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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Volevo solo pescare
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Andrea vive in un paese del Salento dove il mare, da solo, non basta a salvare nessuno. Tira avanti con lavoretti saltuari, qualche ripetizione di latino, molti silenzi e una quantità di umiliazioni che ha imparato a ingoiare senza più protestare. Vive solo, in una casa che si sgretola insieme ai suoi giorni, mentre intorno il mondo sembra andare avanti senza accorgersi di lui. La sua è un'esistenza minima, consumata, quasi invisibile. Eppure sotto quella superficie di rinunce, di rabbia trattenuta e di dignità ferita, continua a muoversi qualcosa: un bisogno ostinato di resistere, di capire se esista ancora una possibilità, anche piccola, anche tardiva, di sottrarsi alla sconfitta. In un Sud lontano da ogni cartolina, tra case mezze vuote, rapporti ambigui, memorie che non smettono di bruciare e giornate che sembrano tutte uguali, Andrea attraversa il confine sottile tra sopravvivere e sparire. E mentre il passato torna a chiedere conto e il presente stringe sempre di più, sarà costretto a misurarsi con ciò che resta di un uomo quando ha perso quasi tutto: il lavoro, le certezze, l'orgoglio, perfino l'idea di poter essere ancora visto da qualcuno.
Gli scogli
La punta metallica della canna batteva piano contro la pietra ogni volta che il vento cambiava verso. Andrea la fermò con due dita, senza guardarla, e tornò a seguire il galleggiante che saliva e scendeva davanti agli scogli come una cosa stanca, presa in un lavoro che non le riguardava. Era arrivato presto, quando la marina aveva ancora quell'aria da posto lasciato in sospeso da qualcuno che sarebbe dovuto tornare e invece non era tornato più. Le case basse, con le persiane serrate e le verande vuote, tenevano addosso l'umidità della notte. Le saracinesche dei bar erano abbassate da mesi, sui cartelli degli affitti estivi il sole dell'anno prima aveva scolorito i numeri di telefono, e fra un cancello e l'altro il vento infilava sabbia fine, cartacce, odore di alghe marce. Non c'era niente da guardare che promettesse qualcosa. Era anche per questo che Andrea veniva lì. Aveva scelto il punto dove la roccia scendeva a gradoni irregolari fino all'acqua e ci si poteva sistemare senza troppo equilibrio, con il secchio da una parte, la busta dall'altra e le scarpe abbastanza lontane dagli spruzzi. Conosceva quel tratto come si conosce una cattiva abitudine. Sapeva dove il fondo si alzava, dove la lenza tendeva a impigliarsi, dove conviene insistere anche se per mezz'ora non succede nulla. Non aveva più la pazienza di una volta, ma gli era rimasta la disciplina minima delle cose che non chiedono spiegazioni. Preparare l'amo, schiacciare l'esca fra pollice e indice, far scorrere il filo fra le dita per sentire se aveva preso pieghe. Gesti poveri, abbastanza precisi da occupare una mattina. Portava addosso un giubbotto leggero che un tempo doveva essere blu e ora non era più di nessun colore pulito. Sotto, una felpa chiara con il collo slabbrato. I jeans avevano il sale vecchio sulle ginocchia, come se il mare glieli avesse già presi e poi restituiti senza interesse. Dal sacchetto tirò fuori una bottiglia di birra, la stappò con l'apribottiglie fissato al portachiavi e bevve il primo sorso senza fretta. Era fresca soltanto in superficie. Più giù sapeva già di vetro tiepido e lievito. Si mise a sedere su una pietra piatta, allungò le gambe e lasciò lavorare gli occhi. Non cercava il pesce. Cercava quel punto esatto in cui il tempo smetteva di chiedergli conto di quello che aveva fatto e di quello che non aveva fatto. Sugli scogli ci arrivava quasi subito. Bastavano il rumore della lenza che tagliava l'aria, il piccolo attrito del mulinello, l'odore acre del tabacco sulle dita. Il resto, almeno per qualche ora, si abbassava. Quando il galleggiante affondò di colpo, Andrea non ebbe uno scatto vero. Sollevò appena il polso, accompagnò la tensione, aspettò. Venne su una boga piccola, nervosa, già rassegnata prima ancora di uscire dall'acqua. La tenne sospesa un momento, il corpo argenteo che si torceva e mandava riflessi cattivi, poi la sganciò con un movimento rapido e la lasciò cadere nel secchio. Il tonfo fu quasi niente. Troppo poco per sentirsi fortunato, abbastanza per rimandare la sensazione di stare lì per niente. Si accese una sigaretta. La teneva fra l'indice e il medio con una cura ormai antica, proteggendo la brace dal vento con la mano cava. Fumava fino al filtro, sempre. Anche quando la carta gli si incollava alle labbra. Le cose che si pagano, pensava, bisogna finirle. Se non proprio rispettarle, almeno non sprecarle. La mattina avanzava senza decidersi. Il sole, dietro una velatura bianca, schiacciava i colori invece di aprirli. Il mare aveva una superficie opaca, da pentola usata troppo. Ogni tanto cambiava soltanto il rumore: un colpo più secco di risacca contro il banco sotto gli scogli, il richiamo lungo di un gabbiano, il motore lontano di un furgone che attraversava la litoranea e spariva. Andrea seguiva quei passaggi minimi come si segue una lezione già sentita molte volte, e che pure conviene ascoltare fino in fondo perché non c'è altro. Aprì la busta dell'esca, ne staccò un pezzetto, lo sistemò sull'amo con attenzione. Le sue mani, viste da vicino, non erano mani da pescatore. Le unghie erano corte e mangiate male ai lati, la pelle delle nocche aveva piccoli tagli bianchi, ma nel modo in cui stringeva il filo c'era ancora qualcosa di sorvegliato, una pulizia del gesto che non apparteneva al resto. Faceva tre giri dove ne bastavano due, controllava l'allineamento dell'amo, tastava il nodo prima di lanciarlo. Non per scrupolo sportivo. Per abitudine a un ordine che da qualche parte, molto tempo prima, gli doveva essere servito. Dopo la seconda birra non si sentì meglio né peggio. Sentì soltanto meno il vento sotto la felpa. Aveva messo a lato un pezzo di pane secco avvolto nella carta da forno e lo mangiò a piccoli morsi, senza fame vera, soltanto per non bere a vuoto. Le briciole gli restavano sulla barba di due giorni e sulla cerniera del giubbotto. Le tolse con il dorso della mano. Un cane rossiccio comparve sulla strada sopra gli scogli, lo guardò per qualche secondo e riprese a camminare senza scendere. Andrea seguì il suo passaggio fino a quando sparì dietro una villetta con il cancello arrugginito. Non c'era nessuno che avesse bisogno di lui, neppure per allungargli un pezzo di pane. La lenza s'ingarbugliò in un nodo piccolo e ostinato. Andrea se la portò vicino agli occhi. Le dita, all'inizio, provarono a tirare. Poi si fermarono. Cambiò metodo. Allentò appena la tensione, trovò il punto in cui il filo aveva preso la piega sbagliata, infilò l'unghia, fece ruotare il piombino, sciolse il nodo senza spezzare niente. Gli venne da pensare, non senza fastidio, che c'erano stati anni in cui lui sapeva ancora affrontare le cose così: senza fretta, senza rabbia, senza quella stanchezza preventiva che ormai gli arrivava prima di ogni gesto. L'idea durò poco. Bastò un'ondata più alta delle altre a bagnargli la punta delle scarpe perché tutto tornasse com'era. Verso metà mattina si alzò e si spostò di qualche metro, su uno scoglio più esposto. Le gambe gli si erano addormentate. Restò in piedi, col secchio fra i piedi e la canna tenuta bassa, quasi parallela all'acqua. Da lì si vedevano meglio le case della marina: una fila di terrazzi chiusi, parabole storte, tende da sole lasciate a metà, sedie di plastica impilate contro i muri. In estate quel posto si riempiva di bambini, braccialetti gonfiabili, padri col petto fuori e madri che urlavano nomi verso il mare. Lui lo sapeva, ma l'immagine non gli produceva nostalgia. Gli produceva soltanto un'impressione di estraneità anticipata, come se quella vita fosse già di qualcun altro anche quando sarebbe tornata. Tirò su un'altra volta e trovò l'amo pulito. Aveva perso l'esca senza accorgersene. «Bravo», disse a bassa voce, senza sapere se lo dicesse al pesce o a sé stesso. La sua voce, dopo ore di silenzio, gli parve più ruvida del necessario. Tossì appena, sputò di lato e rimase fermo. Non gli pesava stare solo. Gli pesava il modo in cui la solitudine, col tempo, si era fatta pratica. Non era più una sfortuna da raccontare, un incidente di percorso, una parentesi. Era diventata una serie di gesti ben oliati: scegliere le ore morte, preferire i posti che non chiedono conversazione, ridurre le proprie necessità a poche cose trasportabili in una busta. Anche il bere aveva finito per assomigliare a un'attività organizzata. Non cercava l'ebbrezza; cercava quel margine smussato che rende tutto più affrontabile senza migliorare niente. Guardò il telefono. Nessuna chiamata. Batteria quasi a metà. Lo rimise in tasca. Non aveva motivo di aspettare notizie, eppure ogni tanto controllava lo stesso, come si guarda una strada vuota sapendo benissimo chi non arriverà. Il sole si fece più duro. La luce cominciò a rimbalzare sull'acqua in chiazze scomposte che obbligavano a stringere gli occhi. Andrea si abbassò la visiera del cappellino, che portava da anni ed era spelato sulla fronte. Il secchio conteneva una boga, un sarago piccolo e due pesciolini che non valevano quasi la pulizia. Non abbastanza per portarli a qualcuno, non abbastanza per sentirsi ridicolo se fosse tornato con le mani vuote. Il vantaggio di vivere da solo stava anche lì: nessuno giudicava il risultato, nessuno aveva fame in contemporanea con la tua. A un certo punto un motoscafo passò al largo, troppo veloce per la stagione. La scia arrivò in ritardo, spezzata, ma bastò a far saltare il galleggiante e a tirare la lenza contro la roccia. Andrea bestemmiò sottovoce, sollevò la canna, recuperò filo. L'amo si era incastrato sotto una sporgenza. Tirò piano, poi con più decisione. Sentì il nylon vibrare, quasi lamentarsi, poi cedere di colpo. L'amo tornò su storto. Se lo guardò nel palmo. Avrebbe potuto raddrizzarlo, ma sarebbe durato poco. Dal marsupio prese la scatolina di plastica con i ricambi, ne scelse uno più piccolo, lo legò senza esitazione. Le dita eseguivano da sole. La testa, intanto, stava altrove, in quella zona opaca dove non ci sono pensieri formati ma soltanto una fatica diffusa, come polvere nei polmoni. Riprese a pescare. Per mezz'ora non accadde niente. Poi venne su un'alga lunga e viscida che gli si attaccò al filo e al polso. Se la staccò con disgusto tranquillo. Non era neppure un imprevisto. Era una delle forme ordinarie che le cose prendevano quando non volevano darti niente. Quando si sedette di nuovo, si accorse di avere freddo alle reni. Il vento era girato e gli entrava da dietro, sotto la felpa. Si piegò in avanti, appoggiò gli avambracci alle ginocchia. Da quella posizione il mondo si restringeva al secchio, alle scarpe, alla roccia chiazzata di sale. Restò così un po', senza dormire e senza pensare. Un uomo che, visto da lontano, avrebbe potuto sembrare soltanto stanco. Ma nella linea con cui teneva la schiena, nel modo in cui non si lasciava crollare del tutto, c'era ancora una resistenza poco visibile, forse inutile, che non aveva smesso di lavorare. Gli capitava, in certi momenti, di sorprendersi a misurare mentalmente le cose. La distanza fra il galleggiante e la punta dello scoglio. Il numero dei gradini da fare per risalire. Quanto pane era rimasto nel sacchetto. Quante sigarette ancora nel pacchetto schiacciato. Era un modo per stare dentro il giorno senza consegnarglisi. Dare forma a ciò che restava, almeno finché restava. Anche adesso contò i pesci nel secchio due volte, pur vedendoli benissimo, e alla seconda contata gli parvero ancora meno. Capì che era ora di tornare non perché avesse preso abbastanza, ma perché non avrebbe preso altro. Quella distinzione, per lui, contava. Non amava farsi cacciare dai posti. Preferiva decidere lui quando il margine era finito. Spense la sigaretta su una pietra liscia e si mise a raccogliere. Prima la scatola degli ami, poi il filo di riserva, poi la busta dell'esca ripiegata con attenzione per non sporcare il resto. Vuotò l'ultima sorsata di birra e infilò la bottiglia nel sacchetto. Il secchio, sollevato, ebbe un peso lieve e insufficiente. Gli diede fastidio più di quanto si aspettasse. Non per il pranzo. Per quello che confermava. Risalgliere dagli scogli richiese il solito accorgimento. Piantare bene il piede sinistro, cercare con la mano la sporgenza asciutta, non fidarsi della pietra chiara, che da lontano sembra tenere e invece cede. Arrivato sopra, si fermò un istante a riprendere fiato. Davanti a sé aveva la strada della marina, le cancellate chiuse, i muri bassi mangiati dal sale, i vasi vuoti lasciati sui davanzali da un'estate dimenticata. Nessuno lo vide passare. O se qualcuno lo vide, non uscì a salutarlo. Andrea si sistemò la canna sulla spalla, prese il secchio nell'altra mano e si avviò verso casa con l'andatura di chi non ha fretta e nemmeno un posto migliore dove stare. Ogni tanto il secchio urtava contro la gamba e i pesci, dentro, producevano un piccolo rumore umido, quasi offensivo nella sua modestia. Continuò a camminare senza guardare dentro. Bastava il peso. Bastava quello per capire che quella mattina il mare gli aveva restituito troppo poco, e non soltanto da mangiare.
La casa che nessuno ha voluto
La luce non si accese al primo colpo. Andrea lasciò il secchio vicino alla porta, appoggiò la canna contro il muro del corridoio e premette di nuovo l'interruttore, con il pollice sporco di sale. Niente. Restò fermo un momento, senza imprecare. In quella casa le cose non smettevano di funzionare per davvero; si stancavano, facevano resistenza, chiedevano una pazienza che lui non aveva quasi più ma continuava a concedere per mancanza di alternative. Aprì il piccolo sportello del contatore, nel vano accanto all'ingresso. Il vetro era opaco di polvere e umidità, i numeri correvano lenti come se anche loro non vedessero ragione di affrettarsi. L'interruttore salvavita era scattato. Andrea lo rialzò con due dita, aspettò il clic secco che per qualche motivo gli dava sempre un fastidio fisico, poi tornò dentro. Stavolta il neon della cucina tremò, fece un ronzio da insetto grosso e si decise a restare acceso. Illuminava male, con una luce grigia che non correggeva niente. L'odore gli arrivò addosso insieme al chiarore: umidità vecchia, intonaco bagnato, detersivo economico usato giorni prima, salsedine entrata dai telai storti e rimasta a lavorare sui muri. Non era un odore improvviso. Era la somma fedele di tutto quello che la casa tratteneva da anni. Andrea chiuse la porta, girò la chiave due volte e restò con la mano sulla toppa, come se dovesse ancora convincersi a stare lì. La casa aveva due stanze vere, una cucina stretta e un bagno che sembrava aggiunto dopo, quasi per errore. Il corridoio era tanto corto che non si poteva neppure chiamarlo così, ma abbastanza lungo da distribuire il freddo dalle pareti al resto. I pavimenti, in graniglia chiara, avevano una patina opaca di sale che tornava anche dopo che li lavava. Gli infissi chiudevano male. Quando il vento arrivava da levante, una delle finestre della camera da letto sbatteva piano anche se era accostata bene, e di notte quel colpo regolare sembrava il dito insistente di qualcuno che, a furia di bussare, aveva perso la speranza di essere fatto entrare. Si chinò sul secchio. I pesci erano pochi e già smorti. Li portò al lavello, aprì l'acqua sottile del rubinetto e cominciò a pulirli senza fretta. Il coltello che usava per tutto aveva la lama segnata e un manico di plastica gialla appena crepato. Con il pollice apriva il ventre, con l'unghia liberava le branchie, poi buttava gli scarti in una busta della spesa annodata al pomello del pensile basso. Il gesto gli riusciva bene. Non con eleganza, ma con una precisione acquisita da necessità. Sul piano di marmo artificiale restavano squame attaccate come lustrini poveri. Lui le raccoglieva con il dorso della lama e le spingeva nel lavello. Mangiare quello che aveva preso non avrebbe risolto niente, ma almeno impediva alla mattina di sembrare del tutto inutile. Era già qualcosa. Appoggiò i pesci puliti in un piatto sbeccato e si asciugò le mani sul canovaccio appeso al forno. Il tessuto, una volta bianco, portava ancora due iniziali ricamate in azzurro che sua madre aveva voluto su tutta la biancheria buona e su metà di quella mediocre, come se nominare le cose servisse a farle durare di più. Andrea evitò di guardarle troppo. Non per dolore. Per stanchezza. In quella casa le tracce dei suoi erano rimaste come restano certi graffi sui mobili: non chiedevano memoria, ma impedivano la dimenticanza pulita. Sul tavolo della cucina c'era un mucchio basso di carte che non si decideva mai a ordinare fino in fondo. Bollette piegate in quattro, avvisi con finestrelle trasparenti, una busta aperta male lungo il bordo, il tagliando di un pagamento fatto in ritardo e uno non fatto affatto. Andrea si sedette, ne prese due o tre e lesse le date senza attenzione vera, come si guarda una febbre che si conosce già. Luce, acqua, tassa sui rifiuti. Gli importi erano modesti, abbastanza piccoli da sembrare offensivi. Non si arriva alla vergogna per somme enormi, pensò. Ci si arriva anche così, per cifre che altri spendono in una cena distratta o in una spesa presa senza fare i conti. Rimise le carte giù. Le dispose in due pile, una che fingeva urgenza e una che la rimandava. Non era un ordine, soltanto una maniera di prendere tempo. Nel silenzio tornò il ronzio del neon. Da qualche parte, nel muro della cucina, c'era pure un ticchettio discontinuo, forse un tubo, forse il vecchio orologio appeso sopra la credenza che non segnava l'ora giusta da anni ma insisteva a stare lì, con le lancette ferme fra le undici e le dodici come se il tempo, in quella casa, avesse smesso di passare proprio nel momento meno utile. Si alzò e andò in camera da letto. Il letto era rifatto a metà: lenzuolo tirato, coperta ripiegata male sul fondo, un cuscino più basso dell'altro. Sopra la sedia c'erano i vestiti del giorno prima e di quello prima ancora, senza una distinzione chiara fra pulito, sporco e tollerabile. Nel comò, il primo cassetto si apriva solo se lo si sollevava leggermente con il ginocchio. Dentro c'erano mutande, calze spaiate, un mazzo di chiavi di cui non ricordava più l'uso, un accendino scarico, una ricevuta del supermercato di due mesi prima. Sul ripiano più alto, dietro una pila di tovaglie che nessuno avrebbe mai più steso per gli ospiti, c'era la cornice con la foto dei genitori scattata anni addietro a una comunione o a un matrimonio di paese. Andrea la teneva girata verso il muro. Non l'aveva fatto per odio. Un giorno, tornando da fuori, aveva capito che gli pesava essere guardato da due persone che avevano avuto da lui più aspettative di quante ne sapesse contenere. L'aveva voltata e basta. Da allora non l'aveva più rimessa a posto. Aprì la finestra quel tanto che bastava a cambiare aria e subito entrò il vento, non fresco ma ruvido, carico di una polvere salata che sembrava trovare la strada anche attraverso un'apertura minima. La richiuse. Sul davanzale interno si era formata una riga di intonaco sbriciolato. Andrea passò l'indice su quel bordo e ne venne via un po', lasciandogli il polpastrello bianco. Conosceva a memoria tutti i difetti della casa. Sapeva che la presa dietro il frigorifero faceva scintille se vi si attaccava qualcosa di troppo. Che il bagno, dopo tre minuti di acqua calda, cominciava a tossire dai tubi. Che il soffitto della camera, all'angolo verso il mare, prendeva una macchia scura ogni inverno e si schiariva appena in estate senza sparire davvero. Sapeva anche quando il pavimento avrebbe ceduto con un suono vuoto in cucina, vicino alla finestra, e quale persiana andasse fermata con il filo di ferro quando cambiava il vento. Non abitava quella casa controvoglia. La abitava come si abita una condanna assegnata con largo anticipo, quando si smette di pensare che da qualche parte esista ricorso. Nel bagno trovò la solita chiazza di muffa risalita sopra le mattonelle. Prese lo straccio e passò sul bordo del lavabo, sulle gocce secche dello specchio, sulla mensola dove teneva il rasoio, il dentifricio schiacciato dal fondo, una saponetta consumata fino a diventare una cosa molle e sgradevole da maneggiare. Lo faceva spesso, pulire. Più di quanto gli altri avrebbero immaginato. Non per amore dell'ordine. Per difesa. La sporcizia, oltre un certo punto, diventa un linguaggio. Lui non voleva che la casa parlasse troppo di lui. Tornando in cucina urtò con il fianco il mobile basso accanto alla porta e il piccolo sportello si aprì da solo. Dentro c'era una scatola di latta piena di carte vecchie, chiavi, libretti, una ricevuta del marmista, i documenti della successione messi insieme male e tenuti con un elastico ormai slabbrato. Andrea li guardò senza chinarsi. Sapeva già dove stavano le firme, dove il fratello aveva messo la sua di fretta, dove la sorella aveva chiesto a voce bassa ma ferma chi avrebbe pagato il rifacimento del tetto, la facciata, gli infissi, il resto. Non c'era stata lite, ed era stato quasi peggio. Nessuno aveva alzato la voce. Il fratello aveva fatto due conti sul tavolo della cucina di allora, quando la madre era morta da poco e il padre mancava già da anni, e aveva detto che venderla così non conveniva a nessuno, sistemarla ancora meno. La sorella aveva tenuto gli occhi sulle mani e alla fine aveva pronunciato una frase semplice, quasi gentile: se Andrea voleva prendersela, per loro andava bene. Per loro andava bene. Non gliel'avevano lasciata come si lascia un bene. Gliel'avevano lasciata come si lascia addosso un incarico minore, un pezzo di fastidio che uno, per sfinimento o indole, accetta di portarsi via. Andrea aveva detto di sì troppo in fretta. Anche allora non aveva alternative, o almeno aveva capito subito quale fosse l'unica praticabile. Con i pochi soldi rimasti e i rapporti già consumati altrove, quella casa gli offriva quattro mura, un indirizzo, la possibilità di sparire con un minimo di legalità. Il prezzo era vivere dentro ciò che gli altri avevano giudicato antieconomico perfino come memoria. Si chinò, richiuse lo sportello con il ginocchio e restò un momento fermo, la mano sul bordo del mobile. Avvertì un giramento lieve, di quelli che gli venivano quando passava troppe ore senza mangiare abbastanza e beveva male. Aprì il pensile sopra il lavello, prese un bicchiere scompagnato e si versò acqua dal rubinetto. La bevve in due volte. Al secondo sorso sentì il sapore metallico delle tubature. Lasciò il bicchiere nel lavello, accanto alle lische. In cucina c'era una sedia che non usava mai nessuno perché traballava. Su quella sedia sua madre appoggiava la borsa della spesa quando tornava dal paese, e per un attimo Andrea vide il gesto con una nitidezza sgradevole: il manico che scivola giù, il pacco del caffè, i pomodori avvolti nel giornale, la sua voce che da un'altra stanza chiedeva se era tornato. L'immagine arrivò intera e se ne andò senza lasciare consolazione. Gli fece soltanto capire con più durezza che in quella casa il passato non stava nelle grandi cose. Stava in dettagli inutili, in piccoli posti del corpo dove andava a battere quando meno serviva. Prese i pesci dal piatto, li passò in padella con olio e uno spicchio d'aglio rinsecchito che trovò nel cestino. Il fornello sinistro si accese al secondo tentativo, sputando una fiamma irregolare. Mentre cuocevano, Andrea mise a tavola per abitudine soltanto le cose necessarie: forchetta, pane secco, il sale grosso in un bicchiere di vetro. Mangiò in piedi per i primi bocconi, poi si sedette. La carne era poca e piena di spine. Si fermava spesso, tastando la lingua con attenzione, per paura di essersene lasciata una in gola. Finì tutto ugualmente. Anche il pane. Alla fine pulì il piatto con l'ultima crosta e buttò giù il pasto con un sorso d'acqua tiepida. Non bastava. Lo sentì subito, senza neppure bisogno del corpo. Era una conoscenza più rapida. Quella che deriva dall'avere frequentato troppo a lungo il limite minimo delle proprie giornate. Prese il piatto, lo lavò appena e lo lasciò sgocciolare storto sul ripiano. Poi, quasi controvoglia, andò al frigorifero. L'anta oppose la resistenza molle della guarnizione consumata. Quando la aprì, il motore si mise a vibrare più forte, come se si offendesse di dover dimostrare ancora di essere vivo. Dentro c'erano mezza bottiglia d'acqua, un limone indurito, due uova in un portauova scheggiato, un pezzo di formaggio avvolto male nella carta, una lattina di birra rimasta da chissà quando e un contenitore di plastica con dentro salsa di pomodoro avanzata, ormai scurita sui bordi. Nel cassetto in basso, una cipolla morbida e due patate germogliate. Niente che potesse somigliare a una settimana, neppure a tre giorni condotti con cautela. Andrea rimase a guardare l'interno del frigorifero più del necessario. Il freddo gli toccava il viso in modo quasi indecente, come una premura che non si meritava. Fece un rapido conto di quello che aveva in tasca e capì che non valeva nemmeno la pena rifarlo meglio. Richiuse l'anta piano, per non far tremare le mensole. Restò lì, con una mano appoggiata sulla lamiera smaltata del frigorifero, sentendone sotto il palmo il tremore continuo. Non era una decisione, ancora. Soltanto la forma che prendevano le cose quando arrivavano a un certo punto: uscire, attraversare il paese, farsi vedere, accettare di nuovo il credito, il pane del giorno prima, una busta riempita senza troppi commenti. La fame non era abbastanza forte da umiliarlo da sola. Ci pensava il resto. Tolse la mano, guardò il tavolo con le bollette, il piatto dei pesci già lavato male, il neon che continuava a ronzare, e capì che quella sera non avrebbe potuto restare chiuso in casa come se bastasse aspettare.
Vincenzo
La campanella sopra la porta suonò due volte, una entrando e una subito dopo, come se il vento avesse voluto seguirlo dentro. Andrea si fermò accanto al banco, lasciando che gli occhi si abituassero alla penombra tiepida della bottega. Fuori il pomeriggio aveva quella luce secca che appiattisce i muri e fa sembrare più poveri i paesi di mare quando l'estate è ancora lontana. Dentro, invece, c'erano ombra, odore di formaggio stagionato, affettati, caffè appena fatto e cartone umido. L'aria stessa sembrava più vecchia di qualche decennio. Sui ripiani di formica scolorita stavano allineate conserve, scatole di tonno, bottiglie d'olio, pacchi di pasta, detersivi, fazzoletti, una fila di caramelle incartate che nessuno comprava quasi più. Dietro il banco, il registratore di cassa aveva il colore spento della plastica invecchiata e i tasti consumati da mani che avevano contato molto più di quanto avessero tenuto. Vincenzo alzò la testa dal giornale piegato in quattro. Portava gli occhiali bassi sul naso e un grembiule grigio, tirato in vita senza precisione. I capelli, ormai radi, gli restavano pettinati all'indietro con una cura che da lui non sembrava vanità ma ostinazione. Guardò Andrea per un secondo di troppo, abbastanza da fargli capire che l'aveva visto male anche da lontano, sulla strada. «Hai faccia da frigorifero vuoto», disse. Andrea si tolse il cappellino e se lo passò una volta sulla coscia dei jeans. «Buonasera pure a te.» «La buonasera te la do quando vedo che sei vivo. Per ora sto ancora valutando.» Non sorrideva quasi mai quando parlava così, e proprio per questo non si capiva mai dove finisse il rimprovero e dove cominciasse la forma minima dell'affetto. Andrea appoggiò due dita sul banco, come se bastasse quel contatto a giustificare la presenza. «Sto vivo,» disse. «Male, ma vivo.» «Male ci stai da anni. Non è una novità.» Vincenzo richiuse il giornale, se lo mise sotto il braccio e gli fece cenno con il mento di avvicinarsi. Andrea obbedì senza discutere. Sapeva già come andava quella scena, in quanti punti era stata ripetuta, quali frasi sarebbero arrivate e quali no. A cambiare, di volta in volta, erano solo la misura della vergogna e il tipo di merce. Sul banco c'era ancora il vassoio delle olive ascolane del mattino, ormai fredde e un po' afflosciate. Vincenzo ne prese una con la pinza e gliela mise su un foglietto di carta gialla. «Mangia.» «Non tengo fame.» «Mangia lo stesso.» Andrea prese il foglietto, addentò l'oliva e sentì subito che era fredda di frigo e di ore. La mangiò tutta. Il riso gli si appiccicò per un attimo al palato. Vincenzo lo guardò finire senza dire nulla, poi prese un pezzo di pane da una cassetta dietro il banco, lo spezzò con le mani e gliene allungò metà. |
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