|
Writer Officina Blog
|

Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
|
|
|
|
|
|
Conc. Letterario
|
|
|
|
Magazine
|
|
|
|
Blog Autori
|
|
|
|
Biblioteca New
|
|
|
|
Biblioteca Gen.
|
|
|
|
Biblioteca Top
|
|
|
|
Autori
|
|
|
|
Recensioni
|
|
|
|
Inser. Estratti
|
|
|
|
@ contatti
|
|
|
Policy Privacy
|
|
Odia il padre
|
Quale fu il motivo vero della fortuna di Rodolfo Ruffini, un muratore, nato, cresciuto e formatosi nella provincia di Roma. Chi potrebbe dirlo con certezza? certamente possedeva una volontà di ferro, ambizione, forse una certa voglia di riscatto per qualche insignificante errore di gioventù, che oggi riterremmo davvero veniale. I burrascosi rapporti con il padre, muratore anche lui, così come suo padre e suo nonno, generazioni di muratori. Ancora giovanissimo, perse due falangi di un dito, nella bottega di un fabbro, dove lavorò come apprendista, dopo un litigio sfociato nel suo allontanamento dalla casa paterna, almeno così raccontava, anche se della sua gioventù non amava parlare. Di suo padre non si sapeva molto se non che fumava i sigari toscani, frequentava l'osteria dopo il lavoro, per un “bianchetto” con gli amici, e che era uno dei migliori muratori del paese e forse anche oltre. Rodolfo aveva un fratello, con il quale, neanche a dirlo, non andava d'accordo, si odiarono per tutta la vita, e una sorella con la quale tuttavia rimase sempre in buoni rapporti, così come con sua madre, della quale aveva un sacro rispetto. Mentre di come conobbe la donna della sua vita, Luisa, e le peripezie per conquistarla, raccontava volentieri e con aneddoti sempre nuovi, uno in particolare, Luisa abitava in campagna, appena fuori del paese, quando si era recato da lei, in bicicletta, una calda sera d'estate, furono scoperti dal padre ad amoreggiare, il quale con un bastone in mano lo rincorse quasi a raggiungerlo, la paura, raccontava, gli fece mettere il “turbo” nelle gambe e si salvò da una sicura serie di legnate. Vantava una conoscenza del mestiere notevolmente al di sopra della media, grazie anche alla scuola di “Arti e Mestieri” di Roma, che orgogliosamente diceva di aver frequentato e dalla quale ricevette quelle nozioni tecniche e pratiche che gli sarebbero tornate utili per la sua carriera. Sicuramente un po' di fortuna gli arrise, quando si presentò un'opportunità che non si lasciò sfuggire: Rodolfo aveva già una bella famiglia numerosa quando l'impresa, dove lavorava come capo cantiere, una delle più importanti di Roma, lo spedì a Firenze per la realizzazione di un grande condominio. In questa città così piccola, provinciale, rispetto a Roma, capì che poteva farcela, doveva provarci quantomeno, ed ebbe ragione. Una moglie devota e cinque figli lo seguirono presto a Firenze, e i tre più piccoli, che non andavano ancora a scuola, in pratica crebbero in questa nuova città come fiorentini, tuttavia un file rouge li tenne sempre legati alle origini; tutti quanti della famiglia, quel sottile, invisibile, cordone ombelicale che ti trasmette per sempre quegli odori e quei sapori attraverso la cucina della Mamma, e i prodotti genuini della tua terra che periodicamente, inevitabilmente, arrivano sulla tavola, prima che tutto questo si diluisca nelle generazioni a seguire. Non aveva un carattere facile, Rodolfo, era violento con i figli e spesso anche con la moglie, guai sgarrare, ed era imprevedibile; tutta la famiglia aveva delle regole che cambiavano continuamente, le sue, e quindi era praticamente impossibile prevedere una “bufera”, poteva accadere che Rodolfo andasse su tutte le furie, per esempio, anche per una cosa del tutto insignificante, ma non per lui evidentemente. Non era uno stato di terrore ma quasi, tutti temevano Rodolfo, tuttavia tutti lo amavano, tranne uno forse, Claudio, il figlio più grande. Rodolfo amava essere generoso, oltremodo, si potrebbe dire che viziasse i figli con ogni genere di regali, e man mano che si sposavano il regalo più importante: una casa. In definitiva viveva per loro, per la famiglia. Macchine, vestiti, soldi in tasca, ma lavoro, lavoro, e valori, valori. Rodolfo lavorava sodo, sempre; arrivava prima dei suoi operai in cantiere e andava via per ultimo. La domenica mattina, qualche ora, la passava sempre in cantiere per riordinare le idee e programmare il lavoro della settimana. L'estate mandava i figli in vacanza e lui gironzolava per i suoi amati cantieri, prendeva qualche giorno di riposo al paesello di origine, lo chiamava così, e poi tornava a Firenze con la macchina piena di prelibatezze caserecce. La moglie, Luisa, era la quarta di otto figli di un contadino dello stesso paese, come abbiamo detto, si conobbero e si sposarono giovanissimi. Naturalmente il primo a lavorare in cantiere con Rodolfo fu Claudio e a seguire tutti gli altri. Claudio si laureò presso la Facoltà di Ingegneria di Firenze, ma al tempo stesso, mentre studiava, lavorava nell'impresa di famiglia, subito a ruota lo seguì il secondo, circa due anni più giovane che non volle terminare gli studi; diventò un bravissimo muratore, ma è limitativo dire soltanto muratore, ogni figlio infatti passava dalla carriola fino al governo della gru di cantiere; dovevano conoscere tutto di muratura, carpenteria in legno e ferro, disegni architettonici, amministrazione, rapporti con i professionisti, fornitori, il modo migliore di impiantare un cantiere e così via. Rodolfo tuttavia, seppure schiavo del lavoro, la domenica la dedicava quasi interamente alla famiglia, si alzava come di consueto molto presto e tornava dal sopralluogo in cantiere quando ancora tutti dormivano, a parte Luisa che, come tutti i giorni della settimana, tra bucato e cucina non aveva mai un attimo di respiro, ma ad un certo punto anche lei, tosta com'era, si arrese e quando le condizioni economiche lo permisero, accettò di avere una governante. Il pranzo domenicale era un rito al quale nessuno poteva mancare, neppure chi aveva ormai superato i venti anni da un pezzo, e alla fine del pranzo l'immancabile dolce e spumante per brindare a questo o a quello, anche se si era al ristorante, cosa che con Rodolfo accadeva abbastanza spesso, se non altro per alleggerire Luisa e farla sentire meno bestia da soma e più regina, almeno la domenica; e comunque, al ristorante, era ancora più aria di festa. Qualche volta i più piccoli, l'estate, venivano spediti qualche giorno al “paesello”, sparsi tra i parenti in campagna, tuttavia quando arrivavano anche Rodolfo e Luisa, si riunivano tutti alla “vigna di Nonno Pino” (podere) per “frescheggiare” in quell'aria fine, immersi in una tavolozza di colori, avvolti dall'abbraccio di un cielo azzurrino e da quell'aria profumata di vigna, di frutta, e dalle brezze marine provenienti delle vicine Anzio e Nettuno. Pranzare nella grande aia, antistante la piccola casa, e alla cantina, un rito, sotto due magnifici alberi di fico e un pergolato di squisita uva Corna, ormai scomparsa, oggi, dalle tavole degli italiani. Qualcuno, anche da grande, e finché Nonno Pino era in vita, faceva una capatina (tre ore di viaggio in macchina) per mangiare quei cibi genuini, alcuni di questi conservati in una “grotta” dalla temperatura naturale freschissima scavata nel terreno; pranzare accompagnati da quel bianco divino, che solo Pino sapeva fare; più che un vino un nettare di Bacco, ma che purtroppo il figlio che ereditò la terra non fu più capace di riprodurlo, probabilmente non era in grado o non era meritevole di ricevere i favori degli Dei come suo padre. Tutti erano felici per quel calore umano e quei cibi, meno uno, Claudio, che oltre agli altri conflitti anche di natura psicologica con il padre, e un po' perché era diventato snob verso le sue origini, non era quasi mai presente a queste riunioni pasquali o estive: a peggiorare le cose, inoltre, fu la scoperta, prima dei trenta anni, di un difetto fisico legato alla sfera sessuale, il quale, se curato per tempo, cioè quando era ancora un bambino, si sarebbe potuto risolvere: ciò non gli impediva tuttavia di avere una vita assolutamente normale. Però, secondo lui, non era stata posta particolare attenzione al problema, non chiese mai spiegazioni ai genitori quando lo scoprì, grazie a una donna, questa era la sua convinzione e stop. Claudio era di una “pasta” completamente diversa dal padre, abbastanza estroverso, un po' egoista, ma chi non lo è? Avaro? Forse. Il suo interesse verso i fratelli era soltanto di facciata, forse perché li riteneva, probabilmente, degli antagonisti, specie il secondo genito, tanto che era più propenso ad aiutare un estraneo piuttosto che qualcuno della famiglia, a patto però che l'estraneo non gli chiedesse denaro. Vestiva i panni del fratello maggiore, quasi sostituto del padre, ma non ne aveva la stoffa vera, anche se quel ruolo lo voleva ad ogni costo, chissà perché.
Claudio si sposò per ultimo, nonostante fosse il primo dei cinque fratelli, convolò a nozze in età matura, senza grandi esperienze alle spalle, nessuno, della famiglia, aveva mai conosciuto una sua fidanzata, o compagna che dir si voglia. Claudio conobbe la sua futura moglie grazie ad un affare immobiliare che Rodolfo concluse per speculare; negli anni, aveva acquistato vari poderi nel Chianti, e una volta ristrutturatone le coloniche, le rivendeva agli inglesi o ai facoltosi fiorentini, quest'ultimi infatti riscoprivano il fascino delle campagne abbandonate dai villici, i quali già migravano in città prima dell'ultima guerra mondiale, nell'illusione di trovare per sé e i propri figli un futuro migliore. Le loro case, spesso, erano piccoli capolavori di architettura spontanea, riconoscibili e apprezzate, che fin dagli inizi degli anni cinquanta venivano acquistate principalmente dagli inglesi, tanto che quelle terre sapientemente lavorate per secoli, con fiumi di sudore e bestemmie, che i più lungimiranti, come Rodolfo, compravano per un tozzo di pane o quasi, e rivendevano lucrandoci un bel po', quelle terre presero il soprannome di “Chiantishire”. Una di queste, vicino a San Casciano, l'aveva donata al secondo figlio Curzio per il suo matrimonio, gli altri figli preferivano la città e ebbero in dono dei bellissimi appartamenti nel centro storico di Firenze. Curzio, il secondo figlio, gran lavoratore, era un amante della bella vita, un grande consumatore, trovava appagamento nelle cose che acquistava, accumulava quasi quotidianamente, era lo stereotipo di quello che potremmo definire a ragione: un dilapidatore. Un peccatore che Dante descriveva e poneva tra i peggiori dell'inferno. Di animo gentile, Curzio, era amichevole e benvoluto, ma anche di lui, non si era mai conosciuto un amico o una ragazza, a parte quella che sposò, Nunzia, la quale, a dispetto del nome, era una fiorentina verace, da generazioni, abitava con i suoi nei pressi del mercato di San Ambrogio; era simpatica, esuberante e anche carina. Un matrimonio all'apparenza riuscito e felice, ebbero due figlie, ma purtroppo la loro unione durò pochi anni; dopo la separazione, le figlie, ancora piccole, che volevano un gran bene a Curzio, furono istigate dalla madre contro il padre, e gradualmente, crescendo, l'amore si trasformò in odio. Ci furono riavvicinamenti e nuove fughe, amore e odio, finché vinse quest'ultimo. Di cosa lo incolpavano, di essersi rifatto una vita con una nuova compagna? Dei tradimenti, volgarmente “corna”, che la loro madre metteva al marito ne seppero mai qualcosa? Certamente lui fu l'ultimo a saperlo, e nel frattempo si innamorò di un'altra, ecco tutto, non furono le corna la vera causa della separazione. Dopo un certo periodo che la “tresca” andava avanti, Curzio, fu scoperto, e di conseguenza lasciò la moglie, piuttosto che l'amante, un classico. In definitiva, questo brutto sentimento, contrapposto all'amore, che pure era presente in questa stirpe dei Ruffini, era come una sorta di déja vue, che si tramandava di generazione in generazione, tra maledizioni e accidenti scagliati da fratelli, mogli, figli, padri, madri, uno contro l'altro, e dai parenti acquisiti verso i Ruffini tutti. E tutto il peggio possibile era comunque riconducibile al vecchio Rodolfo, era lui la vera causa di tutti i mali e dei caratteracci dei Ruffini di questa storia; tutti i discorsi, prima o poi, riconducevano a lui, al vecchio, colpevole di aver trasmesso i suoi mali geni ai figli, e di conseguenza ai nipoti. Insomma, una condanna senza possibilità di appello. Qualcuna di loro, delle nuore, lo maledì anche nella tomba. Un uomo che aveva dato tutto per i figli e la famiglia. Rodolfo però, lui non odiava nessuno, mai si era sentito parlar male di suo padre, anzi, eppure di bastonate ne aveva prese; lui era diverso, quando non gli stavi più “bene a mano”, come si usa dire a Firenze, ti evitava, ti cancellava, non esistevi più, ma non era odio, non voleva più avere a che fare, ecco tutto, per questo non aveva amici o amicizie, solo rapporti professionali fatti di rispetto e cordialità, che non si spingevano quasi mai oltre, salvo rarissimi casi. Ma non con i figli, mai li avrebbe abbandonati e mai li abbandonò, anche quando lo odiavano palesemente, superava qualsiasi cosa potessero fare, magari gli occorreva un po' di tempo, per le cose più gravi, ma poi dimenticava, e tutto, per lui, tornava come prima, senza rinfacciare mai nulla. Le due bambine di Curzio crebbero nell'odio che la madre provava contro il suo ex marito, tuttavia erano combattute tra questo sentimento e l'amor filiale. L'odio prese il sopravvento, o meglio, lo prese quando, ancora molto giovani, avrebbero voluto, giustamente, sentirsi partecipi anche al cospicuo patrimonio del padre, il quale probabilmente non fece nulla per rassicurarle anche quando scoprì la sua grave malattia, lasciandole immaginare chissà quali scenari nefasti dopo la sua morte. Si sviluppò, con questa terza generazione, una dinastia del tutto particolare, lontana anni luce dalla prima (Rodolfo) e molto dalla seconda, grazie alla pesante influenza delle mogli “abbandonate” o invidiose o peggio accidiose, e da una società che andava cambiando rapidissimamente. |
|
Biblioteca

|
Acquista

|
Preferenze
|
Recensione
|
Contatto
|
|
|
|
|