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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Santo fino a prova contraria
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Vent'anni prima.
L'udienza si trascinava da ore in un'aula senz'aria. Il caldo aveva reso tutti insofferenti: gli avvocati, il cancelliere, i testimoni, il pubblico. Tutti, tranne l'imputato. Leandro Valli sedeva composto al banco, sereno, quasi annoiato. Non aveva la calma di chi sa di essere innocente. Aveva quella, più irritante, di un colpevole certo di uscirne pulito. Seduto in fondo, con le spalle appoggiate alla parete, l'ispettore Dario Catapano lo osservava da pochi metri senza poter immaginare che avrebbe passato i successivi vent'anni a dargli la caccia senza riuscire mai a incastrarlo. Leandro aveva trentadue anni e la faccia onesta come suo padre, il famoso orologiaio Valli di via Arpi. Sedeva compostamente, con uno sguardo limpido e i lineamenti distesi. Ogni tanto alzava gli occhi sul collegio con l'aria dispiaciuta di chi si scusa per il disturbo. A sgretolarsi, invece, era l'uomo che lo aveva accusato. Saverio Pinto sudava. Era il titolare di un bar che nel weekend tirava a far tardi sfornando cornetti caldi fino al mattino. Da dieci minuti l'avvocato della difesa gli girava intorno stuzzicandolo come fa un gatto con il topo prima di azzannarlo. «Signor Pinto, allora, lei ha riferito che il cielo era coperto, che non c'erano stelle e che, insomma, la strada era buia. Conferma?» «C'era un lampione acceso, poco più avanti.» «Uno, dice? Uno solo?» «Sì, un altro era spento e un terzo si perdeva tra le chiome degli alberi.» «Quindi la strada era poco illuminata, giusto? E l'uomo che dice di aver visto lo ha visto di faccia, o di spalle?» «Attraversava davanti a me. S'è girato un momento quando sono entrato in macchina, probabilmente attirato dal rumore dello sportello che si chiudeva.» «Ah ecco, quindi non lo ha visto in faccia.» L'avvocato lo ripeté piano, come per assaporarlo, poi avanzò verso di lui di due passi, senza fretta. L'avvocato era un uomo grosso, lento, con una voce di velluto che riempiva l'aula senza bisogno di alzarsi. «E a che distanza era lei da quell'uomo?» «Non saprei... una ventina di metri, presumo.» «Un momento. Quindi lei afferma che, dopo una notte passata al lavoro, stanco, dopo che lei stesso ci ha raccontato che aveva bevuto un paio di bicchieri per rilassarsi prima di tornare a casa, con la luce fioca di un lampione, e da lontano... ha riconosciuto il signor Valli di profilo perché aveva comprato da lui un orologio d'oro quattro anni prima?» Si fermò davanti a lui. «Signor Pinto, io non le sto chiedendo se quella notte ha visto un uomo. Le sto chiedendo se se la sente, adesso, in questo tribunale, di giurare che l'uomo che ha visto era il signor Leandro Valli.» E nel dirlo indicò il banco degli imputati senza nemmeno voltarsi a guardarlo. Pinto fissò il pavimento. Fissò le scarpe che si era lucidato per l'occasione. Quando riaprì la bocca, la voce gli era diventata fioca. «Mah, ora che ci ripenso non sono più così sicuro... era buio, avevo bevuto. Magari era uno che gli somigliava. D'altronde io il signor Valli l'avevo visto solo quando mi comprai il Rolex. Ci si può anche confonder in certe circostanze.» «E lei si è confuso, signor Pinto?» «Credo di sì.» Dall'ultima fila Catapano sentì qualcosa stringersi nello stomaco. Quella deposizione la conosceva a memoria: sei mesi prima, nel suo ufficio, Pinto aveva battuto il dito sulla foto e aveva detto è lui, senza pensarci un attimo. Adesso non sapeva più niente, e non erano gli occhi bassi della paura. Era la faccia di un uomo che si vergogna. Catapano l'aveva già vista, quella faccia: era quella di chi è stato pagato. E non era solo Pinto a giocare a favore di Valli. Nei giorni prima erano sfilate altre tre persone, e altre erano pronte a farlo, a giurare che la sera del colpo Valli era a una cena al Valentino, dall'altra parte della città. Ricordavano tutto: l'ora, le portate, perfino una barzelletta. Troppo. La gente che dice la verità litiga sui particolari; solo le cose imparate a memoria combaciano a quel modo. Ma l'avvocato non si accontentò di smontare l'accusa. A un certo punto si voltò verso il collegio e calò la carta che aveva tenuto per ultima. «Signori, in questa storia una cosa sola non torna, ed è la più importante di tutte. Non c'è scasso. Non c'è una serratura forzata, non un vetro rotto, niente di niente.» Allargò le braccia. «Un ladro rompe, suda, lascia il segno. Qui, se non è stato “Arsenio Lupin”, è entrato qualcuno con le chiavi in tasca. Qualcuno che in quella gioielleria si muoveva come a casa propria.» Lasciò scorrere lo sguardo sull'aula. «Io non accuso nessuno, per carità di Dio. Dico soltanto che, prima di rovinare uno stimato cittadino per tutta la vita, sarebbe saggio domandarsi prima a chi conveniva questo furto. E a chi conveniva una bella polizza da riscuotere.» In fondo alla sala il proprietario della gioielleria diventò paonazzo e si mosse sulla sedia come per alzarsi. Non si alzò solo perché la moglie lo trattenne. Due banchi più in là, la PM Elena Ruggieri scriveva premendo la penna tanto forte da bucare il foglio. Il collegio si ritirò. Tornò che non era passata mezz'ora, e il presidente lesse la parola che bastava a tutto: assolto per non aver commesso il fatto. Fu mentre l'aula si svuotava che Catapano vide la cosa che si sarebbe portato dietro per vent'anni. Valli si era alzato senza fretta e, prima di raggiungere il suo avvocato, girò appena la testa verso il pubblico. Cercò una faccia. La trovò: il farmacista, uno dei tre della cena di copertura. E gli rivolse un cenno. Piccolo, gentile. Il grazie muto di chi salda un conto tra due persone che si capiscono. Durò meno di un secondo, e in quell'aula non lo colse nessuno. Nessuno tranne lui. Non aveva una prova. Aveva solo quel cenno, e la certezza — da quel momento inutile — di avere ragione. Poi Valli gli passò accanto, e non tirò dritto. Gli andò incontro, mite, e si fermò a un passo. «Dottore.» Fece un cenno anche verso Ruggieri, ferma poco lontano con la borsa stretta al petto. «Prima di andarmene, volevo dirvelo di persona: non ce l'ho con voi. Avete fatto il vostro dovere, e l'avete fatto bene, ma ovviamente, sono contento di com'è finita. Vuol dire che alla fine la verità trionfa sempre.» Lo disse senza una piega, senza un'ombra di scherno, guardandoli negli occhi a uno a uno, come se ci credesse davvero. Catapano cercò la crepa, il guizzo del trionfo, qualcosa cui aggrapparsi. Non c'era. «Buon lavoro a tutti e due.» E se ne andò, con il passo di chi non deve niente a nessuno. Il Santo Il negozio di Leandro Valli era in via Lanza, nel tratto chiuso al traffico, dove la mattina c'era il solito andirivieni dell'isola pedonale: mamme coi carrozzini e bambini che non stavano al passo, qualcuno in giro per compere, qualcun altro a prendere un gelato o un caffè ai tavolini dei bar e infine gli anziani seduti sulle panchine a chiacchierare dei bei tempi andati e della pensione che non bastava per arrivare a fine mese. Il negozio, elegante ma non vistoso, aveva due vetrine strette e profonde, il legno scuro lucidato a olio, e dietro al vetro blindato, orologi che valevano quanto un appartamento: cronografi svizzeri, tasconi d'oro coi quadranti smaltati, orologi con complicazioni che solo i veri collezionisti erano capaci di apprezzare. Valli comprava e vendeva pezzi da collezione in mezza Europa. Passava più tempo sui treni e negli aeroporti che in negozio. Certi orologi non si possono spedire in un pacco qualsiasi: si portano di persona, in una valigetta che non si posa mai, e si consegnano guardando in faccia chi li riceve. Quella mattina, poco dopo l'apertura, da Valli entrò una donna che in quell'ambiente sembrava spaesata. Aveva cinquant'anni circa e indossava un abitino di marca che era andato in voga qualche anno prima, le scarpe eleganti ma vissute. Si fermò sulla soglia, intimidita, e per un attimo parve sul punto di tornarsene indietro. Poi si fece forza e bussò al campanello. «Buongiorno, signor Valli. Mi scusi se la disturbo... avrei un orologio che vorrei vendere. Non so se la cosa può interessarla.» «Si accomodi, signora. Me lo faccia vedere», rispose Valli spostando la sedia davanti al banco con la stessa cortesia che avrebbe riservato a un cliente venuto da Londra. La donna aprì la borsetta e ne tirò fuori un fazzoletto annodato. Sciolse il nodo con le dita che tremavano un poco e posò sul panno verde un orologio da uomo: oro giallo, di buona marca, di quelli che una trentina d'anni prima si regalavano per una laurea o per le nozze d'argento. Roba onesta, ma niente che a Ginevra facesse alzare un sopracciglio. «Era di mio marito. Vorrei sapere quanto può valere.» Leandro lo prese, si mise la lente all'occhio, aprì il fondello. Lo fece con più calma del necessario, perché intanto guardava lei: le mani in grembo, una sopra l'altra, e la fede che le ballava attorno a un dito diventato troppo magro per trattenerla. Quell'orologio lo conosceva a memoria, ne aveva visti a centinaia: per il giro che faceva lui valeva una sciocchezza, roba che non avrebbe mai messo nelle sue vetrine. Ma non era l'orologio che stava guardando. Leandro richiuse il fondello, fece girare un'ultima volta l'orologio nella luce e si prese qualche secondo, come uno che sta facendo un conto difficile. Poi nominò una cifra. Era tre volte quello che l'orologio valeva, ma la disse senza enfasi, col tono di chi legge un listino. «Davvero così tanto?» rispose la donna meravigliata. «È un orologio d'epoca, signora, e il pezzo è tenuto con cura. Vale questo.» Contava già le banconote, voltato di tre quarti per non metterla in imbarazzo, e gliele mise in mano piegate, in modo che potesse prenderle senza contarle davanti a lui. Quando la porta si richiuse e la campanella smise di vibrare, Leandro rimase fermo dietro il banco, l'orologio in mano. A un collezionista venuto quello stesso pomeriggio a tirare sul prezzo di un pezzo serio avrebbe fatto l'esatto contrario: glielo avrebbe sfilato per metà del suo valore, con lo stesso identico sorriso, e ci avrebbe pure goduto. Ma quella era un'altra faccenda. Andò sul retro, si versò un bicchiere d'acqua e lo bevve piano, guardando il muro. Gli capitava, con certe persone: gli si stringeva qualcosa in petto e gli restava lì per un pezzo. Storie così, a Foggia, giravano da anni, e a ogni passaggio di bocca si gonfiavano. C'era l'operaio a cui aveva pagato di tasca propria le medicine che la mutua non passava. La vedova a cui aveva estinto il mutuo lasciando i soldi al parroco, perché non sapesse da chi venivano. La parrocchia, l'istituto per i disabili, la casa di riposo dei Cappuccini: bastava che bussassero, e Valli firmava senza nemmeno chiedere a quanto ammontasse il bisogno. La sua generosità gli era valso il soprannome de il Santo, e lo dicevano con rispetto. Catapano, invece, quando glielo riferivano, storceva la bocca. In quel sant'uomo non ci aveva mai creduto. Sapeva una cosa che agli altri sfuggiva: che la carità di Valli era lo scudo più intelligente che si fosse mai visto, perché a un uomo a cui una città intera vuole bene, nei cassetti non va a guardare nessuno. Un muro alto e liscio, di quelli che a nessuno viene in mente di scavalcare. Valli abitava in via Mandara, in mezzo alle ville degli avvocati e dei medici: una villa bassa e larga, con un giardino davanti e un muro di cinta coperto di gelsomino. Niente di vistoso. Le case che gridano i soldi di chi ci abita gli erano sempre parse roba da gente arrivata da poco. Dentro, invece, ogni cosa era quella giusta: pochi mobili, buoni, e tanto silenzio. Lo aspettava Carmela: una presenza discreta, mai invadente, una governante di quelle d'altri tempi, che gli teneva la casa in ordine da quindici anni e non faceva domande. La cosa che apprezzava di più in lei. Il pomeriggio passò lento, con due clienti su appuntamento e una lunga telefonata con un antiquario di Napoli. A cena mangiò poco, come al solito e non accese la TV, aveva altro per la testa. Prese la chiave che portava sempre con sé e aprì la porta dello studio, l'unica stanza in cui, in quindici anni, la governante non era mai entrata. Dentro non c'era niente che somigliasse al negozio elegante di via Lanza. C'era un tavolo lungo da lavoro, un computer, una lampada dal braccio snodabile, e per tutta una parete piccoli cassetti come quelli delle vecchie farmacie. Lì Leandro teneva l'altro suo mestiere, quello che nessuno conosceva e che magistratura e polizia sospettavano da vent'anni. Si tolse la giacca, l'appese alla spalliera, accese la lampada e si sedette. Fuori, oltre il muro di gelsomino, la città del Santo dormiva. Lui rimase a quel tavolo fino a notte fonda a lavorare, e quello che studiava con tanta cura non aveva niente a che fare con gli orologi ma era altrettanto preciso. Il buon cliente La sede centrale della Banca del Tavoliere occupava i primi due piani di un palazzo di vetro e acciaio sul viale, uno di quegli edifici nuovi tutti vetrate specchiate che d'estate ti rimandano addosso il sole come uno schiaffo. Leandro spinse la prima anta della bussola, aspettò che la seconda si sbloccasse con il suo ronzio. Dentro c'era quel freddo tipico delle grandi banche che gelava anche i rapporti umani. Il salone era un open space ampio e luminoso, le postazioni basse in fila, un'isola al centro per le informazioni, la scala che saliva agli uffici del primo piano e, in alto agli angoli, le cupolette scure delle telecamere. A quell'ora d'agosto, con mezza città già scappata verso il mare, allo sportello c'erano due persone in tutto. La guardia in divisa, accanto all'ingresso, lo riconobbe e gli fece un mezzo saluto militare, per scherzo. «Signor Valli. Con questo caldo lei è l'unico cristiano che gira ancora con la giacca.» «Eh, Antonio, è il mestiere. Mica posso ricevere i clienti in canottiera.» Il direttore lo aspettava davvero. Lo vide dal vetro del suo ufficio e gli venne incontro attraversando il salone con le due mani avanti, come si va incontro a un parente che torna da lontano. «Signor Valli, si è pure scomodato di persona, non doveva.» «Certe cose non le mando con il corriere.» Leandro si lasciò stringere la mano e portare nell'ufficio, una stanza con la vetrata sul salone, la scrivania di vetro e una poltroncina di pelle che sapeva ancora di nuovo. Posò la valigetta sul piano, la aprì e ne tirò fuori una custodia di camoscio. Sciolse il laccio con calma e mise sul vetro della scrivania l'orologio. Era un savonette d'oro giallo, da tasca, a doppia cassa, con il coperchio inciso a mano e un monogramma consumato dal pollice di tre generazioni. Il direttore lo guardò senza toccarlo. «Funziona?» «Sì, e anche molto bene.» Leandro premette il pulsantino e il coperchio si aprì con quel sospiro d'aria che fanno solo le casse fatte bene. La lancetta dei secondi girava liscia. «L'ho tenuto al cronocomparatore una settimana intera, prima di riportarglielo. Adesso perde due secondi al giorno. Per un pezzo di centodieci anni è grasso che cola: ci sono orologi nuovi che non li tengono, due secondi.» Il direttore allungò un dito, poi lo ritirò, come se avesse paura di fermarlo. «Tre orologiai me lo avevano dato per morto. Mio padre lo teneva nel cassetto del comò e ogni tanto lo tirava fuori e diceva: questo un giorno lo facciamo aggiustare. È morto senza farlo. E pure io pensavo di lasciarlo lì dov'era.» «Aveva il bariletto spaccato e una ruota mangiata. Ruote di quel calibro non ne montano più da prima della guerra e non sono in commercio.» Leandro lo disse senza vanto, con il tono di chi dà le previsioni del tempo. «L'ho rifatta io, tre sere, con la lima e la lente. Ma era roba che meritava il disturbo.» Lo disse, e dal modo in cui il direttore teneva la bocca stretta per non commuoversi davanti a un estraneo capì di aver fatto centro. Gli capitava, con certe persone, di sentirsi stringere qualcosa in petto; e gli capitava di goderne, di quel calore, perché era la prova che la mano di suo padre non l'aveva persa. «E adesso quanto le devo?» «Niente.» «Signor Valli, ma le pare...» «La ruota me la sono fatta in casa, l'oro non l'ho toccato, e tre sere al banco le passo lo stesso, con o senza il suo orologio. Mi offra un buon caffè e siamo pari.» Il direttore rise, sollevato di avere una via d'uscita, e schiacciò il tasto del citofono. Bevvero il caffè della macchinetta in due bicchierini di plastica, in piedi vicino alla vetrata, mentre di là dal vetro le impiegate alla cassa si sventolavano con i moduli. Il direttore parlava volentieri, con lui, come ci parlavano tutti: era un uomo che ascoltava sul serio, e la gente lo sentiva. Si lamentò della direzione generale che a Ferragosto non gli mandava un'anima in più, dei clienti grossi che sparivano per un mese, del fatto che lo lasciavano sguarnito proprio adesso. Leandro annuiva, e intanto, oltre la sua spalla, lasciava che gli occhi facessero il giro del salone: la porta a vetri con la scritta dei servizi in fondo a destra, il corridoio che ci girava dietro, l'angolo dove la telecamera dell'atrio non arrivava. Finì il caffè e accartocciò il bicchierino. «Mi faccia un'ultima cortesia e poi la lascio lavorare. Devo scendere un attimo alla cassetta.» «Ma certo.» Il direttore posò il suo. «La porto giù io.» Presero l'ascensore per il piano interrato. Si aprì su un disimpegno illuminato al neon, fresco, con una porta blindata a tempo spessa una spanna, già aperta a quell'ora. Dentro, un impiegato anziano stava a un tavolino, con un registro davanti. «Ragionier Fierro, il signor Valli scende alla sua.» Fierro si alzò, prese da un cassetto un mazzo di chiavi numerate e fece firmare a Leandro una riga sul registro: data, numero della cassetta, ora di entrata. Leandro firmò con la sua calligrafia minuta. Il direttore gli batté una mano sulla spalla. «Io risalgo, che oggi siamo in quattro gatti e devo stare di sopra. Saluti a casa, signor Valli. E grazie davvero, per l'orologio. Non lo dimentico.» Rimasero in due. La sala delle cassette era una stanza senza finestre, le pareti coperte dal pavimento al soffitto di sportelli d'acciaio, file e file, ognuno con due serrature e il suo numero. Faceva fresco, più che di sopra, e c'era un silenzio spesso, da stanza sottoterra, dove i rumori della banca non arrivavano. Fierro infilò la chiave della banca nella prima serratura, la girò e si tirò indietro di un passo con gli occhi altrove, per discrezione: il resto lo faceva il cliente, e lui non guardava. Leandro mise la propria chiave nella seconda, e mentre la girava le sue dita sentirono il gioco delle leve, lo scatto pieno e asciutto di una meccanica fatta da gente che il mestiere lo sapeva. Sfilò lo sportello dall'alloggiamento. Era leggero: dentro non c'era niente, e non c'era mai stato niente. La cassetta gli serviva per questo, per poter scendere quando voleva senza spiegare niente a nessuno, e per stare un minuto da solo in quella stanza con il tempo di guardarsi intorno. Posò lo sportello sul ripiano, fece il gesto di cercarci dentro qualcosa, e intanto l'occhio correva sui dettagli: la porta a tempo e il suo quadrante, la telecamera sopra l'architrave puntata sull'ingresso e non sulle file in fondo, la bocca della presa d'aria a soffitto, la seconda porta in fondo chiusa con la barra antipanico. E sul fianco dello sportello, dove l'occhio di un cliente qualsiasi non sarebbe mai andato, c'era una piccola targa d'ottone fissata con due viti a taglio. La lesse senza chinarsi, di sfuggita, come si guarda l'ora a un polso che non è il tuo. Una ragione sociale e una città, incise a punzone, di quelle che durano cent'anni: VERGANI — VIMERCATE. Sotto, più piccoli, un numero di matricola e una data. Rimise lo sportello al suo numero, girò la chiave e fece scattare le leve nell'ordine esatto in cui le aveva aperte. Fuori, il caldo gli arrivò addosso come un muro e la luce di mezzogiorno lo costrinse a socchiudere gli occhi. Il viale era quasi deserto, le serrande dei negozi mezze abbassate, l'asfalto che tremava in fondo. Leandro si fermò un istante all'ombra della pensilina e si voltò a guardare la banca: tutto quel vetro specchiato che rimandava il sole, le porte della bussola, le telecamere sugli angoli. Non la guardava più come un cliente. La guardava come guardava un orologio fermo che gli avevano portato sul banco: dal di fuori, intanto, girandoci intorno piano, per capire da che parte si apriva. Tra poche settimane la città si sarebbe svuotata del tutto — il ponte lungo, le saracinesche giù, le strade come adesso ma per giorni interi. Leandro infilò le mani in tasca e si avviò, con il passo di chi non deve niente a nessuno, e in testa, già, un nome, una città del Nord e un calendario con una data segnata in rosso. Vimercate Partì tre giorni dopo, con il primo volo da Bari. Viaggiava leggero, una borsa sola, e gli piaceva così: in quelle trasferte non era il signor Valli che mezza Foggia salutava per strada, non era nessuno, un uomo qualunque in fila al gate, e in quell'essere nessuno c'era un riposo che a casa non aveva mai. A Milano l'aria era un'altra cosa — non il caldo secco che a Foggia ti cuoce e ti asciuga, ma un'afa bassa e bagnata che ti si appiccicava addosso come una camicia di un altro. Noleggiò una macchina qualunque e prese verso nord, oltre la tangenziale, dove la città si sfilacciava in capannoni, rotonde e centri commerciali tutti uguali, finché un cartello azzurro non disse VIMERCATE. Aveva fatto i compiti prima di muoversi. La Vergani & Figli, casseforti e blindati, risultava cessata da nove anni, l'ultima sede in una via dell'area artigianale a levante del paese. Ci andò lo stesso, perché certe cose si capiscono soltanto guardandole. Il capannone era ancora in piedi, basso e lungo, con l'insegna stinta dal sole di cui restava solo la coda, ...GANI, e un cartello VENDESI sbiadito sopra il portone abbassato. Nell'ufficio sul davanti, dietro il vetro, adesso c'era il deposito di un corriere: bancali e scatoloni dove una volta dovevano starci i disegni e i listini. Faceva un certo effetto, un posto dove per mezzo secolo si era costruita la sicurezza degli altri e che adesso non sapeva tenere al sicuro nemmeno sé stesso. Restò un minuto in macchina, con il motore acceso e l'aria fredda addosso, soltanto a guardare. Poi ripartì piano. All'angolo, cento metri più giù, c'era un bar con tre tavolini fuori e due vecchi che giocavano a carte all'ombra di un platano. Entrò, ordinò un caffè — glielo portarono lungo e chiaro, come si usa da quelle parti — e si mise a chiacchierare con il barista del più e del meno: del caldo che non finiva, di come era cambiata la zona, di tutti quei capannoni vuoti. «Una volta qui era tutta gente che lavorava», disse il barista, passando lo straccio sul banco. «Adesso è metà magazzini e metà niente. Le ditte vere se ne sono andate o hanno chiuso.» «La Vergani, per dire.» Leandro lo buttò lì girando il cucchiaino, senza alzare gli occhi. «Quella delle casseforti. Ci ho avuto a che fare, anni fa. Bella roba, faceva.» Il barista alzò gli occhi, e uno dei due vecchi al tavolino si voltò, come ci si volta quando si sente un nome che non si sentiva da un pezzo. «La Vergani ha chiuso, sono anni. Il vecchio è morto, i figli hanno svenduto tutto.» Il barista indicò con il mento l'uomo fuori. «Ma se le interessa, lui ci ha lavorato trent'anni, alla Vergani. Tobia! Vieni un attimo, che c'è uno che cerca la ditta.» Il vecchio si chiamava Tobia, aveva le mani grosse, gli occhiali spessi e un bicchiere di bianco che teneva come una cosa preziosa. Venne al banco contento, perché un uomo che ha lavorato una vita con le mani non aspetta altro che qualcuno gli chieda del suo lavoro. Leandro gli offrì da bere e gli raccontò la storia che si era preparato. Aveva rilevato un negozio a Foggia, disse, e nel retro c'era una vecchia cassaforte Vergani, murata nel pilastro, di cui nessuno aveva più la combinazione. Non voleva scassinarla: sarebbe stato un peccato rovinare un pezzo così, e a romperla rischiava di rovinare anche quello che c'era dentro. Cercava qualcuno di quelli di una volta, capace di aprirla senza farle del male. Tobia annuì con gravità, da uomo a cui finalmente si chiedeva la cosa giusta. «Le casseforti della Vergani non le apri con la forza», disse. «Quelle te le sei sognate, di sfondarle. Le devi conoscere. E qui uno solo le conosceva tutte, una per una: il Folco.» «Il Folco.» «Renato Folco. Quello le montava e le collaudava, in giro per mezza Italia: banche, gioiellieri, le ditte grosse. Trent'anni sui treni con la valigia degli attrezzi.» Tobia bevve, e gli si accese qualcosa negli occhi, il gusto di raccontare. «Le dico una cosa, così capisce che uomo era. Una volta, a una banca giù in Emilia, muore il direttore di colpo e nessuno trova più la combinazione del caveau. Bloccati fuori, milioni là dentro e nessuno che entra. Chiamano mezza Italia, volevano i tedeschi col trapano. Arriva il Folco con la sua valigetta, si mette davanti a quella porta, ci appoggia l'orecchio, e in mezza giornata l'ha aperta. Senza un graffio. Come si apre una scatola di sardine. Perché quella cassaforte l'aveva montata lui, vent'anni prima, e se la ricordava ancora.» «E adesso dove lo trovo, questo Folco?» Tobia fece una smorfia e bevve un altro sorso, più lungo, prima di rispondere. «Adesso sta a casa sua, arrabbiato con il mondo. La storia è brutta, gliela dico come la so. La Vergani, quando le cose hanno cominciato ad andare male, l'ha messo alla porta che aveva sessant'anni. Una vita là dentro, e l'hanno salutato con due lire e una pacca sulla spalla. Lui c'era rimasto secco. L'hanno buttato via come un attrezzo consumato.» «E se l'è legata al dito.» «Se uno gli nomina la Vergani, ancora adesso, gli vengono gli occhi rossi. Vive solo: la moglie è mancata, figli non ne ha. Sta in un paese qui vicino, in una casa con l'orto, e non parla quasi con nessuno.» Tobia scosse la testa e abbassò la voce, anche se non c'era nessuno da cui guardarsi. «Le dico la verità: a quello, più dei soldi, serve qualcuno che si sieda e gli dica ancora che era il più bravo di tutti.» Leandro lo ringraziò, pagò da bere a tutti e due i vecchi e si fece scrivere su un tovagliolino il nome del paese e la via. Tobia lo scrisse piano, con la stessa cura con cui doveva aver stretto mille bulloni. Tornò alla macchina e restò un momento con le mani sul volante, senza accendere. Era salito al Nord per una serratura, e aveva trovato molto di più. Un uomo che sa aprire una cassaforte è un tecnico, e un tecnico lo paghi e finisce lì. Ma un uomo con un torto da farsi ripagare è un'altra cosa: quello non si muove per i soldi, si muove per sentirsi dire che aveva ragione lui. E con quelli, Leandro lo aveva imparato da tempo, si arrivava esattamente dove si voleva. Mise in moto. L'afa premeva sul parabrezza, e il cielo era bianco anche qui, di una bianchezza diversa da quella di Foggia ma altrettanto piena di niente. Il Folco lo avrebbe cercato l'indomani mattina presto, con il sole ancora basso, l'ora in cui i vecchi che hanno l'orto sono già fuori a dare l'acqua ai pomodori. Si sarebbe presentato con rispetto, come gli avevano detto di fare. E avrebbe cominciato a dirgli, piano, che aveva avuto ragione lui. |
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