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Autore: Francesco Potì
Titolo: Il paese dei mi piace
Genere Umorismo Satira
Lettori 4 1 2
Il paese dei mi piace
Manuale semiserio di sopravvivenza alle elezioni comunali ai tempi dei social.

Il primo commento.

[Metà maggio, gruppo Facebook “Sei di San Rocco alle Macchie se...”]

Alle sei e quarantadue del mattino, quando San Rocco alle Macchie aveva ancora la faccia stropicciata del sonno e il vento muoveva i sacchetti della spazzatura con la delicatezza di un funzionario in ritardo, Rosaria Pisanò approvò il post che avrebbe inaugurato la campagna elettorale senza che nessuno lo sapesse.
Era seduta in cucina, vestaglia lilla, tazza di caffè davanti, occhiali sulla punta del naso e telefono tenuto a due mani come un ostensorio.
Il post era di Concetta Mele, vedova Chirizzi, donna mite nella vita reale e artiglieria pesante su Facebook.
La fotografia mostrava una buca in via Madonna delle Grazie.
Non era una buca qualunque. Era una buca con ambizioni. Una buca larga, scura, sgranata, piena di polvere e sassolini, fotografata dal basso con un'inclinazione tale da farla sembrare l'ingresso secondario dell'inferno. Accanto, per dare proporzione, Concetta aveva sistemato una ciabatta azzurra del marito defunto.
Il testo diceva:
Questa è la situazione in via Madonna delle Grazie. VERGONIA. Poi se uno si rompe una gamba chi paga?
Rosaria sospirò.
La parola “vergonia” la turbò più della buca.
Restò con il pollice sospeso sul tasto “approva” come se da quel gesto dipendesse il destino democratico dell'Occidente, poi si fece il segno della croce, senza sapere bene se per il paese, per la grammatica o per sé stessa.
Approvò.
Per otto secondi non accadde nulla.
Rosaria sorrise.
Pensò che forse, quella mattina, la comunità avrebbe dimostrato maturità.
Al nono secondo arrivò il primo commento.
Tonino Capasa scrisse:
VERGOGNA. IO LO DICEVO DAL 1998.
Rosaria chiuse gli occhi.
«Eccolo,» disse al frigorifero.
Il frigorifero, che a differenza del gruppo non commentava, continuò a ronzare con dignità.
Tonino Capasa, detto Caps Lock, era già sveglio da un'ora. Da quando era andato in pensione, dormiva poco e si indignava molto. Aveva lavorato trentasei anni come autista comunale e sosteneva di conoscere le strade di San Rocco meglio del Padreterno, con la differenza che il Padreterno, almeno, non aveva mai dovuto fare retromarcia in via dei Fichi con lo scuolabus pieno di bambini urlanti.
Scriveva sempre in maiuscolo.
A chi gli faceva notare che sembrava gridare, rispondeva che non gridava affatto: aiutava gli ignoranti a leggere meglio.
Dopo il primo commento, ne aggiunse un secondo:
QUANDO C'ERA L'ASSESSORE PERRONE QUESTE COSE NON SUCCEDEVANO.
Gli rispose subito il nipote dell'assessore attuale, con una foto profilo in cui indossava occhiali da sole e guardava l'orizzonte come se stesse amministrando Miami.
Zio Tonino, Perrone non era assessore alle strade. Era assessore alla banda musicale.
Tonino non arretrò.
APPUNTO. ALMENO LA BANDA SUONAVA E NON SI SENTIVANO LE MACCHINE CADERE NELLE BUCHE.
Alle sette meno un quarto, il post aveva già ventisette commenti, quattro faccine arrabbiate, due cuori inspiegabili e una risata messa da Rosamaria Orlando, che poi avrebbe giurato di aver sbagliato dito.
Alle sette, la buca non era più una buca.
Era diventata un fallimento amministrativo, una questione morale, una prova della fine dei tempi, un'offesa ai residenti, un favore alle officine meccaniche, una metafora del Sud abbandonato, un problema per i passeggini, un pericolo per i ciclisti e, secondo un commento di Mimì Bluetooth ancora mezzo addormentato, «il simbolo plastico di un sistema marcio».
Rosaria, intanto, aveva già scritto il primo richiamo ufficiale:
Cari membri, vi invito a mantenere toni civili. Il gruppo nasce per unire il paese, non per dividerlo. Ogni commento offensivo sarà rimosso.
Tonino rispose:
IO SONO CIVILE. È LA BUCA CHE È OFFENSIVA.
Quel commento prese ventitré mi piace.
Rosaria lo guardò con fastidio e orgoglio insieme. Fastidio perché contraddiceva la sua autorità. Orgoglio perché era pur sempre il suo gruppo.
Il gruppo “Sei di San Rocco alle Macchie se...” era nato sette anni prima con intenzioni innocenti. Rosaria lo aveva aperto per condividere fotografie antiche del paese: la piazza con le luminarie del 1974, la processione di San Rocco con il parroco magro, la squadra di calcio con le maglie troppo larghe, i bambini seduti sui gradini della scuola elementare con le ginocchia sbucciate e il futuro ancora non notificato.
All'inizio si pubblicavano ricette, ricordi, gattini smarriti, frasi tipo “chi si ricorda il gelato di donna Pina?” e fotografie di tramonti in cui il sole pareva sempre più educato della gente.
Poi, lentamente, erano arrivate le segnalazioni.
Prima una lampadina fulminata.
Poi un cassonetto storto.
Poi una panchina rotta.
Poi una multa.
Poi un manifesto.
Poi un candidato.
Da quel momento il gruppo aveva smesso di essere un album di memoria ed era diventato il consiglio comunale parallelo, senza ordine del giorno, senza microfoni e senza possibilità di sospendere la seduta, perché a San Rocco alle Macchie uno poteva anche morire, ma prima qualcuno avrebbe commentato: “Condoglianze alla famiglia. Però quella strada è sempre al buio.”
Alle sette e dodici intervenne Filomena De Pascalis.
La maestra Filomena, settantasei anni, ex insegnante elementare, vedova di un maresciallo mite e proprietaria di una calligrafia che faceva vergognare i computer, scrisse:
Si dice “vergogna”, non “vergonia”. Inoltre, dopo “Poi” sarebbe opportuna una virgola.
Per quattro minuti la discussione si fermò.
Era l'effetto Filomena.
Come quando, durante una rissa al mercato, qualcuno nominava i carabinieri.
Concetta Mele, autrice del post, rispose:
Maestra, con tutto il rispetto, qua stiamo parlando di una buca.
Filomena replicò:
Le buche si possono riparare. L'ignoranza, a volte, resta.
Quel commento prese sedici mi piace, tre faccine che ridono e una risposta di Tonino:
MAESTRA NON FACCIAMO I PROFESSORI.
Filomena scrisse:
Io lo sono stata.
Tonino non rispose per quasi un minuto, che per lui equivaleva a un ritiro spirituale.
Poi scrisse:
APPUNTO.
Nino Spedicato lesse tutto dal suo salone da barba, mentre aspettava il primo cliente.
Il salone “Da Nino – Taglio, barba e confidenze” stava in una stradina laterale della piazza, tra una sanitaria che vendeva ciabatte ortopediche e una vecchia sede elettorale chiusa da anni, sulla cui saracinesca resisteva ancora mezzo adesivo con la faccia di un candidato ormai irriconoscibile. Dentro c'erano due poltrone, uno specchio grande, tre fotografie ingiallite di tagli maschili che nessuno chiedeva più, un ventilatore rumoroso e l'odore pulito del dopobarba.
Nino non commentava quasi mai.
Diceva che su Facebook le parole non uscivano dalla bocca, quindi non avevano vergogna.
Quella mattina guardò la foto della buca, poi la ciabatta azzurra, poi i commenti.
Scosse la testa.
Entrò Antonio Leuzzi, pensionato delle Poste, con tre capelli in croce e l'urgenza morale di chi teme di perderne uno durante il tragitto.
«Hai visto la buca?» chiese, sedendosi prima ancora di salutare.
Nino gli mise il telo sulle spalle.
«Buongiorno anche a te, Antonio.»
«Sì, buongiorno, ma hai visto la buca?»
«L'ho vista.»
«Quella è politica.»
Nino prese il pettine.
«Pensavo fosse asfalto mancato.»
«Appunto. L'asfalto manca sempre dove manca la politica.»
Nino gli osservò la testa, lucida e quasi priva di territorio da amministrare.
«Allora qua sopra siamo in anarchia da anni.»
Antonio rimase serio per due secondi, poi rise con un colpo secco, come se la risata gli fosse caduta dalla tasca.
«Tu scherzi, Nino, ma quella buca farà cadere la giunta.»
«Se la giunta ci passa sopra con la macchina, può essere.»
Intanto il telefono di Antonio vibrava sotto il telo.
«Guarda chi ha scritto ora.»
«Antonio, io sto tagliando.»
«E taglia piano, che questa è storia.»
La storia, in quel momento, era il commento di Giuliana Perrone, cugina dell'ex assessore alla banda musicale:
La buca c'era già con l'amministrazione Del Coco, ma nessuno diceva niente perché all'epoca faceva comodo a tutti stare zitti.
A quel punto il paese compì il suo salto temporale preferito: passare da una buca del presente a un rancore del secolo precedente senza attraversare la logica.
Qualcuno ricordò che Del Coco aveva promesso i marciapiedi nel 2004.
Qualcun altro rispose che nel 2004 pioveva di più, quindi le buche erano naturali.
Un terzo sostenne che la strada era stata rovinata dai camion della festa patronale.
Il figlio dell'ex presidente del comitato feste intervenne indignato:
Mio padre ha portato Albano gratis in piazza e voi lo ripagate così.
Subito sotto, una signora scrisse:
Non era Albano. Era uno che cantava Albano.
A quel punto entrò nel dibattito il nipote del cantante finto, minacciando querela per diffamazione artistica.
Rosaria prese il secondo caffè.
Le tremava leggermente l'occhio destro.
Scrisse:
Per favore, restiamo sul tema della buca.
Tonino rispose:
LA BUCA È IL TEMA DI TUTTO.
E, per qualche ragione, nessuno poté dargli completamente torto.
Alle otto e cinque, mentre il sole cominciava a stendersi sulle facciate basse di San Rocco e le prime sedie di plastica comparivano davanti alle porte come sentinelle del giudizio pubblico, il post superò i cento commenti.
Il sindaco uscente non era ancora intervenuto, ma già lo avevano accusato di immobilismo, arroganza, assenza, presenza eccessiva, vecchia politica, nuova furbizia, scarsa manutenzione, troppa manutenzione sotto elezioni, e di aver inaugurato una rotatoria «solo per farsi fotografare con la fascia».
Un profilo con il nome “Sanrocchese Libero” scrisse:
Chiedetevi perché proprio ora esce questa foto. Chi deve capire capisce.
Tre persone misero il pollice in su.
Cinque chiesero cosa ci fosse da capire.
Una scrisse che lei non aveva capito, ma condivideva.
Filomena intervenne:
“Chi deve capire capisce” non è un argomento. È una resa della sintassi.
Il commento fu ignorato, che per Filomena era peggio di un insulto.
Alle otto e venti, la situazione precipitò definitivamente quando Assunta Greco, invece di commentare sotto il post giusto, pubblicò nella discussione la foto del suo cane smarrito.
Il cane si chiamava Pippo.
Era un meticcio basso, marroncino, con l'espressione di chi conosceva i segreti di almeno due famiglie.
Assunta scrisse:
Scusate se mi intrometto, ma da ieri sera non torna a casa. Se qualcuno lo vede mi chiami. È buono, non morde, tranne i postini.
Per qualche minuto la buca e Pippo si contesero l'anima del paese.
Una signora chiese se il cane fosse caduto nella buca.
Un uomo rispose che quella non era una battuta da fare.
Tonino scrisse:
ANCHE I CANI SCAPPANO DA QUESTO DEGRADO.
Filomena corresse:
Dal degrado, non “da questo degrado”, se proprio vogliamo essere eleganti.
Assunta, disperata, mise tre cuori spezzati.
Rosaria tentò una mediazione:
Per Pippo aprite cortesemente un post separato. Qui discutiamo della segnalazione stradale.
Mimì Bluetooth commentò:
Quando una comunità non riesce nemmeno a salvare un cane e una strada, vuol dire che il sistema ha fallito.
Qualcuno rispose:
Mimì, ma tu che c'entri?
Mimì replicò:
Io c'entro sempre quando c'è da difendere il popolo.
Tonino scrisse:
BRAVO MIMÌ.
Filomena:
Il popolo, prima di essere difeso, andrebbe alfabetizzato.
Gino Marzo, detto Screenshot, fino a quel momento aveva osservato in silenzio.
Gino faceva il fotografo di matrimoni, battesimi e prime comunioni, ma la sua vera vocazione era conservare prove. Aveva hard disk pieni di sposi che tagliavano torte, bambini vestiti da piccoli cardinali e commenti cancellati alle tre di notte da persone che la mattina dopo tornavano rispettabili.
Quando scriveva lui, il gruppo abbassava la voce.
Gino commentò soltanto:
Salvate tutto.
Il gelo durò sei secondi.
Poi Concetta Mele chiese:
Perché?
Gino rispose:
Così.
Era il suo modo di accendere un cerino in una stanza piena di bombole.
Da quel momento molti iniziarono a rileggere ciò che avevano scritto. Alcuni modificarono i commenti. Altri li cancellarono. Tonino ne cancellò uno in cui aveva definito la buca “più onesta di certi consiglieri”, poi lo riscrisse uguale aggiungendo:
LO CONFERMO.
Nino, nel salone, vide apparire la frase di Gino e sorrise appena.
Antonio Leuzzi, con metà testa sistemata e metà ancora in stato di abbandono, chiese:
«Che significa “salvate tutto”?»
«Significa che prima la gente parlava e il vento si portava via le sciocchezze.»
«E adesso?»
Nino appoggiò il pettine.
«Adesso le sciocchezze tengono memoria migliore di noi.»
Antonio rimase zitto.
Fu un silenzio piccolo, quasi imbarazzato, come capita quando una battuta finisce di ridere prima di chi l'ha ascoltata.
Fuori, San Rocco alle Macchie continuava la sua mattina. Le serrande si alzavano. Il pane usciva caldo dal forno. Due anziani discutevano davanti alla farmacia senza sapere di stare ripetendo gli stessi commenti del gruppo, solo con meno emoticon. Una donna attraversava la piazza con le buste della spesa e il telefono acceso nella mano libera. Il campanile segnò la mezza con una lentezza che sembrava rimprovero.
Alle nove e tre minuti, Rosaria decise di chiudere i commenti.
Scrisse:
Poiché la discussione sta degenerando e non riguarda più soltanto la buca, chiudo i commenti. Invito tutti a un confronto civile e rispettoso. Buona giornata.
Premette invio.
Per un istante si sentì potente.
Poi si accorse di aver scritto “chiudo i commenti” ma di non averli chiusi davvero.
In quei quarantadue secondi di ritardo arrivarono diciannove nuovi interventi, tre accuse, una poesia sulla decadenza del paese, una foto di Pippo avvistato forse vicino al campo sportivo e un commento di Tonino:
NON CI POTETE TOGLIERE LA PAROLA.
Rosaria, nel panico, toccò lo schermo con troppa forza e mise mi piace al commento di Tonino.
Il gruppo se ne accorse.
Qualcuno scrisse:
Rosaria ha preso posizione.
Rosaria sbiancò.
Tentò di togliere il mi piace, ma Gino intervenne:
Ho lo screenshot.
In casa Pisanò cadde un cucchiaino.
Rosaria fissò il telefono come si fissa una creatura che si è cresciuta con amore e che all'improvviso tenta di candidarsi contro di te.
Finalmente riuscì a chiudere i commenti.
La pace durò meno di un minuto.
Perché sotto il post, appena prima della chiusura definitiva, era comparso un commento da un profilo senza fotografia, creato da poco, con il nome scritto in modo semplice e inquietante: La Voce Libera di San Rocco.
Il commento diceva:
Aspettate la campagna elettorale. Questa buca è niente.
Nino lo lesse mentre spazzava da terra i pochi capelli di Antonio Leuzzi.
Il salone era silenzioso.
Fuori, una notifica dopo l'altra cominciò a vibrare nei telefoni del paese, come un temporale che non aveva ancora deciso dove cadere.
Nino posò la scopa, guardò la strada bianca di sole oltre la porta e mormorò:
«Mo' sì che serve l'asfalto.»

Capitolo 1
Il barbiere della Repubblica

[Il mattino dopo il primo commento, salone di Nino Spedicato]

Nino Spedicato aprì il salone alle sette e ventotto, due minuti prima dell'orario scritto sulla porta e trentadue anni dopo aver capito che a San Rocco alle Macchie la puntualità non serviva ad arrivare in tempo, ma a farsi trovare colpevoli prima degli altri.
Sollevò la saracinesca con il solito lamento metallico, accese la luce sopra lo specchio, passò il panno sulle due poltrone e guardò per terra, dove la sera prima erano rimasti pochi capelli bianchi, tre capelli neri e uno biondo che non apparteneva a nessuno dei clienti ufficiali.
«Qua pure i capelli vengono di nascosto,» mormorò.
Fuori, il paese aveva già acceso i telefoni prima dei fornelli. La buca di via Madonna delle Grazie, dopo una notte di commenti, era diventata più famosa della statua del santo patrono. La gente non diceva più «hai visto il post?», ma «hai visto la buca?», come se fosse passata in piazza a salutare.
Nino mise il grembiule, sistemò forbici e pettini in ordine militare, poi guardò il cellulare appoggiato accanto alla cassa.
C'erano quarantasei notifiche del gruppo “Sei di San Rocco alle Macchie se...”.
Lui non aveva scritto niente, non aveva messo mi piace, non aveva condiviso, non aveva nemmeno aperto la bocca. Ma qualcuno lo aveva taggato lo stesso sotto un commento:
Chiediamo a Nino che nel salone sente tutti.
Nino fissò quella frase con la calma rassegnata di chi vede arrivare un temporale mentre ha appena steso i panni.
«Ecco,» disse allo specchio. «Mo' pure i capelli hanno diritto di voto.»
Il primo entrò alle sette e trentacinque.
Era Tonino Capasa, pensionato indignato a tempo pieno, giacca beige, coppola storta e telefono stretto in mano come un testimone in tribunale. Aveva prenotato un taglio leggero, ma portava sul viso l'espressione di chi era venuto a deporre davanti alla commissione d'inchiesta.
«Nino, io oggi non voglio parlare di politica.»
«Buongiorno, Tonino.»
«No, te lo dico subito. Taglio normale e niente politica.»
«Va bene.»
Tonino si sedette, ma non appoggiò il telefono. Lo tenne sulle ginocchia, acceso, aperto sul gruppo, pronto a difendere la patria digitale.
Nino gli mise il telo intorno al collo.
«Come li facciamo?»
«Come sempre. Però più corti ai lati. Che col caldo uno si innervosisce.»
«Il caldo fa quello che può.»
Tonino guardò lo specchio.
«Hai visto che casino per la buca?»
Nino sollevò appena gli occhi.
«Avevi detto niente politica.»
«La buca non è politica. È sicurezza pubblica.»
«Ah.»
«E la sicurezza pubblica diventa politica quando chi deve fare non fa. Però io non faccio politica, sia chiaro.»
«Chiarissimo.»
Tonino si sistemò sulla poltrona come se stesse per iniziare un comizio da seduto.
«Io ho scritto solo “vergogna”. Una parola. Educata. Sintetica. Democratica.»
«In maiuscolo.»
«Perché la democrazia deve essere leggibile.»
Nino prese il pettine.
«E la punteggiatura?»
«Quella la mettono i professori quando non hanno argomenti.»
Dal telefono di Tonino arrivò una vibrazione.
Lui abbassò gli occhi, lesse, inspirò forte.
«Ecco. Filomena De Pascalis ha corretto di nuovo Concetta. Questa non è più una maestra, è un autovelox grammaticale.»
«Almeno non toglie punti.»
«Ancora.»
Nino cominciò a tagliare.
Tonino stette zitto per otto secondi, che nel suo caso era quasi contemplazione monastica.
Poi disse:
«Tu, secondo te, la gente con chi sta?»
Nino continuò a pettinare.
«La gente dove?»
«In paese.»
«Dipende dalla via.»
«Non fare il filosofo con le forbici in mano.»
«Allora non farmi il sondaggio con la mantellina addosso.»
Tonino si sporse appena, rischiando di perdere un orecchio.
«Io te lo chiedo così, da cittadino. Senza politica.»
«Da cittadino con quale lista simpatizzi?»
«Io? Nessuna. Io guardo i fatti.»
«E i fatti ti guardano?»
Tonino non capì se fosse una battuta o una diagnosi.
«Senti, secondo te Mimì Bluetooth sta crescendo?»
Nino tagliò una ciocca minuscola.
«Gli ho fatto la barba l'altro giorno. Cresce soprattutto di lato.»
«Non fare lo spiritoso. Politicamente, dico.»
«Avevi detto niente politica.»
«Appunto, politicamente senza politica.»
Nino lo guardò nello specchio.
«Tonino, a San Rocco avete inventato il digiuno col panino in mano.»
Tonino rimase serio, poi rise, ma solo mezzo secondo, per non concedere troppo.
«Comunque te lo dico io. Mimì sta crescendo. Il sindaco è cotto. Debora è brava, ma pare che ogni volta deve interrogare la cittadinanza. E Rocco pensa ancora che Facebook sia un bar dove può offrire il caffè.»
«Analisi completa.»
«Tu che senti?»
«Il rasoio elettrico.»
«Nino, sto parlando seriamente.»
«E io sto cercando di salvarti la nuca.»
Tonino fece un verso di disappunto e tornò al telefono. Scrisse qualcosa con due dita, lentamente, ma con la rabbia di chi scolpisce il marmo.
Nino sbirciò dallo specchio.
Tonino aveva commentato sotto un nuovo post sulla buca:
NON VOGLIO FARE POLITICA, MA QUESTO PAESE È STATO ABBANDONATO.
Nino sospirò.
«Tonino.»
«Che c'è?»
«Hai scritto che non vuoi fare politica dentro una frase politica.»
«E allora?»
«Niente. È come dire: non voglio tagliarmi i capelli, però intanto siediti.»
Tonino guardò la propria testa già mezza sistemata.
«Ormai finisci.»
Alle otto e dieci, Tonino uscì con i capelli corti, il collo pulito e la convinzione rafforzata di essere un osservatore neutrale della decadenza comunale.
Sulla soglia si voltò.
«Comunque, se ti chiedono, io non ho detto niente.»
«Hai scritto tutto.»
«Appunto. Le parole dette volano, quelle scritte restano.»
«Pure troppo.»
Tonino se ne andò, già piegato sul telefono, con l'andatura di un uomo che cammina nel mondo reale solo per cercare campo.
Alle otto e diciassette entrò Mariagrazia Miglietta, assessora uscente ai lavori pubblici.
Non veniva per tagliarsi i capelli. Questo fu chiaro a Nino dal modo in cui guardò la poltrona come se fosse una commissione consiliare ostile. Portava una cartellina azzurra, gli occhiali da sole sulla testa e un'espressione che diceva: ho dormito poco, ho letto troppo e sto per negarlo.
«Nino, hai due minuti?»
«Per un taglio?»
«No, no. Solo una spuntatina.»
«Ai capelli?»
«Alla situazione.»
Nino appoggiò il pettine.
«Allora serve la motosega.»
Mariagrazia sospirò e si sedette sulla poltrona senza togliersi la borsa dalla spalla.
«Io non voglio parlare di politica.»
«Oggi è la frase d'ingresso?»
«Dico sul serio. Sono venuta come persona.»
«La persona vuole il caffè?»
«La persona vuole sapere che aria tira.»
Nino guardò il ventilatore spento.
«Ferma.»
«Nino.»
«Mariagrazia.»
«Tu scherzi, ma qua mi stanno massacrando per quella buca. Quella strada è già inserita nel piano manutenzioni. Già. Inserita. C'è la determina, c'è il quadro economico, c'è tutto.»
«Manca solo l'asfalto.»
Lei gli puntò un dito contro.
«Questa è cattiveria gratuita.»
«No, questa è sintesi.»
Mariagrazia aprì la cartellina e tirò fuori tre fogli.
«Guarda qua. Programmazione interventi. Via Madonna delle Grazie. Secondo lotto. Approvato.»
«Se lo metti nella buca, magari si riempie.»
L'assessora lo fulminò.
«Tu sei peggio dei commenti.»
«Io almeno uso la voce.»
Lei si tolse gli occhiali dalla testa e li posò sulla mensola, accanto al borotalco.
«Il problema è che la gente non capisce i tempi amministrativi.»
«La gente capisce i tempi della ruota quando entra nella buca.»
«Eh, ma non si può fare tutto subito! Ci sono procedure, capitoli di bilancio, affidamenti, pareri...»
«Mariagrazia, al paese il parere lo dà l'ammortizzatore.»
Lei si portò una mano alla fronte.
«E poi quella foto è fatta apposta. Dal basso. Con la ciabatta vicino. Così sembra una voragine. Io ci sono andata stamattina.»
«Nella buca?»
«Sul posto.»
«Ah.»
«È più piccola.»
«La buca?»
«Sì.»
«Allora pubblicate una foto con una ciabatta più grande.»
Mariagrazia fece per rispondere, poi si fermò. Le scappò una risata nervosa, subito inghiottita.
«Tu ridi, ma io da ieri sera ho ricevuto ventidue messaggi. Uno mi ha scritto: “Dimettiti prima che qualcuno ci lascia la sospensione”.»
«Almeno era tecnico.»
«Un altro: “Assessora, con tutto il rispetto, lei passa da quella via o vola?”»
«Domanda legittima.»
«Nino!»
«Va bene. Mi fermo.»
Lei abbassò la voce.
«Secondo te questa storia mi danneggia?»
Nino si pulì le mani sul grembiule.
«Dipende.»
«Da cosa?»
«Da quante altre buche hanno il telefono.»
Mariagrazia chiuse gli occhi.
«Non mi aiutare troppo.»
«Tu non vuoi aiuto. Vuoi sentirti dire che non è grave.»
Lei aprì gli occhi di colpo.
«E non è grave?»
Nino la guardò attraverso lo specchio, anche se lei non era sulla poltrona da taglio.
«È una buca, Mariagrazia. È grave se uno ci cade. Diventa enorme quando tutti ci buttano dentro quello che tenevano da parte.»
L'assessora restò zitta.
Il telefono le vibrò.
Lesse.
«Oddio.»
«Che è successo?»
«Mimì Bluetooth ha annunciato una diretta dalla buca alle undici.»
Nino alzò le sopracciglia.
«Con o senza casco?»
«Dice: “Porterò la verità dove l'amministrazione porta solo rattoppi”.»
«Poetico.»
«È un elettricista!»
«La corrente passa anche nelle parole.»
Mariagrazia afferrò la cartellina.
«Io devo andare in Comune.»
«Sicura?»
«Perché?»
«Se Mimì va alla buca e tu al Comune, la buca resta senza contraddittorio.»
Lei lo guardò come se avesse appena proposto una seduta straordinaria del consiglio comunale dentro un cratere.
«Tu fai ridere, ma sei pericoloso.»
«Solo con le basette.»
Mariagrazia uscì quasi correndo. Davanti alla porta incrociò il consigliere uscente Ernesto Carluccio, che entrò di lato, con il sorriso prudente di chi saluta tutti perché non sa mai chi gli servirà.
Ernesto Carluccio aveva cinquantotto anni, ventitré dei quali trascorsi a dire «valuteremo» con espressione responsabile. Era stato consigliere comunale in tre maggioranze diverse, due opposizioni e una lista civica nata in una pizzeria e morta prima dell'amaro. Aveva un talento raro: riusciva a essere presente in ogni foto senza sembrare davvero responsabile di nulla.
«Nino mio.»
«Ernesto.»
«Mi sistemi un poco? Giusto una pulizia. Niente di che.»
«Capelli o immagine?»
«Ah, ah. Sempre spiritoso.»
Si sedette.
«Mi raccomando, naturale.»
«Tu?»
«Il taglio, dico.»
Nino gli mise il telo.
Ernesto guardò la propria faccia nello specchio con tenerezza elettorale.
«Io non voglio parlare di politica.»
«Mi state facendo venire voglia di appendere un cartello.»
«Quale?»
«Qui chi non vuole parlare di politica paga prima.»
Ernesto rise con prudenza, poi si fece serio.
«Comunque io sto fuori dai giochi.»
«Sei candidato.»
«Sì, ma con spirito di servizio.»
«Lo spirito di servizio ha fatto stampare i santini?»
«Pochi. Sobri. Con una foto semplice.»
«Quella con il muretto a secco?»
«Ti piace?»
«Sembri proprietario della campagna.»
«Dici? Troppo?»
«Dipende se prometti pure le olive.»
Ernesto si aggiustò il collo sotto il telo.
«Nino, parliamoci chiaro. Io non cerco voti.»
«No?»
«Io cerco fiducia.»
«E dove la trovi a quest'ora?»
«Nel rapporto con la gente.»
«Che infatti ti manda i messaggi per chiedere quanti voti hai.»
Ernesto si irrigidì.
«Chi te l'ha detto?»
«Hai il telefono sul grembo. Si legge nello specchio.»
Ernesto abbassò subito lo schermo.
«Comunque sono domande normali.»
«Certo. Anche il barbiere chiede sempre al capello se vuole cadere.»
Il consigliere fece finta di non capire.
«Tu, realisticamente, come mi vedi?»
«Di profilo, per ora.»
«Politicamente, Nino.»
«Avevi detto che non volevi parlarne.»
«Non ne parlo. Chiedo una sensazione.»
«La politica di oggi è diventata tutta sensazione. Prima almeno c'erano i manifesti brutti.»
Ernesto sospirò.
«Il problema è che sui social sembra che tutti ce l'abbiano con noi. Ma poi per strada ti salutano.»
«Per strada hanno le mani occupate dalle buste.»
«No, no. C'è affetto.»
«C'è abitudine.»
«Che è quasi lo stesso.»
«Solo nei matrimoni lunghi.»
Ernesto rise troppo forte, poi si ricordò di essere pettinato e tornò composto.
«Secondo te devo rispondere sotto il post della buca?»
«No.»
«Però se non rispondo pare che scappo.»
«Se rispondi pare che ci sei caduto dentro.»
«Allora che faccio?»
«Niente.»
Ernesto lo guardò terrorizzato.
«Niente?»
«È una possibilità antica. Poco usata.»
«Ma il silenzio viene interpretato.»
«Pure le parole.»
«Allora uno come si difende?»
Nino gli rifinì la nuca con il rasoio.
«A volte non facendo il processo davanti alla folla.»
Ernesto si ammutolì.
Per qualche secondo si sentì solo il ronzio del rasoio e, fuori, il rumore di una moto che passava troppo veloce in una strada troppo stretta. Nino vide il consigliere fissarsi nello specchio con una stanchezza nuova, quasi sincera.
Poi il telefono vibrò ancora.
Ernesto lesse.
«Mi hanno taggato.»
«Dove?»
«Sotto una foto del 2019. C'ero io vicino alla buca.»
«Già allora?»
«No, quella non era una buca. Era un avvallamento.»
«La differenza?»
«La buca fa opposizione. L'avvallamento è tecnico.»
Nino posò il rasoio.
«Questa te la potevi giocare in consiglio.»
«Me la scrivo.»
Ernesto uscì alle nove e venti con il taglio naturale, l'immagine ancora incerta e la promessa solenne di non rispondere a nessuno.
Alle nove e ventidue aveva già scritto:
Non volevo intervenire, però ritengo doveroso precisare.
Nino lo vide comparire sul telefono e si tolse gli occhiali per massaggiarsi gli occhi.
«Il però,» disse piano, «è il motorino d'avviamento della rovina.»
Alle nove e mezza entrò Biagio Russo.
Biagio era candidato consigliere con Debora Quarta, anche se lui preferiva dire «sono parte di un percorso collettivo di cambiamento», formula che gli consentiva di sembrare più alto di almeno tre centimetri. Aveva quarantasei anni, camicia bianca aperta al punto giusto, barba curata e quella smania da foto pubblica che lo faceva spostare sempre verso il centro dell'inquadratura, anche durante gli abbracci altrui.
«Nino, veloce veloce. Ho un incontro alle dieci.»
«Con chi?»
«Con la cittadinanza.»
«Tutta?»
«Una rappresentanza.»
«Quante persone?»
«Tre, forse quattro. Ma una vale molto sui social.»
«Allora taglio istituzionale.»
Biagio sorrise.
«Naturale, ma fresco. Vicino alla gente, però non trasandato. Giovane, ma affidabile. Dinamico, ma non influencer.»
Nino lo guardò.
«Vuoi capelli o programma amministrativo?»
«Ah, ah. Grande Nino.»
Si sedette e tirò fuori subito il telefono.
«Facciamo una storia?»
«Mentre ti taglio?»
«Sì, una cosa spontanea.»
«Se me lo chiedi prima, spontanea è già in coma.»
«No, tipo: “Anche oggi tra la gente, ascoltando il paese”.»
«Biagio, sei dal barbiere.»
«Appunto. Il salone è luogo di comunità.»
«È luogo di forfora, soprattutto.»
Biagio rise, ma controllò se il telefono stesse riprendendo.
«Posso taggarti?»
«No.»
«Solo il salone?»
«No.»
«Solo le forbici?»
«Le forbici non sono candidate.»
Biagio fece una smorfia delusa.
«Sei difficile, Nino.»
«Sono analogico.»
«Comunque io non voglio parlare di politica.»
«Nemmeno tu.»
«No, davvero. Sono qui per ascoltare.»
«Seduto di spalle?»
Biagio si sistemò meglio.
«Il punto è che in paese c'è voglia di cambiamento. Si percepisce.»
«Dove?»
«Nei commenti.»
«Allora è voglia di commentamento.»
Biagio si illuminò.
«Bella questa! Posso usarla?»
«No.»
«Con citazione?»
«Peggio.»
Nino iniziò a sistemargli la barba.
Biagio, costretto a parlare poco per non farsi tagliare il labbro, trovò comunque il modo.
«Tu senti resistenza verso Debora?»
«Sento capelli duri dietro l'orecchio.»
«No, dico: la vedono troppo professoressa?»
«È insegnante.»
«Sì, ma politicamente.»
«Politicamente dovrebbe sembrare meno insegnante pur restando competente?»
Biagio indicò Nino con un dito, poi si ricordò del rasoio vicino alla faccia e lo ritirò.
«Esatto. Tu capisci tutto.»
«No, io ripeto le cose finché diventano assurde.»
Biagio abbassò la voce.
«Achille dice che dobbiamo aumentare l'engagement emotivo.»
«La barba come la vuoi, engagement o emotiva?»
«Nino, è serio.»
«Lo temo.»
«Dobbiamo far vedere che siamo tra la gente, ma senza sembrare che inseguiamo i like.»
«E quindi inseguite i like senza farvi vedere.»
«È strategia.»
«Una volta si chiamava vergogna.»
Biagio rise, poi smise perché nello specchio non gli parve valorizzante.
«Comunque, tra noi, il sindaco è in difficoltà.»
«Tra noi e il telefono acceso?»
Biagio sbiancò e controllò subito lo schermo.
«Non sto registrando.»
«Meglio. Le frasi intelligenti qui dentro sono poche, non sprechiamole.»
In quel momento entrò Pinuccio Balestra, proprietario del Bar Centrale, portando due caffè in bicchierini di carta e una faccia da funerale del commercio al dettaglio.
«Posso?»
«Entra, Pinuccio.»
«Ti ho portato il caffè. Quello vero. Non quello col mi piace.»
Biagio sorrise.
«Buongiorno, Pinuccio.»
«A te ti ho visto ieri su Facebook.»
«Ah sì?»
«Sì. Stavi davanti a un muro con le braccia conserte.»
«Era una foto per la campagna.»
«Parevi uno che aveva perso le chiavi di casa e dava la colpa al futuro.»
Nino rise.
Biagio meno.
Pinuccio appoggiò i caffè e guardò il salone.
«Qua almeno si parla ancora?»
«Dipende da chi entra,» disse Nino.
«Al bar stamattina quattro tavolini pieni e nessuno che apriva bocca. Tutti col telefono. Due stavano litigando sotto il post della buca ed erano seduti uno dietro l'altro. Uno ha scritto “dimmi le cose in faccia”. L'altro ha risposto “non meriti risposta”. Bastava girare la sedia.»
Biagio cercò di inserirsi con tono moderno.
«È cambiato il modo di partecipare.»
Pinuccio lo guardò.
«Figlio mio, quella non è partecipazione. È gente che si manda a quel paese col correttore automatico.»
Nino bevve un sorso di caffè.
«Almeno prima per litigare consumavano.»
«Bravo,» disse Pinuccio. «Prima uno diceva una fesseria al bar e almeno pagava il caffè. Ora la dice gratis e pretende pure rispetto.»
Biagio annuì, cercando di capire se quella frase fosse utilizzabile in campagna elettorale.
«Posso citarla?»
«No,» risposero insieme Nino e Pinuccio.
Il giovane candidato si offese con eleganza.
«Comunque io credo che la piazza digitale possa essere anche una risorsa.»
Pinuccio indicò la strada fuori.
«La piazza vera, intanto, sta là. Vuota. Ci sono solo due vecchi e uno dei due guarda il telefono dell'altro perché non ha giga.»
«Il mondo cambia.»
«Il mondo cambia, sì. Ma se per sapere cosa pensa uno seduto accanto a te devi leggere un commento, non è cambiamento. È cervicale.»
Nino finì di sistemare la barba di Biagio.
«Fatto.»
Biagio si guardò nello specchio, soddisfatto.
«Mi fai una foto?»
«No.»
«Solo una, naturale.»
«Biagio, sei venuto dal barbiere con la camicia stirata e la frase pronta. Di naturale c'è solo la ricrescita.»
Pinuccio scoppiò a ridere.
Biagio, per salvarsi, rise anche lui.
Poi pagò, si alzò e sulla soglia si voltò.
«Nino, davvero. Tu che sensazione hai? La gente vuole cambiare?»
Nino gli tolse dal colletto un capello tagliato.
«La gente vuole essere d'accordo con sé stessa.»
Biagio rimase con la mano sulla maniglia.
«In che senso?»
«Nel senso che entra qui chiedendo cosa penso io, ma spera solo che io dica quello che pensa lei.»
Il sorriso di Biagio si incrinò per un attimo. Non molto. Abbastanza.
«Vabbè,» disse. «Ci vediamo in giro.»
«Ti taggheranno loro,» disse Pinuccio.
Biagio uscì.
Dopo venti secondi pubblicò una storia davanti al salone, inquadrandosi dal basso:
Tra la gente, nei luoghi veri del paese, ascoltando ogni voce. San Rocco cambia partendo dalle persone.
Nino vide la notifica perché qualcuno lo taggò comunque.
Pinuccio lesse sopra la sua spalla.
«Luoghi veri del paese? Ma se non mi ha nemmeno salutato bene.»
«Tu sei un luogo difficile.»
«Io sono patrimonio orale.»
«Più orale che patrimonio.»
Pinuccio si sedette sulla sedia vicino alla porta, quella dove di solito aspettavano i clienti che non avevano fretta ma avevano opinioni.
«Nino, te lo dico io. Questa campagna ci farà male allo stomaco.»
«A te tutto fa male allo stomaco. Hai mangiato peperoni alle sei del mattino per trent'anni.»
«Quelli erano tempi seri. I peperoni almeno non condividevano.»
Il salone si riempì per qualche minuto di un silenzio buono. Non il silenzio offeso dei commenti non risposti, ma quello antico di due uomini che non hanno bisogno di dimostrare ogni pensiero.
Fuori, il sole aveva preso possesso della strada. La luce batteva sulle case basse, sulle persiane socchiuse, sui manifesti vecchi incollati male, sui santini elettorali che cominciavano ad apparire nei portafogli come immagini votive di santi con meno miracoli e più promesse.
Dal gruppo arrivò una nuova notifica.
Rosaria Pisanò aveva scritto:
Cari membri, ricordo che il gruppo non è sede di campagna elettorale. Saranno approvati solo post di interesse generale.
Sotto, dopo otto secondi, Tonino Capasa commentò:
LA BUCA È INTERESSE GENERALE.
Filomena De Pascalis rispose:
In questo caso, purtroppo, la maiuscola è coerente con il vuoto.
Pinuccio lesse e annuì.
«La maestra mi fa paura.»
«Fa bene.»
«Quella se ti corregge un menù, ti chiude il bar.»
Alle dieci e quaranta passò dal salone anche Gino Screenshot, senza entrare davvero. Si affacciò con la macchina fotografica al collo.
«Nino.»
«Gino.»
«Hai visto che Carluccio ha cancellato il commento?»
«Quale?»
«Quello dove diceva che l'avvallamento era tecnico.»
Pinuccio alzò il dito.
«Questa era bella.»
Gino sorrise appena.
«Tranquilli. Ce l'ho.»
Nino lo guardò.
«Gino, tu non conservi. Tu imbalsami.»
«La memoria serve.»
«Pure il sale serve, ma se ne metti troppo rovini il sugo.»
Gino rimase un momento fermo sulla soglia, con quella sua aria da uomo che conosceva più versioni della stessa persona.
«Oggi il sugo è già rovinato,» disse.
Poi se ne andò.
Pinuccio lo seguì con lo sguardo.
«Quello un giorno fa cadere una giunta con una cartella chiamata “varie”.»
«A San Rocco tutte le cose importanti stanno in “varie”.»
Verso le undici, il salone era diventato ciò che era sempre stato e ciò che non voleva ammettere di essere: un ufficio elettorale senza simboli, un confessionale senza assoluzione, un bar senza bancone, un piccolo parlamento con il phon.
Entrò un operaio per sistemare i capelli prima del turno e disse che non gli interessava chi vinceva, purché aggiustassero la strada davanti alla suocera, «così almeno quando andiamo a pranzo non abbiamo più scuse per arrivare tardi».
Entrò una vedova a chiedere se Nino sapesse chi aveva messo la faccina che ride sotto il commento di sua cognata, perché «un conto è non parlarsi, un conto è ridere pubblicamente».
Entrò un ragazzo solo per comprare il gel, vide Pinuccio, chiese chi fosse avanti nei sondaggi e alla risposta «avanti dove?» uscì dicendo che il paese era vecchio.
Tutti dicevano la stessa frase con parole diverse.
«Io non mi schiero.»
«Io guardo le persone.»
«Io voto con la testa.»
«Io non mi faccio influenzare.»
«Io non ho Facebook, però mi hanno mandato tutto.»
E subito dopo chiedevano:
«Secondo te Rocco tiene?»
«Debora sfonda?»
«Mimì prende voti veri o solo visualizzazioni?»
«La buca chi la paga?»
«Rosaria è neutrale o fa finta?»
«La Voce Libera chi è?»
Nino rispondeva poco. Tagliava, sfumava, pettinava, radeva. Ogni tanto buttava lì una frase che sembrava caduta per sbaglio.
«I voti non sono capelli. Non ricrescono sempre dove mancano.»
Oppure:
«Chi chiede un parere spesso ha già preparato l'arringa.»
Oppure:
«A San Rocco nessuno cambia idea. Cambia solo persona a cui raccontarla.»
Ridevano tutti.
Poi, appena usciti, dimenticavano la frase che li riguardava e conservavano solo quella utile contro gli altri.
A mezzogiorno meno dieci, Pinuccio si alzò.
«Devo tornare al bar. Ho lasciato mio nipote alla cassa e quello confonde i cornetti vuoti con quelli alla crema. È così che iniziano le rivoluzioni.»
Nino annuì.
«Grazie per il caffè.»
Pinuccio arrivò alla porta, poi si fermò.
«Nino.»
«Eh.»
«Tu ci ridi, ma oggi qua sono venuti tutti a chiederti la stessa cosa.»
«Lo so.»
«E tu che hai capito?»
Nino spazzò via da terra una piccola montagna di capelli. Bianchi, neri, grigi, pochi castani, tutti uguali una volta caduti.
«Che nessuno voleva sapere.»
Pinuccio restò fermo.
«E che volevano?»
«Sentirsi confermati.»
Il barista si tolse gli occhiali, li pulì col bordo della camicia.
«Al bar almeno, quando uno diceva una sciocchezza, gli altri gli ridevano in faccia.»
«Adesso gli mettono mi piace.»
«È peggio?»
Nino spinse i capelli verso la paletta.
«È più comodo.»
Pinuccio non rispose. Guardò fuori, verso la piazza che a quell'ora era piena di luce e povera di voci. Due uomini erano seduti vicini su una panchina e scrivevano sui telefoni senza parlarsi. Una donna attraversava la strada ascoltando un vocale a volume così alto che tutto il paese seppe che la nipote di Ada Marangi aveva lasciato il fidanzato, ma non per politica, «almeno pare».
«Ci vediamo dopo,» disse Pinuccio.
«Porta caffè vero.»
«E tu porta notizie false, che quelle vere ormai non le vuole nessuno.»
Uscì.
Nino rimase solo.
Per qualche minuto nel salone si sentì soltanto il ventilatore che girava piano e il rumore morbido della scopa. Nello specchio, dietro la sua figura, il paese sembrava più quieto di quanto fosse davvero. Le sedie in attesa, i pettini in fila, il rasoio pulito, la luce bianca sopra la mensola: tutto dava l'illusione che le cose potessero ancora essere messe in ordine con pazienza.
Poi il telefono vibrò.
Un altro post.
La Voce Libera di San Rocco aveva scritto:
Vedo che molti parlano di buche. Ma le buche vere non stanno nell'asfalto. Stanno nella memoria di chi ha promesso e poi dimenticato. Presto parleremo anche di questo.
Sotto, in meno di un minuto, comparvero ventisette commenti.
Chi chiedeva nomi.
Chi diceva di sapere già.
Chi scriveva «finalmente».
Chi invitava alla prudenza.
Chi condivideva in privato.
Chi faceva finta di non aver letto.
Nino guardò quel post a lungo. La comicità della mattina gli rimase addosso come odore di dopobarba: piacevole, familiare, ma incapace di coprire del tutto il sudore.
Spense lo schermo.
Stava per chiudere la porta per andare a mangiare un boccone quando una mano pesante bussò due volte sul vetro, senza aspettare risposta.
Rocco Mazzotta entrò con il sorriso del sindaco uscente, la camicia celeste, gli occhiali da sole in mano e quella sicurezza antica di chi era abituato a essere riconosciuto prima ancora di parlare.
«Nino mio,» disse.
Nino appoggiò la scopa al muro.
«Sindaco.»
Rocco si guardò intorno, come se il salone fosse una sezione distaccata del municipio.
«Mi dai una sistemata veloce? Niente di speciale. Giusto per non sembrare stanco.»
«Allora ci vuole tempo.»
Rocco rise, ma solo con la bocca.
Si sedette sulla poltrona, fissò lo specchio e abbassò la voce.
«Io non voglio parlare di politica.»
Nino prese il telo bianco e glielo aprì davanti.
«Certo.»
Rocco infilò le mani sotto la mantellina, poi guardò Nino attraverso lo specchio.
«Tu che senti in giro?»
Francesco Potì
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