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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Inferno di Dante Alighieri
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Perché raccontare ancora l'Inferno?
Ci sono opere che non appartengono soltanto alla letteratura. Appartengono alla memoria profonda di un popolo, al suo modo di pensare il bene e il male, la colpa e il perdono, la paura e la speranza. La Divina Commedia è una di queste opere. Non è soltanto un poema: è una casa antichissima dentro la quale, prima o poi, ogni lettore italiano entra, anche solo per un istante. Alcuni vi entrano da studenti, con il timore dell'interrogazione. Altri vi tornano da adulti, quando la vita ha già mostrato le sue selve oscure, i suoi smarrimenti, i suoi abissi personali. Questa riscrittura in prosa nasce proprio da qui: dal desiderio di riportare l'Inferno fuori dalla sola dimensione scolastica e di restituirlo alla sua potenza originaria di racconto. Non per semplificarlo in modo banale. Non per sostituire Dante. Non per ridurre la grandezza del poema a una narrazione moderna e innocua. Al contrario: per accompagnare il lettore dentro quella grandezza, con una lingua più diretta, più narrativa, più vicina alla sensibilità contemporanea, ma senza tradire la solennità, il terrore, l'ironia, la pietà e la forza morale dell'opera. L'Inferno non è un museo. È un viaggio. E un viaggio deve essere attraversato, non soltanto spiegato. Per troppo tempo molti lettori hanno incontrato Dante attraverso note, parafrasi, apparati, commenti, rimandi, schemi, interrogazioni, voti. Tutto questo è stato ed è ancora necessario, perché Dante va studiato con rispetto. Ma prima ancora di essere studiato, Dante va sentito. Va visto. Va udito. Bisogna percepire il buio della selva, il fiato delle fiere, il tremore di chi si trova davanti a una porta che non promette ritorno. Bisogna ascoltare le urla degli ignavi, il vento dei lussuriosi, il fango dei golosi, il ruggito dei demoni, il gelo del tradimento. Bisogna capire che l'Inferno non è un elenco di peccati: è una geografia dell'anima umana. Riscrivere l'Inferno in prosa significa, dunque, provare a trasformare ogni canto in una scena viva. Significa restituire corpo ai dannati, respiro a Dante, autorità a Virgilio, peso morale a ogni incontro. Significa far sì che il lettore non abbia l'impressione di leggere una spiegazione del poema, ma di camminare accanto al pellegrino, passo dopo passo, cerchio dopo cerchio, fino al punto più basso della creazione. La prosa permette di avvicinare il viaggio dantesco con un altro ritmo. Il verso resta insuperabile, naturalmente. La terzina dantesca possiede una musica, una precisione e una necessità che nessuna riscrittura può imitare senza impoverirla. Ma la prosa offre un'altra possibilità: quella di distendere la scena, di entrare nei silenzi, di rendere più immediata la paura, di avvicinare il lettore ai gesti, agli sguardi, agli odori, ai dettagli fisici e morali dell'Inferno. In questa versione, Dante non è soltanto il sommo poeta che tutti conoscono. È anche un uomo smarrito, ferito, spaventato, talvolta ingenuo, talvolta severo, spesso commosso, sempre costretto a misurarsi con ciò che vede. È un uomo che cerca salvezza attraversando la dannazione altrui. È un testimone, ma anche un imputato davanti alla propria coscienza. Perché ogni vero viaggio nell'Inferno, in fondo, non riguarda soltanto i morti. Riguarda i vivi. Questa è una delle ragioni fondamentali della riscrittura: mostrare quanto l'Inferno parli ancora al nostro tempo. I peccatori di Dante non sono ombre lontane, chiuse nel Medioevo. Sono figure eterne. Gli ignavi somigliano a chi non prende mai posizione. I fraudolenti a chi usa l'intelligenza per ingannare. I violenti a chi distrugge ciò che non sa amare. I traditori a chi spezza la fiducia, che è il più fragile e sacro dei legami umani. L'Inferno dantesco continua a funzionare perché non descrive soltanto un sistema teologico: descrive l'uomo quando si perde, quando si giustifica, quando mente a sé stesso, quando scambia il desiderio per diritto, il potere per grandezza, l'astuzia per intelligenza. Questa riscrittura vuole essere popolare nel senso più nobile del termine. Popolare non significa povera, superficiale o semplificata. Significa destinata a tutti. Significa capace di parlare anche a chi non possiede strumenti specialistici, ma desidera entrare nel cuore di una grande storia. Dante stesso, nella sua grandezza, compì un gesto popolare e rivoluzionario: scelse il volgare, cioè la lingua viva del suo tempo, per raccontare l'eterno. Questa riscrittura in prosa nasce nello stesso spirito: non abbassare Dante, ma aprire una porta più larga verso di lui. Il titolo ideale di questa operazione potrebbe essere proprio questo: una Divina Commedia Popolare. Non perché l'opera venga resa facile, ma perché viene restituita alla voce, al racconto, alla possibilità di essere letta con passione anche da chi, davanti al testo originale, ha provato timore, distanza o soggezione. L'intento non è spiegare Dante al posto dei commentatori. Non è fare una parafrasi mascherata. Non è trasformare l'Inferno in un romanzo qualsiasi. L'intento è narrativo e morale: raccontare l'Inferno come se fosse accaduto davvero. Come se Dante fosse tornato da quel viaggio e, molti anni dopo, con la memoria ancora ferita, avesse deciso di consegnarci non soltanto ciò che vide, ma ciò che comprese troppo tardi. In questa prospettiva, ogni canto diventa una tappa di una discesa fisica e interiore. L'Inferno non è soltanto sotto la terra: è dentro l'uomo. È nei compromessi, nelle vigliaccherie, nelle passioni che divorano, nelle parole usate per sedurre o tradire, nella politica corrotta, nella religione svuotata, nella cultura piegata all'orgoglio, nell'amore che smette di essere dono e diventa possesso. Dante scende per vedere ciò che l'umanità tenta continuamente di nascondere. Eppure, anche nel buio più fitto, l'Inferno non è mai disperazione assoluta per chi lo attraversa da vivo. Il lettore sa che quel viaggio non finisce nel gelo di Lucifero. Sa che oltre il male esiste un'uscita. Sa che, dopo aver toccato il punto più basso, Dante tornerà a vedere le stelle. Ma proprio per questo la discesa è necessaria. Non si risale davvero se prima non si ha il coraggio di guardare l'abisso. Questa riscrittura nasce anche da una convinzione editoriale precisa: i grandi classici non devono essere soltanto conservati, devono essere continuamente riaccesi. Ogni generazione ha bisogno di trovare la propria via d'accesso ai capolavori. Il testo originale resta intatto, sovrano, insostituibile. Ma attorno ad esso possono nascere ponti, nuove forme, nuove narrazioni, nuovi inviti alla lettura. Una riscrittura in prosa, se condotta con rispetto, può diventare uno di questi ponti. Chi conosce già Dante potrà ritrovare episodi, personaggi, immagini e contrappassi sotto una luce narrativa diversa. Chi non lo ha mai letto potrà avvicinarsi al suo universo senza sentirsi respinto dalla distanza linguistica o dal timore reverenziale. Chi lo ha studiato a scuola senza amarlo potrà forse scoprire che dietro la fatica dei versi esiste una delle più grandi avventure mai raccontate: un uomo che si perde, viene salvato da una guida, attraversa il male del mondo e impara che la salvezza non è mai un diritto, ma una conquista. Le motivazioni di questa riscrittura, dunque, sono tre. La prima è narrativa: restituire all'Inferno la forza di un racconto vivo, drammatico, sensoriale, capace di avvincere il lettore come un grande viaggio oscuro. La seconda è culturale: rendere accessibile un capolavoro senza impoverirlo, offrendo una forma che possa avvicinare nuovi lettori alla grandezza di Dante. La terza è morale: ricordare che l'Inferno non parla soltanto dei dannati, ma di noi. Delle nostre scelte. Delle nostre omissioni. Delle nostre cadute. Delle nostre responsabilità. Per questo il lettore non troverà qui una semplice trasposizione. Troverà una narrazione che prova a conservare il fuoco dell'originale dentro una lingua nuova. Una lingua chiara, intensa, concreta, capace di scendere nella carne delle scene e nella coscienza dei personaggi. Una lingua che non vuole competere con Dante, ma camminare verso Dante. Perché i classici non muoiono quando vengono riscritti con amore. Muoiono quando vengono lasciati soli sugli scaffali, trasformati in reliquie, sottratti al desiderio dei lettori. L'Inferno è ancora qui. Brucia ancora. Parla ancora. Ci riguarda ancora. E forse è proprio per questo che vale la pena raccontarlo di nuovo.
Canto V Il vento che non perdona
Secondo cerchio dell'Inferno, dove il desiderio continua a muoversi quando ogni amore è morto. Il primo segno della discesa fu il rumore. Non il sospiro grave del Limbo, non quella tristezza composta che pareva respirare con misura tra i prati senza alba e il castello degli spiriti magni. Qui, appena lasciammo alle spalle la nobiltà dolorosa di quel luogo, l'aria cambiò natura. Scendemmo per una china più stretta, scavata in una pietra scura, levigata non dall'acqua ma dal passaggio di anime e sentenze. Il buio si fece più denso. Il suolo non aveva più la malinconia quieta del primo cerchio; sotto i piedi sentivo una durezza nuova, come se la materia stessa fosse diventata meno disposta alla pietà. Virgilio procedeva davanti a me senza voltarsi. Io lo seguivo portando ancora nel cuore il peso di quelle anime grandi e perdute. Avevo lasciato dietro di me Omero, Aristotele, gli eroi, i filosofi, le donne e gli uomini che avevano dato forma alla memoria del mondo; eppure non provavo sollievo nell'allontanarmene. Mi pareva, al contrario, che ogni passo verso il basso mi strappasse da un errore nobile per avvicinarmi a una verità più sporca. Nel Limbo l'uomo mancava della luce. Qui avrei visto che cosa diventa quando preferisce una fiamma qualunque alla luce vera. La china terminò davanti a uno spazio più ampio, ma non aperto. Era una specie di gola circolare, nera e compressa, dove l'aria girava senza ancora farsi tempesta. Prima che potessi distinguere le forme, udii un ringhio di parole. Seduto all'ingresso del cerchio stava Minosse. Non era semplicemente un giudice. Era la giustizia degradata a macchina vivente, il tribunale fatto carne mostruosa, la sentenza che non ha bisogno di pergamene perché porta il registro avvolto intorno al proprio corpo. Aveva volto antico e occhi bestiali, e una coda lunga, nervosa, che si torceva dietro di lui con la precisione di un notaio infernale. Ogni anima che gli arrivava davanti veniva costretta a parlare. Non so se confessasse con la bocca o con la sostanza stessa del peccato; ma appena l'ombra gli si poneva dinanzi, egli la scrutava, digrignava i denti, ascoltava ciò che nessun uomo riesce a nascondere dopo la morte, e poi si avvolgeva la coda attorno al corpo tante volte quanti erano i gradi della discesa assegnata. Non vi era appello. Questa fu la cosa che mi colpì più di tutte. Sulla terra i potenti amano i tribunali quando possono piegarli, i colpevoli invocano procedure quando hanno paura della verità, gli amici scrivono lettere, i parenti bussano alle porte, le città intere sanno trasformare la giustizia in un corridoio pieno di anticamere. Là, davanti a Minosse, non esistevano né anticamere né raccomandazioni. Ogni anima arrivava nuda, con il proprio nome consumato addosso, e in un attimo tutto era saputo. Un uomo, o ciò che restava di lui, tremava davanti al giudice. Aveva ancora un'aria elegante, quasi indignata dalla situazione. Balbettò qualcosa: «Non fu colpa mia... furono i tempi... la corte... la giovinezza...» Minosse rise. Non fu una risata allegra. Fu uno strappo. La coda si avvolse tre volte. L'ombra urlò prima ancora di essere trascinata via, come se avesse riconosciuto nella destinazione la parte più vera di sé. Un'altra anima gli succedette. Poi un'altra. Donne che avevano amato male, uomini che avevano chiamato libertà il proprio appetito, signori che avevano confuso il possesso con il destino, giovani morti con la bocca ancora piena di giustificazioni. Tutti parlavano, tutti si difendevano, tutti venivano giudicati in meno tempo di quanto sulla terra occorra a un servo per aprire una porta. Quando Minosse vide me, la sua bocca si spalancò mostrando denti scuri. «Tu che vieni al doloroso albergo», disse, «guarda bene come entri e di chi ti fidi. Non ti inganni l'ampiezza dell'entrata.» Il suo sguardo mi frugò come una mano sudicia. Sentii il sangue vivo dentro di me diventare, per lui, un'offesa. Non appartenevo a quella fila, non ancora, e proprio per questo ero sospetto. Feci per arretrare. Virgilio parlò prima che la mia paura trovasse il modo di farmi vile. «Perché gridi?» disse. «Non impedire il viaggio che è voluto là dove il volere è potere. Non chiedere altro.» Minosse serrò la bocca. La coda gli batté sulla pietra con un colpo secco. Per un momento parve che tutta la gola tremasse sotto la sua rabbia trattenuta. Poi distolse gli occhi da me, come un funzionario costretto a lasciar passare un ordine superiore che non può discutere ma che continuerà a odiare per sempre. Virgilio avanzò. Io lo seguii, e appena oltrepassammo il giudice il vento mi prese. Non venne da una direzione. Era dappertutto. Mi entrò nelle vesti, negli occhi, nella bocca, mi spinse di lato, poi indietro, poi avanti, come se una mano invisibile cercasse di strapparmi dal mio corpo. Non era vento di cielo, non portava odore di pioggia, né di mare, né di campi lontani. Aveva dentro il calore cattivo delle stanze chiuse, il profumo guasto dei letti disfatti, l'alito acre delle promesse sussurrate per tradire, la polvere dei palazzi dove si scambiano matrimoni come patti di guerra e si chiama amore ciò che spesso è soltanto desiderio con un mantello ricamato. Era buio, ma un buio mobile. La tenebra non stava ferma. Turbinava. Pareva fatta di stracci, capelli, mani, ali spezzate, voci trascinate. Il vento gemeva, fischiava, ululava, poi all'improvviso si abbassava in un lamento quasi umano, e subito dopo risaliva con una furia tale che mi costringeva a piegare il capo. Non vi era tregua. Non vi era appoggio. Il suolo stesso sembrava inutile, perché le anime non lo toccavano mai. Le vidi venire. All'inizio furono soltanto macchie pallide nella tempesta. Poi, quando il vento le gettò più vicine, riconobbi corpi d'ombra, volti, braccia tese, bocche aperte, capelli sciolti come alghe nere. Non camminavano, non cadevano, non volavano. Erano portate via. La bufera le sollevava, le sbatteva, le avvicinava l'una all'altra per un istante e subito le separava, le faceva girare in cerchi disperati, le precipitava verso il basso e poi le risucchiava in alto, senza mai concedere loro la quiete di una caduta definitiva. Alcune, passando, si tendevano le mani. Quello mi fece più male. Nel castigo cercavano ancora il gesto che le aveva perdute. Non pregavano, non chiedevano perdono, non si staccavano dal proprio desiderio. Continuavano a protendersi, a chiamare, a inseguire nel vento il volto che la pena rendeva irraggiungibile e presente insieme. Erano sconvolte, spezzate, umiliate, eppure pareva che in fondo a quell'orrore conservassero una fedeltà alla propria rovina. Come certi uomini che, anche dopo essere stati traditi da una passione, la difendono per non confessare d'essersi consegnati a una menzogna. «Maestro», gridai, perché il vento mi portava via la voce, «che anime sono queste, così vinte dall'aria nera?» Virgilio si accostò a me. Il suo mantello non si agitava come il mio; pareva che la ragione, in lui, facesse peso anche contro la tempesta. «Sono coloro che sottomisero la ragione al desiderio», disse. «Non vollero governo dentro di sé. Ora sono governati da ciò che non governa nulla.» Non aggiunse altro. E non ce n'era bisogno. Il contrappasso non era una formula: era davanti a me, urlante, senza riposo. Avevano seguito il moto più dolce e più violento dell'anima, lo avevano chiamato destino, legge, necessità, e ora quel moto li possedeva senza più corpo, senza più letto, senza più musica, senza più segreto. Il vento era la loro volontà liberata da ogni menzogna. Una schiera ci passò sopra come stormo d'uccelli colpiti dalla stagione cattiva. Virgilio me li indicò. «Guarda quella che precede, più regale nella rovina. Fu imperatrice di molte genti e fece legge del proprio piacere, perché il vizio non apparisse vizio quando portava la corona. Così gli uomini fanno spesso: non correggono la colpa, le danno un decreto.» Vidi un'ombra alta, avvolta in una maestà disfatta. Anche trascinata dalla bufera, pareva voler conservare il comando. La bocca aveva ancora la superbia di chi era stata obbedita perfino quando desiderava. Intorno a lei, altre anime le ruotavano vicino come resti di una corte spazzata via. «Semiramide», disse Virgilio. Il nome passò nel vento e parve diventare più antico del vento stesso. Subito dopo vidi un'ombra che stringeva al petto un vuoto. Aveva volto di regina e ferita di donna. Il vento la piegava, ma il suo sguardo restava fisso su qualcosa che non c'era più: una nave partita, un letto tradito, una fiamma accesa per sé stessa. Virgilio pronunciò il nome di Didone, e io sentii in esso il dolore di chi trasforma amore e morte in un solo gesto e poi, nell'eternità, non può più distinguerli. Venne Cleopatra, bella ancora di una bellezza quasi velenosa, con occhi che parevano avere conosciuto il potere come un profumo e la rovina come un ornamento. Vidi Elena, per la quale tanto sangue era corso sulla terra, e mi sembrò che la bufera, intorno a lei, portasse ancora odore di città bruciate e di uomini morti per un volto che nessun volto può giustificare. Vidi Achille, grande perfino nel trascinamento, e mi turbò che un eroe capace di tanto furore e gloria fosse lì, piegato dallo stesso desiderio che piega i più deboli. Paride gli passò vicino, con una grazia molle e colpevole. Tristano venne dopo, come una canzone diventata condanna. A ogni nome, il vento sembrava riempirsi di storie. Mi sentivo sopraffatto. Non vedevo soltanto anime; vedevo il mondo dei vivi con i suoi racconti più celebrati rovesciarsi in pena. Quante volte gli uomini avevano cantato questi amori con voce commossa, quante volte avevano confuso la bellezza del racconto con l'assoluzione della colpa. Là, nel buio, ogni canto terreno perdeva il liuto e restava carne morale. La passione non era meno terribile perché aveva generato versi. Anzi, forse lo era di più: poiché la parola bella può diventare complice del male quando gli presta nobiltà senza chiedergli verità. Una coppia attirò il mio sguardo. Non so perché li notai tra tanti. Forse perché il vento, pur trascinandoli, non riusciva a separarli. Forse perché non venivano con la furia disordinata degli altri, ma come due colombe nere richiamate da un nido impossibile. Si tenevano vicini, l'uno all'altra, e nel turbine parevano cercare ancora una forma di dolcezza. Lei aveva volto gentile, una dolcezza ferita ma non spenta; lui le stava accanto in silenzio, come un'ombra dell'ombra, e già da lontano il suo dolore sembrava più muto del suo peccato. Il cuore mi si strinse. «Maestro», dissi, «vorrei parlare a quei due che vanno insieme e paiono così leggeri nel vento.» Virgilio mi guardò con attenzione. «Chiamali», disse. «Chiamali in nome di quell'amore che ancora li trascina. Verranno, se il vento lo permette.» Mi volsi verso la bufera. «O anime affaticate», gridai, «venite a parlarci, se altri non lo vieta.» Il vento parve torcersi. Per un istante si aprì una piega nella tempesta, e i due furono portati verso di noi. Non scesero: furono concessi. Vennero come uccelli stanchi che, dopo lunga furia, trovino un ramo che non è salvezza ma soltanto pausa. Lei parlò. «O creatura cortese e benigna, che vieni per l'aria scura a visitare noi che tingemmo il mondo di sangue, se il re dell'universo ci fosse amico, noi lo pregheremmo per la tua pace, poiché hai pietà del nostro male perverso.» La sua voce mi colpì prima delle sue parole. Era dolce. Non dolce come innocenza, ma come una lama coperta di seta. Aveva dentro educazione, nobiltà, memoria di stanze alte, di corti dove anche la sciagura impara a parlare con grazia. Non gridava. Non si lamentava come gli altri. Sembrava quasi riceverci, lì nella tempesta, come una donna che accolga ospiti in una sala devastata ma ancora sua. E questo, lo compresi solo dopo, era il pericolo: la sua pena era orribile, ma la sua voce sapeva vestirla. «Di quel che udire e dire vi piace», continuò, «noi udiremo e diremo, finché il vento tace per noi.» L'uomo accanto a lei non parlava. Piangeva. Non un pianto aperto, ma continuo, come acqua che filtri da una pietra. Teneva il volto abbassato. Ogni tanto la guardava, e in quello sguardo non c'era soltanto amore: c'era dipendenza, vergogna, impossibilità di essere altro da lei perfino nel castigo. «Chi siete?» chiesi, e sentii la mia voce farsi più tenera di quanto avrei voluto. La donna abbassò appena gli occhi, quasi per raccogliere il proprio nome da un luogo lontano. «La terra dove nacqui siede sulla marina dove il Po discende per avere pace con i suoi seguaci», disse. «Là ebbi vita, e sangue, e casa. Qui ho soltanto memoria.» Ravenna. Il nome non fu pronunciato, ma mi apparve davanti con le sue acque, le sue nebbie, i suoi mosaici silenziosi, quella bellezza ferma delle città che sembrano custodire segreti sotto l'oro. «Mi chiamai Francesca.» Al nome, il vento parve farsi più freddo. Io conoscevo la storia, come si conoscono certe vicende che corrono di bocca in bocca tra famiglie e città, perdendo giustizia e acquistando fascino. Figlia di casa potente, data in matrimonio per calcolo, chiusa in un patto dove il corpo di una donna serviva a ricucire interessi d'uomini, poi l'amore proibito, poi il sangue. La politica sa essere oscena senza spogliarsi: veste le proprie convenienze di nozze, doti, alleanze, paci tra casati, e quando il cuore esplode sotto quelle stoffe, tutti fingono sorpresa. «Amore», disse Francesca, e pronunciò quella parola come se ancora fosse regina, «che presto prende cuore gentile, prese costui della bella persona che mi fu tolta; e il modo ancora mi offende.» L'uomo tremò. Ella non lo guardò subito. Continuò, con quella voce piana che non chiedeva assoluzione e proprio per questo la suggeriva. «Amore, che a nessuno amato perdona d'amare, mi prese di lui con piacere tanto forte che, come vedi, non mi lascia ancora.» Il vento ci girava intorno, ma io udivo ogni parola come se fossimo in una stanza chiusa. Francesca alzò allora gli occhi verso di me. Erano occhi pieni di pianto, ma non sconfitti. Vi era in essi una dolcezza così ben governata che pareva impossibile chiamarla colpa. Il mio cuore, che nei primi cerchi era ancora inesperto, le andò incontro come un uomo che vede ferita una cosa bella e dimentica di chiedersi quale mano impugnasse il coltello. «Amore ci condusse a una morte sola», disse. «Colui che ci spense attende pena più bassa.» In quelle parole, per la prima volta, sentii un'ombra diversa. Non solo dolore: accusa. Il marito, l'assassino, il tradito e vendicatore, era per lei già collocato più giù, in un luogo peggiore. Forse era vero. Forse no. Ma la prontezza con cui Francesca spostava lo sguardo dalla propria colpa al delitto altrui mi trafisse senza che allora sapessi difendermene. I dannati, anche i più gentili, conservano un'arte: raccontare la propria storia in modo che la ferita occupi più spazio della responsabilità. «Francesca», dissi, e il suo nome mi parve troppo umano per quell'aria nera, «i tuoi tormenti mi fanno tristezza e pietà fino alle lacrime. Ma dimmi: al tempo dei dolci sospiri, da che cosa e come amore vi concesse di conoscere i desideri nascosti?» Virgilio non mi fermò. Forse voleva che io ascoltassi fino in fondo. Forse sapeva che certe lezioni non entrano per ammonimento, ma per ferita. Francesca rimase in silenzio un momento. Il vento, intorno a noi, riprese forza, poi si abbassò di nuovo. Lei guardò l'uomo accanto a sé. Egli non alzò il volto. Piangeva più forte. «Nessun dolore è più grande», disse lei, «che ricordarsi del tempo felice nella miseria. Ma se vuoi conoscere la prima radice del nostro amore, parlerò come chi piange e dice.» La sua voce ebbe allora un tremito che mi vinse. «Leggevamo un giorno per diletto di Lancillotto, come amore lo strinse. Eravamo soli, e senza sospetto.» Quelle ultime parole mi parvero, già mentre le udivo, più pericolose delle altre. Senza sospetto. Quante colpe cominciano così: non con il progetto del male, ma con la presunzione che il male non abiti ciò che ci piace. Una stanza, un libro, un pomeriggio, due giovani soli, un racconto nobile abbastanza da fare da copertura al desiderio. Il peccato raramente entra annunciandosi come peccato. Preferisce arrivare con la voce di una storia bella. Francesca proseguì. «Più volte quella lettura ci spinse gli occhi l'uno verso l'altra, e ci scolorì il volto. Ma un punto solo fu quello che ci vinse. Quando leggemmo del sorriso desiderato, e di come fu baciato da tanto amante, questi, che mai da me sarà diviso, mi baciò la bocca tutto tremante.» L'uomo si portò le mani al volto. Il vento gemette. Io vidi la scena senza averla vista: il libro aperto, le dita ferme sulla pagina, il silenzio cresciuto troppo tra una parola e l'altra, il respiro che cambia, il volto che si avvicina, il tremito scambiato per destino. Vidi anche l'inganno più sottile: non si erano sentiti autori del gesto, ma strumenti di un racconto già scritto da altri. Il libro, il cavaliere, la dama, il bacio narrato: tutto diventava complice, tutto attenuava, tutto faceva sembrare inevitabile ciò che invece, in qualche punto segreto e preciso, era stato scelto. «Quel libro», disse Francesca, «fu per noi intermediario e chi lo scrisse. Quel giorno non leggemmo oltre.» Non leggemmo oltre. La frase rimase sospesa tra noi come una porta chiusa su una stanza di sangue. Ella non disse ciò che avvenne dopo. Non disse il tempo del tradimento, né gli incontri, né la paura, né la lama, né il corpo sorpreso, né il grido. Si fermò al bacio. Si fermò nel punto in cui la colpa poteva ancora sembrare fiore e non frutto marcio. Anche nella dannazione, Francesca sceglieva dove interrompere il racconto. E io, allora, non ebbi la forza di giudicarla. La sua arte mi aveva preso. Guardai Paolo. Non aveva detto una parola. Il suo silenzio era forse più vero della voce di lei, o forse ne era soltanto prigioniero. Piangeva non come un uomo pentito, ma come chi rivive eternamente il momento in cui si consegnò e non sa, non vuole, non può separarsene. Il vento lo tirava, e tuttavia egli restava curvato verso Francesca come ferro verso calamita. Mi parve terribile che anche l'amore, quando diventa colpa, possa produrre una fedeltà. Terribile perché somiglia alla virtù quel tanto che basta a confondere il cuore. Dentro di me si ruppero più cose insieme. Pensai alla dolcezza della parola amore, a quante volte l'avevo pronunciata credendola pura per il solo fatto d'essere bella. Pensai alle canzoni, ai libri, agli sguardi che gli uomini custodiscono come reliquie dei propri desideri. Pensai a Beatrice, e subito mi vergognai d'accostare il suo nome a quella tempesta. L'amore che mi aveva mandato soccorso era sceso per salvarmi dalla selva; questo amore aveva trascinato due anime nel vento eterno. Eppure la parola era la stessa. Fu allora che cominciai, non a capire, ma a temere la potenza delle parole quando l'uomo le usa per confondere le cose opposte. «Maestro», avrei voluto dire, «come si distingue l'amore che salva da quello che perde?» Ma non parlai. La domanda mi restò dentro, ancora informe, come un dolore senza voce. Virgilio mi osservava. Il suo volto era grave. Non mi rimproverò. Forse vedeva che il rimprovero sarebbe stato inutile in quell'istante. Io ero tutto preso dalla pietà, e la pietà, quando non è educata, può diventare serva della menzogna. Guardavo Francesca e Paolo, e non vedevo più abbastanza il vento. Udivo la dolcezza del racconto e dimenticavo la giustizia della pena. Questa è la forza dei dannati più pericolosi: non negano la colpa con arroganza, la avvolgono in un dolore così umano che l'anima viva si sente crudele a giudicare. Francesca si strinse a Paolo, o il vento li strinse insieme. Non seppi distinguerlo. «Tu che sei vivo», disse piano, «ricorda almeno che fummo amati.» Quelle parole mi attraversarono. Avrei voluto rispondere che sì, li avrei ricordati; che la loro pena mi pareva più grande della loro colpa; che il mondo era stato crudele; che i matrimoni imposti, le famiglie, le corti, le lame degli uomini avevano avuto la loro parte. Avrei voluto assolvere qualcosa, qualcuno, forse loro, forse me stesso, forse la debolezza umana quando trova una voce bella per raccontarsi. Ma il vento riprese con violenza. La pausa era finita. Francesca e Paolo furono sollevati come foglie nere. Lei non gridò. Lui sì, o forse il suo pianto diventò grido. Si allontanarono girando, ancora vicini, ancora perduti, ancora incapaci di uscire dall'abbraccio che li condannava. Intorno a loro la tempesta si richiuse, trascinando altri nomi, altri corpi, altri amori divenuti pena. Io rimasi immobile. Il rumore del vento crebbe fino a occupare ogni cosa. Sentii la gola serrarsi, le gambe perdere forza. Una pietà smisurata mi invase, ma dentro quella pietà vi era confusione, quasi colpa. Non piangevo soltanto per loro. Piangevo perché avevo riconosciuto la seduzione del racconto, la nobiltà apparente del desiderio, la fragilità della ragione quando il cuore la chiama nemica. Piangevo perché l'Inferno non mi mostrava mostri lontani, ma inclinazioni umane vestite di bellezza. Virgilio mi chiamò. Forse disse il mio nome. Forse disse soltanto: «Dante.» Non riuscii a rispondere. La bufera girò più forte. Il buio si piegò su di me. Vidi ancora, per un ultimo istante, due ombre unite e trascinate, come se l'eternità intera non bastasse a separare ciò che un solo bacio aveva confuso. Allora il dolore mi vinse. Caddi come cade un corpo morto, mentre il vento continuava a portare via i nomi degli amanti e a restituirli, senza pace, alla loro dolcissima menzogna.
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