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Autore: Tiziana Fenu
Titolo: Uomini senza Ombra
Genere Archeologia e simbologie della Sardegna
Lettori 104
Uomini senza Ombra
Simbologie archetipali in Sardegna.

XIII. L'esagono scolpito nel mento.

E d'altronde, il simbolo di grandi costruttori e architetti, i Giganti di Mont'e Prama, lo portano addosso.
Un dettaglio, che nemmeno gli archeologi hanno notato, sotto il mento della statua del "pugilatore" Efis, uno dei Giganti di Mont'e Prama. 
Ho osservato che il suo mento non è danneggiato, ma presenta una precisa scanalatura che forma un disegno geometrico a 6 sezioni con un contorno esagonale. 
Questo disegno è identico al "Fiore della Vita" a sei punte che troviamo sulla fronte della Maschera dei Boes.
Questa corrispondenza mi ha colpito profondamente. 
Due personaggi così diversi, un Sacro Giudice Divino e il Boes, condividono lo stesso simbolo, come un marchio di appartenenza a una stessa sfera sacrale. 
Un 6 presente nei 6 serpenti energetici della scacchiera di Pubusattile, nel pennacchio a sei piume del Sardus Pater, il dio eponimo dei Sardi, e nella sua stessa rappresentazione crestata. 
Sono giunta alla convinzione che il 6, numero associato al Sole e all'equilibrio tra maschile e femminile, non sia un caso, ma il fulcro di un codice geometrico-sacrale condiviso con altre civiltà avanzate, in particolare l'Egitto, e forse addirittura da essa assorbito, dato che alcuni nostri manufatti, come la Dea Madre di Cuccuru S'Arriu (che assomiglia a uno scarabeo psicopompo), anticipano di millenni simboli egizi.
La mia ricerca mi ha portato a comprendere che questa geometria non è solo arte, ma scienza. 
Nasce dall'osservazione astronomica. 
I sacerdoti-astronomi dell'epoca studiavano il cielo con strumenti come i betili e gli obelischi. 
Ho scoperto che a Heliopolis, la città del culto solare in Egitto, l'ombra dell'obelisco di Atum Re all'equinozio creava un angolo di 60°, un rapporto basato sul 6. 
Questo stesso principio geometrico, derivato dalla figura madre della Vesica Piscis, è alla base di strutture come la piramide di Cheope e, incredibilmente, dei nostri nuraghi trilobati e del pozzo sacro di Santa Cristina.
Tutto si riconduce a un momento cosmico preciso, quello dell'equinozio di primavera, quando il Sole era nella costellazione del Toro (circa 4.000-6.000 anni fa). 
In quel momento, i raggi solari sono perpendicolari, non ci sono ombre, il giorno e la notte sono in perfetto equilibrio. 
È un "non tempo" di massima potenza creatrice, dove il divino e l'umano si incontrano. 
Il Fiore della Vita a 6 punte è la rappresentazione geometrica di questo preciso rapporto astronomico e di questo equilibrio cosmico.
Ecco allora che le statue dei Giganti, spesso chiamate "pugilatori", acquisiscono per me un significato completamente nuovo. 
Non sono pugilatori. 
Quello che viene interpretato come uno "scudo" sulla loro testa, per me rappresenta il sole allo zenith, il "non tempo" equinoziale. 
Uno di loro, Efis, ha il Fiore della Vita sotto il mento. 
Un altro, il "Fastigiadu", ha una croce sulla bocca, simbolo della perpendicolarità dei raggi solari. 
Sono guardiani e celebratori di questo momento sacro, legati all'ascensione del Re o del Sardus Pater.
La loro collocazione non è casuale. Sovrapponendo la costellazione di Orione alla mappa della Sardegna, ho notato con stupore che la Cintura di Orione coincide con il Golfo di Oristano, l'arco del guerriero con il Golfo di Orosei, e l'Asinara (il cui nome richiama la "mascella d'asino" di Orione) completa la figura. 
Tutti nomi che contengono la radice "Or", come Orione e Osiride, in un incredibile gioco di corrispondenze.
Anche il nome Cabras, luogo del ritrovamento dei Giganti e della Dea Madre, per me nasconde un codice sacro. Scomponendolo, vi leggo "Ca/Ka" (l'essenza immutabile nell'antico Egitto), "Ba" (la personalità) e "Ra" (il dio Sole). Cabras sarebbe quindi il luogo dell'Ascensione, dove il Re-Sardus Pater, diventato uno spirito radioso (Akh), si ricongiunge alla divinità. 
Lo stagno di Cabras, regno dei fenicotteri, mi richiama l'uccello Bennu (la fenice egizia), figlio delle acque primordiali, portatore dell'uovo cosmico della creazione.
Alla luce di tutto questo, il Fiore della Vita sul mento del Gigante Efis non è più solo un ornamento. 
È un sigillo di regalità e sacralità, la firma di una élite di iniziati che conosceva le leggi dell'universo e le ha trasferite nella pietra. 
I Giganti non devono essere spostati. 
Sono stati posizionati lì, in quel preciso punto che corrisponde a una mappa stellare, per essere custodi di un'energia e di un equilibrio cosmico. 
Sono i testimoni di una civiltà, la nostra, che aveva compreso il linguaggio segreto del cielo e lo aveva scolpito nella sua terra.
XIV. I custodi della memoria del trilobato 

Il trilobato, il perfetto triangolo. 
La sesta parte dell'esagono. 
Il cubito reale, universalmente calcolato in 52,36 cm, si ottiene tracciando un esagono regolare all'interno di un cerchio con un diametro di un metro. 
Usato dalle antiche civiltà, egizia, sarda. 
La lunghezza di ogni lato di quell'esagono determina proprio la misura di un cubito. 
Questo cubito era a sua volta diviso in 7 palmi, e ogni palmo in 4 pollici. 
Quindi, un cubito corrisponde a 28 pollici.
Un ciclo lunare completo, un compimento.
Io credo fermamente che i nuraghi siano molto più antichi di quanto spesso si dica, ma è sulla forma triangolare, un trilobato come il Santu Antine di Torralba o il Losa di Abbasanta, che voglio soffermarmi. 
Una planimetria a perfetto triangolo equilatero, che incarna un principio della Geometria Sacra. 
La parola "trilobato" mi suonava familiare e, dopo qualche ricerca, ho ritrovato la fonte: l'epopea di Gilgamesh. 
Nel testo, a Noè/Enki viene ordinato di introdurre nell'Arca il "seme della vita", chiamato proprio "Trilobato", descritto come qualcosa che "ha una parte oscura e un'altra luminosa e una terza parte, che le unisce, amorosa". 
Ho capito allora che anche i nostri nuraghi trilobati potrebbero essere una trasposizione architettonica di questo principio creativo semplice e universale: due poli opposti (maschile e femminile, luce e oscurità) che si uniscono per generare un terzo elemento, il frutto dell'amore, la creazione stessa. 
Visti così, i nuraghi trilobati appaiono come piramidi tronche a base triangolare che si ergono verso l'alto.
Il fiore a tre punte (trilobato) evolve in quello a sei punte, simbolo fondamentale in Sardegna. 
Lo ritroviamo nella maschera dei Boes ( simbolo di fertilità) e nella Stella della Sartiglia ( portatrice di abbondanza per il raccolto). 
Questa stella, composta da due triangoli intersecati ( uno con il vertice verso l'alto, maschile, e uno verso il basso, femminile), rappresenta l'unione delle polarità creative, un concetto ancestrale già presente nei manufatti della cultura di Ozieri e nelle Domus de Janas. 
Ho profonda ammirazione per le produzioni artistiche della cultura sarda di San Michele di Ozieri (4000-2700 aC circa), prendendo il nome dal sito del ritrovamento dei suoi reperti. 
Questi manufatti, realizzati in argilla finemente lavorata, si caratterizzano per l'estrema raffinatezza delle incisioni – che spaziano dal lineare al dentellato – e per una variazione cromatica che include il nero lucido, il bianco e le tonalità intermedie dell'ocra e del rosso corallo.
La decorazione si sviluppa attraverso motivi geometrici, spesso spiralizzati o concentrici, che trasmettono un'impressione di dinamismo. Questa energia creativa si manifesta anche nelle prime rappresentazioni del "ballo tondo", dove figure umane altamente stilizzate, a forma di "clessidra", con i due triangoli uniti per il vertice, evocano il movimento dinamico e toroidale dell'incontro tra le polarità maschile e femminile, richiamando simboli come il Sacro Vajra.
Identifico questo ballo tondo con una possibile danza rituale del palazzo di Cnosso, collegandola al mito del labirinto e associandola simbolicamente alla gru o, forse, al fenicottero. Quest'ultimo, in particolare, rappresenterebbe l'Araba Fenice, il cui piumaggio simile a fiamme e il ciclo di rinascita continua rispecchiano il moto a spirale concentrica e il perpetuo divenire raffigurati sui vasi Ozieri. 
Si tratta di una danza fortemente simbolica, la cui eredità è percepita come ancora viva nella tradizione.
Il suo movimento è paragonato a quello di un labirinto, a riccioli o spirali che si aprono e si chiudono alla vita. 
Il labirinto, infatti, insegnerebbe l'arte di addentrarsi senza perdersi, di fluttuare al suo interno per poi ritornare al punto di partenza, in un percorso circolare e trasformativo. 
È una metafora dell'entrare nel grembo di sé stessi per raggiungere la propria Essenza e rinascere a nuova vita, una rinascita che richiede la connessione e la sinergia delle due polarità opposte interne. 
Solo tramite questo equilibrio e questa alchimia trasformativa si può "attraversare il guado", superare una prova o una transizione.
Questa cultura di San Michele di Ozieri si è sviluppata parallelamente alle Domus de Janas, le tombe ipogeiche sarde, vedendo in entrambe l'espressione dello stesso principio di sinergia. 
Anche le Domus de Janas necessitano dell'azione combinata di elementi opposti (come il principio fertilizzante ed elettrico del Sole e il grembo oscuro della terra) per permettere il passaggio da una dimensione all'altra. 
All'alba, la luce del sole penetrerebbe attraverso le piccole porte, spesso triplici e di forma quadrata, creando un portale che fertilizza la terra e porta luce nell'oscurità, simboleggiando guarigione e rinascita.
La forma quadrata della porta rappresenta la terra e l'elemento femmineo che si fa penetrare, racchiudendo in sé i quattro elementi (aria, acqua, terra, fuoco) e i quattro punti cardinali. 
La sua natura triplice allude invece al ciclo di nascita, morte e rinascita.





Tiziana Fenu
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