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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Quanto ti ho amato
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Storia di un matrimonio finito e della verità che avrebbe potuto salvarlo.
La casa del ritorn.
Rientrare in questa casa è come attraversare una soglia che conosce tutto di me. Le mie dita hanno trovato l'interruttore della luce al primo colpo, un automatismo che il corpo conservava nonostante la mente volesse dimenticare. Le chiavi girano nella serratura con lo stesso suono di sempre, un clic secco e preciso, ma l'aria che mi accoglie non è più neutra. Ha una densità diversa, come se avesse trattenuto qualcosa che non ha mai chiesto di essere spiegato. Era settembre, un martedì. Ho preso una valigia, la più piccola che avevamo, quella dei viaggi brevi e ho messo dentro le cose di cui sapevo di non poter fare a meno per qualche settimana, credendo che qualche settimana sarebbe bastata. Ricordo il peso di quella valigia, troppo leggera per quello che stava contenendo e le mani che stringevano il manico come se il manico potesse dirmi qualcosa sul gesto che stavo compiendo. Prima di uscire ho scritto qualcosa su un foglio, non una lettera, un biglietto di poche righe e l'ho lasciato sul tavolo della cucina, sotto la tazza che Serena usava ogni mattina. Sentivo sotto le dita la ceramica fredda di quella tazza mentre la sollevavo e il foglio che scivolava sotto con una facilità che mi parve indecente, come se le parole che ci avevo scritto non pesassero abbastanza da giustificare il gesto di metterle lì. Non ricordo più esattamente cosa ho scritto. Ricordo solo che mentre scrivevo avevo la sensazione che nessuna delle parole che stavo mettendo sul foglio fosse quella giusta e che le stavo comunque mettendo perché non sapevo quali altre mettere al loro posto. Ho chiuso la porta senza voltarmi, perché voltarmi mi sembrava il gesto degli addii definitivi e io non stavo dando un addio, stavo prendendo tempo. Eppure la mano rimase sulla maniglia un momento di troppo, come se aspettasse un'istruzione che non arrivò e solo allora la lasciai andare. Il rumore della serratura non l'ho sentito subito, l'ho sentito due rampe di scale dopo, quando mi sono fermato sul pianerottolo del primo piano e ho capito che quel suono metallico mi aveva accompagnato senza che me ne accorgessi, come accompagnano certe cose che non si è ancora pronti a chiamare per nome. Era un mercoledì quando Serena è uscita a sua volta, non lo so per dove, ma ho saputo dopo che era uscita. Sono passati due mesi tra quel martedì e oggi e in mezzo c'è stata una casa vuota che nessuno ha abitato e che adesso, rientrando, mi accoglie come se non fosse mai stata davvero sola. Mi chiamo Luca. Ho sessant'anni o forse qualcosa di più e per la maggior parte di questa vita ho creduto che di fronte a ogni problema ci fosse qualcosa da fare. È una convinzione che mi ha accompagnato nelle cose che ho fatto bene e in quelle che ho fatto male e non saprei dire in quale categoria cadano di più. Di errori ne ho commessi e li riconosco, non tutti, non ancora con la chiarezza che servirebbe, ma li riconosco. So, per esempio, che allontanarmi a settembre è stato uno di quelli. Mi ero detto che due mesi di silenzio avrebbero fatto quello che la nostra voce non sapeva più fare. Mi ero detto che il tempo è un medico paziente, che ripara da solo ciò che noi lasciamo aperto. Adesso so che il tempo, certe volte, non ripara, tiene aperto. E che la mia assenza, più che un balsamo, era stata l'ultima cosa che potevo ancora permettermi di credere giusta, quando tutte le altre avevano già smesso di sembrarlo. Oggi sono tornato, non per svuotare gli armadi, ma perché tra poco dovrò scegliere se restare o scomparire davvero dalla loro vita. È una decisione che ho rimandato per due mesi, sperando che il tempo scegliesse al posto mio e invece quell'attesa mi è stata restituita intatta, più nitida, forse, ma non più semplice. Queste stanze, intanto, sembrano aver già stabilito qualcosa e mi accolgono con la pazienza di chi aspetta da sempre e non ha più bisogno di dire niente; basta che io resti abbastanza a lungo da ascoltarle. Sono entrato portandomi dietro la sola cosa che in questo tempo non ho avuto il coraggio di lasciare fuori, né di affrontare fino in fondo. Ho pensato che se esiste un conto da pagare non è quello tra me e Serena, già misurato da entrambi allo stesso modo, ma un altro, meno visibile e più scomodo da mettere a fuoco: il debito lasciato aperto con i nostri figli senza accorgercene, mentre credevamo di proteggerli e intanto consegnavamo loro un peso che non si può più restituire. Da allora guardo a Serena come si guarda chi non sai se ti manchi o se ti debba qualcosa. Forse le due cose convivono ed è proprio questo il punto a cui non sono riuscito ad arrivare stando lontano: che la mancanza e il debito, in certe storie, sono la stessa parola detta in due momenti diversi. Resto fermo sull'uscio, la mano ancora sulla maniglia. Non è paura o almeno non solo. La luce di novembre che entra dal balcone della cucina cade in diagonale sul pavimento e disegna ombre che riconosco, ma che non mi appartengono più. È una luce cauta, che non si impone. Osserva. Avanzo di qualche passo e ho l'impressione di seguire un tracciato che non ho disegnato io. Un percorso fatto di abitudini, di passaggi ripetuti, di presenze che hanno lasciato una direzione più che un segno. Per anni ho creduto che bastasse esserci, attraversare gli spazi, tenere insieme le cose. La cucina è la prima stanza che riconosco davvero. È entrata nella nostra vita insieme al matrimonio ed è rimasta fedele a sé stessa più di quanto lo siamo stati noi. Sul tavolo c'è ancora un'ammaccatura, una traccia che non ha bisogno di memoria per esistere. Passo le dita su quel punto come se potessi misurarne la profondità, ma so che non è lì che devo cercare. La sua sedia è ancora al suo posto. Non perché nessuno l'abbia mai spostata, ma perché è sempre tornata lì, come se conoscesse una posizione naturale. La immagino seduta con il corpo leggermente inclinato verso la finestra, le spalle appena in avanti, in ascolto. Ricordo il modo in cui appoggiava un piede sulla traversa di legno che unisce le gambe della sedia. La sfioro con le dita e sento che è liscia al centro, consumata dal tempo e dal peso di un'abitudine ripetuta. Accanto alla brocca dell'acqua manca quella sua solita confusione di carta. Per anni ho guardato i suoi libri e i suoi appunti sparsi sul tavolo come un'interferenza, un disordine che spostavo ogni sera con un fastidio appena accennato, convinto che quell'insistere a studiare e scrivere togliesse spazio al nostro equilibrio. Ora che la superficie è nuda, quel vuoto mi dice che Serena ha portato via anche il suo silenzio. Ha smesso di abitare questo tavolo molto prima che io decidessi di andarmene. Mi avvicino alla libreria bassa, quella nella parte del soggiorno. Non per cercare un libro. Le dita scorrono sui dorsi senza soffermarsi, come se contassero una sequenza imparata a memoria. Ne sposto uno, poi un altro, con un gesto rapido che non ha nulla della nostalgia. Dietro, nello spazio che nessuno guarda mai, controllo che sia ancora lì. Non lo tocco. Non serve. Mi basta sapere che non è stato spostato, che nessuno ha avuto motivo di notarlo. Rimetto i volumi al loro posto con la stessa cura con cui li ho tolti, come se l'ordine potesse cancellare il gesto appena compiuto. Solo allora respiro. È un controllo che faccio ogni volta che rientro, anche se continuo a dirmi che non ce n'è bisogno. Non per l'oggetto in sé, un piccolo manufatto malfatto, quasi ridicolo nella sua fragilità. Ma perché in quel frammento di creta c'è tutto ciò che non ho mai avuto il coraggio di portare alla luce. Il frigorifero emette un ronzio basso e continuo, diverso da come lo ricordavo. Un suono che non chiede nessuna conferma per continuare e mi ricorda che questa non è una cattedrale, ma una cucina che sopravvive a tutto. La luce sulle superfici non racconta più una storia condivisa. Mi rendo conto di avere la gola secca e di non aver ancora aperto le finestre, l'odore di chiuso mi dice che Serena manca da qui da molto prima del mio esilio volontario. Due mesi fuori e la sostanza delle cose è rimasta intatta. Ogni stanza conserva una parte invisibile della sua presenza. Non immagini, non fantasmi, ma inclinazioni, vuoti che hanno una forma precisa. Nel corridoio il pavimento riflette appena la luce e mi sembra più lungo. Ricordo passi rapidi, ritorni serali, oggetti appoggiati sempre nello stesso punto. Oggi quel tratto non accompagna più nessun ritorno, ma continua a esistere come se lo attendesse. Per molto tempo abbiamo parlato senza parlarci davvero. Ricordo le sere passate a passarci il pane o a chiederci del meteo, evitando accuratamente di incrociare lo sguardo oltre il bordo dei piatti. Mi ero raccontato che quella quiete fosse la forma che prende l'intimità quando è abbastanza matura da non aver più bisogno di dirsi. Gli anni, mi dicevo, ci avevano consegnato un linguaggio senza parole e il silenzio a tavola era il segno di una comprensione che la voce avrebbe solo appesantito. Ma ogni parola non detta restava sospesa tra noi come un vetro che si faceva più spesso a ogni respiro e rimandava uno sguardo che avrebbe richiesto più coraggio di quanto allora fossi disposto a concedermi. Questa casa è stata un nido. Ha saputo reggere il peso dei giorni pieni, delle voci, dei corpi che crescevano. Oggi ne riconosco la forma intatta, ma avverto che qualcosa nella sua funzione si è fermato. Non è crollata, non si è spezzata. È rimasta in piedi, come restano in piedi certe strutture quando non sanno più cosa accogliere. Mi fermo davanti alla finestra della cucina. La tapparella è abbassata a metà, come una palpebra che non ha deciso se aprirsi del tutto. La sollevo lentamente. La luce entra e si posa sugli oggetti rimasti, senza illuminarli davvero. Oggi il dolore non ha più la forma acuta dei primi giorni, eppure non se n'è andato. È rimasto, continuo, a una temperatura più bassa e senza pause, una presenza che non accusa e che non dimentica. Sta nella casa come ci sta l'assenza di Serena, non nei posti dove lei mancava di più, ma in quelli dove stava senza che io me ne accorgessi. A volte mi sorprendo a lasciare spazio, come facevo un tempo, evitando angoli che non ne hanno più bisogno. Mi siedo al tavolo, non sulla sua sedia, ma su quella accanto, la mia. Appoggio le mani sul piano e resto così. Non cerco risposte. Cerco il punto in cui ho smesso di esserci del tutto, pur restando. Questa casa non mi chiede di ricordare ciò che è stato felice. Mi chiede di riconoscere ciò che non ho visto mentre accadeva. E oggi, entrando, non mi accoglie. Mi osserva. E mi costringe a ricordare tutte le volte in cui ero stato dentro questa luce senza esserci davvero. |
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