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Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Stefania Morassi
Titolo: Dove nascono i ricordi
Genere Romance
Lettori 11 1
Dove nascono i ricordi
«Mi conosce, Wilson, se non fosse davvero importante non sarei mai venuto fin qui a chiedere il suo aiuto. Ma in questa indagine abbiamo investito tanto, lei lo sa, e ora che finalmente siamo giunti al processo non posso permettere che tutto venga gettato alle ortiche.»
«La capisco direttore, dico sul serio, ma io ormai non appartengo più a quel mondo. Sono cinque anni che ne ho preso le distanze e ho giurato a me stesso che non sarei più tornato indietro.»
Il direttore Carter, un uomo sulla sessantina piuttosto corpulento, guardò con attenzione Dave e, dopo un attimo di riflessione, parlò di nuovo: «So bene ciò che è accaduto, e so anche che si sente responsabile, ma non deve. Il nostro mestiere comporta dei rischi e...».
«Quello che lei chiama rischio è stato un colossale errore che poteva essere evitato», lo interruppe Dave accalorandosi, «se solo avessi seguito il mio istinto invece di ubbidire a un ordine che sapevo essere sbagliato. E lei lo sa bene.»
«Ha solo seguito la procedura», insistette ancora il direttore.
«Già, la procedura... e questo ha portato alla morte della ragazza», concluse amareggiato Dave.
Il direttore Carter sospirò. In cuor suo sapeva che Wilson aveva ragione, ma il suo ruolo non gli permetteva di ammetterlo. Per quanto riprovevole, doveva salvare le apparenze e coprire le mancanze dei suoi uomini, quando possibile.
Dave, però, era diverso e Carter lo aveva intuito non appena aveva messo piede nell'FBI. In lui c'erano una determinazione e fermezza di valori tali da distinguerlo dagli altri giovani agenti. Era proprio quel senso di giustizia a renderlo scomodo per alcuni e ammirato da altri. Tuttavia, il “caso Foster” aveva segnato un punto di rottura: un errore, costato una vita, era stato insabbiato, spingendo Dave ad andarsene.
«Agente Wilson», riprese «glielo chiedo come favore personale, accetti quest'incarico. Verrà reintegrato con lo stesso grado, lavorerà da solo e avrà carta bianca. Nessuno potrà dirle cosa o come fare. Riferirà solo a me. Non lasci che la morte di quella povera ragazza sia stata vana!»
A quella osservazione la risolutezza di Dave sembrò vacillare. «D'accordo, ci penserò, anche se non capisco perché proprio io.»
«Foster è stato categorico su questo punto», spiegò il direttore. «Presenzierà al processo solo se sarà lei a proteggere sua figlia. Il motivo non lo conosco, ma la sua testimonianza è fondamentale per mandare in prigione quei bastardi e porre fine al loro impero.»
Seguì un attimo di silenzio durante il quale i due uomini si scrutarono a vicenda.
«Mi dia quarantottore di tempo per rifletterci», concesse alla fine Dave.
Il direttore Carter, nascondendo un sorriso di soddisfazione, replicò: «È quello che volevo sentirle dire. Ci pensi con calma e poi mi faccia sapere», concluse porgendogli un biglietto con un numero di telefono. «Qui mi può trovare in ogni momento, giorno e notte. Grazie», aggiunse stringendogli la mano per poi andarsene. Ora non gli rimaneva che aspettare.
Dave guardò l'auto di Carter allontanarsi, poi si recò in cucina per prepararsi una tazza di caffè. Mentre aspettava che l'acqua si scaldasse, si perse a osservare la propria immagine riflessa nell'anta di vetro dell'armadietto, posto sopra il fornello.
In quegli ultimi anni era cambiato: i folti capelli neri, che prima portava cortissimi, erano cresciuti e gli conferivano una falsa aria trasandata, facendolo apparire più vecchio dei suoi trentacinque anni. I duri allenamenti, a cui si era sottoposto per entrare a far parte del Gruppo Speciale d'Intervento dell'FBI, e che ancora praticava per passione, avevano forgiato il suo fisico, completato da profondi occhi scuri e un sorriso sincero.
I cambiamenti maggiori, però, erano avvenuti dentro di lui. Quelli erano i più difficili da accettare. Aveva seguito l'esempio del padre poliziotto, credendo fermamente che la giustizia e la legge fossero gli unici strumenti validi a combattere il male dilagante nella società. Non gli piacevano i compromessi, per lui ogni cosa era bianca o nera. La morte di Susan Foster, però, gli aveva aperto gli occhi su una realtà ben diversa, fatta di ombre, omissioni e mezze verità. Aveva capito presto che opporsi al sistema era impossibile, ma adattarsi lo era ancora di più. Per questo aveva lasciato l'agenzia, anche se il senso di colpa continuava a tormentarlo.
Con la tazza di caffè in mano, si diresse nello studio, sedendosi alla scrivania. Aprì l'ultimo cassetto ed estrasse un fascicolo intitolato Foster. All'interno, ordinati per data, numerosi articoli di giornale parlavano di Aaron Foster. Ne tracciavano la biografia, la lenta ma inarrestabile ascesa economica, fino al rapimento della figlia maggiore, Susan, per mano della criminalità organizzata, a cui l'uomo si era legato per risolvere i problemi finanziari che lo avevano colpito nei primi
anni del duemila. C'erano anche delle immagini che lo ritraevano all'inaugurazione di centri commerciali, negozi, banche, le stesse che più tardi gli avrebbero stretto il cappio attorno al collo. Dave ripassò con meticolosità tutto il materiale – aveva perso il conto delle volte in cui lo aveva fatto – nel tentativo di trovare una traccia, qualcosa che gli facesse capire cos'era andato storto quella maledetta notte, ma non trovò nulla. Afferrò una fotografia e rimase a guardarla pensieroso. Era stata scattata al funerale di Susan. In essa si vedeva Foster stretto tra la moglie e l'altra figlia, Emily. Gli tornò in mente una frase che suo padre ripeteva spesso: «Non lasciare mai nulla a metà, figliolo, qualunque cosa tu faccia, vai fino in fondo.»
Si sentiva combattuto e aveva paura di sbagliare di nuovo, ma quella, si disse, poteva essere l'occasione per porre la parola fine all'intera faccenda. Con un sospiro ripose la foto, chiuse la cartellina e la rimise nel cassetto. Prese la tazza di caffè, ormai freddo, e tornò in cucina, svuotandone il contenuto nel lavello.

Da due anni Aaron Foster scontava la pena, a cui era stato condannato, presso la propria abitazione. La detenzione domiciliare gli permetteva di stare accanto alla figlia Emily e, allo stesso tempo, di sottoporsi ai frequenti controlli e cure mediche che le sue precarie condizioni di salute richiedevano.
Ora che gli affari non lo tenevano più occupato, trascorreva molto del suo tempo a ripercorrere i passi che lo avevano portato fin lì, cercando di capire quando e dove avesse sbagliato, quale decisione avesse segnato l'inizio della fine. Con un moto di stizza gettò sulla scrivania il The Florida Times-Union. La stampa locale lo definiva un uomo senza scrupoli, che si era fatto strada sgomitando, senza guardare in faccia a nessuno.
Bugie!
Aveva cominciato a lavorare come manovale, spaccandosi la schiena in cantiere. Ma non si era mai lamentato, perché sapeva che, senza un'adeguata istruzione, la gavetta era l'unico modo che aveva per sperare di diventare qualcuno. Quando ci ripensava provava una dolorosa nostalgia. Erano stati anni duri, ma ricchi di soddisfazioni e successi, culminati nella fondazione della Foster's Buildings Inc., un'impresa di costruzioni, che ben presto era diventata tra le più importanti della Florida. Aaron guardò la fotografia incorniciata, appesa alla parete, che lo ritraeva, sorridente, vicino alla targa riportante il nome della società. Faceva fatica a riconoscersi in quell'uomo dallo sguardo pieno di energia e vitalità. Gli affari erano andati bene fino ai primi anni del duemila, poi la crisi finanziaria dei subprime e la recessione si erano abbattute come un uragano sull'economia globale. La Foster's Buildings Inc. in breve tempo si era ritrovata sommersa dai debiti, con un patrimonio immobiliare invendibile. Aaron ricordava ancora chiaramente tutti i tentativi che aveva fatto per ottenere delle dilazioni di pagamento, e i no ricevuti in risposta. Così il riciclaggio di denaro era diventata una necessità per non fallire. Si era detto che sarebbe stato per poco, che poi avrebbe sistemato tutto, ma il suo tentativo di lasciare l'organizzazione aveva portato al rapimento e all'uccisione di Susan. Dal cassetto della scrivania estrasse una vecchia fotografia delle figlie, l'accarezzò con i polpastrelli e se la portò alle labbra, baciandola. Lo faceva per loro. La sua testimonianza al processo contro i Castillo avrebbe reso giustizia a Susan e dato la possibilità di ricominciare a Emily. Rilasciò un respiro profondo, pesante come il macigno che si portava dentro, chiuse gli occhi e attese paziente l'arrivo del suo ospite.
Stefania Morassi
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