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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Autore: Valentina Amenta
Titolo: Il tè della Signora Aki
Genere Narrativa Femminile
Lettori 42 1 3
Il tè della Signora Aki
Hana si soffermò sul proprio riflesso nel vetro della finestra, prima che il buio della sera lo trasformasse in uno specchio.
Era una donna minuta, con una cascata di capelli di un arancio ramato che sembravano trattenere ancora il calore dell'autunno. Ma erano i suoi occhi a raccontare davvero chi fosse: il sinistro era di un verde scuro, profondo come il muschio dopo la pioggia; il destro, invece, era diviso esattamente a metà: una parte color nocciola e l'altra dello stesso verde bosco.
Le piaceva pensare che quella scheggia di marrone fosse un pezzetto di terra rimasto impigliato nello sguardo, l'unica àncora capace di trattenerla mentre il resto del mondo sfumava nel verde. Come se anche il suo sguardo vivesse da sempre tra due mondi, tra ciò che era stato e ciò che doveva ancora accadere.
Il suo nome significava fiore, ma in quei giorni di scatoloni e solitudine, si sentiva più simile a un ramo reciso, in attesa di trovare una nuova terra.

«Mamma, quando andiamo da papà?»
La voce di Haru arrivò dal corridoio, bassa e guardinga. Hana guardò Haru e sentì una fitta di tenerezza.
«Presto, amore. Domani chiuderemo l'ultima scatola e saremo in viaggio.»
Haru abbassò gli occhi
«Ma lui si ricorda ancora dove dormo?»
Haru aveva sei anni e una timidezza che a volte sembrava un guscio troppo stretto. Il suo nome significava „Luce del sole“, una luce che lui custodiva con pudore dietro occhi azzurri come un mattino d'inverno. Sembrava uscito dall'illustrazione di un libro di fiabe, troppo delicato per la polvere degli scatoloni che ingombravano il salotto.
Hana sentì il cuore stringersi.
Si inginocchiò davanti a lui e gli spostò il ciuffo biondo che gli copriva sempre la fronte.
«Papà si ricorda tutto di te, Haru. Si ricorda dei vostri baci appiccicati allo schermo e di quando gli fai fare il giro della stanza con il tablet per fargli vedere i tuoi progressi con i Lego. Sa perfino che lasci il peluche sul lato sinistro del letto prima di addormentarti, perché ti ha guardato crollare dal sonno in videochiamata quasi ogni sera.»
Dietro di loro apparve Yuki, quattro anni e un'energia che neanche una pandemia mondiale era riuscita a scalfire. Il suo nome significava „Felicità“, e lei ne onorava il senso sprizzando allegria da ogni poro, un raggio di sole biondo che rideva e saltellava sempre.
«Io voglio dormire in aereo vicino al finestrino!»
«E io vicino a mamma!» ribatté Haru.
Hana li abbracciò entrambi. «Allora staremo tutti vicini.»
Hana li guardò e sentì il peso dolce e terribile dell'amore.

Doveva portarli via.
Verso una lingua nuova che ancora non sapeva pronunciare senza esitazione.
Verso quel Nord che, per lei, era ancora solo una parola sulla mappa, mentre per suo marito, partito sette mesi prima, era già diventato il futuro.
Si sentiva sospesa.
Il luogo che stava lasciando non le apparteneva più, e quello verso cui si stava muovendo le faceva paura.

Mentre i bambini tornavano ai loro giochi, Hana si chinò su uno scatolone di libri, sigillandolo con la forza impulsiva che la caratterizzava da sempre. Era fatta così: Hana non sapeva scivolare piano nelle cose, lei si ci tuffava di petto. Era la sua salvezza e, a volte, il suo limite. Aveva sempre affrontato la vita con entusiasmo travolgente, convinta che ogni bicchiere fosse sempre mezzo pieno e che il futuro, per quanto nebbioso, nascondesse sempre qualcosa di meraviglioso. Quella forza vitale era il motore che le permetteva di rialzarsi da ogni caduta, la molla che adesso la spingeva a fremere, nel voler scoprire cosa l'aspettasse in quel Nord ignoto.
Ma in quel momento, con le mani sporche di pennarelli e nastro adesivo, sentiva la mancanza di suo marito.
Lui era il polo opposto del suo magnete: cauto fino al pessimismo, incline a lasciarsi prendere dal panico se un imprevisto rompeva i suoi schemi. Lui era quello che camminava piano perché la vita gli aveva insegnato, a colpi di delusioni, che non tutti meritano di vedere cosa c'è dentro il cuore; eppure, era l'unico capace di farle dimenticare ogni peso con una risata improvvisa.
Nonostante la sua indipendenza feroce e la sua autonomia, Hana sapeva che lui era la sua àncora. Lei poteva anche spostare le montagne, ma aveva bisogno che lui fosse lì a ridere con lei una volta arrivata in cima.
Lo smartphone vibrò tra gli scatoloni. Era lui.«Hana? Hai controllato i passaporti? E le mascherine? Ne avete abbastanza? Ho letto che le restrizioni sono diventate più severe...non vorrei che vi fermassero allo scalo o che ci fossero problemi con i documenti dei bambini.» Hana sorrise, incastrando il telefono tra la spalla e l'orecchio mentre sigillava con forza l'ennesimo scatolone. «Ho tutto sotto controllo, respira. I passaporti sono nella tasca esterna della mia borsa e i bambini hanno già gli zainetti pronti. Piuttosto, tu hai comprato il latte? Quando arriveremo, vorrei solo un po‘ di normalità.»
Un sospiro pesante arrivò dall'altra parte della linea. «Il latte c'è. Ma qui è tutto così...diverso, Hana. Il silenzio, questa lingua che sembra un muro... Ho paura che per voi sarà uno shock.»
«Lo shock è stato non averti vicino per sette mesi», rispose lei con fermezza, fermando per un attimo il nastro adesivo. «Siamo una squadra, ricordi? Tu preparati al nostro arrivo e aspettaci all'aeroporto. Al resto ci penso io.»

Più tardi, spinta da un bisogno di respiro che le mura di casa non potevano più offrirle, Hana lasciò i bambini dalla nonna in campagna.
La casa di sua madre era da sempre il suo punto fermo, la sua bussola nel mare in tempesta degli ultimi mesi. Piccola, accogliente, profumava di biscotti e legno antico, e sembrava contenere ancora tutti i suoi ricordi d'infanzia. Lì, tra i fiori di campo e il silenzio buono della terra, il tempo sembrava non aver mai smesso di essere gentile.
Eppure, persino in quel rifugio, quell'inquietudine mista alla frenesia non la abbandonava. Tornata in città, camminò fino in fondo alla via, dove l'asfalto sembrava dissolversi.

Fu allora che la vide.
Non era possibile che fosse lì. Non tra quei palazzi di cemento, non in quella via che aveva percorso mille volte. Eppure, una casa di legno scuro, dalle assi che sembravano respirare, si ergeva immobile come se fosse nata dalla terra stessa in una sola notte.
Prima ancora di vederla davvero, Hana fu investita da un vapore sottile che danzava nell'aria fredda, una scia biancastra con un odore così intenso da stordire, un richiamo che le aprì i polmoni e le fece girare la testa per la sorpresa.
Dalla porta socchiusa non proveniva alcun suono, ma un profumo intenso di fiori bianchi la raggiunse come un abbraccio inatteso, proprio in quel mondo dove nessuno poteva più toccarsi.

Sulla soglia sedeva una signora anziana, minuscola, con la pelle percorsa da mille rughe sottili come le venature delle foglie. Era così piccola che sembrava potesse svanire tra le ombre della casa di legno, eppure la sua presenza riempiva ogni angolo della stanza. Indossava una veste di un blu profondo, e profumava di incenso e di foglie di tè lasciate essiccare al sole. I suoi occhi, scuri e vividi come ossidiana, non guardavano Hana, ma sembravano leggerne i pensieri. Aveva dita lunghe e nodose, che si muovevano tra le tazze con la naturalezza dell'acqua che scorre, trasformando ogni gesto in un atto di cura assoluta.
Accanto a lei, un bollitore di ghisa lasciava salire un filo di vapore.
«Il nome Aki significa autunno, cara Hana», disse la donna senza alzare lo sguardo. «Ed è proprio in autunno che le cose imparano a cambiare. Si lascia andare ciò che è secco, perché possa nutrire le radici.»
Hana rimase immobile.
La donna sollevò una tazza di ceramica grezza chiara. Una Chawan, modellata, quasi fosse nata dalla terra stessa.
«Vieni. I tuoi bambini sono al sicuro nel loro sonno. Tu, invece, hai bisogno di smettere di trattenere il fiato.»
Hana entrò.
Il pavimento di legno era caldo sotto i piedi, e per la prima volta dopo settimane sentì il corpo rilassarsi, come se quel luogo l'avesse aspettata.

La signora Aki non parlava; prese un panno di lino bianco, e avvolse la tazza con una carezza circolare, lenta, quasi volesse calmarne la superficie. Poi, con un gesto solenne, sollevò il bollitore di ghisa. Il getto d'acqua colpì il fondo della Chawan emettendo un fruscio che sapeva di sorgente e di bosco. Aki ruotò la tazza tra i palmi delle mani per due volte, con la precisione di chi sposta le lancette di un orologio segreto, prima di offrirla ad Hana con entrambe le mani.
«Questo è il tè del gelsomino. È il tè dei giorni sospesi.»
Aki osservò il vapore salire dalla tazza.
«In molti credono che questi piccoli petali bianchi, fioriscano solo per farsi guardare, ma non è così. Un'antica storia racconta di un viandante che aveva perso la strada durante una notte senza luna. Non vedeva i sentieri, non vedeva le montagne, non sapeva più dove fosse casa. Fu allora che il gelsomino, che fiorisce proprio nel buio, decise di liberare tutta la sua fragranza. Il viandante non ritrovò la strada con gli occhi, ma con il suo respiro. Seguì quella scia invisibile finché non fu al sicuro.»

Aki si sporse verso Hana, abbassando la voce. «Il gelsomino è il tè di chi sta per partire. Quando non vedrai più il sentiero sotto i tuoi piedi e tutto ti sembrerà estraneo, smetti di guardare fuori e impara a respirare quello che porti dentro. Il profumo della tua casa non ha bisogno di mappe per essere ritrovato.» Hana alzò lo sguardo dalla tazza. La signora Aki sorrise, e le sue rughe parvero danzare. 
Valentina Amenta
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