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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Massimo Tiberio Rufo
Titolo: Tessitrici di mondi
Genere racconti donne
Lettori 32 1 1
Tessitrici di mondi
Irene.

Sono nata a Torre Annunziata, alle falde del Vesuvio, e a due passi da Pompei. E con questo? Vi domanderete.
Leggete il mio racconto! E scusate il marcato accento napoletano.
Tutto avrei creduto possibile nella vita, ma non che un giorno avrei fatto all'amore con mio marito nello stesso modo con il quale si dice: ti va un piatto di spaghetti? Bene. Si preparano gli ingredienti e si inizia a cucinare, pregustando il “piatto”?!

Da bambina andavo sempre al mare, inverno ed estate, mi piaceva un sacco correre sulla spiaggia nera e fare il bagno l'estate, ma già in primavera(quelle più calde, mi mettevo il costume e nuotavo, avevo imparato subito, a quattro anni. Mamma, mentre si godeva il primo sole primaverile, con un occhio leggeva e con l'altro mi controllava. Grazia, mia madre, faceva l'insegnante alle scuole elementari e papà Vittorio faceva il pescatore. Ora ha smesso, ha cinquant'anni, perché dice che non c'è più pesce.
Così vivono con lo stipendio di mia madre, perché lei lavora ancora, e qualche soldo che papà racimola saltuariamente, pescando per i ristoranti della zona. A noi il pesce non è mai mancato, a dire la verità, e tutt'ora, che sono sposata e non vivo più con loro, tutti i sabati mi porta il pesce; a volte polpi, saraghi, mormore, spigole, qualche volta riesce a prendere anche un bel tonno o una ricciola, e allora di questa mi porta delle belle fette, dei tranci, che conservo anche nel freezer perché non si può mangiare pesce tutti i giorni, almeno, io, non ci riesco, mi stucca.
Papà mi racconta, dipende, mi spiega tutte le volte che viene a trovarmi portando il cartoccio con il pesce, dalla luna, dal vento, dall'ora, dalla stagione, dalla temperatura, devi conoscerlo il mare e devi saperlo anche rispettare, è così che ti permette di pescare, se lo rispetti!
Insomma, a parte la filosofia, dipende da un sacco di cose, e io rimango ancora incantata, oggi che ho trent'anni, come quando ero bambina, quando mi racconta le sue battute di pesca.
Torre Annunziata, il mio paese, sta nel golfo di Napoli, non è bellissima ma ci sto bene, e poi è in posizione strategica; quando voglio, faccio una gita a Sorrento o nella sua penisola, a Capri, Napoli, Amalfi, Pozzuoli, Ischia, il Vesuvio, Pompei, Ercolano. Credo che nascere da queste parti sia una bella fortuna. Già! Pompei.
Mia madre, che ha studiato ed è appassionata di archeologia e antropologia, mi ci portava spesso e mi spiegava ogni cosa, ma certe cose, un po' speciali, me le spiegò quando avevo undici anni, facevo la prima media. Mi ricordo che qualche volta facevamo finta di essere pompeiane; lei stava in un negozio dove vendeva vino e olio, ci sono ancora le giare, gli orci, dove venivano tenuti, e io passando con aria indifferente, perché facevo lo parte di una nobildonna, venivo incitata ad acquistare dalla bottegaia, la quale declamava ad alta voce le qualità della sua merce «'A bona mercanzia trova priesto a ghji pé n'àutria via». Poi, da grande, capii anche il doppio senso di questa frase.
Mamma! Ma questo è napoletano, le dissi, una volta, divertita, mica parlavano napoletano, a Pompei, a quell'epoca. Mamma mi guardò e disse: «Eh! Stai a guardà il capello». Ci facevamo un sacco di risate io e mamma, a Pompei, ma non solo lì. Come vi dicevo, una volta mi portò in una zona della città che aveva sempre evitato. Avevo, appunto, appena compiuto undici anni.
«Sei una signorina ormai, è ora che ti spieghi certe cose». Mi disse quel giorno.
Grazia, mia madre, era una donna appariscente, coi fianchi pronunciati e un seno generoso, di altezza media, bei capelli neri lunghi, gli uomini la guardavano e io, mi vergognavo un po', quando ero con lei; qualcuno le fischiava anche dietro.
«Non ci fare caso Irene, quelli sono scostumati!»
«Ma perché fischiano?» Le chiesi una volta, ero così piccola! «Eh! Te l'ho detto, ma mi raccomando non dire niente a papà tuo, sennò va a finire che litighiamo, per niente poi!».
Camminava davanti a me, era una giornata torrida di fine Luglio, cercava di raccapezzarsi tra le stradine, non ricordava esattamente dove si trovava quello che doveva mostrarmi.
«Mamma, fa un caldo pazzesco e non abbiamo neanche una bottiglia d'acqua».
«Abbi pazienza bambina mia, tra poco ci siamo».
Camminammo ancora per una ventina di minuti, io cominciavo ad essere stufa, fortunatamente trovammo un piccolo ristoro e mamma comprò due bibite fresche.
«Mamma, ma si può sapere cosa stai cercando?» Le chiesi.
«Un luogo misterioso e affascinante». Mi disse a bassa voce. «Mamma io ho paura!»
Grazia rise. «No bambina non è quello che tu pensi, dai andiamo».
Cinque minuti dopo entrammo in una casa piccola e abbastanza bassa, alle pareti c'erano dipinti di uomini e donne in varie posizioni, mentre copulavano.
«Mamma, ma dove siamo?» Mi ricordo che quando pronunciò quel nome, poiché non capivo, non sapevo se piangere o se ridere. «Nel Lupanare». Rispose, mentre mi si avvicinava per rassicurarmi, cominciò a spiegarmi cosa fosse quel luogo e cosa vi si facesse, quando la città era viva. Mi portava per mano davanti ad ogni dipinto e mi spiegava. Quello fu il modo con il quale conobbi il sesso. Guardavo e ascoltavo, curiosa e attenta. Mamma era prodiga di spiegazioni e dettagli. Passammo più di un'ora nel bordello pompeiano. Quando uscimmo ero un po' inquieta, mi guardai intorno per vedere se ci fosse qualcuno, provavo un senso di vergogna.
Mamma continuava a parlarmi mentre ci recavamo all'uscita, adesso mi spiegava come nascessero i bambini, poi come tenere alla larga i ragazzi; quando arrivammo a casa avevo la testa che mi scoppiava, ero grata a mia madre e allo stesso tempo confusa.
Quando venne mio padre, non riuscii a guardarlo negli occhi, feci fatica a dargli il solito bacio sulla guancia, mi sentivo in colpa, era uno stato d'animo poco piacevole. Quella sera mangiai poco e andai a letto presto, con la scusa che volevo ripassare storia. In un solo giorno, sapevo più sul sesso io, credo, che ogni mia altra coetanea.
Mi rotolavo nel letto senza riuscire a prendere sonno, lo ricordo come fosse adesso; le immagini del lupanare erano nitidissime nella mia testa. Ricordo anche che quella notte scoprii il mio sesso, provando piacere a toccarmi. Non dissi nulla a mia madre, mi vergognavo, ma oggi devo dire che sbagliai, perché se ne avessi parlato, non avrei sviluppato, probabilmente, una sessualità troppo “intima” e abbastanza perversa.
Non è che smisi di parlare con mia madre di sesso e di eros, ma non trovavo mai il coraggio di dirle che mi masturbavo e lei, del resto, non me lo chiese mai, non so perché. Forse la ragione sta nel fatto che questo è, con buona pace degli psicologi, un tabù vero che non si riesce a superare, neppure con le persone a noi più vicine. Nel tempo ho cercato di capire se quelle immagini avevano in qualche modo influito sulla mia psiche, ma onestamente non saprei dire se la mia spiccata sessualità fosse già presente nel mio dna.
Fatto sta che a tredici anni ebbi il mio primo rapporto con un ragazzo di diciotto. Avevo avuto già il mio primo ciclo ed ero piuttosto formata nel fisico. Assomigliavo a mia madre. I ragazzi della mia età mi facevano la corte, ma senza alcun risultato, li trovavo goffi, non me ne piaceva nessuno. Conobbi Gennaro alla festa per il quattordicesimo compleanno di mia cugina Marta, che per l'occasione aveva organizzato una festicciola nella grande taverna semi interrata della villetta, che la famiglia usava per fare cene con gli amici.
Quando seppi che Gennaro era di Pompei, la mia attenzione si catalizzò su di lui, e feci di tutto per attirare la sua attenzione. Mi invitò a ballare, ero eccitatissima, non dimostrava la sua età ed era alto quanto me, però era carino, bruno con grandi occhi chiari.
Mentre ballavamo Gennaro mi teneva per la vita e voleva stringermi, io cercai di resistere ma poi cedetti, sentivo il mio seno premuto sul suo petto, poco dopo diventai rossa in volto, sentivo che Gennaro, stringendomi, si era eccitato. Non feci nulla, facevo l'indifferente, mentre Gennaro mi stringeva sempre di più. Anche lui adesso aveva il viso rosso e mi guardava con degli strani occhi, uno sguardo che ricordo ancora. Finì la musica, gli altri dicevano di voler andare in giardino perché, li dentro, faceva troppo caldo.
Uscimmo tutti, il Sole era già tramontato, Gennaro tenendomi per mano mi portò, di soppiatto, dietro una siepe e lì rimasi a bocca aperta, un po' dalla sorpresa, e un po' dallo spavento, vedendo che Gennaro si era slacciato i jeans mostrando il suo affare rosso come il suo volto, mi prese la mano e mi disse sottovoce, eccitatissimo, cosa dovevo fare. Che esperienza indimenticabile.
Una settimana dopo, ci trovammo a metà strada tra Torre e Pompei, e con il suo motorino ci inoltrammo nelle campagne sotto il Vesuvio. Era la fine di Giugno e il grano era maturo, Gennaro fermò lo scooter e distese un telo da mare in mezzo al grano. Ricordo i papaveri, tanti, tutt'intorno, ne raccolse qualcuno e me li offrì, io risi. Distesi sul telo ci abbracciavamo e ci baciavamo, ricordo che mi faceva un po' senso perché Gennaro voleva mettermi la lingua in bocca, e io non volevo; lui era rosso, ansimava, e sentii di nuovo che si era eccitato, mi mise le mani tra le gambe, mi slacciò i jeans e poi anche i suoi, mi venne addosso e in qualche modo mi sfilò le mutandine, adesso lo baciavo anche io con la lingua, me lo ricordo bene; come mi ricordo il dolore lancinante che provai quando, divaricandomi le gambe con le sue, mi fece vivere una delle scene che avevo visto dipinte a Pompei. Non durò molto, per fortuna, quel supplizio. Una “prima volta” deludente, come seppi, in seguito, per la maggior parte delle donne.
La storia con Gennaro non durò molto, decisi di lasciarlo perché non riusciva a farmi provare piacere. Era molto focoso, ma senza nessuna sensibilità, frettoloso, rude, ci rimase male ma dovette rassegnarsi, come pompeiano valeva poco.
A settembre iniziai il liceo, ero in prima B, una classe mista con venticinque studenti. Dopo il primo mese uscivo già con un ragazzo di quinta, bello come il Sole, purtroppo poco dotato e così chiusi anche con lui. Presi ad uscire con un suo amico, se non ricordo male si chiamava Domenico, caspita! Lui si che mi aprì le praterie sconfinate del sesso.
Cambiavo ragazzo, in media, ogni sei mesi, e siccome siamo in tema di confessioni, voglio dirvi che facevo anche da sola, ma non solo a casa, sotto le coperte, certe volte anche in classe, o nei bagni della scuola, qualche volta anche al cinema. Un ragazzo una volta, ero al terzo anno, mi portò una rivista pornografica, che nascosi in un cassetto in casa, e con quella mi sfinivo letteralmente; anche se il pomeriggio avevo fatto l'amore con il mio ragazzo, uno dei tanti che ho avuto.
Non mi rendevo conto della mia iper attività sessuale, mi sembrava tutto normale. Alle mie amiche raccontavo un decimo di quello che facevo, e loro quasi mi prendevano in giro, insomma facevo la santarellina, se avessero saputo la verità chissà cosa avrebbero pensato o fatto nei miei confronti. Quell'anno, in terza, presi una cotta tremenda per un ragazzo di un'altra scuola, che avevo conosciuto ad una festa. La prima volta che facemmo l'amore, Carmine si chiamava, eravamo sdraiati nel letto in camera sua, i genitori erano fuori, mi confessò che aveva anche un amico con il quale faceva le stesse cose. Io inorridii e scappai via.
Lui ci rimase male ma capì, per telefono gli promisi che non lo avrei detto a nessuno. Era così dolce che non riuscivo ad avercela con lui, e continuai a frequentarlo per amicizia, ma si sa che: tanto va la gatta al lardo...
Una sera ascoltavamo musica in casa sua, eravamo soli, suonò il campanello e andò ad aprire.
«Sirio». Lo sentii dire. «Che ci fai qui, entra».
Era un suo amico, il suo amico. Quando mi vide in camera sua cominciò a fare una scenata di gelosia. Carmine cercava di calmarlo, ma lui non ne voleva sapere e mi dette anche di “zoccola”. Non so se quell'offesa fece scattare in me qualcosa, fatto sta che un minuto dopo eravamo tutti e tre nudi sul tappeto.
Da quella volta volevo che tutti i miei partner mi dicessero parolacce mentre facevamo l'amore. In questo tumulto di ormoni, capitò anche a me di provare simpatia per una persona del mio stesso sesso; mai dire mai. Ero in quinta liceo, l'anno degli esami, andavo bene a scuola, forse questo era dovuto a tutto il fosforo che immagazzinavo, a forza di mangiare pesce, non so.
Anche il mio aspetto suscitava grande interesse, avevo molto successo da questo punto di vista.
Stavo dicendo: era la primavera del quinto anno, una mattina venne una supplente di greco, la “prof” si era ammalata. Questa giovane insegnante era di origine greca, il suo aspetto era tale e quale alla statua di Afrodite, che avevo visto al museo nazionale di Napoli, quando mi ci portò mia madre. Rimasi incantata quando entrò in classe, e con me anche i miei compagni, bellissima! Ricordo i suoi capelli neri ondulati, una chioma foltissima che, quando si sporgeva in avanti, le arrivava fino al seno, piccolo e sodo, le labbra carnose, il naso leggermente aquilino, e gli occhi neri, profondi e allo stesso tempo dolci, rivelavano un temperamento forte e sensuale, tutto in lei ricordava la dea della bellezza e dell'amore.
Rimase con noi circa un mese, in quel tempo riuscii a scoprire i suoi gusti; le piaceva da morire il pesce, così l'invitai a casa mia a cena. Mia madre e mio padre, quando seppero, si sentirono onorati e fecero grandi preparativi, la sera sfornarono le loro migliori ricette. “Afrodite” era estasiata e non finiva più di fare i complimenti, per l'occasione aveva portato una bottiglia di vino del suo paesino di origine, in Grecia, vicino a Tessalonicco, sul mare ci diceva.
«Ma sa di resina». Disse mio padre, quando assaggiò il primo bicchiere, evitando il più possibile di fare smorfie, ma era evidente che non era stato favorevolmente sorpreso; così, guardando la sua faccia, scoppiammo tutti a ridere.
«Si». Disse “Afrodite” «è la caratteristica di uno dei vini bianchi più diffusi in Grecia».
«Non se n'abbia a male». Disse mio padre con un forte accento napoletano «preferisco i nostri “Vesuviani”» , e si alzò a prendere il “bianco” che teneva in fresco nel frigorifero.
«Assaggi, professoressa». Disse con orgoglio mentre glielo versava nel bicchiere.
«Ma papà, così sei offensivo, un po' di rispetto per gli ospiti». Intervenni.
«Ma no, la signorina ha capito, non si offende, è o vero?»
«Si, si, tranquillo signor Vittorio, sono abituata, il retsina non piace a tutti».
«Ah! E meno male». Disse mia madre sorridendo «ti sei risparmiato una figuraccia».
La cena proseguì con allegria e quando fu l'ora di andare, “Afrodite” promise di tornare. L'accompagnai fino alla macchina, erano le undici, una bella, dolce serata primaverile.
«Allora, grazie». Mi disse tenendomi la mano «siete stati meravigliosi, tutti».
«Grazie». Le risposi, nel salutarci, con i due consueti baci sulle guance, ma lei me ne dette un terzo, molto vicino alle labbra, così sentii le sue, calde, carnose. Rimasi come dire...imbambolata! Andando via, tirò giù il vetro del finestrino e mi salutò con il bel braccio tornito, perfetto, candido, e la mano dalle dita affusolate, perfette, di una Dea.
Si chiamava Elena, mi stregò, come la sua omonima omerica stregò Paride principe di Troia. Ci frequentammo per più di un anno; mi schiuse i segreti dell'amore saffico, tuttavia io non smisi di avere, contemporaneamente, le mie storie anche con i ragazzi. Quando finii il liceo mi iscrissi a giurisprudenza a Napoli. Lì, conobbi tanta gente simpatica. La città mi piaceva moltissimo. Stanca di fare avanti e indietro con Torre Annunziata, trovai un appartamentino economico in affitto, però era al quinto piano e senza ascensore, una fatica!
Così mi stabilii a Napoli. Ero al secondo anno e avevo una storia importante con un ragazzo di buona famiglia. Purtroppo ebbi la conferma di non essere una donna fedele. La prima volta lo tradii con il suo migliore amico. Lui, però, si pentì e la storia finì subito. Intanto i miei ormoni invece che calmarsi, trovavano sempre una ragione per fare quello che volevano, ero completamente schiava delle loro decisioni.
Una volta partecipai anche ad una festa molto particolare, mi vergogno un po' a dirvelo, ma mi divertii da morire, in quell'occasione detti il meglio di me stessa. Si tenne fuori Napoli, a Ferragosto, in una villa con piscina nella penisola sorrentina, affacciata sul mare, un posto da sogno.
Era una serata a tema, verso le dieci di sera il party si spostava sul bordo piscina, tutti rigorosamente nudi. Non vorrei entrare nei particolari, tanto potete immaginarvelo come si svolse il resto della serata.
Il giorno dopo venne a casa mia Luigi, il mio fidanzato, era venuto a saperlo da un compagno di università che mi aveva riconosciuta, anche se mi aveva vista solo una volta, accidenti a lui.
Luigi era fuori di sé, mi mollò due sberle che me le ricordo ancora adesso, se ci penso sento il viso che mi brucia ancora, me ne disse di tutti i colori, non sapendo che in quel modo mi eccitava solamente, così finimmo per fare all'amore, in modo abbastanza violento per la verità. Comunque non volle più vedermi.
In seguito ebbi ancora altre storie e le mie gesta si spingevano, ormai, fino a Roma, dove ero richiestissima. Dopo la laurea, non so cosa mi accadde, smisi di colpo; da un'attività sessuale frenetica, a più nulla. Per sei mesi il sesso, per me, come se non esistesse. Una domenica ero a casa dei miei genitori a pranzo e nel pomeriggio, andai a trovare una mia vecchia amica. Da lei conobbi Gigi, che pochi mesi dopo diventò mio marito.
Sono circa cinque anni che siamo sposati, c'è una grande intesa tra noi, e abbiamo due piccoli meravigliosi, un maschio e una femmina. Il nostro menage è stato perfetto, ma da qualche tempo ha preso una piega che non mi sarei mai aspettata, e qui torniamo all'inizio della mia storia. In pratica adesso, quando mio marito vuole fare l'amore, mi chiede se mi va di andare in camera da letto ad una certa ora, quindi: prima sistemiamo i bambini, cosa fare per la cena, se c'è qualche fattura da pagare, poi mi chiede ancora se mi va, infine va in camera dicendomi: ti aspetto.
Ecco questa è la mia storia fino ad oggi, certo, forse questo è solo un periodo, forse sconto una vita prematrimoniale sfrenata, ma chi può sapere cosa ci riserva il futuro?
Massimo Tiberio Rufo
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