione.
Ad eccezione della tela mancante tutto sembrava a posto, come se nessuno fosse entrato e avesse ucciso. Né lì né nella camera c'erano altre macchie, a parte quelle sul cuscino e sul pigiama all'altezza del petto, e nessun oggetto era caduto per terra. Di sicuro, pensò Prati, non avrebbero trovato impronte. A quanto pareva l'omicida, e forse ladro, non aveva lasciato tracce del suo passaggio, se non il cadavere e la cornice vuota.
Come diavolo avrebbero fatto a trovarlo? Poteva solo sperare che la scientifica fosse in grado di fornirgli qualche traccia dopo aver analizzato la scena del delitto e gli eventuali reperti.
Si fece dare dall'agente che aveva parlato per primo con i due nipoti l'elenco degli altri parenti e si avviò per tornare in ufficio.
Mentre apriva la porta per uscire, un gatto bianco e grigio, con un orecchio in parte diviso a metà, gli passò tra le gambe, correndo in casa per fermarsi subito dopo a un metro da lui.
«Ehi» esclamò bloccandosi a sua volta.
E così la vittima ospitava un felino. Chissà se la bestiola aveva visto l'omicida. Peccato non avesse modo per chiederglielo. Il micio saltò sul mobile dell'ingresso e sedette accanto a un piccolo vaso in cui erano riposte delle chiavi, poi lo fissò. Lui ricambiò lo sguardo. Aveva un debole per quegli animali. Così eleganti, così armoniosi. Perfetti. Però in quel momento avrebbe potuto inquinare la scena del crimine ed era meglio tenerlo fuori dalla villetta. Per fortuna era estate e non sarebbe stato esposto al freddo o al maltempo.
Tornò indietro lentamente e allungò una mano perché il gatto potesse annusarla. Dopo lo carezzò sulla testa. Non somigliava però a quello del suo sogno: aveva l'aria di un randagio, con qualche piccola cicatrice, oltre al taglio sull'orecchio, e sembrava anziano; appariva comunque in forma e ben nutrito. Lo prese con delicatezza e chiamò un agente. «Assicuratevi che non entri in casa e state attenti a non chiuderlo dentro quando verrete via» disse, mostrandogli il micio. Lo portò fuori e chiuse la porta, mettendolo in terra qualche passo più avanti.
Non aveva mai tenuto un animale con sé, forse ne avrebbe preso uno di lì a qualche mese, dopo essere andato in pensione. Un compagno a quattro zampe con cui condividere l'appartamento e il tempo gli sarebbe piaciuto, avrebbe mitigato la sua solitudine senza invaderla. Ma non era a quello che doveva pensare, aveva un omicidio di cui occuparsi.
Antonella Sacco
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