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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Sergio Beducci
Titolo: Nessuno ci ha visti
Genere Young adult
Lettori 55
Nessuno ci ha visti
Abbiamo lasciato solo orme nella neve.

Dicono che i cambiamenti, quelli dentro di te, non avvengono mai d'improvviso; che non c'è un momento preciso in cui inizi ad avere paura. Eppure a me è successo. Un giorno mi sono svegliato e non ho capito bene dove fossi. Attorno a me ogni cosa aveva preso a girare, vorticava. La mia camera d'improvviso sembrava finta. I poster appesi ai muri erano diventati dei nemici. Pensavo di stare male, pensavo di avere la febbre alta. Ma sono sceso dal letto senza alcun problema e appena mi sono sciacquato il viso con l'acqua gelata mi sono sono sentito subito meglio. Solo, non sapevo più bene chi fosse quel viso triste che mi fissava dallo specchio con un'espressione attonita. Tutto sembrava come prima. Mia madre mi aveva appena preparato la colazione; quando ho acceso il telefono mi sono arrivate le notifiche di tre nuovi tizi che avevano iniziato a seguirmi su Telegram. Eppure, dentro sentivo solo vuoto. Sul momento non gli ho dato troppa importanza. Sono andato a scuola, ho cercato di seguire le lezioni, sono tornato a casa sotto la pioggia, a casa mi sono sdraiato sul divano a guardare una puntata di una vecchia stagione di Stranger Things. Poi ho capito cos'era quello spazio vuoto che sembra estendersi, allargarsi sempre più dentro di me: puro e semplice terrore.
Da quel mattino ho paura di tutto: delle interrogazioni, di portare lo scooter, di provarci con una ragazza, di mio padre, di fare sport, di affogare, anche se a nuotare sono bravissimo e ho fatto pure un anno di nuoto agonistico. Soprattutto ho paura della gente, quella normale. Dev'essere successo quando mio fratello se n'è andato di casa. O poco dopo. Più o meno è successo quando Michele è sparito, sì.
È anche per questo che ora sono qui: per vedere se ce la faccio a cambiare qualcosa.
Ho deciso di accettare il loro invito. Però mi sto innervosendo a guardare da quassù le luci storte di questa città. Sono qui da solo, in cima a uno squallido parcheggio multi-piano: cemento grigio screpolato, vernice e scritte sbiadite, correnti d'aria che ghiacciano mani e polpacci. Nonostante il freddo sto sudando; mi succede spesso ultimamente. Mani, ascelle, uno schifo. Dovrei andarmene. Prima che torni la paura, il timore di essere ridicolo. Tanto probabilmente non verranno.
Le ragazze non si vedono. Dovrebbero venire in tre; le ho conosciute sabato scorso in un locale buio dove nessuno fa caso a te, con le strobo appese alle pareti e i bassi che vibrano ovunque. Ci siamo incrociati al bar, abbiamo parlato un po', poi abbiamo ballato parecchio e alla fine ci siamo scambiati i numeri di telefono; il giorno dopo ci siamo scritti su WhatsApp dandoci una specie di appuntamento per oggi. Senza un vero motivo. O almeno, il motivo ufficiale era qualcosa come: Guardare le luci della città dall'alto.
Stamattina Greta, la più alta, quella coi capelli rasati su un lato e gli stivali da motociclista mi ha scritto: Ci vediamo là. È da lassù che si vede chi siamo davvero.
Greta, Nura e Viola.
Tre nomi, tre storie sbilenche, tre modi di esistere che da quella notte mi mi fanno sentire un po' meno solo.

Greta è magra, irrequieta, con gli occhi taglienti, gesti precisi come forbici e un look da girl-power un po' punk. Ha un bellissimo tatuaggio che le prende tutto l'avambraccio destro e che raffigura Vedova Nera, la supereroina Marvel; ma se glielo guardi troppo a lungo ti insulta.

Nura ha il volto tondo, la carnagione di bronzo puro e gli occhi da sorella maggiore che non ti coccola, ma ti salva quando serve. Deve avere sedici anni anni, più o meno come noi, anche se ne dimostra un paio in più. È nata a Nantes; la madre, francese di seconda generazione è morta quando aveva tre anni, il padre è nato in un villaggio vicino Marrakech. Parla poco. Ha uno sguardo profondo che sembra scrutarti dentro.

Viola è strana. Forse finge, forse no. Ha un fratello più grande che non esce mai di casa. Letteralmente. Sostiene di venire da Milano, ma non sa nulla di quella città, dei locali, dei suoi monumenti. Lei dice che abitavano parecchio in periferia, tra palazzi giallognoli e panchine arrugginite. Poco più di un anno fa si sono trasferiti qui nel Centro-Nord, in questo buco di città, non si sa bene perché. Con sé ha sempre un taccuino pieno di disegni. Non ride mai. Nei suoi occhi una calma inquieta, come un lago circondato di nebbia.
Questo è il loro regno segreto. Il parcheggio è stato chiuso per qualche tipo di evento estremo anni fa; forse è persino pericolante. Però la gente ci lascia l'auto lo stesso: è accessibile anche se pieno di calcinacci e non si paga nulla. Ma non l'ultimo piano: è chiuso da transenne d'acciaio e catene, forse perché è messo peggio degli altri. Io ho scavalcato, non ci vuole molto, ma ora mi guardo intorno nervoso per vedere se si vedono crepe o calcinacci, tra le luci fioche dei neon che disegnano ombre su muri scrostati e illuminano graffiti scoloriti.
Sento dei passi pesanti salire la rampa e mi giro di scatto. È Greta. Mi saluta con una strana espressione sul volto, come fosse stupita di trovarmi veramente lì. A differenza di Viola ride spesso. Soprattutto quando c'è da farsi male con alcolici e sostanze, come sabato scorso in quel locale.
«Sei venuto.» Mi squadra un po' beffarda; poi si gira e da un calcio alla bottiglia vuota di Tennent's che si mette a rotolare con un rumore allegro giù dalla rampa del parcheggio, fino al piano di sotto. Aspettiamo di sentire il vetro che si spacca in mille pezzi, ma non accade.
«Davvero, perché sei qui?»
«Perché ho paura» rispondo senza pensarci, e lei ride come se avessi raccontato il finale di una barzelletta divertentissima.
«Della scuola?»
«Più della gente.»
Evito di dirle che ci sono giorni in cui non parlo con nessuno. Che a casa mia le parole sono finite l'anno in cui mio fratello se n'è andato. Che il mio cellulare è pieno di promemoria e che faccio finta di ricevere messaggi ogni tanto per non sembrare patetico.
«E adesso hai paura?»
Avverto un rumore di passi dietro a noi così mi giro a salutare Nura e Viola, sfuggendo alla domanda troppo diretta.
«Ci siamo tutti: grande!»
«Tutti chi? Tu sei solo un ospite» esordisce Viola mentre si mette a girarmi intorno, con le mani in tasca e un'espressione indecifrabile appiccicata sul viso. Poi si blocca con lo sguardo fisso sui miei piedi.
«Ah, un paio di vecchie Converse. Color merdina in effetti, ma non possiamo avere tutto dalla vita, giusto?! E calzini lunghi al polpaccio! Ok. Direi... prima prova superata!»
Nura sbuffa.
«Lo stiamo testando?»
«Oh sì!»
«Che senso ha? Abbiamo ballato tutta la notte con lui.»
«Questo è il nostro antro. Deve esserne degno.»
«Giusto» interviene Greta appoggiando risoluta il braccio sulla sua spalla e guardandomi fisso: «Che musica ascolti? Gruppo preferito?»
«Beh... Un po' di tutto. Indie, Goth, anche vecchio Darkwave. In questo periodo ascolto i CD di uno strano gruppo. Non li conosci di sicuro.»
«Ma tu mi dirai lo stesso chi sono.»
«Si chiamano Joy Division.»
«Nah... Mai sentiti nominare.»
«i CD sono di mio padre, li ascoltava quando era giovane. È l'unica cosa che ho in comune con lui.»
«Questo al momento è un particolare insignificante. Però hai gusti decenti. A me piace la tekno, ovvio. Ma ascolto anche metal o giù di lì: Tool, Forward Russia, Flames.»
«A me e Nura piace Ultimo» si inserisce Viola. «Problemi?»
Mi giro verso di lei; per la prima volta c'è un accenno di sorriso sul suo volto. «Nessuno» le rispondo.
«Non divaghiamo» dice Greta. «Devi rispondere all'ultima, fondamentale domanda.»
«Sono pronto.»
«parola d'ordine?»
«Parola d'ordine?!» ripeto a pappagallo.
«Parola d'ordine!» conferma guardandomi divertita.
Non so proprio che dire. Dovrei inventarmi qualcosa? Mi sento come se fossi ripiombato in classe durante l'ultima interrogazione di Latino, quando mi sono messo a contare le macchie sul muro, muto, sperando solo di far passare il tempo il più velocemente possibile. Sto per dire la prima cosa che mi viene in mente, una battuta scontata, una cosa qualsiasi per rompere l'imbarazzo, quando Greta fa quella cosa assurda: mi strizza l'occhio! E allora capisco. La frase su WhatsApp.
«È da quassù che si vede chi siamo davvero.»
Per un momento nessuno parla. Mi guardano. Greta alza le sopracciglia, poi gli occhi al cielo e mi colpisce ruotando la spalla e colpendo la mia. Il tipo di gesto che significa: Ok, sei dei nostri.
«Abile e arruolato, recluta!»
«Hurrà» bisbiglia Viola con tono sarcastico.
«Benvenuto tra noi, Alessio» aggiunge Nura. Sentire pronunciare il mio nome, che quasi rimbomba tra le mura spoglie di questo strano posto abbandonato, mi da un piccolo brivido.
«E quindi, chi siamo davvero quassù?» chiedo alle ragazze.
Greta ci pensa un po'. Poi dice di getto: «spettri, ectoplasmi. Qui sopra nessuno ci può vedere. È il punto più alto dove essere invisibili.»

Ho detto ai miei che quella sera sarei andato al Burger con un compagno di classe. Nessuno mi ha risposto. Mio padre mi ha guardato distrattamente; voleva dire qualcosa ma si è interrotto ed è rimasto con la bocca semi aperta, in silenzio. Ha fatto una smorfia, un cenno con la testa e si è girato. Mia madre stava tagliando delle zucchine, le mani si muovevano veloci, tagliavano, affettavano, sminuzzavano inarrestabili. Magari è per quello non ha nemmeno alzato gli occhi verso di me: aveva paura di tagliarsi.
Sono arrivato al parcheggio un po' in ritardo, le ragazze erano già lì da un bel po'. Avevano portato delle candele, due coperte sdrucite e un sacchetto di gessetti colorati. Viola stava disegnando un cerchio per terra.
«Cos'è?»
«È ufficiale» mi risponde con un tono teatrale, chinandosi per finire di disegnare con il gessetto una linea curva sul cemento. «Il cerchio è completo.»
Nura la guarda solenne, si infila una mano dentro la tasca e ne estrae un accendino trasparente, si china e accende una delle candele; la fiamma tremola contro un muro coperto di scritte sbiadite. «Manca ancora qualcosa.»
Viola annuisce, si dirige verso una vecchia macchina abbandonata, solleva il bagagliaio arrugginito e tira fuori un grosso, enorme barattolo di vetro azzurro pieno di carte colorate, di foto e disegni.
«Cosa c'è dentro?»
«Cose nostre. Lettere anche. Non le firmiamo mai. Le mettiamo qui.»
«Non le leggete?»
«A volte. Quando sarà pieno forse leggeremo tutto. Ma probabilmente finirà prima il mondo. Qualcuno avrà il coraggio di dargli fuoco a questo pianeta prima o poi, no?!»
Non chiedo altro. Con loro non serve fare domande. Credo di aver capito comunque: quel cerchio è una zona franca. Un territorio fragile che si apre solo quando c'è abbastanza silenzio e sguardi complici. E questa notte, per qualche motivo, il mio silenzio ha il peso giusto.
Mi accovaccio accanto al barattolo. È pieno a metà. Lettere piegate, accartocciate, infilate una sull'altra. Pezzi di carta che sembrano strappati da quaderni di scuola, bigliettini di auguri. Vecchie bollette, volantini pubblicitari con scritte nella parte bianca, post it. Si intravede anche un disegno: due occhi chiusi e una frase scritta in stampatello: NON SVEGLIARMI, HO PAURA.
Quando la leggo avverto una sensazione di calore sulla nuca.
Questo posto strano, le scritte sbiadite sui muri, l'eco delle auto che salgono rombando ai piani inferiori, la luce sporca dei neon... Tutto questo mi fa sentire a mio agio, quasi protetto. E allo stesso tempo, per la prima volta dopo chissà quanto tempo, mi sembra di essere in sintonia con qualcuno.

Greta si inginocchia accanto a me, con un dito tocca il vetro del barattolo.
«Qui ci mettiamo le verità che non vogliamo dire a voce. Tutti i nostri segreti. Magari però un giorno bruceremo tutto.»

«È un peccato però dare fuoco a quello che scrivete.»

«L'abbiamo già fatto qualche mese fa. A volte non basta scriverli i segreti. Serve farli sparire. O rivelarli leggendoli, a seconda dei casi. E comunque, come dice sempre Viola, il mondo brucerà presto...»
Il barattolo vibra leggermente quando lo chiude. Ma è il parcheggio stesso a vibrare: un'auto, forse, o un treno che passa sotto di noi. Rumori sommersi, come battiti di un cuore troppo grande per questo corpo di cemento. Mi sento come ubriaco. Sono seduto con con tre ragazze, in un parcheggio abbandonato, al centro di un cerchio magico davanti a un barattolo pieno di pensieri e di segreti. Mi sembra di essere dentro un film e non uno di quelli con le battute fighe e le esplosioni in surround. Uno francese, pieno di silenzi e di primi piani sugli sguardi.
«Però dovete mettere le date» dico d'impulso rivolto verso Greta.
«Cosa?» risponde interdetta.
«Sì, ci vuole la data quando scrivete qualcosa e lo mettete nel barattolo. Il tempo è la quarta dimensione. E se la scrivete, fermate il tempo.»
«La quarta dimensione di cosa?!»
«Lo diceva Einstein, il tempo è la quarta dimensione, no? Dopo altezza, lunghezza profondità. OK, non firmate niente, tutto anonimo, ma se mettete la data... fermate il tempo a quell'istante.»
Mi guardano tutte adesso.
«Fai lo Scientifico?» mi chiede Nura.
«Sei un po' strano» dice Greta sorridendo.
«Beh però non sembra una cattiva idea» aggiunge Viola. «Fermare il tempo. Figo.»
«Faccio il liceo scientifico ma queste cose mi interessano da sempre. Mio fratello mi regalava libri di fisica, astrofisica... prima che se ne andasse me ne ha lasciato uno sull'antimateria.»
«L'antimateria la conosco pure io» ribatte Greta. Sul quarto numero di Crisi sulle terre infinite si parla di questo. Sì insomma l'antimateria sta per distruggere una delle versioni della Terra del Multiverso. Dc Comics, comunque.»
Scuoto la testa, non so nemmeno di cosa stia parlando.
«Leggo solo qualche manga» le rispondo con lo sguardo fisso sul suo splendido tatuaggio che mentre flette il muscolo dell'avambraccio sembra animarsi. La vedo irrigidirsi; ma prima che possa insultarmi nuovamente, come è successo sabato scorso mentre ballavamo in quel locale, Nura d'improvviso salta in piedi e indica un punto lontano dell'orizzonte.
«Guardate. Come brilla!»
«È solo il sole che si riflette sui finestrini del treno» le risponde Viola, lanciando un piccolo sasso tondo verso l'auto abbandonata.

Ma io mi lascio contagiare lo stesso dalle parole di Nura. E per un attimo mi sembra davvero che l'orizzonte si sia acceso e il tempo si stia per fermare.
O magari il tempo sta retrocedendo... perché mi ritorna in mente, così vivida che mi sembra di riviverla, una serata di sei o sette anni prima. Io e mio fratello seduti sulla grande terrazza del tetto di casa, ancora bambini, a osservare le luci del quartiere. Lui diceva che ogni luce era una vita, e che da lassù si capiva chi stava ancora sveglio, chi aveva paura dei demoni della notte, chi piangeva nel buio.

Penso a lui senza capire bene perché. Sì certo, il riflesso della luce del sole mi ha ricordato quell'episodio del passato. Ma forse il vero motivo è che questo è il tipo di luogo dove Michele sarebbe potuto finire. E magari, inconsciamente, spero che se mi concentro abbastanza, se ci credo sul serio, lo vedrò spuntare all'improvviso da qualche parte, tra i neon rotti e i gatti in bilico sui muri, con la sua camminata dinoccolata e l'espressione strafottente di sempre.
Avverto l'asfalto freddo sotto le ginocchia, l'odore di olio bruciato; più in là ci sono schegge di vetro sporco. Viola si siede di nuovo, questa volta al mio fianco; raccoglie il gessetto che ha usato prima e disegna accanto al cerchio una figura stilizzata. Sembra un uccello. Ali spiegate, testa china. Lo ha disegnato con una manciata di tratti. Ha stile, decisamente.
Greta osserva il disegno senza dire niente, quindi si gira verso di me.
«Anche tu hai un segreto?»
La domanda mi sorprende un po'. Ma è tipico di Greta fare domande così dirette, ormai l'ho capito. Tergiverso, poi rispondo in modo sincero.
«Sì.»
«Allora sei proprio dei nostri.»
Annuisco.
Dopo è calato il silenzio. Uno di quei silenzi che non chiedono nulla, ma che ti restano addosso per ore, come odore di fumo nei vestiti.

È stato così che siamo diventati amici.
Sergio Beducci
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