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Autore: Tiziana Fenu
Titolo: Il Tempo Capovolto
Genere Tradizioni popolari
Lettori 11
Il Tempo Capovolto
Maschere del Carrasegare sardo. Il Sacro che genera il Caos, il Caos che rinnova l'Ordine.

II. Il Rito del Fuoco inaugurale e rigeneratore

 Il Rito sacro del Fuoco, rappresenta un profondo rito di rigenerazione nella cerimonia d'apertura del Carrasegare sardo. 
Rappresenta l'attraversamento della Soglia rituale. 
Le celebrazioni in onore di Sant'Antonio Abate ("Sant'Antoni 'e su fogu" ), che si svolgono tra il 16 e il 17 gennaio, costituiscono il solenne prologo liturgico del complesso ciclo carnevalesco sardo noto come Carrasegare. 
Questo rito non rappresenta una semplice premessa cronologica, ma il momento generativo di un processo di passaggio comunitario che, attraverso il simbolo primordiale del fuoco, attiva una rigenerazione cosmica, agraria e sociale. 
La cerimonia di accensione dei falò incarna un profondo sincretismo culturale, stratificatosi nel tempo attraverso la fusione di rituali precristiani di matrice agraria con l'agiografia del santo anacoreta. 
La notte di Sant'Antonio, pertanto, non è solo una festa, ma una soglia liminale che la comunità attraversa collettivamente, sospesa tra l'anno morente e il nuovo ciclo che sta per germinare, tra l'oscurità invernale e la luce promessa della rinascita.
In questa dimensione, si può parlare di una vera e propria “Teurgia del Fuoco”, con un profondo simbolismo dell'Accensione rituale. 
Il nucleo della leggenda sarda proietta Sant'Antonio in una funzione prometeica e sciamanica. 
Secondo la tradizione, il santo, accompagnato dal suo maialino, discese negli inferi, ingannò i demoni e sottrasse una scintilla di fuoco, nascondendola nel cavo del suo bastone di ferula per donarla all'umanità. 
Questo mito di fondazione configura l'accensione del falò non come un gesto tecnico, ma come una ripetizione sacrale di quel furto primordiale. Il santo diviene così un mediatore tra mondi, tra quella che è la dimensione degli Inferi (il regno del Caos e degli antenati), la terra (la comunità umana) e il cielo (la sfera del divino). 
Il fuoco che ne deriva è dunque un fuoco "iniziatico", un elemento di civilizzazione e conoscenza sottratto alle tenebre, che trasforma materialmente e simbolicamente chi vi partecipa.
La preparazione del Falò, è parte importantissima di un'antica ritualistica, una vera e propria grammatica di un rito ancestrale. 
La costruzione del falò, in sardo chiamato "su foghidone", segue una precisa grammatica simbolica che trasforma il gesto in un'operazione geomantica, divinatoria, oracolare. 
La disposizione dei materiali, osservabile in paesi come Orotelli, non è casuale, perché si fa molta attenzione a posizionare i rami più sottili al centro, mentre quelli più grossi sono disposti attorno a forma di cupola, evocando l'immagine di un nuraghe che si erge verso il cielo. 
La radice stessa "Nur-" di Nuraghe tradisce un legame ancestrale con il Sacro Fuoco. 
La scelta del legno è altrettanto significativa, perché si scelgono con accuratezza "sas tuvas", i tronchi cavi di quercia secolare, la cui cavità è tradizionalmente associata alla dimora di spiriti o antenati, coinvolti e purificati dal rituale.
Le fascine de "sas frascas", che consistono in cumuli di rami di macchia mediterranea, come il lentisco, il corbezzolo, l'erica, piante sempreverdi che rappresentano la vita perenne, hanno un forte significato simbolico legato al concetto di immortalità e purificazione, e quindi, di divinità. 
La loro combustione sprigiona aromi intensi, operando una fumigazione apotropaica ( chiamato "s'affumentu" ) dello spazio comunitario.
Poi si creano dei falò particolari con "su romasinu". 
Sono dei falò specifici di rosmarino, pianta associata nella classicità alla memoria e all'immortalità, utilizzati per accentuare il tema del ricordo degli antenati.
Il momento culminante di questa antica e attenta ritualistica, è rappresentato dal giro rituale (“Is Inghirios”) compiuto dai fedeli, spesso guidati dal sacerdote, attorno al falò. Si compiono tipicamente tre giri in senso orario e tre in senso antiorario. Questo movimento circolare e inverso è carico di valenze. 
È una circumanbulazione che rappresenta il misurare e rigenerare il cosmo, visto che siamo nella dimensione concettuale della rigenerazione. 
Attraverso questa dinamica, emerge la sacralità numerologica di cui è impregnata la nostra Antica Civiltà Sarda. 
Il numero 3 richiama la Trinità cristiana ma anche, in chiave precristiana, la perfezione e la completezza del ciclo vitale (nascita/morte/rinascita). 
Troviamo questo stesso modulo simbolico nelle tre cornici che accompagnano le false porte e le coppelle delle Domus de Janas, luoghi sacri, alchemici, di rigenerazione. 
È la rappresentazione di un ciclo, una ricostruzione cosmica, collegata alla destrutturazione che è il simbolo del nostro Carrasegare. 
Il cerchio disegnato attorno al fuoco delimita e consacra uno spazio sacro ( come il temenos greco), separandolo dal caos esterno. 
Il doppio movimento simula la rotazione solare e il suo contrario, in una mimesi rituale della rigenerazione del tempo e del cosmo. 
In alcune comunità, come Ortueri, il numero dei giri può salire a tredici, compiuti da tredici uomini di nome Antonio, a rimarcare la ciclicità dell'antico anno lunare.
Questo gesto coreutico e comunitario, lontano dall'essere una semplice processione, si rivela come una mimesis rituale di quell'ordine cosmico che rivela un preciso atto di sincronizzazione tra il ciclo umano, quello terrestre e quello celeste.
Il Falò nel contesto del Carrasegare, rappresenta, simbolicamente un Altare, un Asse del Mondo. 
Il falò, centro focale del rito, non è solo fonte di luce e calore in una notte invernale. 
Esso si eleva a simbolo del sole invernale, del fuoco che resiste al buio, ma anche, in una lettura più profonda, a rappresentazione di quel fuoco alchemico di trasmutazione di cui si parla a proposito dei luoghi sacri. 
Come la “coppella grande centrale” con le tredici coppelle, nell'altare di Oschiri potrebbe indicare il sole, il falò diventa il fulcro attorno al quale si organizza il tempo e lo spazio del rito. 
È l'ombelico del mondo, il Medi-terraneum tra cielo e terra, tra l'umano e il divino.
I tredici giri intorno al fuoco sacro, rappresentano una danza dei cicli e della rigenerazione. 
I tredici giri dei partecipanti attorno alle fiamme non sono un numero casuale. 
Essi riecheggiano potentemente il ciclo della tredicesima Luna, quella “intrusa”, “senza nome” che ristabilisce l'armonia tra anno solare e anno lunare ogni circa 2,7 anni. 
Questa danza circolare è un
Calendario in movimento. 
Ogni giro può essere visto come una lunazione, un mese sinodico. 
I dodici giri rappresentano l'anno lunare compiuto, mentre il tredicesimo è il giro dell'embolismo, il momento magico e fuori dall'ordinario che riallinea i tempi, proprio come la Tredicesima Luna riallinea i cicli. 
È l'azione rituale che “rimette le cose a posto” su scala comunitaria.
Si inscena, si ritualizza un potente rito di passaggio e trasmutazione. 
Come l'iniziato scende nei 24 gradini del pozzo di Santa Cristina per purificarsi nell'acqua e risale simbolicamente trasformato, il partecipante al Carrasegare compie i suoi giri in un processo di morte simbolica e rinascita. 
I giri attorno al fuoco sono una discesa metaforica nella ciclicità del tempo (lunare, ctonio) per poi emergere, con l'ultimo giro, “rivoltato, rinnovato”, pronto per il nuovo ciclo carnascialesco. 
Si attraversa simbolicamente il “grembo buio” della comunità in cerchio per rinascere, purificati dal fuoco di Sant'Antonio (il Padre Cosmico, il Fuoco Sacro della Shin, il Sacro ventunesimo Archetipo Ebraico) dopo essersi idealmente immersi nelle acque della memoria (le Acque della Mem, tredicesimo Sacro Archetipo Ebraico, degli antenati,  le sacre acque cosmiche ancestrali della memoria, complementari al fuoco del falò, in totale sinergia creatrice).
Il rito collettivo dei tredici giri è un'espressione di cosmologia partecipata. 
È un Sigillo dell'intera comunità, sul Tempo. 
Mentre gli antichi osservavano il lunistizio maggiore nel pozzo di Santa Cristina o incidevano le coppelle a Oschiri, la comunità sarda, con questo rito, incide il proprio ciclo nel terreno e nel tempo, usando i propri piedi e il fuoco come strumenti di misura e consacrazione. 
È un “osservatorio” orizzontale e umano, che fa del cerchio comunitario il suo orizzonte di significato.
La scelta della vigilia di Sant'Antonio Abate per questo rito non è secondaria. 
L'eremita del deserto, tentato dai demoni, è colui che domina le forze oscure e caotiche. 
Rappresenta la Soglia tra Ordine e Caos. 
Il Carrasegare, che aprirà il periodo del caos controllato, della sospensione delle norme, viene inaugurato proprio oltrepassando simbolicamente la soglia del tredici, numero di morte( il tredicesimo archetipo Mem, è correlato infatti, all'Arcano Maggiore XIII della Morte) trasformazione e rinascita, sotto la protezione di un santo che ha già affrontato e vinto il Caos. 
Il tredicesimo giro è, in questo senso, il passaporto per il mondo alla rovescia della ritualistica del Carrasegare, un ingresso ritualizzato nel disordine fecondo, proprio come la Tredicesima Luna è collegata al mondo degli spiriti, ai reami dell'oltretomba.
Sappiamo che gli antichi Sardi erano dei grandi trasmutatori energetici, che traevano energia dalla connessione profonda che avevano con le energie dei cicli della natura e del cosmo. 
Il rito dei tredici giri intorno al falò di Sant'Antonio per l'apertura del Carrasegare si rivela essere la diretta, potente eredità di questa visione del mondo. 
Non è folklore, ma geometria sacra in azione, un sincronario galattico comunitario dove il tempo, anziché essere semplice scorrere, diventa arte. 
Diventa l'arte di danzare, in tredici spire di fuoco e ombra, l'eterno ritorno della vita che si rinnova attraverso la morte simbolica, inscrivendo nel cuore dell'inverno la promessa di una rinascita.
Il falò brucia, i passi si succedono, il cerchio si chiude e si riapre. 
È la Sardegna che, anno dopo anno, ripete il suo più antico e solenne incantesimo, quello di essere, essa stessa, Alchimista di sé stessa.
L'antico rito del Fuoco, è arricchito da una costellazione di simboli accessori che ne amplificano il significato. 
L'animale costantemente associato al santo trascende la semplice iconografia. 
Il maiale/cinghiale, sacro alle culture celtiche e mediterranee, è simbolo di fecondità e opulenza. 
Esso richiama la divinità celtica Lugh, associata allo spirito del grano, e attraverso etimologie popolari (Maia, Maiale) riconduce al principio del Sacro Femminino e della Dea Madre. 
È anche animale sacro della Dea Baubo, la cui conformazione e simbologia, è correlata al nostro pozzo Sacro di Santa Cristina, a Paulilatino, ma con ulteriori implicazioni, come vedremo in seguito. 

Tiziana Fenu
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