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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Crossing Minds
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Sassuolo, 9 settembre 2021, Ore 6:00.
La sveglia esplose alle sei in punto. Un suono crudo, brutale, privo di qualsiasi melodia. Un filo di luce filtrava dalla fessura della tapparella, insinuandosi nel buio ancora fitto della stanza. L'alba pareva esitare, sospesa fra il desiderio di avanzare e la tentazione di restare nascosta. Chiunque avrebbe tirato le coperte fin sopra la testa. Ma non Luca. Da più di vent'anni si alzava prima che il mondo decidesse di girare. Ospedale di Sassuolo, reparto di ortopedia: uno dei gioielli della sanità emiliana, un'eccellenza costruita anche grazie a lui. Il suo nome scivolava nei corridoi con un'aura di rispetto: maestro di robotica, microchirurgia, ricostruzioni disperate. Eppure, a quarantasette anni, dopo turni infiniti, notti trascorse in sala operatoria e vite rimesse insieme pezzo dopo pezzo, era ancora lì: dirigente, sì, ma mai primario. Sempre un gradino sotto il podio. Ogni volta che si apriva una possibilità, il posto andava a qualcun altro. Più anziano, più diplomatico, più “adatto”. Che mucchio di stronzate, pensava. Solo un concentrato di ipocrisie travestite da merito. Aveva salvato la faccia a più di un superiore, sedato crisi, coperto errori. Ma era come urlare sott'acqua: nessuno ascoltava, nessuno vedeva. E quella mattina, dentro di lui, qualcosa strideva. Una tensione viscosa gli graffiava lo stomaco con la costanza di una puntina contro il vinile. Non sapeva spiegarne il motivo, ma sentiva che quella non sarebbe stata una giornata comune. E non in senso positivo. Nel pomeriggio lo attendeva un intervento che faceva tremare mezza ortopedia: Lucia Caputo, frattura multipla alla gamba sinistra, ossa frantumate come vetro caduto dall'alto. La Caputo non era una paziente qualunque: era la moglie di Antonio Palmieri, costruttore influente, uomo capace di muovere denaro e favori con un semplice gesto. La figlia, Ginevra, dirigeva una catena di negozi per animali. Esattamente la stessa dove lavorava Lisa, la sua ex. Come se ci fosse stato bisogno di aggiungere complessità alla situazione. In reparto lo definivano “l'intervento dell'anno”: se fosse andato bene, Palmieri avrebbe donato una cifra a sei zeri alla struttura. E Luca sarebbe tornato a riempire le riviste di settore con il proprio nome. Ma bastava un millimetro fuori posto, un tremito impercettibile, e la sua carriera si sarebbe sbriciolata come quelle ossa. Aveva passato la notte a studiare la TAC, scandagliando ogni immagine alla ricerca di risposte impossibili. Il piano era brillante, ma spietatamente rischioso. Un margine d'errore sottile come un capello: se lo tagliavi, crollava tutto. Senza pensarci davvero, assestò una manata contro la sveglia e si tirò su barcollante. Il pavimento freddo lo accolse con un brivido; cercò le pantofole, ma incontrò solo un batuffolo di pelo caldo. Max. Il piccolo maltese lo fissò con i suoi occhi lucidi. Gli saltò addosso e lo sommerse con due enormi leccate. Poi, soddisfatto, tornò a raggomitolarsi accanto al comodino. «Cristo, Max... hai un alito da serial killer» borbottò Luca, scansandosi. Era ora di una visita dal veterinario: quello stomaco prometteva disastri. Accese la luce, stringendo le palpebre per difendersi dal bagliore crudele della plafoniera. Max gli trotterellò dietro mentre si trascinava verso la cucina, con il passo incerto di chi convive con una labirintite ostinata. Da due anni gli saltava addosso senza preavviso: una settimana a letto, il mondo che girava come un vortice impazzito. Ora era sotto controllo, ma ogni tanto tornava a reclamare la sua fetta d'attenzione. Il caffè fu il primo vero atto di salvezza. Il sorso forte e amaro gli scese nello stomaco con la precisione di un colpo ben assestato, accendendo mente e muscoli. Indossò la tuta da jogging, stropicciata ma fedele, e uscì con Max per la consueta corsa mattutina. Aveva ricominciato a correre l'estate precedente, quando gli amici gli avevano fatto notare, con la delicatezza di un pugno, che stava iniziando a somigliare al padre di Lisa più che al suo compagno. Da allora aveva perso quindici chili, recuperato fiato, disciplina, e una fierezza fisica che credeva estinta. Fuori, l'aria tiepida gli sfiorò il volto con una carezza quasi indulgente. Le facciate color pastello iniziavano a tingersi d'oro, e il canto degli uccelli si mescolava ai primi rumori delle saracinesche che si alzavano. L'Italia dell'alba, quella che si sveglia stringendo un caffè come un'ancora e bestemmiando la vita davanti allo specchio. Luca affondò nell'umidità appiccicosa che negli ultimi giorni sembrava avvolgere la città con un velo inamovibile. Attraversò il viale e salì fino all'ex Murphy, un luogo che un tempo ospitava tossici e sbandati e che ora era ridotto a un ammasso di ricordi stinti. Prima di rientrare, fece tappa al Jackie's, il bar immerso nel verde del parco Albero d'Oro. Dietro il bancone, Federica. Ex compagna di scuola. Ex fidanzata. Ex troppe cose. Si era tinta i capelli di un pesante castano ruggine dopo che in città aveva cominciato a imperversare un maniaco che rapiva solo ragazze bionde. «Ciao, Luca» disse lei con voce roca e un sorriso che sapeva di vecchie abitudini. «Ciao, Fede. Tutto bene?» «Da schifo. Ieri ho scoperto che Andrea si scopa la segretaria». Luca sospirò. Lo sapevano tutti da mesi. «Mi dispiace». «Bah, ormai tradire è la nuova normalità. Dovrei prendermi un cane anch'io, almeno lui resta fedele» commentò accarezzando Max con un gesto dolce. «E tu? Novità sul fronte sentimentale?» «Domanda di riserva?» replicò Luca, con un mezzo sorriso. Lei rise. «Mi dispiace per come è finita con Lisa. Anche se tra me e lei... erano scintille». Il ricordo lo morse allo stomaco: la colazione prima di una gita al mare, Federica dietro al bancone, Lisa di fianco a lui con lo sguardo tagliente. Bastò un cenno, un'inclinazione del capo, e l'atmosfera si incendiò.
«Quella non ha mai smesso di provarci» aveva sibilato Lisa in macchina. Quel weekend era finito in rovina.
«Hai bisogno di altro?» chiese Federica, cercando di riaprire un varco tra passato e presente. Luca scosse il ricordo come polvere da una giacca e sorseggiò l'espresso in silenzio. «No, grazie. Vado a prepararmi. Sarà una giornata lunga». La doccia fu il secondo rito, l'acqua fresca gli levò di dosso sudore e stanchezza. Studiò il proprio volto davanti allo specchio: rughe che prima non c'erano, una piega più severa ai lati della bocca, qualche pelo bianco in più. Radersi non era più routine: era un atto di resistenza. Quasi cinquant'anni. Eppure, ancora lì in piena corsa. Quel giorno non poteva permettersi di vacillare. Quel giorno si giocava tutto. Una di quelle giornate che, nel bene o nel male, cambiano il corso di una carriera. O di una vita.
Sassuolo, maggio 2021
Una voce squillante ruppe la monotonia dell'altoparlante, sovrastando per un attimo le note di Un'estate normale, l'ultimo tormentone del cantante locale Nek. Alex è richiesto in magazzino. Alex in magazzino. L'annuncio si trascinò dietro un'eco metallica, che scivolò lungo le pareti come un serpente in cerca di riparo. «Ehi, vacci piano con quella nuova» rise Lazzarini, il collega del reparto scatolame, con quell'aria di chi s'immischia per sport. «Ieri vi abbiamo sentiti fin qui». Alex gli lanciò uno sguardo sornione, seguito da un buffetto sulla spalla. «Non è colpa mia se quella lì ha più energia di una batteria al litio». «Sarà... ma la Righetti non è tipo da farsi fregare. Stai attento, quella ha occhi dappertutto». Alex sollevò appena le labbra. «La Righetti farebbe meglio a occuparsi dei suoi conti invece che dei miei affari». Lavorava all'Ipermercato Belvedere dai primi di febbraio. Mansione ufficiale: addetto alle vendite. Un titolo che suonava innocuo, finché non ci entravi dentro. Riempire scaffali, controllare scadenze, orientare clienti stanchi o distratti erano solo la superficie; sotto, si muoveva un meccanismo viscido e implacabile. Le aziende pagavano per essere “a livello occhi”, e Alex lo aveva capito al primo turno. Dietro la disposizione millimetrica delle confezioni si nascondeva un mondo di manipolazioni silenziose, colori finti e promozioni ingannevoli. E lui ci stava bene. Anzi, ci sguazzava. Poche responsabilità, orari flessibili e, soprattutto, un campo di caccia interminabile. Donne. Ovunque. A quarantasette anni si vantava di un curriculum sentimentale che sembrava uscito da un manuale di psicopatologia: un migliaio di conquiste — almeno secondo il suo racconto — consumate nei luoghi più improbabili. Tre psichiatri gli avevano dato la stessa etichetta: disturbo narcisistico della personalità. Autostima fragile, assenza di empatia, bisogno costante di controllo e ammirazione. Per Alex era tutta fuffa travestita da scienza. Non era lui a essere malato: erano le donne a non saper gestire le proprie illusioni. Lui offriva loro esattamente ciò che cercavano. E loro, una volta guardato in faccia ciò che erano diventate, scappavano. Gli uomini come me non amano a metà, si ripeteva. O tutto, o niente. All'ipermercato si era guadagnato un soprannome che lo compiaceva: lo sterminatore di cassiere. Ma non era certo il tetto delle sue ambizioni. La prima relazione “stabile” — o quantomeno la più simile a quel concetto — fu con Sara Righetti, la responsabile del personale. Si erano incontrati per caso in un bar fuori città: Sara, in abito da sera e capelli sciolti, sembrava uscita da un'altra vita. Una donna matura, assetata di attenzioni, con un vuoto evidente che lui aveva fiutato all'istante. Bastò un cocktail, due battute, una risata accennata... e la sua Audi A4 si era trasformata in un confessionale sudato. Con lei era diverso. Non amore, certo. Ma una sorta di pietà crudele, una forma distorta di riconoscimento. Sara era sola da anni, consumata da un'esistenza fatta di orari e responsabilità. Non aveva mai provato un orgasmo. Prima che arrivasse lui. E lei, dopo aver scoperto quella parte di sé, si era aggrappata ad Alex in modo ossessivo. Dopo Pasqua avevano organizzato una fuga in una spa del Veronese. Una pausa breve, un tentativo di rimettere ordine. Lei voleva parlare. Capire. Erano distesi sul letto, le lenzuola arrotolate alle caviglie, il sudore che colava lento lungo le tempie. «Ti scopi la biondina che lavora agli elettrodomestici, vero?» «Di cosa stai parlando?» «Non sono mica cieca. Passi più tempo in magazzino che in corsia». Alex sorrise appena. «Non ti sfugge proprio niente, eh?» Sara si sollevò a sedere, illuminata dalla luce fioca della lampada. Le sue curve mature tremavano leggermente. «Mi prendi per il culo?» sibilò. «Guarda che ho dieci anni più di te». «Senti, si può sapere cosa ti prende? Sono giorni che sei intrattabile». «Ah, sarei intrattabile?» Il tono si fece caustico. «Scusami se mi aspetto un briciolo di rispetto, dopo tutto quello che ho fatto per te. Ti ho aiutato in mille modi. Ho chiuso un occhio su tutto...» «E ti ringrazio per questo...» «Ho licenziato un capo area solo perché non vi sopportavate. Ho saldato il tuo debito con quel negozio di strumenti musicali...» «I soldi te li restituirò» la interruppe Alex, cercando di sembrare rassicurante. «Non mi interessano i soldi. Voglio te». Le parole caddero come pietre. La stanza trattenne il respiro. Sara si alzò e si avvicinò alla doccia. Il suo corpo maturo, colpito dalla luce artificiale, sembrava una scultura che rischiava di incrinarsi a ogni passo. «Voglio l'esclusiva, Alex. Non voglio più condividerti con nessuno». Lui si avvicinò da dietro, posandole le mani sulle spalle. «Avevamo detto che era una storia libera...» «All'inizio, sì. Ma adesso no. Ora voglio di più». Sara si voltò. Gli occhi verdi, solitamente freddi e calcolatori, erano liquidi, fragili. «Lo so che non posso competere con le ventenni, ma... credevo che dopo due mesi provassi qualcosa per me». Il vapore prese a diffondersi nella stanza. Alex chiuse gli occhi. Dentro di lui si mossero due strade: una stretta e difficile, l'altra larga e comoda, quella che aveva sempre preso. «Di più non posso darti, mi dispiace». Sara si scostò con uno strappo brusco, la pelle arrossata dal calore. «Sei proprio uno stronzo» singhiozzò. «Sara, non è così semplice...» «No, è semplice eccome. Tra noi è finita. Buona fortuna con la tua biondina». Entrò nel box doccia e chiuse la porta con un tonfo sordo. Alex rimase immobile, il cuore che batteva come un tamburo distante ma implacabile. La guardò mentre l'acqua la avvolgeva, mentre le mani tremanti cercavano un appiglio. Un appiglio che non avrebbe mai trovato in lui. Sapeva che quella storia non si sarebbe chiusa lì. |
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