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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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I figli delle pietre
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Premessa Pietrosa. Il Salento, visto dall'alto, sembra una mano di pietra che si allunga fra due mari. Da lontano è solo una macchia chiara, piatta, attraversata da strade dritte come righe di quaderno. Ma se ti avvicini – piano, con gli occhi invece che con i piedi – scopri che quella mano è piena di graffi, di cicatrici, di segni lasciati da chi è passato prima di noi: doline e grotte, muretti storti, masserie abbandonate, torri e chiesette che fanno da fari nell'aria secca. È una terra apparentemente povera, quasi tutta pietra, e proprio per questo piena di memoria. Fra tutti i segni che l'uomo ha lasciato qui, ce n'è uno che somiglia più degli altri a una domanda mormorata nel tempo: i monumenti megalitici. Dolmen come tavoli colossali, menhir ritti come matite giganti, specchie ammucchiate come nidi di draghi: resti di una civiltà di cui non sappiamo il nome con certezza, ma che ha alzato queste pietre nel rame e nel bronzo, quando la scrittura ancora non bastava e il cielo era il solo calendario. Un dolmen è una stanza minuscola, fatta solo di pietra: poche lastre infisse nel terreno, messe una accanto all'altra, che reggono una tavola pesante come un silenzio millenario. È la prima, umile architettura a trabeazione che la nostra specie abbia inventato, una casa per i morti e, allo stesso tempo, un gesto di sfida all'erosione del tempo. Quasi sempre l'ingresso guarda verso oriente, dove nascono il sole e i giorni nuovi, come se chi ha costruito queste camere avesse voluto che i defunti vedessero almeno con la memoria la prima luce. In un paese affacciato sull'Adriatico – non lontano dagli ulivi e dalle spiagge che forse conosci già – c'è un campo qualunque, segnato in catasto con una particella come tante. Eppure quel campo, se lo guardi con la lente giusta, non è affatto qualunque: fra l'erba alta e i muretti storti spuntano due dolmen, il Placa e il Gurgulante, nominati negli elenchi degli studiosi come si nominano persone di famiglia. Sono lì da migliaia di anni e, come molti vecchi del paese, nessuno li ascolta più davvero. Più a oriente, dove la costa si frantuma in rocce bianche e grotte azzurre, un promontorio chiama il mare per nome da quando il Bronzo era giovane. A Roca, gli archeologi hanno riportato alla luce mura spesse più di una casa, bastioni affacciati sul vuoto, una Porta Monumentale che taglia l'istmo come un fulmine di pietra. Era l'ingresso fortificato di uno dei siti più importanti della protostoria italiana e mediterranea: quasi duecento metri di muraglia, alti più di tre metri, bruciati da un incendio antico dopo un assedio feroce. Oggi quella porta non difende più nessuno, ma continua a custodire qualcosa: la prova che un tempo questa terra era davvero “di confine”, un ponte fra genti, lingue e paure diverse. Più all'interno, le specchie – tumuli di pietre e terra, spesso tronco-conici, alti fino a dieci metri – sorvegliano colline e campagne. Gli studiosi discutono ancora se fossero torri di vedetta, segni di confine o tumuli funerari; ma tutti concordano su una cosa: erano occhi di pietra, punti da cui osservare il mondo, quando il Capo di Leuca era terra di predatori e incursioni. Più tardi, lungo la costa, altre torri d'avvistamento di carparo hanno raccolto la loro eredità, tenendo d'occhio velieri e galeoni come guardiani stanchi che non vogliono addormentarsi. Ricordare. Ricordarci da dove venivamo, avvisare di ciò che stava per arrivare, segnare il territorio perché nessuno potesse dire: «Qui non c'è niente». Ma la memoria, si sa, è fragile. Non sempre si perde all'improvviso, in un crollo o in un incendio. A volte si sgretola piano, come una calcarenite sotto la pioggia. Prima spariscono le storie, poi i nomi, poi l'attenzione; alla fine resta solo una parola corta e pesante: “spazio”. Chi studia queste cose lo sa bene. Nelle relazioni scientifiche si scrive che bisogna proteggere i monumenti megalitici dall'incuria, dalle ruspe, dal cemento che avanza, dalle strade che tagliano i campi come cicatrici nuove su ferite vecchie. Si parla di “valorizzazione”, di “conservazione”, di “fruizione pubblica”, perché le pietre non sono ricchezza se restano invisibili dietro una recinzione arrugginita. Ma i documenti, da soli, non bastano. Serve qualcos'altro. C'è un libro, lontano da qui, in cui un ragazzo timido entra in un regno chiamato Fantàsia solo perché inizia a leggere una storia e non smette di crederci. Quel regno viene divorato da un Nulla che non è una nebbia magica, ma la somma di tutte le volte in cui gli umani smettono di sognare, di dare nomi, di prendere sul serio le proprie immagini interiori. Il suo autore spiegava che non si trattava di fuga dalla realtà, ma di un salto dentro il vuoto dei valori perduti, per risvegliare le nostre forze creative più personali. Questa storia nasce più o meno dallo stesso punto, ma in un'altra direzione. Qui non c'è un regno inventato che scompare: ci sono luoghi veri – dolmen, menhir, specchie, torri e grotte – che rischiano di spegnersi non perché il Nulla li divora, ma perché li copriamo di parole sbagliate: “inutilizzato”, “periferia”, “area edificabile”. Basta una firma in Comune, un progetto di villaggio turistico, un parcheggio ben disegnato su una mappa, e un pezzo di mondo smette di avere voce. A volte, il Nulla assomiglia a un foglio timbrato. Eppure, ogni tanto, qualcosa si oppone. Non una lega segreta di maghi o un esercito di cavalieri, ma qualcosa di molto più fragile e testardo: lo sguardo di un bambino o di una bambina che, invece di vedere “un campo vuoto”, vede un luogo pieno. Pieno di linee da seguire con il dito, di ombre dove potrebbero nascondersi creature minuscole, di pietre che assomigliano a porte. Questo romanzo comincia proprio così, in un giorno qualunque, in un paese del Salento a pochi chilometri dal mare, in un campo con due dolmen registrati in qualche elenco e dimenticati da quasi tutti. Non ti diremo ancora i nomi di chi li ascolterà per primo, né che cosa troveranno sotto quella lastra, fra i ciuffi d'erba e le lucertole. Non è il momento dei dettagli: è il momento della soglia. Quello che puoi sapere, adesso, è questo: le pietre non raccontano a tutti la stessa storia. Agli adulti presi dalla fretta parlano di vincoli, di ostacoli, di spese. Agli archeologi suggeriscono date, confronti, ipotesi. Ai viaggiatori frettolosi offrono uno sfondo per una foto. Ma a chi si ferma davvero – a chi si siede, tace, e lascia che il cellulare si scarichi – le pietre dicono altro. Parlano di promesse fatte e dimenticate, di nomi perduti, di bambini che un giorno hanno giurato di non abbandonarle mai. Parlano di un grigio che avanza ogni volta che diciamo «non vale niente», e di come quel grigio possa essere frenato soltanto da chi ha ancora il coraggio di scegliere un luogo da salvare a ogni costo. Questa è, in fondo, la storia di alcune pietre che rischiavano di diventare mute, e di alcuni ragazzi che hanno deciso di prestare loro la propria voce. Se continuerai a leggere, forse scoprirai che, da qualche parte nel tuo paese, c'è un muretto, un albero, un angolo di strada che ti chiede la stessa cosa. E che anche tu, come loro, dovrai scegliere da che parte stare: con il grigio che cancella, o con le pietre che ricordano.
Il campo in vendita Non era ancora davvero sera, ma la luce già si inclinava di lato, come se avesse preso una decisione senza avvisare nessuno. Entrava di traverso dalla finestra della cucina, tagliando il tavolo in due: metà nel caldo dorato, metà nell'ombra azzurrina che saliva dal pavimento di mattonelle. La televisione borbottava da sola, appoggiata sul frigo, con un tizio in giacca e cravatta che parlava di turismo, investimenti, posti di lavoro stagionali. Le sue parole si mescolavano al tintinnio delle posate, allo sbuffo dell'acqua bollente nella pentola della pasta, a un cane che abbaiava lontano, verso la campagna. Dal piccolo balcone alle spalle di Desiree si vedeva la striscia di ulivi: tronchi contorti, foglie che al vento sembravano rovesciare il lato d'argento. Più in là, oltre una fascia di terra rossastra, c'era il campo. Il loro campo. Quello con le pietre. Desiree ci appoggiava sempre lo sguardo quando era a tavola, come se bastasse guardarlo per tenerlo fermo al suo posto. Quella sera, però, evitava di farlo. Sentiva che qualcosa, in quella stanza, stonava come una nota sbagliata dentro una canzone che conosceva a memoria. Jacopo, invece, non ci pensava: aveva già addentato il pane, la briciola grossa stretta tra le dita, i piedi che non toccavano bene terra e dondolavano dall'orlo della sedia. Sotto il tavolo, le ginocchia urtavano contro quelle del nonno Rocco, seduto di fronte a lui. Il nonno teneva il bicchiere di vino vicino al piatto ma non lo portava alle labbra. Lo stringeva soltanto, con quelle mani grandi e nodose che sembravano fatte della stessa materia degli ulivi. Ogni tanto dava un'occhiata verso la finestra, di sbieco, come si guarda un vecchio amico senza volerlo far notare. La mamma spegneva il fornello, il papà zittiva per un attimo la televisione con un clic del telecomando. Quella breve pausa, il silenzio improvviso dopo il rumore continuo, fece venire la pelle d'oca a Desiree. Le sembrò che perfino i piatti trattenessero il fiato. «Allora...» cominciò il padre, aggiustandosi gli occhiali sul naso. Era il suo modo di preparare una frase importante. Lo faceva anche quando doveva dire quanto avevano preso in pagella. Desiree abbassò lo sguardo sul piatto vuoto. Il nonno smise di fissare la finestra. Jacopo infilzò con la forchetta un'olive schiacciata e se la portò alla bocca, ignaro, almeno per i primi due secondi. «Abbiamo pensato,» disse il papà, guardando la mamma come per cercare rinforzi, «che è il momento di fare una cosa che rimandiamo da troppo tempo.» La mamma annuì, lisciando la tovaglia con il palmo della mano. Aveva gli occhi un po' lucidi, ma cercava di sorridere. «Che cosa?» chiese Jacopo, con la voce piena e la bocca occupata. L'oliva quasi gli scappò giù intera, tanto fu veloce a parlare. Desiree lo sapeva. Non come si sanno i verbi a memoria, ma come si sa che domani il sole sorgerà dall'Adriatico e farà brillare i muri a calce di tutto il paese. Lo sapeva da quando aveva visto, sul tavolo della cucina, il fascicolo del geometra, con quelle fotografie lucide dove il campo sembrava già diverso, pieno di linee tratteggiate e numeri. Non c'era mai più passata sopra con le dita, dopo. «Il campo,» disse il padre. «Abbiamo deciso di venderlo.» La parola “campo” cadde al centro della tavola come un piatto rovesciato. Nessuno parlò per qualche istante. Fu la televisione, dimenticata in muto, a muoversi per prima: il presentatore in giacca e cravatta continuava ad aprire e chiudere la bocca in silenzio, come un pesce dietro il vetro. «Quale campo?» domandò Jacopo, ma a metà domanda aveva già capito, e gli uscì un «...ah» spezzato, che si spense a mezz'aria. Il campo con i dolmen, pensò Desiree. Quello dove erano andati a pasquetta con il nonno, e lui aveva raccontato che le pietre stavano lì da prima delle case, prima delle strade, prima perfino degli ulivi. Che altri uomini, con altre mani, le avevano messe in piedi, orientate verso il sorgere del sole come piccole case per i morti, quando ancora non c'erano i cimiteri ma c'era già il bisogno di ricordare. «Tanto è inutilizzato,» disse la mamma, sottovoce ma abbastanza forte da riempire la stanza. «Non ci andiamo quasi più. E tenerlo così è solo una spesa. Erba da tagliare, tasse...» «E poi,» aggiunse il papà, «ci hanno fatto una buona proposta. Lì vicino stanno costruendo nuove villette. Dicono che la zona diventerà turistica, che è un peccato lasciare tutto abbandonato.» Alla parola “turistica” sembrò di risentire la voce del tizio elegante della televisione, anche se il volume era ancora a zero. Jacopo posò la forchetta. «Non è abbandonato,» protestò. «Ci sono le pietre speciali.» Quelle parole “pietre speciali” suscitarono un movimento impercettibile nel nonno Rocco. Come se qualcuno avesse sfiorato la corda giusta di uno strumento nascosto. Portò finalmente il bicchiere alle labbra, ma non bevve: si limitò a bagnarsi appena le labbra, per prendere tempo. «Jacopo,» sospirò la mamma. «Sono solo... sassi.» Li chiamò proprio così: sassi. La stessa parola che si usa per i ciottoli della strada, per le pietre che finiscono sotto la zappa quando si pianta un pomodoro. Desiree sentì qualcosa stringerle la gola, ma non disse niente. Non lo faceva quasi mai. Aveva imparato che, se restava zitta, molte frasi degli adulti passavano oltre, come le nuvole quando c'è tramontana. A volte però le nuvole si fermano, si addensano, e non basta chiudere gli occhi. «Non sono sassi,» mormorò Jacopo, arrossendo. «Il nonno ha detto che sono... come si chiamava?» Si girò verso Rocco, cercando soccorso. Il nonno appoggiò il bicchiere. Nel fare quel gesto, la luce gli prese le rughe del viso e le fece sembrare piccoli solchi nella corteccia di un albero. Guardò prima Desiree, poi Jacopo, infine il padre e la madre. «Dolmen,» disse piano. «Si chiamano dolmen.» La parola restò sospesa nell'aria, diversa da tutte le altre. Non era una parola da telegiornale o da bolletta della luce. Sapeva di cose antiche, di vento sulla pietra, di erba cresciuta e tagliata mille volte. «Sì, vabbè, dolmen,» sbuffò il padre, cercando di restare paziente. «Ma sempre pietre sono. E poi non sono protetti, non è che ci sia sopra un museo. Sono lì e basta. Nessuno se ne occupa.» «Ecco, appunto,» intervenne la mamma, cogliendo il filo. «Nessuno se ne occupa. L'erba cresce intorno, la gente ci butta le buste, i ragazzi ci vanno di notte... Meglio venderlo a qualcuno che ci fa qualcosa di carino, no? Magari un agriturismo, una casa vacanze. Così i turisti li vedono lo stesso, questi dolmen.» «Sì, ma li vedono dalla piscina,» disse Desiree, prima di potersi fermare. La frase le era uscita da sola, come un palloncino che scappa di mano. Tutti la guardarono, sorpresi. Non parlava quasi mai, a tavola. Si rimproverò in silenzio, sentendo le orecchie bruciare. «Che vuol dire, dalla piscina?» chiese il padre, aggrottando la fronte. Desiree alzò le spalle. «Vuol dire che non è più un campo nostro. Che diventa... sfondo. Tipo le foto sulle pubblicità: “Vieni nel Salento autentico, tra ulivi secolari e antiche pietre”.» “Autentico” era una parola che aveva letto su un cartellone vicino alla spiaggia l'estate prima. Da allora, l'aveva vista spuntare ovunque. Anche l'autenticità, pensò, si vendeva in pacchetti da tre notti, colazione inclusa. La mamma sospirò. «Desiree, non è così semplice. Ci sono le rate del mutuo, la macchina vecchia, la scuola... Il campo è lì, e noi non ci facciamo niente.» Il nonno Rocco, fino a quel momento, non aveva detto davvero la sua. Ora appoggiò i gomiti sul tavolo, intrecciò le dita e rimase un attimo in silenzio. Quando parlò, lo fece come se stesse scegliendo le pietre per un muretto a secco: una alla volta, con cura. «Quel campo,» disse, «non è un campo qualunque.» Jacopo tirò su con il naso. Desiree trattenne il respiro. «È il campo di famiglia, papà,» ribatté il padre, ma il tono aveva perso un po' della sicurezza di prima. «L'abbiamo sempre chiamato così, lo so. Però sempre un campo resta.» «È il campo dove tuo nonno,» continuò Rocco, come se non avesse sentito, «portava le pecore quando ancora qui intorno non c'erano pali della luce. È il campo che tuo bisnonno, e poi quello prima, hanno tenuto quando hanno venduto tutto il resto per mangiare. Perché lì c'erano già le pietre. E le pietre, quelle, non le sposti.» «Qualcuno le avrà pur messe,» disse il padre. «Quindi vuol dire che si possono spostare.» Desiree si ricordò del foglio che la maestra di storia aveva fatto vedere in classe: un articolo stampato in bianco e nero, con una foto di un dolmen in mezzo a un campo. Diceva che la tradizione megalitica, nel Salento, risaliva persino al Neolitico, forse a prima ancora, quando gli uomini avevano cominciato a seppellire i morti in fosse coperte da lastre di pietra e a costruire queste strutture rivolte verso il sole che nasce. «Non si possono spostare senza spostare anche qualcos'altro,» mormorò il nonno. «Una storia, per esempio. Un nome.» «Un nome?» chiese Jacopo, incuriosito. Il nonno annuì piano. Gli occhi gli si fecero improvvisamente lucidi, ma era difficile capire se fosse per il vino, per la luce, o per qualcosa che stava guardando molto lontano, attraverso la finestra e oltre il campo. «Le pietre si ricordano il nome,» disse. «Il nome di chi le ha messe lì, il nome di chi le ha guardate, il nome di chi ci ha camminato intorno. Finché qualcuno lo chiama, quel posto resta vivo. Quando non lo chiama più nessuno, allora il nome si perde. E con il nome, le pietre si addormentano.» Desiree si scoprì a pensare a Fantàsia, anche se non aveva ancora letto La storia infinita. Ma aveva sentito parlare del Nulla, da un'amica più grande, e le parve che ci fosse qualcosa di simile anche lì, in quella cucina: un Nulla lento, fatto di dimenticanza, che avanzava dai bordi delle mappe. «Nonno,» disse piano, «ma davvero le pietre si ricordano?» «Le pietre si ricordano più di noi,» rispose lui. «Noi ci dimentichiamo in fretta. Loro hanno tempo.» Il padre si massaggiò la fronte, come se avesse un mal di testa in arrivo. «Papà, ti prego. Non raccontare favole. I bambini sono già abbastanza confusi.» «Non è una favola,» ribatté il nonno. «È archeologia.» Sorrise appena, con un'ombra ironica. «Ti ricordi quando sono venuti a intervistarmi, anni fa, quelli dell'università di Lecce? Mi chiedevano delle specchie, di quelle grandi colline di pietra che sembrano mucchi a caso, ma servivano per guardare il mare e la campagna. Dicevano che De Giorgi, tanti anni fa, ne aveva censite un sacco e che non erano tombe come credeva Jatta, ma torri di guardia fatte di pietre, antenate delle torri costiere.» Jacopo spalancò la bocca. Le “specchie” per lui erano sempre state solo una parola strana di qualche cartello marrone sulla strada per il Capo di Leuca. Non immaginava che potessero centrare con il loro campo. «Là, vicino al nostro dolmen,» continuò il nonno, «non c'è una specchia, ma il senso è lo stesso. C'erano uomini che guardavano, che controllavano. Non solo per difendersi: per orientarsi, per sapere dove erano. Le pietre servivano anche per questo: per dire a sé stessi “Ecco, sono qui”.» Desiree seguiva ogni parola, sentendo crescere dentro di sé qualcosa che non sapeva ancora nominare. Un miscuglio di rabbia, paura, e quella strana sensazione di stare su un confine: come quando cammini sul muretto a secco e da una parte c'è il campo e dall'altra il fossato. Se sbagli un passo, cadi. «Papà,» disse, «non possiamo proprio... tenerlo ancora un po'? Magari lo sistemiamo. Possiamo fare un progetto, non so. A scuola ci hanno fatto vedere che a Roca hanno studiato le mura antiche e la Porta Monumentale, e poi hanno messo delle strutture per proteggerle e farle visitare. Dicono che è una delle fortificazioni più importanti del Mediterraneo, che hanno fatto un lavoro lungo anni per capire come conservarla e farla conoscere.» Le vennero in mente le immagini del modellino tridimensionale del promontorio di Roca, tutto colorato, con la linea della fortificazione che tagliava l'istmo come una cicatrice di pietra. Avevano detto che quelle mura erano state bruciate e abbattute in un assedio, ma che ancora parlavano di chi le aveva costruite e difese. «Ma quello è un sito archeologico enorme, Desiree,» obiettò la mamma. «Ci sono professori, università, soldi della Regione... Noi siamo solo una famiglia con un campo e dei dolmen che non interessano a nessuno.» «Interessano a me,» disse Jacopo, secco. «E al nonno.» Il nonno annuì, senza aggiungere altro. Fu in quel momento che il telegiornale, rimesso per sbaglio con il gomito del padre, tornò a farsi sentire. «...nuovo resort di lusso in una delle aree più suggestive del Capo di Leuca,» declamò la voce metallica. «Tra muretti a secco, pajare e antiche testimonianze megalitiche, per una vacanza all'insegna dell'autenticità...» Il papà allungò la mano per spegnere subito, ma era troppo tardi: le parole erano già entrate nella stanza, sistematesi da qualche parte tra i piatti e il pane. «Vedi?» disse, forzando un sorriso. «Questi sono tempi moderni. La gente vuole vedere l'antico, ma con la piscina riscaldata. Non è colpa nostra. E poi non è che il campo sparisce: cambia solo il proprietario.» «A volte,» mormorò il nonno, «quando cambia il proprietario, il posto perde il nome. Rimane la forma, ma dentro si svuota.» Desiree faticava a immaginare il campo “svuotato”. Nella sua mente, quando chiudeva gli occhi, il campo non era mai vuoto. C'erano sempre il frinire delle cicale, il graffio secco delle ruote del vecchio carretto del nonno sulle pietre, l'ombra corta dei dolmen a mezzogiorno. E c'era quella strana sensazione, quando si avvicinava alle lastre, che l'aria lì fosse un po' diversa: più fresca, più piena di qualcosa che non riusciva a spiegare. Le tornò in mente una domenica di marzo. Il cielo era limpido, il venticello pungente. Il nonno le aveva mostrato come il dolmen principale, quello che loro chiamavano “la tavola”, guardasse verso est. «Vedi?» le aveva detto. «Questi li hanno messi così perché la luce di mattina entrasse giusta. È una cosa che succede un po' dappertutto, dal Gargano fino giù, passando per il dolmen Li Scusi, per quelli di Giurdignano, per Li Placa e Gurgulante... Hanno tutti un modo di parlare con il sole.» Allora Desiree aveva riso, pensando che il nonno esagerasse. Adesso non le sembrava più così strano. «Nonno,» chiese Jacopo, rompendo il filo dei suoi pensieri, «ma se vendono il campo... le pietre smettono di ricordarsi di noi?» Rocco scosse la testa. «No. Non subito. Ci vorrà tempo. La memoria delle pietre è lenta, ma non è infinita. Se a lungo nessuno ascolta, si stanca.» «Appunto,» tagliò corto il padre. «È da anni che nessuno ascolta. I ragazzi preferiscono i videogiochi ai campi. Forse è meglio così. Magari il nuovo proprietario le valorizza, queste famose pietre.» Desiree sentì che qualcosa dentro di lei si rifiutava di accettare quella parola, “valorizza”, messa vicino a “pietre”. Sembrava una di quelle parole che i grandi usano quando non vogliono dire “vendere” o “sfruttare”. Come se bastasse cambiare il nome alle cose per cambiare anche quello che sono. Il narratore – se in quella stanza ci fosse stato un narratore, in quel momento – avrebbe forse detto che fu esattamente in quell'istante che la storia cominciò davvero. Non quando il padre pronunciò la frase “Abbiamo deciso di vendere il campo”, né quando il nonno parlò delle pietre che ricordano il nome. Ma quando, nello stesso secondo, due pensieri si accesero, diversi eppure collegati: quello di Desiree («Non può finire qui») e quello di Jacopo («Io le difenderò»). Le storie, infatti, raramente iniziano con fatti grandiosi. Di solito cominciano con una decisione piccola e testarda dentro il cuore di qualcuno, che nessun adulto nota perché sta guardando i conti sul tavolo. «E comunque,» concluse il padre, «abbiamo già dato parola al geometra. Domani viene per i rilievi. Non cambia niente se vi arrabbiate stasera. Parliamone con calma, ma la decisione è presa.» La mamma annuì, senza guardare nessuno. Aveva gli occhi lucidi per la seconda volta, ma stavolta Desiree capì che non era solo per i soldi o per la stanchezza. C'era anche un disagio, come se una parte di lei avesse paura di quel che stavano facendo, e l'altra parte avesse paura di non farlo. «Domani?» ripeté Jacopo, bianco in volto. «Così presto?» «È solo un tecnico,» provò a rassicurarlo la mamma. «Viene, misura, fa le foto... Non succede niente di immediato.» Jacopo si alzò di scatto. La sedia strisciò rumorosamente sul pavimento. «Io vado in camera.» «Non hai finito di mangiare,» disse il padre. «Non ho fame.» Desiree lo seguì con lo sguardo mentre sgattaiolava fuori dalla cucina. Sentì il suo passo veloce lungo il corridoio, la porta che sbatteva. Poi il silenzio, rotto solo da un motorino che passava sotto casa e dal richiamo di una rondine sopra il tetto. «Lo vedi?» disse il padre al nonno, con un gesto impotente. «Queste cose li agitano. È per questo che non mi piace quando gli racconti troppe storie.» «Non sono storie,» ripeté Rocco, ostinato. «Sono fatti. Solo che i fatti, se non li racconterà nessuno, spariranno come se non fossero mai esistiti. Un po' come certi castelli: c'erano, poi li hanno smontati pietra su pietra per farci case nuove. Dopo, la gente dice “Qui c'era qualcosa”, ma non ricorda più cosa.» Desiree si chiese quanti posti così esistessero nel Salento: campi trasformati in parcheggi, menhir con una croce aggiunta sopra per farli diventare colonne di benedizione, specchie smontate per recuperare pietre, torri d'avvistamento che adesso ospitavano antenne della telefonia. «Io vado a chiamare Jacopo,» disse, alzandosi. Non era vero: non voleva chiamarlo per riportarlo a tavola. Voleva solo non restare lì in mezzo ai discorsi dei grandi. Il nonno la guardò passare accanto alla finestra, verso il corridoio. Per un attimo incrociarono gli sguardi, e in quello del vecchio lei credette di vedere una domanda. O forse era un invito. Nel breve passaggio accanto al balcone, Desiree gettò un'occhiata fuori. La luce del tardo pomeriggio stava diventando più rossa, le ombre degli ulivi si allungavano. Lontano, proprio all'orizzonte della striscia di terra, riuscì a scorgere la sagoma scura del dolmen più grande. Anche da lì, così distante, sembrava che la pietra la stesse fissando. «Non lasciarci soli,» le sembrò di sentire. Ma forse era solo il vento tra le foglie. Quando chiuse la porta della cucina alle sue spalle, il rumore si portò via un pezzo del discorso dei grandi. Restarono solo spezzoni di frasi: «mutuo», «occasione», «non possiamo fare altro». Parole che giravano in tondo sul soffitto, senza trovare un posto dove posarsi. Nel corridoio, l'aria era più fresca. La casa odorava di salsa al basilico, di bucato steso nella stanza accanto, di libri di scuola lasciati aperti. A Desiree venne improvvisamente in mente che, se il campo fosse stato a chilometri di distanza, forse le avrebbe fatto meno male. Ma era lì, a due passi, visibile da ogni balcone, presente in ogni pomeriggio d'estate che avrebbero passato in quella casa. Bussò piano alla porta della camera di Jacopo. «Vai via,» fece lui dall'interno. «Sono io.» «Lo so.» «Posso entrare?» Non ci fu risposta. Dopo qualche secondo, però, sentì il clic della serratura che si sbloccava. Desiree spinse piano la porta. Jacopo era seduto sul letto, le gambe incrociate, le braccia strette attorno al cuscino. Aveva gli occhi lucidi ma dignitosamente asciutti, come se avesse deciso di non piangere per principio. «Hai sentito?» chiese, anche se era ovvio. Desiree annuì e si sedette accanto a lui. Per un po' rimasero in silenzio. Era un silenzio diverso da quello della cucina: qui non pesava, non giudicava. Era come una coperta leggera sotto cui infilarsi insieme. «Non glielo lascio fare,» disse Jacopo all'improvviso. «Non possono vendere le pietre.» «Il campo è loro,» disse Desiree, per dovere di onestà. «Legalmente, dico.» «E le pietre? Anche quelle sono legalmente loro?» La domanda era più grande di lei. «Non lo so. Forse sono di tutti. O di nessuno. O delle pietre stesse.» Jacopo si asciugò il naso col dorso della mano. «Il nonno ha detto che le pietre si ricordano il nome. Se vendono il campo e ci costruiscono sopra, le pietre si dimenticano di noi?» «Non subito,» ripeté Desiree, usando le parole del nonno. «Ha detto che ci vuole tempo.» «Allora abbiamo tempo,» concluse Jacopo. «Dobbiamo fare qualcosa prima che si dimentichino.» Desiree lo guardò di lato. Era più piccolo di lei di tre anni, e spesso le sembrava di avere il doppio della sua età. Ma in certi momenti, come quello, le pareva che fosse lui ad avere un coraggio che a lei mancava. «Che cosa?» chiese. Jacopo rimase un attimo a pensare. Poi si alzò in piedi, con un salto. «Domani andiamo al campo. Prima del geometra.» «E che facciamo? Gli tiriamo le pietre?» «No,» disse lui, serio. «Le ascoltiamo. Se le pietre si ricordano il nome, magari ce lo dicono. E se sappiamo il loro nome vero, possiamo... non lo so. Difenderle meglio.» Desiree sorrise, suo malgrado. L'idea era assurda, eppure aveva una sua logica: la stessa logica dei racconti del nonno, o dei libri che aveva letto, dove conoscere il nome di qualcosa ti dava potere su di essa. Nei romanzi di fantasia, i nomi erano sempre importanti. «Va bene,» disse. «Domattina presto. Prima che arrivi il geometra.» Fu in quel momento, mentre pronunciava quelle parole, che la storia – quella vera, quella che ancora non sapevano di star cominciando – fece un passo in avanti. Silenzioso, come quelli che si fanno di notte per non svegliare nessuno. Dalla cucina arrivò il tintinnio dei piatti che venivano ammucchiati nel lavello, una risata forzata dei genitori, la voce del nonno che diceva qualcosa sul vino che “oggi sa di tappo”. Dal balcone, invisibili ma presenti, gli ulivi continuavano a muovere piano le foglie, come se stessero confabulando tra loro. Lontano, nel campo, il dolmen più grande sentì forse – se davvero le pietre sentono – che qualcosa stava cambiando. Non era ancora il terremoto di una ruspa, né il colpo secco di un piccone. Era un tremito quasi impercettibile: il battito di due cuori decisi, che avevano pronunciato, per la prima volta, un “no” dentro di sé. E le pietre, si sa, hanno una strana debolezza per i bambini che dicono “no” alle cose sbagliate. Anche quando nessun adulto se ne accorge.
L'ultima visita ai dolmen La domenica dopo l'annuncio, il paese sembrava identico a tutte le altre domeniche. Le campane della messa suonavano a intervalli, un motorino passava lasciando una scia d'odore di benzina, e il bar all'angolo tirava già fuori le sedie di plastica. Solo in casa di Desiree e Jacopo c'era qualcosa di stonato, come una nota lunga che continua a vibrare quando la musica è finita. «Allora, pronti?» fece nonno Rocco dalla porta, con il cappello in mano e le scarpe buone ai piedi, come se dovesse andare a un matrimonio. Non avrebbe avuto bisogno di dirlo: la borsa di tela era già pronta da un quarto d'ora, appoggiata accanto al mobile dell'ingresso. Dentro, un coltellino, una bottiglietta d'acqua e un quaderno a quadretti spiegazzato, pieno di nomi di pietre e piccole mappe disegnate a mano. Era il “quaderno delle pietre”. Nessuno lo chiamava così, ma tutti sapevano che lo era. «Ma davvero ci dobbiamo andare, oggi?» sbuffò Desiree, affacciandosi dal corridoio con il cellulare in mano. «Ho detto a Chiara che...» «Ci mettiamo un'oretta, non di più» la interruppe la mamma dalla cucina. «Vai con il nonno. È l'ultima volta.» L'ultima volta. Lo avevano detto anche a tavola, la sera prima. Ultima visita al campo, ultima passeggiata tra gli ulivi, ultimo saluto ai dolmen Placa e Gurgulante, come se fossero due vecchi zii da trovare in ospedale. Jacopo, invece, era già pronto da un pezzo. Aveva infilato le scarpe da ginnastica senza slacciare i lacci, la maglietta con il dinosauro e una tasca gonfia di sassolini che non voleva mai buttare. «Andiamo, nonno» disse, tirandolo per la manica. «Se no poi fa troppo caldo.» Il sole era già alto quando uscirono dal paese. La strada diventava subito più chiara, quasi bianca, man mano che lasciavano alle spalle le case e le serrande dei negozi. L'asfalto si interrompeva in una curva e cedeva il posto a una stradina sterrata, un nastro di polvere chiara che si arrotolava tra i muretti a secco. Lì, il Salento cominciava davvero: ulivi contorti, muretti storti e lunghissimi, pajare con il tetto a cono che spuntavano come funghi di pietra, cicale che frinivano così forte da sembrare un rumore di elettricità nell'aria. «Ci venivamo col carro, una volta» disse nonno Rocco, camminando piano, il bastone che picchiettava sulla ghiaia. «Altro che jeep, SUV, come li chiamate voi.» «Nonno, questo è un'utilitaria...» mormorò Desiree, ancora mezzo risentita, mentre si infilava gli auricolari in una sola orecchia. L'altra restava libera, come se una parte di lei avesse ancora paura di perdersi qualcosa. Camminarono lungo la stradina bianca. A sinistra il mare non si vedeva, ma lo si intuiva nel taglio della luce, in una lama azzurra all'orizzonte. A destra, invece, una distesa di ulivi sempre più radi, qualcuno secco, qualcuno tagliato alla base: tronchi monchi con ciuffi di foglie nuove, cicatrici nere sul terreno chiaro. «Hanno fatto prima la guerra agli alberi, poi ai contadini» borbottò il nonno, fermandosi un momento a guardare una pianta segnata dalla Xylella. «Così adesso il campo “non rende”, e lo vendono per farci le villette col prato finto e la piscina gonfiabile.» Non lo disse con rabbia, ma con una tristezza quieta, stanca. Come se fosse solo un pezzo di un elenco molto più lungo di cose che aveva visto scomparire. Desiree abbassò lo sguardo sul telefono. Senza pensarci, scattò una foto al tronco malato: la corteccia screpolata, il cielo bianco dietro. Poi la cancellò subito. Non era abbastanza “bella” per le storie. Jacopo, invece, si era allontanato di qualche passo e spingeva un sasso con la punta della scarpa. Lo inseguiva come un pallone stanco, facendolo saltare tra una pietra e l'altra. «Quando ci arrivi, non correre» disse nonno Rocco. «Le pietre non hanno fretta. Non l'hanno mai avuta.» La stradina si stringeva ancora, poi il muretto di destra si aprì in un varco dove un cancello di ferro arrugginito pendeva da un solo cardine. «Siamo arrivati» annunciò il nonno, quasi sottovoce. Il campo di famiglia li aspettava dall'altra parte del muretto. L'erba alta, punteggiata di fiori gialli e spighe secche, ondeggiava piano nel vento. In mezzo, come due animali accovacciati nella siesta, c'erano i dolmen: Placa un po' più in basso, vicino alla stradina; Gurgulante più in alto, verso la macchia di ulivi. Erano solo blocchi di pietra, e insieme non lo erano affatto. «Li vedi?» chiese il nonno, mentre spingeva il cancello che cigolò come un vecchio. «Uno, due. Placa e Gurgulante. Come due fratelli che non si parlano ma non si lasciano mai.» Jacopo li vide per primo. Corse avanti, poi si fermò di colpo, come ogni volta. C'era in lui una specie di timidezza davanti ai dolmen, la stessa che aveva davanti alla maestra quando doveva leggere ad alta voce. Placa sembrava una grande tavola di pietra appoggiata su altri blocchi conficcati nel terreno, un tavolo per giganti che nessuno apparecchiava più. Gurgulante era più massiccio, con le lastre laterali più alte, come spalle inginocchiate che sorreggevano una schiena pesante. L'erba arrivava quasi ai bordi delle lastre. Intorno, qualche lattina schiacciata, un mozzicone di sigaretta, il segno che il presente passava di lì senza fermarsi davvero. Nonno Rocco entrò nel campo come in una chiesa. Si tolse il cappello, quasi senza accorgersene, e lo tenne stretto contro il petto. «Buongiorno, vecchi miei» disse, rivolto alle pietre. «Siamo venuti a salutarvi.» Desiree si sentì arrossire, come se qualcuno li stesse guardando da lontano. Scattò un'altra foto, stavolta tenendola: il nonno in controluce, il cappello in mano, il dolmen sullo sfondo. Fece uno zoom sulle pietre, poi sul volto di lui. C'erano più rughe sulle mani che sul dolmen, pensò, e non seppe decidersi se fosse una cosa triste o rassicurante. «Nonno, ma... a chi parli?» chiese Jacopo, avvicinandosi. «A loro, no?» fece lui, accennando con il bastone a Placa e Gurgulante. «Quando una cosa la conosci da tutta la vita, prima o poi ci parli. Succede con le persone, con i cani, con gli alberi... e con le pietre speciali.» Jacopo annuì, come se la spiegazione fosse più che sufficiente. Desiree sbuffò piano, ma senza cattiveria. Si avvicinarono tutti e tre al dolmen Placa. Visto da vicino, il tavolo di pietra mostrava crepe, licheni, piccole cavità dove si raccoglieva la polvere del vento. «A scuola non ve l'hanno spiegato, cos'è un dolmen?» chiese Rocco, con quell'aria metà curioso metà sospettoso che ha chi fa domande già sapendo la risposta. «Sono tipo... tombe preistoriche?» azzardò Desiree. «Lo abbiamo fatto a storia. Nel Neolitico. O nel Bronzo. Boh.» «Brava “più o meno”» sorrise il nonno. «Gli studiosi dicono che servivano per seppellire i morti, sì. Dicono che la lastra sopra era per proteggere dalle bestie. Però...» fece una pausa, appoggiando la mano aperta sulla pietra. «Però non basta, secondo me.» Jacopo fissava il punto in cui la mano del nonno toccava la pietra, quasi aspettando una scintilla. «In un libriccino che mi hanno fatto leggere al doposcuola c'era scritto “La pietra e la storia: dolmen, menhir, specchie e torri d'avvistamento”» intervenne Desiree, sorpresa lei stessa di ricordarselo. «C'era anche una foto di uno di questi, mi pare.» «Eh, quelli del libriccino sono bravi a mettere i titoli» annuì il nonno. «La pietra e la storia, già. Ma prima della storia, c'era la paura. E prima ancora, il desiderio.» Si zittì un attimo, cercando le parole come se frugasse in una tasca troppo piena. «Qui» continuò poi, battendo piano con le nocche sulla lastra. «La gente veniva a chiedere consiglio. A fare promesse. Portavano qualcosa: un pezzo di pane, una piccola brocca d'acqua, una ciocca di capelli. Mettevano le mani dove le metto io adesso e parlavano piano, per non farsi sentire dal resto del mondo. Chiedevano un figlio, la guarigione, la pioggia. Oppure... chiedevano solo di non essere dimenticati.» Desiree sollevò lo sguardo dal telefono. «E chi rispondeva?» chiese, quasi controvoglia. «Nessuno, ovviamente» fece nonno Rocco, con un piccolo sorriso storto. «Oppure tutti. Dipende da come la vedi. Le pietre non parlano come noi. Però ricordano. Questo sì.» Si voltò verso Gurgulante, più in alto. «E poi,» riprese, «ogni dolmen è una porta. Qualcuno dice: superstizione. Io dico: memoria. La gente di allora non parlava di “portali” come nei vostri film, ma aveva capito che ci sono punti in cui il mondo è più sottile. Come la carta, quando la tieni per troppo tempo in tasca.» Jacopo spalancò gli occhi. «Una porta... verso dove?» chiese. Il nonno fece un gesto vago con la mano, come se stesse disegnando una forma invisibile nell'aria. «Verso un altro modo di vedere questo» rispose. «Non per scappare, ma per capire che non sei l'unico a stare qui, in mezzo all'erba e al caldo e ai problemi. È come quel libro che parlava di un regno che stava sparendo nel Nulla... com'era che si chiamava?» strizzò gli occhi, cercando nella memoria. «La storia infinita» disse Desiree senza neanche pensarci. L'avevano letto a scuola l'anno prima, ma la parola “Nulla” le era rimasta incollata addosso come sabbia bagnata. «Ecco. Lì il mondo spariva quando la gente smetteva di sognare» annuì il nonno. «Qui il campo sparisce perché la gente smette di ricordare. È la stessa cosa, più o meno.» Un motorino passò lontano, sul tratto asfaltato. Si sentì una risata alta, poi niente, solo cicale. Il presente sfiorava il campo, senza fermarsi. Jacopo intanto si era accovacciato e stava scegliendo pietre piatte, quasi lisce. Le rigirava tra le dita, scartando quelle troppo rotonde. «Che fai?» chiese Desiree. «Biglietti» rispose lui serio. «Il nonno ha detto che si portavano cose e si facevano promesse. Io le scrivo.» «Non è la stessa cosa» sbuffò lei. «Loro ci credevano, tu fai finta...» «E tu perché fai le foto?» ribatté Jacopo, alzando lo sguardo. «Per farci i cuoricini sopra?» Desiree stava per rispondere male, ma la frase le si fermò in gola. Non era abituata a sentirsi rispondere così da lui. «Oh, piano, voi due» intervenne Rocco con dolcezza. «C'è posto per tutti. Per le promesse... |
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