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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP, ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo già formattato che per la copertina.
Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Emilyes
Titolo: Kintsugi
Genere Romance
Lettori 62
Kintsugi
L'odore acre e pungente del disinfettante comincia a darmi alla testa. Devo uscire di qui, ho bisogno di aria. Ma non posso. Non oso muovermi, non oso quasi respirare per paura che anche il più piccolo particolare possa sfuggire alla mia attenzione, rendendo queste ultime, interminabili ore di attesa completamente vane. Sembra tutto così irreale, così confuso.
C'è un gran via vai di camici bianchi qui intorno e i loro passi affrettati echeggiano pesanti sul pavimento lucido, ma nessuno sembra badare a me. Proprio come se fossi trasparente. Proprio come se non esistessi. In fondo, per loro sono semplicemente uno dei tanti che qui, seduti in mezzo al corridoio attendono impazienti notizie dei propri cari, sperando in qualcosa di più di un inutile cenno del capo o un'espressione di afflitta circostanza che vorresti non dover mai vedere.
Io desidero solo... sapere. Se almeno Grace si decidesse a uscire da quella dannata porta e dirmi finalmente che cosa diavolo sta succedendo lì dentro gliene sarei davvero molto grato. O forse no, forse lo rimpiangerei per il resto della mia vita. Mi lascio andare a un lungo sospiro rassegnato, poi torno a guardarmi intorno ed è allora che li vedo arrivare. April ha il respiro corto e gli occhi bagnati di pianto mentre mi siede vicino, cercando la mia mano sfuggente per stringerla forte tra le sue.
«Come sta, ci sono novità?» dice, la voce ridotta a un impercettibile sussurro e io chino la testa, affranto, incapace di pronunciare una sola parola. Sento la mano di Grey posarsi dolcemente ma con fermezza sulla mia spalla, costringendomi così a rialzare la testa per frugarmi in volto in cerca di risposte.
«Io... io non lo so.» È tutto ciò che riesco a dire dopo un lungo momento di silenzio e ancora una volta, l'ennesima quel giorno, sento il cuore andare a fondo come una pietra. È colpa mia, è soltanto colpa mia se ci troviamo in questa terribile situazione. Se dovesse accaderle qualcosa so che non riuscirei mai a perdonarmelo, e quest'attesa è così snervante che mi viene una voglia matta di sfondare quella stupida porta e mettermi a urlare tutta la mia frustrazione. Perché nessuno mi dice niente? Perché?
«Non temere», sussurra il mio amico, continuando a stringermi la spalla in segno di conforto, «sono sicuro che presto qualcuno ci darà notizie di lei. È in buone mani, lo sai, sua madre è un medico.»
Cerco i suoi occhi, scuotendo piano la testa.
«Un medico, non Dio. Non può fare miracoli», ribatto a denti stretti, e sento che la testa mi pulsa per lo sforzo.
«Alex...»
«No, tu non sai cosa è accaduto. Tu non l'hai vista.» Lo interrompo deciso, cercando disperatamente di scrollarmi di dosso gli orribili avvenimenti di appena poche ore prima. Tutto ciò che voglio è rivedere ancora una volta quel suo splendido sorriso che come un idiota sono riuscito a spegnere, ferendola come non meritava. Chiudo gli occhi e una fitta dolorosa mi attraversa il petto con violenza, togliendomi il respiro.

«Che cosa c'è Tammy, non vuoi finire la colazione? Devi mantenerti in forze se vuoi affrontare nel migliore dei modi il tuo primo giorno di scuola», le sussurro, chinandomi su di lei che intanto mi fissa con aria imbronciata. I deliziosi boccoli scomposti le ricadono disordinati sulla fronte così li scosto con delicatezza, cercando i suoi occhi sfuggenti.
«Perché Michelle non torna?» dice d'un tratto, cogliendomi di sorpresa. La sua espressione afflitta mi spezza il cuore. Sospiro, stringendo nella mia la sua manina stretta a pugno.
«Lo farà presto, piccola.» Provo a tranquillizzarla, ma la vedo scuotere la testa con decisione mentre torna a incrociare il mio sguardo.
«È quello che dici tutte le volte, invece non succede mai!» ribatte con veemenza, e le sue guance paffute si arrossano per lo sforzo.
«Ok, adesso ascoltami. Michelle non sta bene in questo periodo e ha bisogno di molte cure per potersi riprendere, per questo motivo deve restare in ospedale. Potrà tornare a casa solo quando si sarà rimessa completamente», dico con tatto, anche se non sono affatto sicuro che una spiegazione simile sia in grado di soddisfare del tutto la curiosità di una bambina di appena sei anni, che passa quasi tutto il suo tempo a riempirci la testa di domande. Già, e come potrebbe se le mie parole suonano come un patetico mucchio di bugie persino alle mie stesse orecchie? La verità è che non c'è niente di certo, niente che si possa prevedere.
«La mamma non vuole che io vada a trovarla», continua Tammy, «non mi porta mai con sé. E nemmeno tu.»
«Solo perché ai bambini non è permesso gironzolare per gli ospedali. Su, asciugati quelle lacrime e fai un bel respiro profondo, sono sicuro che se tua sorella fosse qui vorrebbe vederti affrontare questa giornata con il sorriso.»
Mi fissa in silenzio per un po', poi la sua adorabile espressione corrucciata sembra distendersi pian piano. Mi getta le braccia al collo, scoccandomi un sonoro bacio sulla guancia che mi fa scoppiare a ridere.
«Ecco, così va molto meglio!» esclamo, stringendola forte a me.
«Ti voglio bene, fratellone.»
«Te ne voglio anch'io. Aspettami fuori, ti raggiungo subito per accompagnarti a scuola.» L'avverto e lei sguscia via dalle mie braccia prima ancora che riesca a rendermene conto. Saltella allegra per tutta la cucina, fino alla porta d'ingresso dove sua madre, che nel frattempo ci ha raggiunti, prova invano a placare la sua vivacità.
«Ehi! Attenta a dove metti i piedi, signorina, quell'uniforme nuova dovrà rimanere tale ancora per molto tempo!» La riprende infatti e so che si sta sforzando di assumere un tono di voce normale, quando l'unica cosa che vorrebbe fare in questo momento è scoppiare a piangere. Esattamente come me. I suoi eroici tentativi di tenere a freno le emozioni sono davvero ammirevoli. Sì, sono sicuro che riuscirebbe a ingannare anche me, se solo la profonda tristezza che leggo nei suoi occhi non si impegnasse a smentirla così spudoratamente, rendendola ogni giorno più stanca e abbattuta.
«Come ti senti? Mi sembri un po' pallido stamattina, sei sicuro di aver mangiato abbastanza? Non devi prendere sottogamba la tua salute, Alex, ricordati che sei ancora in convalescenza», aggiunge poi rivolta a me e io faccio spallucce, accennando un breve sorriso che spero possa servire a tranquillizzarla almeno un po'. A giudicare dalla sua espressione, però, sembra che il mio debole tentativo non abbia sortito l'effetto sperato.
«Sto benissimo Grace, davvero, dovresti smetterla di preoccuparti sempre così tanto.»
«E come potrei evitarlo, specie dopo quello che hai fatto per mia figlia? Non dimenticherò mai il nobile gesto di cui sei stato capace, tuo padre sarebbe davvero molto fiero di te», dice accarezzandomi una guancia con gesti gentili, proprio come farebbe una madre. Perché è questo ciò che è stata per me fin dal primo momento in cui mi ha accolto nella sua vita, e so che amava davvero tanto mio padre. I suoi occhi sembrano accendersi di luce nuova ogni volta che parla di lui. Deve mancarle davvero tantissimo, almeno quanto manca a me. La sua prematura scomparsa, avvenuta appena l'anno scorso ci ha completamente destabilizzati, portandosi via per sempre anche una parte di me. La migliore, forse. Un'improvvisa ondata di triste consapevolezza mi assale, senza preavviso, senza che possa far niente per fermarla. No, non posso perdere anche Michelle. Non posso perderla così.
«Se solo fosse servito a qualcosa», mormoro, e sento che la mia voce si incrina.
«Per favore, non dire così.»
«È in coma da mesi ormai e vorrei solo sapere il perché. Insomma, cos'è andato storto dopo il trapianto? Perché è ancora in quelle condizioni? Dimmi che si risveglierà, dimmi che presto potremo riabbracciarla e lasciarci alle spalle tutto questo.»
Mi stringe a sé, nascondendo ancora una volta le sue lacrime.
«Vorrei tanto poterlo fare, tesoro», dice, «sul serio, non sai quanto, ma possiamo solo continuare ad aspettare senza abbandonare la speranza. Ascoltami, non sarebbe meglio se andassi in camera tua a riposare un po', ora? Hai l'aria stravolta. Io devo andare, il mio turno in ospedale inizia tra poco.»
Mi sciolgo lentamente dal suo abbraccio, facendo un breve cenno di dissenso che la fa sospirare con aria contrariata.
«Porto Tammy a scuola e poi ti raggiungo lì.»
«Alex...»
«Ti prego, ho bisogno di vederla. Ho bisogno di starle vicino.»

La camera è immersa nella penombra a eccezione di un piccolo cono di luce, che insinuandosi tra le tende pesanti illumina il volto pallido e tirato di Michelle mettendo in evidenza la sua fronte diafana e le sue guance, ormai sempre più scarne. Mi avvicino piano al letto, chinandomi su di lei per sfiorarle i lunghi capelli con mani tremanti, trattenendo a stento le lacrime che di nuovo premono per uscire. Sembra diversa. Tanto vulnerabile. Non credo di averla mai vista così immobile, neppure quando dormiva. Le sue labbra sono serrate in una linea dura, l'espressione è quasi una maschera di dolore e tutto questo sembra così maledettamente irreale da farmi quasi sperare che si tratti di un incubo.
Un terribile incubo dal quale mi risveglierò presto, solo per vederla tornare a sorridere come sempre. Ma i suoi occhi sono chiusi adesso, e non c'è niente che io possa fare per cambiare questa cosa. Per risvegliarla da questo stato di torpore che la tiene prigioniera e sembra allontanarla da me ogni minuto che passa. L'incubo è realtà e io mi sento morire.
«Michelle, tesoro», sussurro, coprendole una mano con la mia e risalendo ad accarezzarle il braccio senza mai staccare gli occhi dal suo viso, alla ricerca anche solo di un piccolo segno che mi faccia capire che lei mi sta ascoltando, che c'è ancora. Ma il suo corpo non ha alcuna reazione e di nuovo l'amara verità mi colpisce, forte e inesorabile come un pugno nello stomaco.
«Michelle, dimmi che riesci a sentirmi. Ti prego. Sai, ho accompagnato Tammy a scuola questa mattina e tra qualche giorno toccherà anche a noi. Non lo hai dimenticato, vero? Non vorrai costringermi a frequentare l'ultimo anno senza di te, spero, perché sai che non riuscirei a reggerne un solo giorno senza averti al mio fianco. Voglio vederti tornare a ridere, a imbronciarti e a prendermi in giro tutte le volte che non riesco a risolvere un'equazione. Sì, sono un totale disastro in matematica e tu non perdi mai occasione per farmelo notare. Mi manchi così tanto, amore mio», mormoro con voce rotta dall'emozione, chinandomi su di lei per depositarle un piccolo bacio sulle labbra. Sfioro ancora una volta la sua pelle con le dita, accorgendomi solo allora di aver trattenuto il respiro fino a quel momento e cercando a fatica di riprendere fiato mentre torno a stringere la sua mano fra le mie.
«Non puoi lasciarci così, abbiamo tutti bisogno di te. Io ho bisogno di te. Lo so, sono stato uno stronzo, ma non ti permetterò di abbandonarmi in questo modo. Torna da me. Mi senti, Michelle? Torna da me. Ti amo.»
Pronunciare quelle parole mi fa uno strano effetto. L'ultima volta che le ho detto che l'amavo è stato prima di conoscere Isabelle.

Emilyes
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