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Writer Officina
Autore: Double F (Fulvio Fiorencis)
Titolo: Il silenzio delle ombre
Genere Thriller
Lettori 24
Il silenzio delle ombre
L'osservazione continua.

La prima scena del crimine.

Roma sembrava diversa sotto la pioggia.

Più fredda.

Più sporca.

Più sincera.

L'acqua cadeva continua sui sanpietrini lucidi mentre le sirene della polizia rompevano il silenzio del quartiere Trastevere.

L'ispettore Leonardo Serra scese lentamente dalla volante senza aprire subito l'ombrello.

Lasciò che la pioggia gli bagnasse il viso.

Aveva bisogno di sentire qualcosa di reale.

Le ultime settimane erano state un susseguirsi di omicidi minori, violenze domestiche, overdose e notti insonni.

Roma di notte mostrava sempre ciò che il giorno cercava disperatamente di nascondere.

Un agente gli sollevò il nastro giallo.

«Sono tutti dentro, ispettore.»

Leonardo annuì appena.

L'odore lo colpì immediatamente.

Sangue.

Acqua stagnante.

Metallo.

E qualcosa di più sottile.

Paura.

Il vicolo era stretto.

Soffocante.

Le luci blu delle pattuglie trasformavano i muri bagnati in superfici tremolanti.

La vittima giaceva vicino ai cassonetti.

Donna.

Capelli castani.

Trent'anni circa.

Occhi spalancati verso il cielo nero.

Come se fosse morta guardando qualcosa di terrificante.

Giulia Ferretti lo raggiunse stringendo il fascicolo della scientifica contro il petto.

Aveva il cappotto completamente bagnato e i capelli raccolti male.

Ma i suoi occhi restavano lucidi.

Sempre troppo attenti.

«Nessun documento.»

Leonardo rimase in silenzio.

Si inginocchiò accanto al corpo.

La gola della donna era stata tagliata con precisione quasi chirurgica.

Nessun segno di colluttazione.

Nessuna ferita difensiva.

Questo significava una sola cosa.

La vittima conosceva il proprio assassino.

Oppure—

era troppo terrorizzata per reagire.

Leonardo sentì immediatamente un nodo stringergli lo stomaco.

Perché quella scena gli sembrava familiare.

Troppo familiare.

Giulia abbassò la voce.

«C'è un'altra cosa.»

Leonardo seguì il suo sguardo.

E il sangue gli si gelò nelle vene.

Sul torace della donna era inciso un simbolo.

Tre linee spezzate che convergevano verso il centro.

Perfette.

Precise.

Il respiro di Leonardo rallentò improvvisamente.

No.

Non poteva essere.

Non dopo tutti quegli anni.

Flash improvviso.

Luce rossa.

Un corridoio sotterraneo.

Urla lontane.

Il simbolo disegnato su una porta metallica.

Leonardo si rialzò immediatamente.

Il ricordo sparì.

Ma il battito del cuore restò accelerato.

Giulia lo osservava attentamente.

«Lo conosci.»

Non era una domanda.

Leonardo rimase immobile qualche secondo.

La pioggia cadeva più forte.

«Forse.»

Bugia.

Una bugia pessima.

Perché conosceva quel simbolo meglio di quanto volesse ammettere.

Lo aveva visto molti anni prima.

In un posto che aveva giurato di dimenticare.

San Geremia.

E improvvisamente capì una cosa.

Il passato aveva appena smesso di restare sepolto.


CAPITOLO 2

Il simbolo


L'ufficio della Omicidi odorava di caffè freddo, carta umida e stanchezza.

Fuori continuava a piovere.

Roma era diventata grigia già dalle prime ore del mattino.

Leonardo sedeva davanti alla scrivania osservando le fotografie della vittima.

Le aveva guardate per quasi due ore.

Sempre lo stesso punto.

Sempre lo stesso simbolo.

Tre linee spezzate.

San Geremia.

Giulia entrò senza bussare.

Come faceva sempre.

Appoggiò due caffè sulla scrivania.

«Abbiamo identificato la vittima.»

Leonardo alzò lentamente lo sguardo.

«Sara Ventura. Trentadue anni. Infermiera.»

Silenzio.

«Dove lavorava?»

Giulia esitò appena.

«Anni fa ha fatto tirocinio a San Geremia.»

Il cuore di Leonardo sembrò rallentare.

Per qualche secondo l'ufficio scomparve.

Flash improvviso.

Porte blindate.

Luci rosse.

Camici bianchi.

E una voce calma che ripeteva:

“L'osservazione continua.”

Il ricordo sparì.

Leonardo si passò lentamente una mano sul volto.

Giulia si sedette davanti a lui.

«Chi era davvero Bernardi?»

Il nome colpì Leonardo come un pugno.

Per anni aveva evitato perfino di pronunciarlo.

«Il direttore clinico di San Geremia.»

«E basta?»

Silenzio.

Leonardo guardò fuori dalla finestra.

La pioggia scivolava lungo il vetro come lacrime lente.

«San Geremia non era un ospedale normale.»

Giulia rimase in silenzio.

Aspettando.

«Ufficialmente trattavano pazienti psichiatrici.»

Fece una pausa.

«Ma succedevano cose strane.»

«Che genere di cose?»

Leonardo respirò lentamente.

Troppo lentamente.

«Pazienti trasferiti senza documenti.»

«Sedute notturne.»

«Persone che uscivano completamente cambiate.»

Giulia lo osservava senza interromperlo.

«E poi l'incendio.»

Silenzio.

«Undici anni fa.»

Leonardo abbassò lentamente lo sguardo verso la fotografia della vittima.

«Molti morirono.»

«Bernardi?»

«Mai trovato.»

Il silenzio riempì l'ufficio.

Poi Giulia parlò piano.

«Tu eri lì quella notte.»

Leonardo chiuse lentamente gli occhi.

Fumo.

Sirene.

Urla.

Luce rossa nel corridoio sotterraneo.

Elena che urla qualcosa nel caos.

Il ricordo si spezzò violentemente.

Leonardo aprì immediatamente gli occhi.

Respirava male.

Giulia lo fissava preoccupata.

«Leo?»

Lui si rialzò lentamente.

Raggiunse la finestra.

Pioggia ovunque.

E dentro di sé una certezza sempre più chiara.

Qualcuno aveva ricominciato.

E questa volta stava cercando lui.


CAPITOLO 3

Elena


Elena aveva il modo di guardarlo che possiedono soltanto le persone capaci di vedere oltre le parole.

Era questo che spaventava Leonardo più di tutto.

Non gli interrogatori.

Non i criminali.

Non le notti passate nei vicoli di Roma.

Elena.

Perché lei riusciva sempre a capire quando stava mentendo.

Anche a sé stesso.

Quella sera la pioggia cadeva lenta contro le finestre dell'appartamento mentre un vecchio disco jazz girava piano nel soggiorno.

L'appartamento era piccolo.

Caldo.

Vissuto.

Libri ovunque.

Tazze lasciate sul tavolo.

Una lampada accesa vicino al divano.

Per Leonardo quello era sempre stato il posto più vicino all'idea di pace.

Eppure San Geremia riusciva a entrare perfino lì dentro.

Elena uscì dalla cucina con due bicchieri di vino rosso.

Indossava una vecchia maglia grigia troppo larga e teneva i capelli raccolti male sopra la testa.

Leonardo la osservò in silenzio.

Per un istante cercò disperatamente di convincersi che bastasse quello.

Una casa.

Una donna.

Una vita normale.

Ma i ricordi continuavano a filtrare sotto la pelle come acqua fredda.

Elena gli porse il bicchiere.

«Hai di nuovo quello sguardo.»

Leonardo provò a sorridere.

«Che sguardo?»

Lei si sedette accanto a lui sul divano.

«Quello che hai quando torni da San Geremia.»

Silenzio.

Il jazz riempiva lentamente il soggiorno.

Fuori la pioggia continuava.

Leonardo abbassò lo sguardo verso il bicchiere.

«È solo lavoro.»

Elena sospirò appena.

Non insisteva mai subito.

Era questo il problema.

Gli lasciava spazio.

E il silenzio costringe sempre le persone a pensare.

«Ho parlato con uno dei ragazzi usciti dalla clinica,» disse piano.

Leonardo sentì immediatamente lo stomaco irrigidirsi.

«E?»

«Non dorme quasi più.»

Fece una pausa.

«Dice che continuano a osservarlo.»

Leonardo non rispose.

Flash improvviso.

Una stanza bianca.

Una telecamera sul soffitto.

Una voce metallica.

“Il soggetto mostra livelli elevati di resistenza emotiva.”

Il ricordo sparì.

Elena lo stava osservando attentamente.

«Leo.»

Lui alzò lentamente lo sguardo.

«C'è qualcosa che non mi stai dicendo.»

Silenzio.

Lungo.

Pesante.

Leonardo si alzò raggiungendo la finestra.

Roma brillava sotto la pioggia.

Macchine.

Luci.

Persone che continuavano a vivere ignare.

«Hai mai avuto la sensazione che un posto ti resti dentro?» chiese improvvisamente.

Elena lo guardò senza capire.

«Che intendi?»

Leonardo appoggiò una mano sul vetro freddo.

«Come se una parte di te fosse rimasta lì.»

La sua voce era quasi un sussurro.

Elena si alzò lentamente.

Lo raggiunse.

«San Geremia ti sta distruggendo.»

Quelle parole colpirono Leonardo più di quanto volesse ammettere.

Perché una parte di lui lo sapeva già.

Da mesi.

Forse anni.

Elena gli sfiorò il viso.

«Non mi piace come torni da quel posto.»

Leonardo chiuse lentamente gli occhi.

Flash improvviso.

Luci rosse.

Urla soffocate.

Bernardi dietro un vetro oscurato.

Un bambino seduto immobile contro il muro.

Il simbolo.

Tre linee spezzate.

Leonardo aprì immediatamente gli occhi.

Il respiro accelerato.

Elena lo fissava preoccupata.

«Leo?»

Lui provò a sorridere.

Ma ormai sentiva chiaramente qualcosa incrinarsi dentro di sé.

E la cosa peggiore era che non capiva più se stesse ricordando...

o soltanto iniziando ad avere paura.

Quella notte Elena si addormentò appoggiata contro il suo petto.

Leonardo invece rimase sveglio.

Ascoltava la pioggia.

Il jazz ormai finito.

E dentro la sua mente continuava a tornare sempre la stessa frase.

“L'osservazione continua.”

Come se qualcuno la stesse ancora sussurrando nel buio.


CAPITOLO 4

Matteo Valli


Matteo Valli viveva ai margini di Roma.

In un quartiere che perfino i tassisti evitavano durante la notte.

Palazzi grigi.

Ascensori rotti.

Luci al neon tremolanti nei corridoi.

Pioggia che cadeva dai balconi come acqua sporca.

Leonardo parcheggiò sotto il palazzo poco dopo mezzanotte.

Il tergicristallo continuava a muoversi lentamente davanti al parabrezza.

Giulia guardava l'edificio.

«Sei sicuro che sia qui?»

Leonardo controllò ancora una volta il fascicolo.

Matteo Valli.

Quarant'anni.

Ex paziente di San Geremia.

Uno dei pochi sopravvissuti ufficiali all'incendio.

«Sì.»

Giulia osservò il volto di Leonardo.

«Lo conoscevi?»

Silenzio.

«Forse.»

Lei sospirò appena.

«Cominci a usare troppo spesso questa parola.»

Salirono lentamente le scale.

Ogni piano sembrava più silenzioso del precedente.

L'odore di muffa impregnava le pareti.

Quando arrivarono al quarto piano Leonardo sentì immediatamente qualcosa di sbagliato.

La porta dell'appartamento era socchiusa.

Luce accesa all'interno.

Silenzio assoluto.

Leonardo estrasse lentamente la pistola.

Giulia fece lo stesso.

Spinsero la porta.

Dentro—

caos.

Fotografie sparse ovunque.

Ritagli di giornale.

Disegni.

Decine.

Centinaia.

Sempre lo stesso simbolo.

Tre linee spezzate.

Sui muri.

Sul pavimento.

Perfino sul soffitto.

Giulia si irrigidì.

«Cristo santo...»

Leonardo avanzò lentamente.

L'appartamento sembrava il riflesso di una mente in pezzi.

Pochi mobili.

Persiane completamente chiuse.

Piatti sporchi nel lavandino.

E sul muro principale una frase scritta con vernice nera.

LUI È ANCORA VIVO.

Il cuore di Leonardo accelerò immediatamente.

Flash improvviso.

Fuoco.

Fumo.

Bernardi immobile nel corridoio rosso.

Il ricordo sparì.

Poi—

un rumore nel corridoio.

Leonardo si voltò immediatamente puntando la pistola.

Una figura immobile nell'ombra.

Magra.

Occhiaie profonde.

Volto scavato dall'insonnia.

Matteo.

Per qualche secondo nessuno parlò.

L'uomo osservava Leonardo come si guarda un fantasma tornato dalla morte.

Poi sussurrò:

«Non dovevi tornare.»

La sua voce era roca.

Consumata.

Giulia abbassò leggermente l'arma.

«Matteo Valli?»

Lui non rispose.

Continuava a fissare Leonardo.

Occhi lucidi.

Terrificati.

«Lui ti stava aspettando.»

Leonardo sentì il gelo attraversargli la schiena.

«Chi?»

Matteo rise nervosamente.

Una risata spezzata.

Malata.

«Tu ancora non ricordi davvero...»

Silenzio.

Poi Matteo indicò lentamente il simbolo sul muro.

«Quando ricompare quello...»

Fece una pausa.

Le mani tremavano.

«Significa che qualcuno sta per morire.»


CAPITOLO 5

L'archivio abbandonato


L'ingresso dell'archivio sotterraneo si trovava dietro il vecchio edificio amministrativo di San Geremia.

Una struttura dimenticata.

Muri anneriti dall'umidità.

Finestre murate.

Erbacce cresciute attraverso il cemento.

La pioggia cadeva lenta mentre Matteo guidava Leonardo e Giulia verso una porta metallica quasi completamente nascosta dall'ombra.

Nessuno parlava.

Perfino Roma sembrava lontana lì sotto.

Matteo tirò fuori una vecchia chiave arrugginita.

Le mani tremavano leggermente.

«Pensavo l'avessero chiuso per sempre.»

Leonardo lo osservava attentamente.

Ogni volta che Matteo guardava quel posto sembrava invecchiare di dieci anni.

La serratura scattò con un rumore secco.

La porta si aprì lentamente.

Odore di muffa.

Carta marcia.

Polvere.

E qualcosa di più sottile.

Disinfettante.

Come se il tempo non fosse riuscito a cancellare davvero San Geremia.

Giulia illuminò il corridoio con la torcia.

Scaffali metallici occupavano entrambe le pareti.

Migliaia di fascicoli.

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