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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Ombre nella Bassa
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La nebbia, nella Bassa Padana, non scende dal cielo, sale dalla terra. Arturo Rosa Coppa lo aveva letto in qualche manuale di geografia alle elementari ma vederlo accadere dal finestrino della sua nuovissima Volvo ibrida era un'esperienza del tutto diversa. La bruma avvolgeva gli pneumatici, inghiottiva i fossi e cancellava l'orizzonte, trasformando la provinciale in un tunnel bianco e claustrofobico. Anche Eddie Vedder, che riempiva l'abitacolo con la sua River Cross, sembrava avere compreso la situazione. Arturo controllò il navigatore per la terza volta, lo schermo pulsava rassicurante in mezzo a quel nulla opalino ma una voce metallica continuava a ripetergli di effettuare un'inversione a U in mezzo ad un campo di barbabietole. «Maledizione» sussurrò, tamburellando le dita sul volante in pelle. Era partito da Milano tre ore prima, lasciandosi alle spalle uno studio in zona Porta Venezia, un appartamento troppo grande e una carriera che consisteva principalmente nel convincere i barboncini delle "signore bene" che non erano Pitbull. Aveva bisogno di una pausa. Aveva bisogno di silenzio. Quello che non aveva preventivato era che il silenzio della provincia pavese avesse un peso specifico così opprimente. Quando finalmente vide il cancello arrugginito il sole era un disco pallido che tentava invano di bucare la cappa lattiginosa. Un cartello di legno, scolorito dalle piogge, recitava a malapena: Cascina Malcanto. La suddetta voce metallica lo informò con un filo di supponenza che era giunto alla sua destinazione. Spense il motore, il silenzio lo colpì come uno schiaffo; nessun tram, nessuna sirena, nessun brusio di fondo. Solo il gocciolìo ritmico dell'umidità che cadeva dai rami spogli di un pioppo gigantesco. Scese dall'auto, cercando di evitare le pozzanghere. Davanti a lui, appoggiato ad una vecchia Bmw, c'era un uomo basso e tarchiato che consultava un orologio da taschino. «Dottor Rosa Coppa, presumo,» disse l'uomo, senza sorridere. «È in ritardo. La nebbia mangia le ore, da queste parti.» «Notaio Pelli,» rispose Arturo, stringendogli la mano. Era fredda e ruvida. «Il navigatore ha avuto qualche difficoltà.» «Il satellitare non funziona qui. Ci sono troppi canali, il segnale rimbalza sull'acqua.» il notaio si voltò verso l'edificio. Cascina Malcanto era imponente e sinistra. Un fabbricato a corte chiusa in mattoni rossi a vista, scuriti da decenni di intemperie, le finestre sembravano occhi, le persiane sbarrate. Un'edera scheletrica si arrampicava sulla facciata principale come una vena nera. «Suo zio Alvise era un uomo... particolare,» esordì il notaio, incamminandosi verso il portone. «Non amava ricevere visite. E certamente non amava le comodità.» Arturo annuì. Non vedeva lo zio da anni, ricordava solo un vago odore di tabacco e vecchi libri. «Lei è l'unico erede, signor Coppa. La proprietà è sua, muri e.. animali annessi. Mi sono sentito in dovere di accoglierla personalmente, per la parte burocratica ci vedremo in paese, nel mio studio, appena si sarà sistemato..» Il notaio si fermò davanti a una porta laterale che dava su quella che doveva essere la stalla. «Solo che.. beh, vede dottore, a proposito di animali.. non tutti reagiscono bene al lutto.» L'etologo sorrise, raddrizzandosi il bavero del cappotto. Finalmente, il suo terreno. «Non si preoccupi, sono uno specialista in comportamento animale. Ho trattato casi di ansia da separazione in levrieri russi e depressione clinica in gatti del Bengala. Qualunque cosa sia – un cane, un gatto, persino un cavallo – saprò gestirlo.» Pelli lo guardò con un'espressione indecifrabile, a metà tra la pietà e il divertimento trattenuto. «Non è un cane, dottore.» Aprì la porta della stalla. L'interno era in penombra, odorava di fieno vecchio e di qualcos'altro, un sentore acre e selvatico. «Lucifero!» chiamò il notaio, ma la voce gli tremò leggermente. «Ci sono visite.» Dal fondo dell'edifico, dietro una catasta di vecchie cassette di legno, emerse una figura bianca, una grossa oca che marciava verso di loro con aria cattiva. Ma definire Lucifero semplicemente "un'oca" sarebbe stato come definire Moby Dick "un pesce". Era enorme, con un piumaggio bianco sporco arruffato e un becco arancione che sembrava scolpito nel marmo. Teneva il collo lungo teso in avanti, parallelo al suolo, in una postura di pura minaccia aerodinamica. «Un anatide,» mormorò Arturo, sorpreso. «Anser anser domesticus. Maschio, a giudicare dalla stazza.» Lucifero si fermò a tre metri da loro. Non emise il classico starnazzo da cortile, piuttosto un suono basso, un soffio sibilante che ricordava un copertone che si sgonfia violentemente. «Interessante,» disse Arturo, entrando in modalità professionale. Fece un passo avanti, abbassando il tono di voce e ammorbidendo la postura per non apparire minaccioso. «Ciao, Lucifero. Vedo che sei teso.. le piume del collo sono erette. È una risposta cortisolemica allo stress, sai? C'è da capirti.. hai appena perso il tuo compagno umano..» «Dottore, io non mi avvicinerei..» avvertì il notaio, indietreggiando verso l'uscita. «Non si preoccupi,» lo interruppe, «gli animali sentono l'aura calmante. Bisogna proiettare sicurezza.» Tese una mano aperta, palmo in su. «Vedi? Nessuna minaccia. Siamo solo io e te.. possiamo elaborare questo lutto insie..» Lucifero non gli diede il tempo di finire la frase. Con uno scatto che sfidava qualsiasi legge della fisica per un animale di quella stazza, l'oca caricò. Aprì le ali, che in quella penombra sembrarono ampie come quelle di un angelo caduto, e si lanciò contro le sue gambe. Il becco colpì lo stinco, proprio sopra il mocassino, con la precisione di un martelletto chirurgico. Arturo imprecò, perdendo tutto il suo aplomb professionale e saltellando all'indietro su una gamba sola. «Ma è pazzo!» L'oca rimase lì, piantata a zampe larghe, il collo teso, a fissare il nemico con due occhi piccoli, neri e incredibilmente intelligenti. «Gisella, la signora che temporaneamente si occupa della casa, dice che ha smesso di mangiare dal giorno in cui hanno trovato il corpo senza vita di Alvise, pace all'anima sua.» precisò il notaio dalla sicurezza della soglia. «E da allora lui si sente il custode della casa, legittimamente direi. Ecco, questo è il suo primo problema.» Arturo guardò l'oca. Lucifero lo guardò di rimando, emettendo un altro sibilo, questa volta più basso, quasi un sussurro. «Va bene,» disse, raddrizzandosi e cercando di recuperare un briciolo di dignità, nonostante il dolore pulsante alla gamba. «Accetto la sfida. Ma avrò bisogno del mio kit di pronto soccorso... e magari di parastinchi.» Fuori, la nebbia si era fatta più densa premendo contro i vetri sporchi della stalla come se cercasse di entrare, Arturo ebbe l'improvvisa, irrazionale sensazione che l'oca non stesse proteggendo la casa da quello che a tutti gli effetti poteva sembrare un' intrusione, ma da quello che c'era fuori, nella campagna umida e invisibile. La Bmw del notaio Pelli scomparve nella nebbia come una pietra gettata in uno stagno di latte. Arturo rimase a guardare i fanali posteriori rossi farsi piccoli, sfocati, e poi svanire del tutto. In quel momento, il silenzio cambiò consistenza, diventando una presenza fisica ingombrante. Strinse il bavero del cappotto, sentendo l'umidità penetrarci attraverso fino alle ossa, poi si voltò verso la casa, le finestre buie sembravano osservarlo con orbite vuote. «Bene,» disse. La sua voce suonò ridicola, piccola, inghiottita istantaneamente dall'aria umida «Entriamo.» Girò la chiave nella toppa, il meccanismo scattò con un lamento metallico che riecheggiò nella corte deserta. L'interno della cascina era gelido. Un freddo antico, stratificato, che sapeva di pietra umida, intonaco scrostato e cenere vecchia di decenni. Cercò l'interruttore della luce a tastoni, una lampadina nuda appesa al soffitto dell'ingresso sfrigolò, emettendo un chiarore giallognolo e malato che allungava le ombre invece di disperderle. Trascinò il suo bagaglio in quello che sembrava essere il salotto, sapeva che lo zio aveva vissuto come una specie di eremita, ma la condizioni di quella casa gli sembravano estreme, inusuali anche per un tipo sicuramente particolare come lo ricordava. I mobili erano coperti da lenzuola bianche impolverate, simili a fantasmi seduti in circolo per una seduta spiritica. Si lasciò cadere su una poltrona, sollevando una nuvola di polvere, e si passò le mani sul viso. Cosa diavolo ho fatto? Il pensiero, tenuto a bada dall'adrenalina del viaggio e dalla bizzarra aggressione dell'oca, ora esondava come un fiume in piena. Ripensò al suo appartamento in via Melzo, al parquet riscaldato, alla macchinetta del caffè espresso che si accendeva con un comando vocale. Ripensò a Cinzia. «Sei un bravo psicologo» gli aveva detto lei solo tre mesi prima, mentre riempiva scatoloni con una calma che lo aveva ferito più delle urla. «Capisci tutto. Analizzi tutto. Sai perché un cane abbaia e perché un gatto graffia il divano. Ma non hai la minima idea di cosa provo io. Tratti anche me come un caso clinico. Hai diagnosticato la nostra crisi matrimoniale come un "disallineamento degli obiettivi a lungo termine". È disumano, Arturo.» Disumano. Quella parola gli rimbombava in testa mentre guardava le travi scure del soffitto. Era fuggito da Milano per dimostrare a se stesso di poter sentire ancora qualcosa, di poter vivere una vita "autentica". La morte di quello zio di cui aveva ricordi vaghi e confusi, seppure triste, gli aveva dato una nuova occasione, da prendere al volo, senza tentennamenti, per dimenticare tutto e rifarsi una vita, proprio come succedeva nei film o nei romanzi. E ora si trovava in una tomba di mattoni in mezzo al nulla, erede di uno zio probabilmente impazzito che parlava con i muri, e coinquilino di un volatile disturbato. Un rumore di passi strascicati lo fece sobbalzare. Si immobilizzò, il cuore che martellava contro le costole. Proveniva dal corridoio che portava alla cucina. Afferrò l'unica arma a sua disposizione, la valigetta di pelle contenente il laptop. Si alzò lentamente, sull'uscio della stanza apparve una testa bianca. L'oca era entrata in casa, evidentemente esisteva una gattaiola, o uno spiraglio che forse il Dottore non aveva notato. L'animale lo fissò, immobile. Nella luce gialla, le piume sembravano sporche di terra. «Ah, sei tu,» espirò, cercando di regolarizzare il battito cardiaco. «Ti avverto, non sono dell'umore per le tue beccate. Sono emotivamente compromesso e ho fame.» Lucifero attraversò il salotto con passo felpato e si andò a piazzare davanti alla porta finestra che dava sul retro, verso il fiume e i boschi. Lì si fermò, immobile come una statua di gesso, il collo teso verso il vetro buio. Arturo sentì un brivido corrergli lungo la schiena. «Cosa c'è?» chiese, odiandosi per aver fatto una domanda ad un palmipede. «Cosa guardi?» Si avvicinò cautamente alla finestra, stando ben attento a non entrare nel raggio d'azione del becco dell'animale. Guardò fuori, oltre il riflesso del proprio volto stanco e spaventato. Non si vedeva nulla, solo un muro di nebbia grigia che premeva contro il vetro, vorticando lentamente. Decise che non voleva sapere. Si ritirò in cucina, dove trovò una vecchia stufa a legna; con gesti goffi e imprecando contro la mancanza di un manuale d'istruzioni, riuscì ad accendere un fuoco anemico usando vecchi giornali e qualche pigna trovata in una cesta. Mangiò un pacchetto di cracker integrali che aveva in borsa, bevendo acqua tiepida da una bottiglietta di plastica. Fu la cena più triste della sua vita. Anzi, una delle. L'ultima cena con Cinzia si contendeva il primato. La notte calò come una sentenza. Si sdraiò sul divano del salotto, sotto il suo cappotto pesante; non aveva il coraggio di salire al piano di sopra, nelle camere da letto, non aveva la forza di cercare una coperta, voleva soltanto svenire e dimenticare. Prese una pasticca di sonnifero dalla sua borsa e la buttò giù con un gesto deciso, sperando di addormentarsi subito. Il silenzio della casa, però, era pieno di scricchiolii. Il legno si contraeva per il freddo, i tubi gorgogliavano come se avessero la digestione difficile, e c'era un suono che non riusciva a catalogare. Arrivava da fuori, dalla direzione del fiume.. un suono basso, ritmico. Sembrava il battito di un cuore enorme sepolto sotto il fango, o forse più semplicemente il rumore di una pompa idraulica lontana chilometri. Ogni volta che quel suono si udiva, appena percettibile, la sagoma bianca di Lucifero, ancora di guardia davanti alla finestra, fremeva leggermente. Alle tre del mattino, esausto, il dottore stava per scivolare in un sonno agitato quando sentì un suono diverso. Un fischio. Non era il vento, sembrava un fischio umano, modulato, una melodia spezzata e triste che veniva dal giardino. Lucifero emise un verso strozzato, un honk di puro panico, e iniziò a sbattere le ali contro il vetro della porta finestra, come se volesse uscire... o come se volesse barricarla meglio. Arturo si mise a sedere di scatto, il respiro corto, stringendo il laptop al petto come uno scudo. Fissò il buio oltre la finestra. Per un secondo, solo per un secondo, gli parve di vedere una luce fioca, verdastra, muoversi nella nebbia, ad altezza d'uomo. Poi, tutto tornò immobile. «Domani,» sussurrò nel buio, con la voce che tremava. «Domani vendo tutto e torno a Milano. Al diavolo l'autenticità.» |
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