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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Ainam
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Altro autore: Gianluca Confini.
La acciatrice.
Il crepuscolo tingeva di colori vividi il cielo, arricchendo di sfumature la foresta dentro cui la giovane sulav si stava incamminando, ultimo luogo dove le sue fonti l'avevano informata di aver avvistato il suo bersaglio. Ella ignorò il vento tiepido che le smuoveva i capelli castano scuro, spezzati nel colore da quattro ciocche bianche, le quali spuntavano rispettivamente dalle sue tempie e dalla fronte, incorniciandole i lineamenti delicati del viso e facendo risaltare la sua carnagione bianca. Le sue iridi argentee, colore accentuato dalle pupille sottili, scrutavano attentamente il perimetro circostante, alla ricerca di ciò che avrebbe potuto anche solo insospettirla, avvicinarla al suo obiettivo. La vista era una delle migliori armi a disposizione della sua specie, ben al di sopra di quelle degli altri popoli. Rendeva i sulav capaci di vedere persino un minuscolo animale zampettare su una foglia d'albero a grande distanza, nonché individuare tracce termiche in angoli all'apparenza ciechi, quando la luce non poteva essere d'aiuto.
Riparata dalle fronde degli alberi, la donna avanzò placida, spostandosi da un robusto ramo all'altro. I suoi stivali poggiavano silenziosi sulla corteccia, ammorbidita dalle recenti piogge. Erano rivestiti di un tessuto molto flessibile ma resistente al calore, lo stesso materiale delle vesti al di sotto dell'armatura da satsujin, forgiata con un minerale di maggiore resistenza e buona malleabilità, tendente al nero. Su di essa erano applicate scaglie della medesima sfumatura, che la ricoprivano in buona parte, e il suo numero si diceva seguisse quello delle vittime cadute nelle varie missioni affidatele dal regno. Tali parti sovrastavano la casacca color ardesia e i pantaloni, di tonalità più scura, così come le spalline e le fasce che chiudevano le maniche, queste ultime collegate al tessuto sui palmi delle mani.
Passata l'intera nottata a seguire tracce, nonostante la nebbia che era scesa sulla foresta, alle prime luci dell'alba la vide: la grande minaccia del suo popolo, colei che le era stato ordinato di eliminare, un'altra scaglia da aggiungere alle altre. Era una giovane dalla pelle olivastra e dai capelli bianchi, raccolti in una ingombrante acconciatura sferica sopra la testa. Indossava abiti logori, a partire dalla tunica verde e fino ai sandali, rossicci come i pantaloni, e una vecchia sacca che sembrava contenere tutta la sua vita era saldamente ancorata alle sue spalle. Oltre all'altezza notevole per la media del suo popolo, l'elemento che più attirò l'attenzione di Masaru fu il braccio destro della ragazza. Era metallico, scuro, solcato da lineamenti azzurri e argentei, mentre dal palmo e dal dorso della mano fuoriuscivano parti di un'unica sfera. La viandante era in piedi dinanzi alle rovine di un'antica struttura, immensa seppur in gran parte tappezzata dalla fitta vegetazione circostante. I suoi occhi eterocromatici, il sinistro azzurro e il destro nero, erano fissi sulle scritture incise su di essa, una lingua che sembrava non conoscere a giudicare dalla sua espressione confusa. Era una manam, una figlia dell'Impero di Mana, la cui capitale omonima si ergeva sul grande continente insulare del mare del nord.
Nascosta dal fogliame, Masaru la teneva sotto tiro, finalmente lì davanti a lei, dopo mesi di ricerche solcando i cieli delle lande occidentali, oltre il mare di Atlan. Ponderò la strategia più opportuna per ucciderla in modo rapido ed efficiente. Silenziosa, si mise in posizione tenendo gli occhi glaciali fissi sulla manam, esalò un respiro e la sua armatura sembrò rispondere prontamente al suo stato d'animo. Un dardo d'energia dalle tonalità violacee si manifestò dal suo guanto color onice, con un potere enigmatico che a guardarlo veniva difficile capire cosa fosse davvero. Rimase immobile, in attesa, finché l'altra le diede la schiena, firmando la sua condanna: un sibilo improvviso sfrecciò rapido, spezzando la quiete della foresta, prima di esplodere in una sfera di luce. L'onda d'urto si ripercosse sulla terra e nell'aria circostanti, mentre il bagliore si attenuava, mostrando così un foro circolare nell'antico muro, oltre a una depressione di qualche centimetro nel terreno. Nell'istante in cui il dardo colpì l'obiettivo, Masaru avanzò, silenziosa e rapida per darle il colpo di grazia, nel caso in cui fosse sopravvissuta. Tuttavia, raggiunto il luogo dell'impatto, la sulav sgranò leggermente gli occhi: la sua preda era sparita. Aguzzò allora lo sguardo nell'ambiente circostante, restando in allerta, pronta a colpire; di certo doveva aver schivato il dardo ma prepararne uno nuovo avrebbe prodotto troppo rumore. Persino con la vista termica le fu impossibile capire dove fosse finita, nel frattempo passarono gli istanti, ma nulla accadde, nessuno si palesò. Masaru attese per così tanto tempo da credere di averla annichilita; i manam non erano certo come i sandun, il loro corpo non era molto resistente. In quello stesso momento percepì una presenza, proprio quando una mano metallica le sfiorò la spalla, e con un balzo si allontanò di diversi metri da essa, voltandosi indietro.
“Speravo di averti ingannato a sufficienza, con tutto il tempo che ho fatto passare.” lamentò la girovaga, con le braccia incrociate e lo sguardo ricolmo di disappunto, lasciandosi andare a un lungo sospiro: “Sei più brava di quanto credessi, anche se per essere una sulav ti sei dovuta avvicinare parecchio per colpirmi, problemi con gli alberi?” la canzonò sogghignando.
Masaru non disse nulla, limitandosi a fissarla con sguardo imperscrutabile. Si preparò di nuovo ad attaccare, fu allora che il suo corpo subì una trasformazione: sentì la temperatura aumentare, il calore scorrerle nelle vene, infiammarle il petto. I suoi occhi acquisirono una luminescenza argentea e solo la tonalità diversa permetteva di distinguere tra la sclera e la pupilla, quest'ultima più chiara. Percepì l'allungarsi delle orecchie, degli artigli e dei denti, più di quanto già non fossero nella sua forma umana. Dall'epidermide di braccia, gambe e collo emersero scaglie dalle sfumature blu oltremare, mentre ella sentiva acuirsi ancor più la percezione visiva. Nel contempo, due corna di una tonalità più scura di blu, persino più dei capelli, spuntarono dalla sua testa, incurvandosi all'indietro e verso l'alto. Infine, una coda lunga e sottile si generò dal coccige, qualcosa che lei sentiva come un arto aggiuntivo e che si muoveva sinuoso, finanche minaccioso con la sua punta acuminata. Essa faceva spesso dei movimenti istintivi, non volontari, come fosse dotata di vita propria.
Si trattava della sua vera forma, che il popolo del fuoco chiamava Zenshi Sulav. La sensazione ogni qualvolta che abbandonava le sembianze umane era strana e indefinibile, era un po' come togliersi di dosso qualcosa di stretto e soffocante, qualcosa che la limitava non definendola per quello che era. Tornava utile solo per conservare energie preziose e per ambientarsi in luoghi non consoni alla sua gente. Improvvisamente Masaru balzò in avanti con incredibile rapidità; una lama di energia violastra svettava dal polso destro, in procinto di colpire la manam. Questa non si mosse per schivare l'attacco, ma afferrò l'arma di luce nella presa salda della sua mano metallica. Nonostante ciò, la forza dirompente della sulav trascinò l'avversaria per diversi metri prima di essere fermata.
“Che bei colori!” disse la manam con beffarda compiacenza. Una scarica elettrica serpeggiò fulminea e con violenza dall'arto bionico, diramandosi in ogni direzione, sul terreno e su Masaru che scattante indietreggiò, lanciando un gemito dolorante. Neppure un istante dopo gli occhi le brillarono di una strana luce, come se stesse attingendo ad una fonte di potere diversa, un connubio tra il potere del suo corpo sulav e qualcosa di inspiegabilmente mistico. Inspirando a pieni polmoni, la sulav produsse una potente ondata di fuoco dalla bocca; fiamme e fulmini si scontrarono con ferocia, come due belve fameliche in una lotta senza tregua, fondendosi tra loro, squarciando il terreno e bruciando la roccia, fino ad annullarsi vicendevolmente. Quell'apparente equilibrio fu d'improvviso interrotto dall'aumento di velocità della manam che, contrattaccando su un feroce affondo di Masaru, la colpì violenta con un pugno al fianco, dotato di una forza tale da allontanarla. La hishisulav¹ atterrò sui quattro arti, ma quella luce nei suoi occhi non si affievolì. Mosse la coda come una frusta, generando dalle scaglie una lama di fuoco che tagliò parte degli alberi intorno a sé. L'attacco fu di portata tale da costringere il bersaglio ad una schivata improvvisa, che sembrò aprire un varco nelle sue difese. Masaru era pronta a scattare, ma in un istante si trovò colpita da aculei di metallo sotto di lei che, pur infrangendosi sulla sua pelle indurita, la scaraventarono in aria.
“Noi manam non saremo portati per le arti mistiche come voi, ma abbiamo imparato a sviluppare i nostri trucchetti!” il tono burlesco nella voce della donna fu l'ultima cosa di cui Masaru sembrò preoccuparsi. Quel tipo di potere era di gran lunga superiore, più di ogni sua conoscenza o ricordo, delle capacità che un'armatura manam poteva produrre. Non sembrò stupita, era stata avvertita che quell'individuo non era come gli altri manam, tuttavia, saggiare certe abilità sul campo era ben altra cosa. D'improvviso dalla schiena di Masaru si manifestarono un paio d'ali di grandezza notevole, delle quali piumaggio scuro come la notte sembrò muoversi in modo coordinato, prima che esse si richiusero dietro di lei. Nel frattempo caricò dal palmo della mano quell'energia violacea, preparandosi a colpire di nuovo stavolta con un attacco più potente. Lo sguardo della misteriosa guerriera dai capelli bianchi si fece improvvisamente più serio, dopo un'iniziale sorpresa. Nell'espressività del suo volto sembrò emergere una strana preoccupazione, una conferma che non sembrava gradire.
D'un tratto strani bagliori cremisi zampillarono ovunque attorno alla manam, generati dal suo corpo, e per la prima volta da che il loro combattimento era iniziato la calma neutrale dello sguardo di Masaru vacillò, palesando curiosità mista a circospezione, e portò le ali davanti a sé. Di esse le piume presero una peculiare angolazione, facendo da scudo, ma non ebbe nemmeno il tempo di provare a comprendere quel potere. Una di quelle saette cremisi la toccò, generando una sgradevole sensazione che la rese impotente nonostante lei cercasse con tutte le sue forze di resistere, di rialzarsi, ma inevitabilmente essa si propagò in tutto il suo corpo.
Colei che sarebbe dovuta perire aveva dunque vinto. Sarebbe stata lei a morire; no, non poteva arrendersi così, non poteva finire in quel modo, ma il suo corpo la tradiva, si faceva sempre più pesante, non rispondeva ai suoi comandi. Nel frattempo la sua mente cominciò ad annebbiarsi, i sensi ad assopirsi e il sonno a manifestarsi; le forze la abbandonarono, finché persino il suo indomabile spirito non cominciò a venir meno. Riversa sul terreno, da cui salivano rivoli di fumo proprio come dalla sua epidermide, la sulav iniziò davvero a credere che fosse ormai giunta la sua fine, ironicamente per mano di un'altra cacciatrice, e che quella desolazione sarebbe stata la sua tomba. Consapevole di aver fallito, il suo pensiero si volse con apprensione a coloro che di certo sarebbero stati altrettanto vittime di quella donna.
L'ultima cosa che vide e sentì, tuttavia, la lasciò perplessa: quello non era lo sguardo di una spietata sterminatrice sul punto di ucciderla, bensì manifestava dubbio, confusione, come se non accettasse la realtà dinanzi ai suoi occhi. La nota beffarda nella sua voce era sparita, si fece titubante, le sue parole sembrarono incerte: “Quel tipo di plasma... anche lei ha un nucleo... com'è possibile?”
La sulav non avrebbe potuto rispondere in ogni caso. Ben presto il sonno la avvolse con il suo gelido abbraccio, trascinandola nell'abisso oscuro e profondo, dove persino la luce della coscienza non poteva arrivare.
II
Masaru si era fatta strada tra i numerosi pilastri che delineavano uno degli alti corridoi del palazzo reale, accuratamente ornato con statue in pietra d'onice e ossidiana finemente lavorate, il tutto impreziosito da decori in oro e argento. Al di là del grande arco scolpito nella più pregiata pietra lavica, le immense porte della sala del trono riportavano su di esse una storia a lei ben nota, l'ascesa di Suryon Takeda il rivoluzionario.
Attraversandole, gli occhi di Masaru catturarono alcuni dettagli di quei bassorilievi, scene di battaglie alternate ai grandi momenti della vita del re. Un'autobiografia diventata materia di leggenda, un'ispirazione per le nuove generazioni di sulav che, come era la speranza dei più anziani, non avrebbero vissuto un tale periodo di crisi ed incertezze.
Le guardie, le cui scaglie dai colori caldi e chiari erano in contrasto con le nere armature, la fecero passare, non risparmiandole uno sguardo di sufficienza. Lei si mostrò incurante, ignorando il dolore alla testa, non più così tremendo come quando si era svegliata quella mattina. La hishisulav non sapeva la ragione precisa di quella convocazione, ma supponeva potesse trattarsi di nuove informazioni sui maggiori pericoli che minavano la tranquillità del loro popolo. Arak, uno tra i peggiori ricercati della Gilda e l'unico ancora senza una vera identità, camaleontico e scaltro, ogni pista che Masaru aveva battuto da quando lo aveva sentito nominare la prima volta si era rivelata un vicolo cielo. Da circa dieci anni inoltre, un misterioso sicario, probabilmente un disertore, forse lui stesso Arak, stava facendo strage di sulav innocenti, mantenendosi nell'oscurità. Le sue modalità di azione non sembravano avere senso, la scia di morte sembrava casuale sia nello spazio che nel tempo, l'unica certezza erano i bersagli; tutti sulav. Per Masaru era diventata la sua personale crociata, sempre vicina a quest'ombra misteriosa, ma mai abbastanza.
Entrò nella sala del trono, la cui maestosità adombrava tutto ciò che ne era estraneo; al lato opposto, invece, quasi fuori contesto rispetto alla bellezza di ciò che lo circondava, era situato quel che rimaneva di un altare argenteo. L'antico trono dei draghi, da quasi un secolo ormai ridotto a un ammasso deforme, grazie a colui che su di esso sedeva e che dei draghi era il re. Un individuo alto persino per la media dei sulav, dalla corporatura atletica, seppur non massiccia. Un guerriero carismatico che, pur essendo ormai lontano dai campi di battaglia, manteneva quello spirito indomabile che lo aveva elevato al di sopra degli altri. Persino le sue vesti in materiali pregiati, dalle svariate tonalità di grigio e nero, ornate d'oro, sottolineavano il suo status. Capelli neri come la notte e pelle olivastra caratterizzavano la sua figura; a differenza di altri sulav, Suryon aveva delle scaglie scure solo parzialmente visibili sul volto, ben più affilato di quello della giovane donna. I suoi occhi neri come due pozzi profondi erano fissi su quelli argentei di lei, così palesi nel chiarore soffuso che con timidezza fronteggiava l'oscurità della sala.
“Mi avete convocata, vostra maestà?” esordì colloquiale la guerriera, inginocchiandosi al suo cospetto, a pochi passi dalla scala che innalzava il trono su tutto e tutti.
“Ho un nuovo incarico per te, Masaru.” rispose la figura dall'alto del suo seggio, abbandonando quella posizione quasi statuaria e incamminandosi verso di lei con passo calmo: “Devi eliminare Sarah Desta.”
Una richiesta che spezzò la freddezza negli atteggiamenti di lei. La sua espressione apparentemente non mutò, ma la lunga coda si mosse in modo istintivo, tradendo così una lieve esitazione. “Perdonate l'ardire, mio signore, ma non comprendo... Perché mandare me?” chiese con perplessità, finanche sorpresa, dal momento che aveva già fatto delle indagini anche su di lei, e dover pensare di colpo a quella manam le parve in un primo momento assurdo: “Da tempo ormai non sono più annoverata tra i Satsujin². Senza contare l'anatema che porto, per il quale non ho certezza di uscirne trionfante. Disponete di sulav più adatti di me per un incarico di tale portata.”
L'ombra del sovrano, proiettata dai numerosi fuochi che ardevano alle sue spalle, raggiunse Masaru, avvolgendola mentre questi giungeva dinanzi a lei: “Hai affrontato altre volte compiti di dubbia riuscita, in passato, eppure sono assai rare le volte in cui hai fallito. Inoltre è bene che abbandoni l'idea di catturare quell'assassino, sappiamo ancora troppo poco e ad oggi è stato in grado di anticipare ogni tua mossa.”
Era innegabile, infatti, cosa fosse stata in precedenza, sia nella luce che in ombra, e la ricerca costante di quell'individuo le aveva occupato molto più tempo rispetto alle indagini su Arak. Gli occhi le caddero istintivi al palmo destro, distanti in quel momento dal mondo terreno.
“Riavrò dunque il mio status?” chiese retorica, risollevando lo sguardo su quello di lui con risolutezza: “mi servirà una squadra!”
“No. Dovrai mantenere un basso profilo,” la interruppe lui: “Ragion per cui anche il tuo status rimarrà lo stesso, formalmente.” Una colonna d'onice fuoriuscì d'improvviso dal pavimento e venne sfiorata con una mano dal sovrano. Un rivolo di lava disegnò un quadrato sul suolo, così il calore che ne uscì permise alla tecnologia sulav di proiettare come un miraggio l'immagine di Sarah Desta. Capelli bianchi raccolti dietro la testa, in una grossa ma semplice acconciatura, abiti trasandati e un braccio metallico. Masaru rimase sorpresa dal suo aspetto così scialbo, eppure così caratteristico, focalizzando la sua attenzione sul costrutto artificiale.
“Di questi tempi si fa chiamare Morea ed è una cacciatrice della Gilda.” spiegò lui, volgendo lo sguardo sullo strano arto metallico, ben visibile alla destra della manam ricercata. “Dotata della più avanzata tecnologia manam mai creata, possiede la capacità di manipolare il plasma, un'abilità molto rara.” commentò il sovrano, tornando a guardarla: “Noi sulav non abbiamo più posseduto quel tipo di potere dai tempi del nostro primo re, Ryugon la fiamma nera... a parte te.”
La sulav cercò di cogliere ogni dettaglio di quella figura, affilando lo sguardo nel riflettere; una ricercata della Gilda era al tempo stesso una sua cacciatrice. “Non è solo il suo braccio.” affermò, trovando nel re un cenno di assenso.
“La ragazza, lei è la tecnologia a cui facevo riferimento. Una manam potenziata, nata dagli esperimenti dell'impero di Mana sui reperti degli Antichi, e dotata di un potere anomalo in grado di sconvolgere il già precario equilibrio del mondo, come se già non ci fossero abbastanza minacce.”dal modo in cui lui ne parlava, sembrava tradire una certa preoccupazione; eccessiva verso qualcuno come quella ragazza. Per quanto fosse indubbiamente un potenziale pericolo, i sulav avevano ben altri problemi a cui pensare.
Un pensiero improvviso attraversò la mente della satsujin, a cui quella richiesta cominciò ad acquisire un senso, e lei soppesò cauta le parole: “Credete che possa essere Arak?” insinuò con un'accennata curiosità.
“Si tratta di un'ipotesi da non trascurare.” rispose il re pensieroso.
“Ho sempre visto qualcosa di paradossale in lei, ma le mie indagini non mi avevano portata a nulla e le prove in mio possesso non la riconducono ad Arak.” affermò Masaru, cercando una coerenza in ciò che a prima vista era senza logica.
Tuttavia, se davvero era lei Arak, non poteva perdere altro tempo. Negli ultimi anni si erano susseguiti strani eventi, all'apparenza incomprensibili, che solo in seguito vennero ricondotti al misterioso individuo chiamato Arak: improvvisi tumulti all'interno di comunità sulav, strani suicidi negli avamposti manam, nonché la caduta di una delle dodici grandi isole dei seraf: Elazar.
Nessuno sembrava in grado di comprendere come riuscisse a superare senza difficoltà le difese di tali popoli, né chi fosse realmente. Alcuni avevano ipotizzato fosse un syren, poiché erano gli unici esenti dalle sue azioni, ma per altri il motivo di tale scelta era legato alla presenza di Posedn.
Si poteva supporre che organizzare un autentico tentativo di eliminazione, avendone le capacità, fosse fattibile proprio evitando troppe attenzioni. Era sensato ma difficile da credere, persino per Suryon, che concluse usando ben altre parole: “Per quanto assurdo, secondo il Regio Consiglio è qualcosa che necessita di una verifica approfondita. Specie nel caso in cui possa essere in contatto con un'altra ricercata di grande calibro.” fece una pausa, osservando con attenzione l'eloquenza negli occhi della sulav.
“Majo Rubi.”
Masaru s'irrigidì, ma il suo stato d'animo non era dovuto alla scoperta di quella eventualità: quell'inquietudine, tale da paralizzarla, era il risultato degli atroci ricordi che il suono di quell'epiteto portava con sé. Con fare solenne il re si accostò alle finestre del palazzo che davano sull'incandescente mare di lava sottostante, generato dalla caldera del vulcano dove la struttura era stata costruita.
“Voglio che elimini quella manam. Dobbiamo distruggere quella tecnologia prima che qualcun altro la recuperi, usandola contro di noi.” questo fu l'ordine del re, detto con tono grave.
“Immagino sia la ragione per la quale non volete che la Gilda ne sia al corrente, oltre al fatto che la stiano usando già loro.” suppose lei con calma. Il suo sguardo, fisso su quell'ologramma, volse dubbioso verso il re guerriero nel rivolgergli la parola: “E possiedo abilità che altri nostri guerrieri non hanno.”
Suryon confermò: “Esatto. Non dimenticare che sei la principessa e il destino del popolo è anche nelle tue mani, dal momento che questo potrebbe essere un prezioso tassello per trovare e annientare Arak. Sono certo che saprai come tornare vittoriosa anche questa volta.”
Lo vide girarsi verso di lei con sguardo grave, contrapposto al lieve sorriso che con decisione ne inarcava le labbra: “Dico bene, figlia mia?”
In quel momento una scossa ridestò Masaru, aprendo gli occhi si ritrovò sospesa a mezz'aria da fasci luminosi di energia cremisi che scaturivano da costrizioni metalliche. Queste erano poste a bloccarle braccia e gambe, tenute tese e distanziate l'un l'altra. Quella misteriosa energia, la stessa che aveva decretato la sua sconfitta; sembrava essere la causa di quel fastidioso pizzicore, fonte della debolezza che sentiva in tutto il suo corpo. Dopo essersi guardata intorno con fare frenetico, la sulav vide Morea davanti a sé, seduta su di una roccia e con una falange artificiale puntata verso di lei, mentre ancora zampillava di scariche elettriche dai toni rossastri.
“Ben svegliata principessa, hai finito il riposino di bellezza? Dovresti farne più spesso.” ironizzò la donna dai capelli bianchi, il tono le sembrò tuttavia meno spensierato di quanto mostrato durante il loro incontro. Era un'affermazione riferita alle profonde increspature nere che serpeggiavano lungo il collo di Masaru, come se in apparenza parte del suo essere fosse fatto d'argilla secca.
Seguì un breve silenzio, una quiete nella quale le due si scrutarono negli occhi.
La draconica guerriera cercava di liberarsi da quelle costrizioni, ma sembravano resistenti persino alla forza bruta per cui, similmente ai sandun, erano famosi i sulav. Anche il minimo fremito era bloccato, ottenendo per tutta risposta a quelle difficoltà un sorriso di pura soddisfazione da parte della sua carceriera. Doveva essere divertente vedere la principessa dei sulav, l'abile sicario e figlia del re, barcamenarsi nell'infruttuoso tentativo di trovare soluzione in quella prigionia.
“Beh, perché non provi a trasformarti? Sei una guerriera elitaria, no?” le chiese la manam, falsamente curiosa.
Masaru non rispose, non ci stava riuscendo, così come non riusciva a produrre fiamme o un'energia di plasma abbastanza stabile da poter essere manipolata. Persino provare ad usare il minimo plasma contro quelle stesse luci non funzionava, generando di contro una scarica elettrica come un monito.
A seguito dei tentativi già falliti, era ormai chiara la sua impossibilità ad accedere al potere innato del suo popolo, persino nella sua forma umana, e alle sue capacità adattative. Era più vulnerabile di quanto non volesse dare a vedere, o ammettere. Una sensazione orribile che le riportò alla mente brutti ricordi di un passato, pur volendo, impossibile da dimenticare.
“Che cosa mi hai fatto?” ringhiò, perdendo per un momento la quasi totale inespressività del suo volto, e mostrando le zanne con furia. Arrivò al punto che la sua coda continuava a guizzare irrequieta frustando l'aria alle sue spalle, seppure in modo molto rallentato.
La manam osservò Masaru con circospezione; per quanto apparentemente potesse dare l'idea di essere un individuo superficiale, la satsujin era ben conscia di trovarsi sotto una costante analisi sin dal momento in cui aveva perso conoscenza.
“È qualcosa che ho appreso molti anni fa e che ho sviluppato nell'affrontare quelli come voi, esseri dotati di capacità pericolose e mortali se non controllate.” spiegò la manam, guardandosi il braccio: “Spinta a un certo livello posso arrivare a negare le tue abilità e renderti inerme nella tua forma originale, nel caso di voi sulav la potrei chiamare... Muryu³.” proseguì la giovane guerriera del popolo imperiale.
Nonostante la situazione, Masaru smise di opporre resistenza, trovando nelle sue parole qualcosa che di certo le era sfuggito. Spinta ad un certo livello: forse che non era qualcosa che poteva usare in continuazione o per lungo tempo. Il ragionamento della sulav poteva avere senso: perché combattere con altri mezzi, avendo a disposizione un'arma del genere? Spostò lo sguardo attorno a sé e sui fasci di energia che la bloccavano. Quelle costrizioni probabilmente venivano sfruttate come catalizzatori per farle risparmiare energia, inoltre l'aveva spogliata dell'armatura e della tecnologia che le permetteva di incanalare correttamente il plasma. Che senso avevano tali precauzioni se era totalmente inerme al suo potere? Oltre al fatto che il colore di quelle scariche elettriche era strano, troppo strano per non essere notato.
Masaru rimase calma e una nuova sicurezza divampò nei suoi occhi. Pensò che quel potere non era qualcosa che aveva creato per evitarsi problemi con gli altri popoli, ma per sconfiggerli, ucciderli senza alcuna pietà, e prendere il controllo dei corpi: “Quindi usi questo potere per poi usarci come tue pedine.” sentenziò la sulav, osservando la reazione dell'altra.
“Come Arak dici? Mi dispiace ma hai sbagliato strada. Perché non sono sparita e tu hai ancora controllo del tuo corpo?” insinuò Morea, divertita.
La falla in quella logica era ovvia, ma non per questo doveva essere sbagliata. Le ultime parole udite prima di svenire erano ancora vivide nella sua mente e rispondevano alla domanda incalzante, oltre ad essere il motivo per cui era stata scelta proprio lei per inseguirla.
Morea annuì lentamente, come se le avesse letto nel pensiero, prima di proseguire: “Immaginerai anche che io abbia delle domande da porti.”
Masaru rispose solo con un ringhio sommesso, priva di timore per le ripercussioni che ci sarebbero di certo state nel non rispondere. A giudicare da ciò, Morea comprese che sarebbe stata una lunga giornata per entrambe.
III
Quindi vorresti dirmi che tu, Masaru Takeda, poiché non hai voluto rispondere fino all'ultimo alle sue domande, sei stata lasciata lì dopo che ti ha fatta... ballare per ore?”
Una domanda retorica su cui persino un sulav dalla grande esperienza e difficile da sorprendere, come re Suryon, non seppe cosa dire, finanche dal suo sguardo traspariva l'incredulità del momento.
Masaru invece si sentiva umiliata. Se fallire non era contemplato, essere macchiati di una tale onta era inconcepibile. Si limitò ad annuire in risposta: “Attendo nuove direttive, mio signore.” affermò poi lei, non lasciando trasparire alcuna emozione. Sentì il suo sguardo addosso e poté udire il suo sospiro, un sospiro di delusione che la trafisse con più ferocia di mille lame.
“Quantomeno non sei tornata completamente a mani vuote. Grazie a te sappiamo qualcosa in più sulle capacità di questa Morea, informazioni preziose che sembrano alimentare i sospetti sulla sua identità come Arak.” disse il sulav poggiandole una mano sulla spalla, che pur non essendo possente a lei sembrò un peso enorme, per poi concludere: “Non ho altre direttive per te, vai e concludi il tuo incarico.”
La guerriera sulav non disse nulla, fece un breve inchino e se ne andò in silenzio; i suoi passi seguivano una direzione già delineata ma la sua mente puntava altrove, con un disagio che andava ben oltre l'imbarazzo di quanto avvenuto in quella foresta. I suoi occhi invece vagliavano i dintorni con preoccupazione, poiché se da un lato c'era la ragione sensata per cui Morea l'aveva lasciata in vita, dall'altro c'era l'assoluta incoerenza del perché lasciarla libera. Avendo prove ad alimentare il sospetto che quella manam fosse Arak, la principessa afferrò la più logica e plausibile delle motivazioni: era controllata. Nessuno aveva idea di come funzionasse il suo controllo, certo era che quell'essere stava cercando di raccogliere informazioni attraverso di lei, dal momento che non gliene aveva fornite direttamente. Di certo era per questo che l'aveva persino lasciata cosciente, libera di agire.
Forse suo padre doveva aver pensato la stessa cosa, trovandosi costretto per tale ragione a lasciarla così, in balìa di una situazione che non poteva controllare, attendendo che fosse lei a fare il passo falso. L'unica cosa che Masaru poteva fare adesso era portare avanti quel malefico gioco e cercare di dare meno informazioni utili possibili. Si fermò per un momento verso la fine del grande corridoio esterno, portandosi una mano al petto. In particolare, non avrebbe dovuto rivelare nulla di ciò che Morea sembrava bramare da un'anomalia come lei. Con questi pensieri, la sulav uscì dall'immensa costruzione che era il palazzo e che evidenziava tutta l'abilità manifatturiera del suo popolo. Era costruito in parte sopra il cuore del vulcano più alto, la caldera, e in parte intorno ad esso. I fiumi di lava scorrevano in ogni dove attorno e dentro alle sue mura, insieme a strade e ponti ivi creati come nel resto della città. Questo per facilitare chi non era avvezzo ad immergersi nel magma in quanto troppo giovane o troppo anziano, non più affine come prima a tali ambienti.
Passando per il lungo ponte in pietra sulla caldera del vulcano dove questi era stato edificato, Masaru osservò il panorama della capitale che sotto di esso si diramava.
Sin dalla comparsa dei primi sulav era sempre stato difficile per un clan stabilirsi in un luogo, ciò a causa delle estreme condizioni alle quali si erano adattati e che ora erano necessarie per garantire loro un prolifico benessere. Il loro nomadismo lì portò a spargersi per il mondo, seguendo le correnti laviche che ne percorrevano il suolo e il sottosuolo, lavorandone il materiale con grande abilità. A tutto questo solo la famiglia reale, discendenti diretti del primo re dei sulav, aveva sempre fatto eccezione e per generazioni aveva posto le radici in un grande arcipelago del lontano Est. Ciò permise loro di mantenere saldo il predominio su quel territorio, così ricco di vulcani, e dare un punto di riferimento a tutti i sulav sparsi per il mondo. O almeno così era stato, fin quando la regina Kiryuin Leifang non ebbe deciso di spostarsi ad Ovest, in terre a suo dire migliori. Suo figlio Dracon, nato in occidente, aveva consolidato tale scelta, portando un forte malcontento tra i sulav nativi dell'Est. Tutto ciò altro non era che terreno fertile per far sbocciare una rivoluzione, capeggiata da Suryon, la quale portò all'annientamento di quella stirpe.
Cento anni erano passati da allora, allo stato attuale i tempi sembravano cambiati. Era nato un nuovo regno, composto dai vari clan stazionati lungo il vasto cerchio di fuoco che dominava le lande, attorno al grande mare di Iifa. Honshin era la nuova capitale, sorta dalle ceneri della vecchia capitale, che era stata bruciata all'inizio della rivoluzione come sfida diretta a quei reali ormai lontani dal popolo. Si trattava di zone dalle condizioni di vita estreme, ma controllabili, laddove fuoco e acqua si incrociavano. La lava scorreva costantemente, gettandosi come in un abbraccio dagli alti picchi di pietra vulcanica e generando immense nuvole di vapore con l'oceano sottostante. Le strutture erano solide, resistenti al calore, salde sulla roccia nei pendii dei vulcani. Erano plagiate dalle tecniche mistiche della magmurgia sulav, molto più dure rispetto agli abiti e alle armature. Queste ultime richiedevano, oltre alla resistenza, una flessibilità che garantisse piena libertà di movimento. Nella capitale risorta, a differenza delle tribù più austere e lontane, si era privilegiata la bellezza, a volte effimera e apparente. Per questo non era difficile trovare della flora importata e magistralmente protetta dall'ambiente esterno, grazie alle tecniche di forgia sulav incanalate sui tronchi e sulle radici, che gettava sprazzi di colori più tiepidi e gradevoli. Era un perfetto connubio di vita e morte, un'aggiunta floreale che ingentiliva allo sguardo il contrasto tra i toni cupi del suolo spento e quelli mortalmente vivaci della lava. Il limitato ma florido commercio interno era prodotto con l'importazione nella capitale di marmi, materiali preziosi e tutto ciò che era considerato degno e peculiare degli altri clan, spesso al di fuori del cerchio infuocato.
Una volta scesa la lunga scala che portava nelle vie settentrionali di Honshin, la sulav si massaggiò la tempia. Quel fastidioso mal di testa con cui conviveva da anni, ma che negli ultimi mesi la stava perseguitando, aveva ripreso a pulsare. Nello stesso momento Masaru sentì nascere in lei una sensazione di inquietudine, oltre al disgusto provocato dall'improvviso concentrarsi di sguardi su di sé e nell'intuire attraverso di essi gli altrui pensieri. Si sforzò di ignorare le attenzioni di chi, notando i suoi occhi, non si limitava all'indifferenza e sembrava schernirla pur senza proferire alcuna apparente parola, come sempre accadeva da che ne aveva memoria. Tra i mormorii riconobbe una parola trasportata dal vento, shindasen⁴: per quelle iridi argentate, tratto distintivo dell'estinta famiglia reale a cui lei era, suo malgrado, associata. Nata dall'unione di Suryon Takeda e di Netsu Kurohi, l'unica superstite della dinastia di Dracon, Masaru non aveva mai conosciuto la benevolenza del popolo dopo che la madre, in un atto di alto tradimento, aveva attentato alla vita del nuovo re. Era emerso così alla luce il subdolo piano della sulav di vendicarsi di Suryon e ottenere un erede. Masaru era l'emblema di quel vile atto e la sua stessa esistenza era per questo stata condannata agli occhi dei più fedeli al sovrano. In risposta a tutto ciò, lei proseguì a testa alta, come sempre, lasciandosi scivolare addosso tanto disprezzo e continuando per la sua strada.
Dopo svariati minuti di cammino, durante i quali la sulav si incuneò tra le vie secondarie che nella desolazione le donavano un po' di quiete, il dolore tornò con ferocia a pulsare nelle sue tempie. Fu diverso dalle altre volte, così lancinante da costringerla ad accostarsi a un muro, tenendosi la testa tra le mani.
“Finalmente ci si rivede, Shindasen.”
La satsujin impallidì, irrigidendosi e sentendo il cuore palpitare con vigore. Quella voce alle sue spalle era per lei fin troppo nota, un accento inconfondibile, antico quanto i sulav stessi. Qualcuno che non avrebbe desiderato incontrare nemmeno se fosse rimasto l'unico essere con cui condividere tutto il pianeta. Purtroppo per lei, il sentimento di colei che aveva parlato era opposto; l'aveva cercata e trovata, una figura tra le ombre di cui poté sentire il rovente respiro sul collo. Il suo popolo la conosceva e temeva con l'appellativo di Majo Rubi, la Strega Rubino, che nella lingua comune veniva erroneamente tradotta come ‘Strega delle Caldere'. Un nome con il quale da millenni ormai veniva chiamata, odiato da molti e disprezzato da altri, persino da sé stessa.
Occhi neri al pari dell'ossidiana concretizzavano l'oscurità del suo animo, cupi come i capelli lunghi e perfetti che le incorniciavano il volto e ricoprivano le spalle in quel corpo da silfide, in forma umana persino in quel luogo. Indossava un'elegante veste scarlatta, lunga sino a coprirle i piedi e tenuta ben salda da una cinta alla vita. Come le sue labbra carnose, creava un forte contrasto con la pelle diafana e priva di qualsiasi imperfezione, veemente distrazione per i cuori più deboli, accentuata da un gradevole profumo di gigli che permeava l'aria attorno a lei, ovunque ella andasse. Avanzò voluttuosa verso Masaru, facendo serpeggiare gli arti superiori attorno al suo collo in un abbraccio, a lei sgradito, e avvicinando le labbra al suo orecchio.
“Ti sono mancata, Shindasen?” le chiese con una fallace innocenza che l'altra sulav cercò di ignorare.
Una risata tenue e divertita accarezzò l'orecchio della più giovane, che si scostò da quella morsa con un malcelato turbamento, fronteggiandola con lo sguardo.
“Cosa fai qui?” domandò la principessa con freddezza.
“Adesso non posso nemmeno far visita ai miei simili?” stava sviando la sua domanda e la satsujin sapeva benissimo che a nulla sarebbe valso provare a insistere, la strega avrebbe continuato con quell'atteggiamento.
Masaru strinse le mani in pugni tremanti di rabbia, serrando la mascella, sotto gli occhi grigi che fissi su quell'essere immondo lo trafiggevano.
Majo Rubi rimase ad osservarla per un lungo istante, accennando un sorriso malizioso prima di drizzarsi in tutta la sua statura, sovrastandola. In quel momento Masaru si sentì mancare il respiro, mentre il cuore riprendeva a battere a ritmo serrato e ogni muscolo del suo corpo si bloccava d'istinto. Sapeva cosa sarebbe successo di lì a poco e l'impotenza la dilaniò come una falce, opprimendola, trascinandola nell'oscurità di quei vitrei pozzi senza fondo che erano diventati in quel momento gli occhi di Majo Rubi, di cui era nera persino la sclera. Un'orribile sensazione colse Masaru, come se le stessero strappando l'anima dalla carne, e un tenue ringhio le sfuggì dalle labbra. La strega inclinò la testa di poco e Masaru la sentì, atroce e crudele, una dolorosa fitta che le divampò nel cuore, come una rovente fiamma dal calore insopportabile. Le attraversò tutto il corpo con una tale violenza da costringerla ad appoggiarsi al muro vicino per non crollare al suolo. Si artigliò il petto, annaspando mentre la vista si annebbiava sempre più e anche quei gemiti che minacciavano di risalire venivano stroncati sul nascere dal dolore. Il suo corpo reagì, mostrando venature di un viola cangiante che serpeggiavano lentamente laddove la pelle era già segnata, risalendo da sotto l'armatura e verso il volto. La rendevano simile ad una statua di pietra segnata dal tempo, che non ad un essere vivente di carne e sangue. Percepì la mano affusolata dell'esule circondarle il collo, sollevandole di poco la testa per costringerla a guardarla negli occhi.
“Mi diverte osservare che nonostante la tua pietosa condizione, non perdi occasione di sfidarmi. Di come ti illudi ancora di poterti vendicare.” sentenziò Majo Rubi, serrando la presa, penetrandole la carne con gli artigli: “Di potermi uccidere. Del resto, sai anche tu che questo perenne desiderio di vendetta non dovresti rivolgerlo a me.” così dicendo, la strega manifestò in ogni sua parola tutta la soddisfazione provata: “Non sono io che ho infilzato quello stupido manam che tanto amavi.”
La satsujin dischiuse le labbra, ma non una sillaba ne uscì. D'improvviso sentì la morsa sul collo venir meno e la sua mano andò d'istinto a coprirlo, dolente, frattanto che con l'altra si aggrappava alla parete, finendo in ginocchio.
“È davvero un peccato non potermi trattenere ancora con te, Shindasen. Affari più urgenti richiedono la mia presenza. Ma non preoccuparti...” Majo Rubi si risollevò con calma in tutta la sua altezza, osservando affascinata il riflesso del poco sangue nero che impregnava le sue dita. Guardò un'ultima volta Masaru, che la scrutava di sottecchi ringhiando tra le zanne serrate, e in cambio le sorrise affabile: “Riprenderemo a tempo debito.”
La satsujin cercò di capire per quale motivo l'esiliata si fosse fatta viva proprio lì, nella capitale, proprio quel giorno, inusualmente sotto il sole del mezzodì. Che fosse per il suo recente incontro con Morea? Se fossero state davvero in combutta avrebbe avuto senso una sua apparizione ora, dopo molti mesi in cui non si era più manifestata a lei per aggravare il suo tormento. Tuttavia, comprenderne appieno i modi e le motivazioni non era cosa per una mente razionale come la sua.
Majo Rubi sfuggiva al comune raziocinio come un'ombra scarlatta che dopo tutti quei millenni scherniva la mortalità altrui, per questo non si mostrava più nella sua Zenshi Sulav. Quel mostro era ormai ben lontano dall'essere considerata una sua simile, dall'essere considerata parte di un qualunque altro popolo, e perfino il suo nome era stato dimenticato dalla gente. Nella sua stessa lingua madre, il suo accento antico si era fatto meno accentuato nel tempo.
La sulav scarlatta svanì tra le fiamme, lasciando così un altro spiacevole ricordo a Masaru, che la osservò in silenzio. Passò diverso tempo, forse mezz'ora, prima che la satsujin riuscisse a riprendere lentamente le forze, quasi trascinandosi. Il male provato divenne sempre meno problematico, trascurabile, ma da molto prima in realtà aveva ripreso finalmente a respirare. La situazione con quell'essere era un problema senza la parvenza di una soluzione; la principessa era ben consapevole di quanto inutile sarebbe stato attaccarla, considerato il potere che era ancora in grado di esercitare su di lei. Inoltre, provare a sfuggirle non si poteva definire una vincente alternativa, dato che prima o poi sarebbe riuscita a trovarla.
Altro non poteva fare che proseguire nel suo percorso di vita, cercando nel mentre qualcosa per potersi liberare di quel giogo. Fortunatamente, almeno per questa volta, non sembrava essere lei il suo principale bersaglio e questo andava a suo vantaggio nel prosieguo dei suoi oneri, oltre che per quieto vivere. Doveva partire per la missione, ricontattare l'informatore che l'aveva condotta sulla pista giusta. Doveva procedere nuovamente alla ricerca e all'eliminazione di Morea, ma questa volta con molte più informazioni. Non ancora ripresa del tutto né dall'ultima missione né tanto meno dall'incontro con la strega, la sulav tornò a casa per rimettersi in sesto sia fisicamente che mentalmente. Per Masaru la sua dimora era come un piccolo personale antro di assoluta serenità che lei stessa si era costruita, come da tradizione sulav, e aveva abbellito negli ultimi tempi con un gradevole giardino. Del resto, era sempre stata ammaliata dall'incredibile connubio tra l'astuzia ed eleganza della flora, e dalla particolarità dei minerali provenienti da terre lontane. Come tutti i guerrieri sulav del suo rango, anche la satsujin aveva in casa un armamentario di riserva da lei stessa forgiato, assieme ad una copia dell'armatura speciale che le era stata donata dal suo mentore, per controllare al meglio il suo peculiare potere.
Una volta aperta la porta di casa, lo sguardo di Masaru si sollevò dalla serratura e ancora una volta, in quella giornata, spalancò appena gli occhi nel vedere la figura che l'attendeva all'interno. Tuttavia, stavolta il disagio non era per una minaccia portata da quell'individuo, ma nel timore che Arak avrebbe potuto usare lei stessa per fargli del male. Il sulav si girò verso di lei, spostando l'attenzione dal paesaggio che si estendeva oltre la finestra adiacente. In quel momento fu come se, da sola dinanzi a lui, mentre la porta si richiudeva alle sue spalle la guerriera del fuoco avesse frantumato anche la maschera costrittiva, perennemente radicata nel suo volto a celare gran parte delle sue emozioni all'altrui sguardo. La tensione sembrò sciogliersi all'apparenza, il suo sguardo acquisì colore e Masaru mostrò un sorriso caloroso e sincero. Si avvicinò a lui forzatamente, lasciandosi abbracciare e nonostante tutto ricambiando il gesto. Tutto di quel sulav palesava una vita lunga, piena di gioie e rimpianti. Hisoshi Sakimoto, questo il suo nome, era l'anziano sulav tra i più rispettati fra i generali di Suryon, avendo accompagnato quest'ultimo alla vittoria nella rivoluzione. Attualmente, dopo essersi ritirato dalla vita attiva di militare, aveva riacquisito il ruolo di capoclan dei Jalev, dove era nato quasi quattro secoli prima. La sua altezza era ancora superiore a quella di Masaru, seppur di poco, nonostante il peso dell'età. La robustezza, i lineamenti scolpiti, in parte coperti da una folta barba bianca, e lo sguardo fiero color ambra lasciavano adito al suo passato da guerriero. La sua Zenshi Sulav riprendeva le sfumature del blu caratteristico dei Jalev, seppur sbiadite dai lunghi anni e dalle battaglie vissute. Le sue corna erano più scure rispetto alle squame, simili a quelle di un cervo, le quali spuntavano tra i capelli bianchi, corti e ben curati.
“È passato così tanto tempo, Chisai⁵. Ho saputo dal Consiglio che la tua ultima missione riguardava Arak.” le disse lui con calma.
Lei distolse lo sguardo, aggravando la sua espressione ai pensieri che quella domanda aveva riportato in superficie. Fu veloce a scacciarli, anche se non così veloce, a giudicare dalla preoccupazione negli occhi di Hisoshi.
“Non ho ancora certezze,” lo rassicurò lei con una mezza verità: “ma non ho neppure intenzione di fermarmi.”
Questo le riportò alla mente la missione iniziata anni prima, la quale manifestò ancora una volta un'ombra cupa sul suo sguardo. Non solo Arak, ma anche la caccia all'ignoto sterminatore di sulav non aveva ancora dato risultati. Quando pensava di aver trovato una pista, alla fine era un vicolo cielo e il misterioso assassino riusciva sempre a fare incetta di sulav. Era come se sapesse le sue mosse, sempre un passo avanti a lei, ed ora ecco apparire la minaccia Arak. In un lato recondito della sua mente pensò che le due situazioni non fossero poi tanto estranee. |
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