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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Non era previsto in rotta
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Storie di deviazioni necessarie.
Lasciata Procida, ho valutato due possibilità: la prima dirigere direttamente su Reggio Calabria. Questo implica un bel tratto con una notte di navigazione, come per Ponza. La seconda fare una tappa intermedia a Palinuro, dove potrei arrivare stasera. Bisogna che consideri che, dopo Reggio, il “gioco” si farà duro, perché fino a Creta, altra tappa ma lunghissima, è una traversata che mi espone a tutti i quadranti, e non mi piace molto l'idea. Comunque devo trovarmi riposato e in forma. Tuttavia, una volta a Reggio studierò meglio una strategia. Vada per Palinuro. Non c'è fretta. Il tempo mi è favorevole: si è alzata tramontana. Questo significa che filerò via liscio, senza tanto mare, fino a Palinuro. Metto su tela, attivo il pilota e apro il computer. Ho già abbozzato lo scafo del mio primo progetto: deve avere una carena planante, voglio che sia una barca performante sulle andature portanti. Invio qualche messaggio, a mia madre e a Klara. Poi mando il mio primo messaggio all'armatore che risponde: grazie mille e buon vento. Verso mezzogiorno l'appetito mi distrae. La navigazione procede a meraviglia. Scendo sotto coperta per prepararmi qualcosa da mangiare. Quando torno nel pozzetto, noto dei delfini, a dritta, distanti un centinaio di metri. Vanno nella mia stessa direzione. Mi viene da gridare: - Uhaua! Uhaua! Uhaua! Chissà perché. Probabilmente perché ogni volta che li vedo mi meravigliano sempre. Ops! Stavolta la meraviglia sarà ancora più grande. - Caspita! Grido. Stanno venendo verso di me. Hanno sentito il grido. Ma che spettacolo! Appena giunti a pochi metri virano ancora e si mettono a giocare con la prua, come fanno di solito con tutte le barche. Sono stupefatto. Ho inventato un linguaggio per comunicare. Rido dalla soddisfazione. Non ci credo molto, ma non è certo un caso che abbiano virato per venire in direzione del mio grido. Alla prossima occasione farò un'altra prova. Poco dopo si allontanano, molto più veloci della barca. L'arrivo a Palinuro è spettacolare. Il promontorio, l'acqua cristallina. Me ne avevano parlato, ma supera le aspettative. Trovo tranquillamente un ormeggio. Il porto è quasi vuoto: tante barche adibite alle gite, qualcuna dei pescatori del luogo, altre barche a vela e a motore, ma molti posti liberi. Sto bene. Faccio un giro in questo posto del Cilento molto famoso, mi incuriosisce. Tornato in barca apro di nuovo la carta nautica. Credo che farò un'altra tappa: a Tropea, e poi finalmente a Reggio. Parto all'alba. In serata sarò a destinazione. Altra località famosa. Sto facendo un giro turistico. Mi viene spontaneo un sorriso. Arrivo abbastanza tardi, ma visito lo stesso il paese. Trovo un fornaio ancora aperto, prendo del pane. Parto da Tropea molto presto. Voglio passare lo stretto di Messina a metà giornata: forse ci saranno meno traghetti in giro. Non so, è una mia idea. Oggi motore. Per ora non sembra voglia alzarsi vento. Le previsioni non dicono nulla di buono: sta arrivando una bassa pressione, il cielo è plumbeo. Meglio ripararsi per tempo. Direzione Porto Bolaro, un piccolo marina a sud della città di Reggio. Verso l'una sto navigando vicino a una imbarcazione tipica siciliana, per la pesca del pesce spada, che sta andando nella mia stessa direzione. Hanno un nome particolare che non ricordo. Decido di avvicinarmi. L'equipaggio nota la mia manovra e si mette a guardare. Cinque minuti e sono vicinissimo. - Buongiorno! È bellissima questa barca, come si chiama? Gli uomini a bordo sono quattro. Si mettono a ridere. - E tu come ti chiami? - Prima voi. Rispondo togliendomi il berretto in segno di saluto e facendolo roteare. - Prego! - Feluca! Gridano all'unisono, ridendo come pazzi. - Grazie. Io sono Adriano. Ciao. Ruoto leggermente il timone e mi allontano. Stiamo arrivando in mezzo alla rotta dei traghetti. Non c'è un gran viavai, meglio così. Avrei la precedenza su un traghetto che sta sopraggiungendo da Messina, ma preferisco che passi. Non si sa mai. Viro un pochino e poco dopo sfila davanti alla mia prua come se non mi avesse neanche visto. - Ciao traghetto. Do manetta. Presto sono fuori da questo incrocio. Ha iniziato a piovere. Scendo a prendere qualcosa per proteggermi. Giunto al porticciolo noto che avrà solo qualche decina di posti barca. Davvero un mini-marina. Qui traccerò la mia rotta per Creta. Quando sarò giunto lì, il resto, fino a Rodi, mi sembrerà una passeggiata. Viene ad aiutarmi all'ormeggio un uomo anziano. Secondo me ha già l'età della pensione. Tiene un ombrello per proteggersi dalla pioggia. Scendo per salutarlo. - Salve, come sta? - Io benissimo. E tu? - Bene, bene, grazie. Conosce mica una trattoria dove si mangia bene qui vicino? Vorrei assaggiare la cucina calabrese. Lui mi guarda un po' di traverso, poi mi risponde: - Come no. Ti ci accompagno. È proprio a due passi. - Non deve scomodarsi, mi dia le indicazioni. - Non ci vuole nulla. E poi ho finito per oggi. - Senta, prima vorrei fare rifornimento di acqua e gasolio. - Ci penso io, ma devi spostarti là al distributore. - Va bene. Ci vorranno dieci minuti. Fatto il pieno torno al posto di prima e faccio acqua dalla colonnina. L'uomo aspetta paziente. Camminando, Augusto, così si chiama, mi racconta che ha una pensione misera e dà una mano nel marina per pochi soldi, che tuttavia lo aiutano ad andare avanti. Arriviamo al locale dopo un quarto d'ora. Non proprio due passi. Tolgo dal portafoglio dieci euro e glieli offro. Lui ringrazia e mi saluta, non prima di aver spiegato, a quello che sembra il titolare, che sono arrivato in barca e che mi tratti bene. Ci salutiamo con una bella stretta di mano. Mi fanno accomodare in un angolo del piccolo locale e una ragazza mi porta bicchiere, vino in caraffa e pane. Poi mi elenca i piatti del giorno. - Cos'è questa fileja? Mi spiega che è con sugo di carne mista di capra, maiale e 'nduja. Un piatto un po' piccante, dice sorridendo. Cos'è, una sfida? - Va bene, lo prendo. Ho bisogno di proteine. Mi aspetta un bel tratto di mare e devo essere in forze. Come secondo mi porta dello stocco alla mammolese. Buonissimo, e mi spegne quel fuoco che ho in bocca grazie al primo piatto. Mi si avvicina un uomo, poco più grande di me. Mi osserva come se volesse capire qualcosa. Mi saluta e mi chiede se può accomodarsi, dicendo che vorrebbe offrirmi il dolce della casa. Motivo? Ha saputo che sono arrivato con una barca a vela ed è curioso di sapere da dove vengo. Si presenta. Si chiama Ruggero. Mi chiede della navigazione, di come mai sono solo, dove sono diretto. Poi, quasi distrattamente, mi domanda se navigo sempre da solo. Insomma, non ho problemi a dirgli le cose, ma mi sembra alquanto strano. Poi mi dice della sua grande passione per il mare e che non può permettersi una barca, ma che prima o poi è sicuro che potrà comprarsela. Pago il conto. La cena è stata deliziosa, verace, come poche altre volte mi è capitato. Ruggero vuole accompagnarmi alla barca per vederla. Lo faccio venire con me volentieri. Ha smesso di piovere. Mi offre una sigaretta. - Grazie, non fumo. Mi racconta un po' di sé, che non ha lavoro, che lo mantengono i suoi genitori. Arriviamo alla barca. Gli spiego alcune cose. Sembra molto interessato. Il marina è deserto e fa abbastanza freddo. - Ruggero, è stato un piacere conoscerti. Ora vado a letto, sono davvero stanco. È la verità. - Senti, ti andrebbe di guadagnare dei soldi? Tanti. Lo guardo con aria perplessa. Mai mi sarei aspettato una domanda del genere. Passa qualche secondo. Poi gli dico che ho un compito da portare a termine e che non posso prendere impegni. Gli ho risposto così solo per essere gentile. Non mi piace questa storia. - Senti a me. Io te lo dico lo stesso. Tu pensaci. Domani mi dai una risposta. Si tratta di dare un “passaggio” a delle persone dalla costa della Turchia a un porto qui in Italia. Si ferma un attimo Poi. Paga: ventimila euro. Ho capito. Cerco di non farmi sopraffare dalla rabbia. Tiro un sospirone, poi rispondo: - Va bene, domattina ti dico. Scusa ma sono stanco morto. Ora vado a dormire. E grazie per il dolce, sei stato davvero gentile. - Figurati. A domani. Lo seguo con gli occhi. Poco dopo sparisce. Mi domando se sono sveglio o se è solo un brutto sogno. Scendo sotto coperta. Mi siedo al tavolo da carteggio. Mi incuriosisce un foglietto ripiegato che devo aver lasciato lì ma non ricordavo. Lo apro. Leggo: Barchetta barchetta... La poesia di Gennaro. Rimango un attimo con un nodo alla gola. Poi passa. Che persona speciale. Lo ripongo con cura dentro un mio astuccio.
Prendo la carta nautica e la stendo sul tavolo come si stende un destino che non si è scelto. La luce è cattiva, incerta, come l'umore del mare che già preme là fuori. La matita indugia tra le dita, non per indecisione tecnica, ma per qualcosa di più profondo, quasi un rifiuto. La parte più vicina di Creta, quella occidentale, è a più di quattrocento miglia. Tre giorni in mare aperto, forse di più, con questa pressione che scende come un presagio, e il vento che prepara i denti. Non è una rotta: è una sfida lanciata contro il buon senso. Rimango fermo, ascoltando. Non tanto i rumori della barca, quanto quelli che stanno arrivando: il rigonfiarsi dell'aria, il primo sibilo tra le sartie, il mare che cambia voce. Ogni velista lo sa, lo sente prima ancora di vederlo. E io lo sento chiaramente: sta arrivando una tempesta. Di quelle che non si discutono, si evitano. E io invece parto. Poi mi viene un'idea, o forse è solo un compromesso con la paura. Traccio la rotta su Zacinto, Zante. Duecentocinquanta miglia circa. Non è poco, ma è umano. È una distanza che concede ancora margine all'intelligenza, non solo alla resistenza. Da lì potrò scendere verso Creta costeggiando, cercando riparo, leggendo la terra oltre che il cielo. Non sarà sicurezza, ma almeno non sarà cieca esposizione. Segno altri due punti, porti possibili prima di Creta. Piccoli approdi sulla carta, forse niente più che nomi. Li controllerò meglio quando, se, arriverò a Zante. Ora partiamo. Meno male che avevo fatto rifornimento. Almeno il motore, se servirà, non mi tradirà. Anche se so bene che, con il mare che si prepara, il motore serve più alla coscienza che alla salvezza. Sono le undici. Scendo un attimo a controllare il GPS: estremo sud della Calabria. Ultimo margine di terra conosciuta, ultimo punto fermo prima dell'incertezza. Quando risalgo, l'aria è cambiata. Non è più solo vento. Torno al timone. Non era prevista questa partenza. Non così, non ora, non con questo cielo. Un velista di buon senso resta, aspetta, osserva. Io no. Io sono stato spinto fuori, quasi cacciato, da una proposta che non era solo sbagliata: era sporca. E io da quella sporcizia voglio allontanarmi subito, senza nemmeno concederle il tempo della notte. Rotta novantadue gradi. La prua si assesta, ma già si sente la resistenza dell'acqua che cresce. Il vento rinforza a vista d'occhio, come se qualcuno stesse aprendo una porta. Alzo poca tela. Non c'è eroismo in questa notte, solo prudenza. Tre mani di terzaroli: la randa si riduce, si fa umile, ma sincera. La barca è armata a cutter: isso la trinchetta, piccola, robusta, affidabile. È lei che mi porterà dentro il brutto. Le prime onde cominciano a prendere forma. Non sono ancora alte, ma sono già cattive. Hanno quella cadenza irregolare che annuncia disordine. Torno al timone. Le mani si stringono, non per paura, ma per necessità. Qui non si governa: si dialoga, si contratta con qualcosa che non ha intenzione di cedere. E allora mi esce, senza pensarci, come un bisogno fisico, un modo per liberarmi da ciò che mi ha portato qui: - Ruggero... vaffanculo! Il vento si porta via le parole, ma non il peso. Quello resta tutto a bordo, con me. Zante è là, da qualche parte. Duecentocinquanta miglia che ora sembrano un'idea lontana, quasi astratta. Non si arriva a Zante, si arriva alla prossima onda, poi a quella dopo. Eppure una cosa è chiara. Meglio qui. Meglio questo vento, questo mare che non perdona ma è pulito, che non chiede nulla se non rispetto. Meglio questo, che restare. Un'altra onda rompe a prua. Acqua in coperta. Fredda, violenta. Non mi muovo. Ormai sono dentro. Non c'è più partenza. C'è solo il mare |
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