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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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La cattedra vuota
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Storia di un mestiere dalle origini a oggi.
Lettera a un giovane professore. Carissimo, non so il tuo nome, non so dove insegnerai, non so se questa lettera ti arriverà mai. La scrivo lo stesso, come si getta una bottiglia in mare, fidando nelle correnti. Ho passato oltre quarant'anni su una cattedra. Ho cominciato che avevo ventiquattro anni e una cravatta a fiori che mi sembrava il colmo dell'eleganza. Ho finito con una mascherina chirurgica calata sul naso, nell'aula deserta di una scuola chiusa per pandemia. In mezzo, c'è stato di tutto. Ci sono state lezioni memorabili e giornate da dimenticare. Ci sono stati ragazzi che mi hanno cambiato la vita e ragazzi di cui non ricordo nemmeno il nome. Ci sono state riforme, circolari, ispezioni, scioperi, consigli di classe che duravano fino a mezzanotte. E ci sono state le mattine. Le mattine in cui entravi in classe e non sapevi se ce l'avresti fatta. Le mattine in cui venti paia d'occhi ti guardavano e tu dovevi inventarti qualcosa, ogni giorno, per non deluderli. Ho scritto questo libro per loro, per quei ragazzi che ho incontrato in mezzo secolo. Ma l'ho scritto anche per te, che oggi ti affacci alla cattedra con gli stessi dubbi e le stesse speranze che avevo io nel 1975. Non sono regole, non sono precetti, non sono verità. Sono solo quello che ho imparato, a forza di sbagliare. Te lo consegno così, senza protezioni, senza retorica. Perché so che il mestiere del professore è fatto soprattutto di errori e che solo chi ha il coraggio di sbagliare impara veramente. Non aver paura di non farcela Il primo anno è il più difficile. Ti sentirai perso, inadeguato, impotente. I ragazzi parleranno mentre tu spieghi, si alzeranno senza permesso, si passeranno bigliettini, guarderanno il telefono sotto il banco. Tu alzerai la voce, loro alzeranno la loro. Tu minaccerai, loro rideranno. Tornerai a casa distrutto, convinto di aver sbagliato tutto. È normale. Non esiste professore che non abbia attraversato questo deserto. Chi dice il contrario mente o ha rimosso. Resisti. Dopo qualche mese, qualcosa cambierà. Non sarà una rivoluzione, non sarà un miracolo. Sarà un ragazzo che alza la mano e fa una domanda intelligente. Sarà un silenzio improvviso mentre spieghi una poesia. Sarà qualcuno che ti aspetta all'uscita per chiederti un consiglio. In quel momento capirai che ce la puoi fare. Non perché sei diventato bravo, ma perché hai resistito abbastanza a lungo per cominciare a imparare. Ricorda: la cattedra è solo un mobile Quando entrerai in classe per la prima volta, sentirai il peso della cattedra. È lì, massiccia, di legno o di metallo, con il piano inclinato per il registro e il cassetto per i gessetti. Ti sembrerà un trono, un altare, una fortezza. Non lo è. È solo un mobile. La tua autorità non viene da lì. Non viene dal registro, non viene dal programma, non viene dal tuo titolo di studio. Viene da quello che fai, da come parli, da come ascolti. Viene dalla tua capacità di essere credibile, non dalla tua posizione. Ci sono professori che non si siedono mai, che girano tra i banchi, che parlano guardando i ragazzi negli occhi. E sono più autorevoli di quelli che restano inchiodati alla cattedra come a un salvagente. Impara a muoverti. Impara a lasciare il posto fisso. Impara che la cattedra è solo un punto di partenza, non un rifugio. I programmi sono una mappa, non un territorio. Ti daranno un programma da svolgere. Centinaia di voci, autori, date, opere, concetti. Ti sembrerà impossibile finirlo e in effetti non lo finirai mai. Non esiste professore che abbia svolto integralmente il programma, per quanto ci abbia provato. Non angosciarti. Il programma è una mappa, non il territorio. Serve a orientarsi, non a percorrere ogni sentiero. Meglio fare poche cose con profondità che molte cose con superficialità. Meglio leggere dieci versi e capirli veramente, che cento e dimenticarli domani. I ragazzi non ricorderanno tutto quello che hai spiegato. Ricorderanno quello che hai fatto loro amare. Se riuscirai a trasmettere passione per la tua materia, avrai fatto più di cento programmi svolti integralmente. E non preoccuparti se resterai indietro. A giugno, quando chiuderai il registro, nessuno ti chiederà conto delle pagine non lette. Ma qualcuno, tra vent'anni, ti ringrazierà per avergli fatto amare un libro. I voti, poi, sono solo numeri. Darai voti, tanti voti, per tutta la carriera. Scrutinerai, interrogherai, valuterai. Compilerai griglie, indicatori, descrittori. Cercherai di essere oggettivo, equo, imparziale. Non ci riuscirai. I voti non sono mai oggettivi. Sono una sintesi imperfetta di mille variabili: la preparazione, l'impegno, la situazione familiare, lo stato d'animo, la simpatia, l'antipatia, la stanchezza, la fretta. Non c'è griglia che tenga. Allora cosa fare? Non illuderti di essere infallibile. Riconosci che il voto è un atto umano, quindi fallibile, quindi discutibile. Sii trasparente sui tuoi criteri, ma non trasformarli in gabbie. Ascolta le ragioni degli studenti, anche quando ti sembrano pretesti. Ammetti i tuoi errori, quando li scopri. E ricorda sempre: il voto dice come un ragazzo ha performato in una determinata prova in un determinato momento. Non dice chi è, quanto vale, cosa diventerà. Non è una sentenza, è una fotografia. Sfocata, per giunta. Non dimenticarlo mai. I genitori, inoltre, non sono nemici. All'inizio li temerai. Ti sembreranno invadenti, esigenti, irragionevoli. Ti chiederanno perché il figlio ha preso sei e non sette, perché non usi il libro che piace a loro, perché non fai più verifiche o meno verifiche o verifiche diverse. Alcuni ti tratteranno come un dipendente, altri come un nemico, altri come un salvatore. Non sono né l'uno né l'altro. Sono persone che hanno affidato a te la cosa più importante che possiedono. Hanno paura, come te. Hanno speranze, come te. Hanno aspettative, spesso irrealistiche, come te. Cerca di incontrarli, non di sfidarli. Ascolta le loro preoccupazioni, anche quando ti sembrano infondate. Spiega le tue scelte, anche quando ti sembrano ovvie. Crea un'alleanza, anche quando è difficile. Ricorda che per molti genitori la scuola è stata un'esperienza negativa. Hanno paura che i figli ripetano la loro sofferenza. Se riuscirai a dimostrare che la scuola può essere diversa, avrai fatto un regalo non solo al ragazzo, ma anche a loro. I colleghi, poi, sono anche la tua famiglia. La scuola è un luogo solitario. Sei solo in classe, solo con le tue decisioni, solo con i tuoi dubbi. Ma non sei solo nell'edificio. I colleghi sono la tua risorsa più preziosa. Sono loro che capiscono cosa significa stare in cattedra otto ore al giorno. Sono loro che possono consigliarti, ascoltarti, sostenerti. Sono loro che, nei momenti difficili, ti coprono le spalle. Non isolarti. Vai in sala professori, anche quando sei stanco. Partecipa alle riunioni, anche quando sono noiose. Chiedi aiuto, anche quando ti vergogni. Offri il tuo aiuto, anche quando non te lo chiedono. Alcuni di loro diventeranno amici per la vita. Altri rimarranno semplici conoscenti. Qualcuno ti deluderà, qualcuno ti sorprenderà. Ma tutti, insieme, formano la comunità di cui hai bisogno per fare questo mestiere. Non dare mai per scontato chi ti sta accanto. La burocrazia è, altresì, un male necessario. Ti sommergeranno di carte. Moduli, relazioni, programmazioni, verbali, certificazioni, progetti. Passerai ore a compilare griglie che nessuno leggerà, a scrivere relazioni che nessuno valuterà, a archiviare documenti che nessuno cercherà. Ti sembrerà di sprecare tempo prezioso che potresti dedicare ai ragazzi. È vero. Ma non puoi sottrarti. La burocrazia è il prezzo da pagare per lavorare in una istituzione pubblica. Serve a garantire trasparenza, uniformità, controllabilità. Serve a tutelare te, i ragazzi, le famiglie, lo Stato. È fastidiosa, spesso inutile, a volte vessatoria. Ma senza di essa, la scuola sarebbe arbitrio. Allora impara a conviverci. Trova il tuo metodo, le tue scorciatoie, i tuoi trucchi. Non combattere battaglie perse. Compila i moduli con pazienza, poi dimenticali. Non lasciare che la burocrazia divori il tempo della didattica. E quando la sera, stanco morto, sei ancora lì a riempire caselle, ricordati perché lo fai. Non per il Ministero, non per il dirigente, non per la circolare. Lo fai per loro, per i ragazzi. Perché solo dopo aver compilato quei moduli potrai tornare in classe e sarà di nuovo tutto vero. I ragazzi non dimenticano. Questa è la cosa più importante, e voglio che tu la scriva nel tuo quaderno, che la incornici sulla tua scrivania, che la ripeta a te stesso ogni mattina quando entri in classe. I ragazzi non dimenticano. Non dimenticano il professore che li ha umiliati davanti a tutti. Non dimenticano la battuta cattiva, il voto ingiusto, l'indifferenza ostentata. Non dimenticano chi li ha guardati come se fossero invisibili. Ma non dimenticano neppure il contrario. Non dimenticano chi li ha ascoltati veramente. Chi si è fermato dopo la lezione per chiedere come stanno. Chi ha creduto in loro quando nessuno ci credeva. Chi ha detto «tu puoi farcela» e loro hanno cominciato a crederci. Tutto lascia traccia. Ogni parola, ogni gesto, ogni sguardo. Non puoi sapere cosa resterà, né in quale momento riaffiorerà. Ma qualcosa resterà, sempre. Questo è il peso del nostro mestiere. E la sua bellezza. Farai errori. Errori di valutazione, di comunicazione, di metodo. Sbaglierai i voti, fraintenderai i ragazzi, ti arrabbierai per cose futili. Qualche volta umilierai qualcuno senza volerlo. Qualche volta non vedrai il dolore che hai davanti. È inevitabile. Non esiste professore che non abbia una lista di rimpianti. Io ne ho una lunga, e ogni tanto la sfoglio, la notte, quando non dormo. La differenza non sta nel non sbagliare. Sta nel riconoscere i propri errori, nel chiedere scusa, nel provare a riparare. I ragazzi lo capiscono, se sei sincero. Non perdonano la perfezione, ma l'ipocrisia. Non chiedono infallibilità, chiedono onestà. Allora impara a dire: «Ho sbagliato». Impara a dire: «Mi dispiace». Impara a dire: «Ricominciamo». Non è una sconfitta, è un atto di rispetto verso te stesso e verso loro. E poi ricomincia. Sempre. Il giorno in cui penserai di sapere tutto, di aver visto tutto, di aver capito tutto, sarà il giorno in cui avrai smesso di essere un insegnante. La scuola cambia. I ragazzi cambiano. La società cambia. I libri che leggevi vent'anni fa non bastano più, i metodi che usavi dieci anni fa sono già superati, le certezze che ti portavi dietro dall'università si sgretolano una dopo l'altra. Non difenderti dietro la nostalgia. Non dire «ai miei tempi era meglio». Non rifiutare ciò che non conosci. Impara, sempre. Leggi i libri che ti consigliano i colleghi più giovani. Frequenta corsi di aggiornamento, anche quelli noiosi. Sperimenta nuove tecnologie, anche se ti sembrano incomprensibili. Ascolta i ragazzi quando parlano delle loro passioni, anche se non le condividi. L'insegnante che non studia più è un insegnante morto. Può continuare a fare lezione per anni, ma dentro è già sepolto. Non fare questa fine. All'inizio, forse, ci crederai. Penserai che la scuola possa cambiare la società, eliminare le disuguaglianze, riscattare gli ultimi. Ci crederai con tutto il cuore, e darai tutto te stesso per questo sogno. Poi, gradualmente, scoprirai che non è così. La scuola non può tutto. Non può cancellare la povertà, non può guarire le ferite familiari, non può competere con la strada, con i social, con la disperazione. Molti ragazzi passeranno tra i banchi senza lasciare traccia e tu non potrai fare nulla per trattenerli. È dura accettarlo. Io ci ho messo vent'anni. Ma quando avrai accettato i tuoi limiti, quando avrai smesso di inseguire la salvezza di tutti, allora forse comincerai a essere veramente utile. Perché non cercherai più di fare miracoli, ma farai il tuo mestiere. Con umiltà, con pazienza, con ostinazione. Non salverai il mondo. Ma forse salverai un ragazzo. E quel ragazzo, a sua volta, ne salverà un altro. E così via, in una catena invisibile che attraversa il tempo. Non è poco. È tutto. Ci saranno momenti in cui vorrai andartene. Quando sarai stanco, deluso, umiliato. Quando ti sembrerà di parlare al vento. Quando i genitori ti aggrediranno, i colleghi ti tradiranno, il dirigente ti umilierà. Quando i tagli al bilancio ti costringeranno a fare lezione in aule fatiscenti, con mezzi di fortuna, senza speranza di miglioramento. In quei momenti, penserai a tutte le altre cose che potresti fare. Lavori meno faticosi, più pagati, più riconosciuti. Carriere più rapide, ambienti più sereni, prospettive più chiare. E avrai ragione. Potresti fare altro. Forse saresti più felice. Non lo saprai mai. Ma se resterai, sarà per una ragione che non si può spiegare con la razionalità. Resterai perché questo è il tuo posto. Perché sei nato per stare in quella stanza con quei venti ragazzi. Perché quando alzano la mano e fanno una domanda, senti che non potresti essere altrove. Resterai. Nonostante tutto. Io sono restato. Non me ne pento. Tra qualche anno, o forse tra qualche decennio, anche tu andrai in pensione. Svuoterai la scrivania, porterai via i libri, le fotografie, i regali dei ragazzi. Chiuderai la porta dell'aula 27, o come si chiamerà la tua e uscirai nel corridoio deserto. Forse pioverà. Forse ci sarà il sole. Non importa. Importa che in quel momento, mentre scendi le scale di marmo, saprai di aver fatto ciò che dovevi fare. Non perfettamente, non eroicamente, non memorabilmente. Ma onestamente, ostinatamente, quotidianamente. Importa che dietro di te lascerai migliaia di ragazzi che hanno incrociato il tuo sguardo, ascoltato la tua voce, ricevuto le tue parole. Alcuni le avranno dimenticate, altri le porteranno dentro per sempre. Importa che la cattedra resterà lì, vuota, ad aspettare il prossimo professore. E lui farà lezione, interrogherà, assegnerà compiti. I ragazzi lo ascolteranno, si annoieranno, a volte si appassioneranno. La scuola continua. Sempre Prima di lasciarti entrare nel libro che segue, voglio darti una cosa. È un dado di terracotta, consumato dagli anni, con gli spigoli arrotondati e la superficie levigata dal tatto. Me lo portò da Siracusa un mio ex alunno, ormai uomo, che sapeva la mia passione per le cose antiche. Non serve a sorteggiare le interrogazioni. Serve a ricordare. Tienilo sulla scrivania. Quando sarai stanco, deluso, arrabbiato, prendilo in mano. Rigiralo tra le dita. Pensa al professore di Siracusa che, ventiquattro secoli fa, chiudeva la scuola, spegneva le lucerne, tornava a casa stanco. Pensa a me, che per oltre quarant'anni ho fatto il tuo stesso mestiere e ora ti affido queste pagine. Pensa a tutti quelli che verranno dopo di te e che continueranno questa catena lunga millenni. Siamo solo anelli, tu e io. Ma la catena non si spezza. Carissimo giovane professore, le pagine che seguono sono il mio racconto. Comincia da lontano, dagli scribi sumeri e dai filosofi greci e arriva fino a ieri, fino a quella mattina di marzo in cui ho chiuso la porta dell'aula 27 senza sapere che era l'ultima volta. Non è una storia vera, nel senso dei documenti e delle date. È una storia vissuta, nel senso degli sguardi e dei silenzi. Ci ho messo dentro quarant'anni di gesso e polvere, di speranze e delusioni, di ragazzi che non ho dimenticato e di lezioni che non ho mai smesso di imparare. Se vorrai, potrai leggerlo come un testamento. O come una chiacchierata tra colleghi. O come una lunga lettera che qualcuno ha scritto per te, senza nemmeno conoscerti. L'importante è che tu sappia che non sei solo. Che prima di te c'è stata una folla silenziosa di professori, tutti con il loro dado in mano, tutti con la loro ostinazione nel cuore. E che dopo di te ce ne saranno altri e altri ancora. Ora tocca a te. Entra in classe, guarda quei venti ragazzi, comincia la lezione. La cattedra ti aspetta. Con affetto e gratitudine, un professore in pensione. Ora, volta pagina. Il libro comincia. Prende avvio da un intreccio di ricordi autentici, narrazioni veritiere e racconti verosimili
LA CATTEDRA VUOTA non è un saggio né un'autobiografia, ma una narrazione che intreccia storia personale reale e fantastica e storia dell'istruzione, dalle origini antiche dell'insegnamento fino alla didattica digitale e alla pandemia. Racconta il Novecento e le trasformazioni della scuola italiana, intrecciandole con l'esperienza personale dell'autore tra riforme, cambiamenti culturali e crescente burocratizzazione. Affronta gli ultimi vent'anni: autonomia scolastica, tecnologie digitali, riforme recenti, fino alla didattica a distanza e al congedo definitivo dall'insegnamento. È un'opera dedicata a chi insegna, a chi vuole farlo e a chi, seduto tra i banchi, potrebbe un giorno salire in cattedra. E' la storia di un mestiere che si impara vivendo e di una passione che continua anche quando la cattedra resta vuota. Cinquant'anni di scuola italiana. Dalla lavagna d'ardesia alla didattica a distanza. Dai movimenti studenteschi del '68 alla burocrazia del registro elettronico. Dai figli del miracolo economico ai nativi digitali. Questo libro è la storia di un professore che ha attraversato mezzo secolo di riforme, contestazioni, speranze e delusioni, senza mai smettere di credere che il suo mestiere fosse il più bello del mondo. Ma è anche la storia di una catena lunghissima, che dagli scribi sumeri arriva fino ai precari del Terzo millennio, passando per i filosofi greci, i monaci amanuensi, i maestri dell'Italia unita e i professori partigiani. Un racconto autobiografico che diventa epopea collettiva. Un testamento morale che si trasforma in lettera a chi verrà dopo. Per chi ha fatto della scuola la propria vita. Per chi la scuola la sta facendo adesso. Per chi, tra i banchi, non sa ancora che un giorno quel posto sarà il suo. La cattedra vuota è un libro, una narrazione per chi ha fatto della scuola la propria vita. Per chi la scuola la sta facendo adesso, tra entusiasmi e difficoltà. Per chi si affaccia alla cattedra per la prima volta e non sa se ce la farà. Per chi, seduto tra i banchi, non immagina ancora che un giorno, forse, quel posto sarà il suo. Ho trascorso gran parte della mia vita in un'aula. Non in un ufficio, non in un laboratorio, non in un tribunale: in un'aula scolastica. Uno spazio rettangolare con banchi allineati, una cattedra, una lavagna, prima di ardesia, poi bianca, infine luminosa di schermo digitale. Se chiudo gli occhi, posso ancora sentire il brusio dei ragazzi prima dell'inizio della lezione, il fruscio dei quaderni, l'attimo sospeso che precede una domanda. Per molti anni non mi sono chiesto che cosa significasse davvero essere un insegnante. Insegnavo. Preparavo lezioni, correggevo compiti, interrogavo, spiegavo, ascoltavo. Era il mio lavoro, ma era anche qualcosa di più: una postura esistenziale, un modo di stare nel mondo. Solo ora, in pensione, mi accorgo che quella professione che ho esercitato per decenni non appartiene soltanto alla mia biografia: appartiene alla storia dell'umanità. Ogni volta che entravo in classe, senza saperlo, portavo con me un'eredità antichissima. Dietro la mia cattedra c'erano gli scribi dell'antico Egitto, i filosofi greci, i maestri medievali, gli umanisti del Rinascimento, i docenti che formarono le élite e quelli che alfabetizzarono masse di contadini e operai. Ogni spiegazione era il punto di arrivo di una catena millenaria di trasmissione del sapere. Eppure, la figura dell'insegnante non è mai stata immobile. È cambiata con le società che la esprimevano. È stata autorevole e marginale, rispettata e contestata, guida morale e semplice impiegato statale. Ha conosciuto prestigio e precarietà, vocazione e disincanto. Nel corso della mia carriera ho visto trasformarsi la scuola, la fine del libro come unica fonte di sapere, l'arrivo dei computer, di internet, dei registri elettronici; ho visto mutare il linguaggio degli studenti, le loro fragilità, le loro straordinarie intuizioni; ho percepito crescere le attese della società verso la scuola e, insieme, diminuire talvolta il riconoscimento verso chi vi lavora. Mi sono chiesto spesso che cosa resta immutato, attraverso i secoli, nella professione docente? È forse il gesto semplice e antico di qualcuno che si prende la responsabilità di accompagnare altri verso la conoscenza. È quello sguardo che cerca di accendere uno sguardo. È il tentativo, sempre imperfetto, di lasciare un segno. Questo libro nasce da una doppia esigenza: personale e storica. Personale, perché dopo una vita trascorsa tra i banchi sento il bisogno di comprendere meglio la professione che mi ha definito. Storica, perché credo che la figura dell'insegnante meriti di essere raccontata non soltanto come funzione istituzionale, ma come protagonista silenziosa delle trasformazioni culturali e civili. Ripercorrere la storia della professione docente significa interrogarsi su come le società hanno concepito il sapere, l'autorità, la libertà, l'infanzia, il futuro. Significa capire che ogni epoca ha costruito l'insegnante di cui aveva bisogno. Ora che non entro più in classe ogni mattina, mi accorgo che l'insegnamento non mi ha mai lasciato. È diventato memoria, riflessione, talvolta nostalgia. Ma soprattutto è diventato domanda: quale sarà il destino di questa professione nei decenni a venire? Per cercare una risposta, occorre tornare indietro. Molto indietro. A quando non esistevano scuole, ma già esisteva il bisogno di insegnare. Quando ho chiuso per l'ultima volta la porta dell'aula 27, era marzo e pioveva. Non lo sapevo, che era l'ultima volta. Credevo fosse un “arrivederci” di due settimane, il tempo di mettere in sicurezza i banchi e imparare a dire “vi sentite? vi vedo?” davanti a uno schermo che sapeva di provvisorio. Sono passati quattro anni. La cattedra è ancora lì, immagino, in quell'istituto dove ho insegnato per tanti anni. Ma io non ci sono più tornato. Forse non ci tornerò mai. Mi sorprendo ancora a contare gli anni: il primo campanello suonò nel 1975. Avevo ventisei anni e una cravatta a fiori che mi sembrava il colmo dell'eleganza. La scuola media unica esisteva da appena un decennio e noi giovani professori arrivavamo carichi di libri prestati e di ideologie improvvisate. I miei alunni di allora – Piero, Maria, Abdel – oggi hanno cinquant'anni. A volte incrocio per strada un uomo coi capelli bianchi e penso: quello era il mio banco in fondo a destra quarant'anni. Circa mezzo secolo di gessetti spezzati, di consigli di classe fumosi, di grembiuli blu e felpe con cappuccio, di pagelle scritte a mano e poi a computer, di riforme promesse e mai finite. Quarant'anni di ragazzi che entravano timidi a settembre e uscivano già più grandi a giugno, portandosi via un pezzo dei miei pensieri. Ho cominciato che il maestro era ancora un'autorità sociale, qualcuno da salutare chinando appena il capo. Ho finito che eravamo diventati “erogatori di servizi”, schiacciati tra burocrazia e responsabilità illimitate, tra famiglie alleate e famiglie nemiche. La mattina, quando entri in classe e devi guadagnarti venticinque sguardi. La mattina, quando spieghi Dante e qualcuno alza la mano e dice “prof, ma allora anche lui si sentiva solo?”. La mattina, quando capisci che non stai insegnando la letteratura: stai insegnando che la solitudine ha un nome, un verso, una possibilità di essere detta. Questo libro non vuole essere una storia della scuola. O forse sì, ma una storia con il naso appiccicato al vetro dell'aula, una storia vista dalla cattedra. Non so se sia la prospettiva giusta. È la mia. Ho attraversato la scuola italiana dalle ceneri del dopoguerra all'incertezza della pandemia. Ho visto la cattedra trasformarsi in scrivania, il registro diventare elettronico, la lavagna prima diventare bianca e poi sparire dentro un computer. Ho visto il bidello diventare collaboratore scolastico, il preside diventare dirigente, l'alunno diventare studente e poi cliente e poi – a volte – tornare ad essere ragazzo. Ho visto soprattutto quello che non cambia mai: l'emozione di un quaderno aperto, la paura dell'interrogazione, la complicità di uno sguardo quando finalmente capisci. Quello, per fortuna, resta uguale da quando si insegnava sui papiri. Non so se questo libro servirà a qualcuno. Lo scrivo perché se non lo faccio io, quegli oltre quarant'anni di polvere di gesso se li porterà via il vento. E invece ogni gessetto rotto ha lasciato un segno, su di me e su migliaia di ragazzi. Ora che la cattedra è vuota, tocca a me riempire le pagine. A marzo 2020, tutto il mondo si ferma. Tranne la scuola. In pochi giorni, dobbiamo reinventare il nostro mestiere. Non più aule, banchi, lavagne. Non più presenza, vicinanza, sguardi. Solo schermi, connessioni, icone mute. La didattica a distanza. I primi giorni sono un caos. I colleghi più anziani faticano con le piattaforme, i colleghi più giovani aiutano, i dirigenti cercano di tenere insieme una scuola che si è improvvisamente frantumata in migliaia di camerette, cucine, salotti. I ragazzi si connettono da posti improbabili: chi ha un tavolo, chi no; chi ha una connessione veloce, chi usa il telefono; chi ha una stanza tutta per sé, chi condivide lo spazio con tre fratelli e una madre in smart working. Io guardo tutto questo da casa. Mia moglie mi chiede: «Ti mancano i ragazzi?». Io rispondo: «Non lo so». Ma lo so. Mi manca tutto. Mi manca l'odore del gesso, il rumore dei banchi, la luce delle finestre alte. Mi mancano i corridoi, la sala professori, il caffè della macchinetta. Mi mancano i ragazzi, i loro sguardi, le loro domande, i loro silenzi. Mi manca la scuola vera. E penso ai miei colleghi che, come me, in quelle settimane lottano con computer vecchi e connessioni ballerine, che preparano lezioni di notte perché di giorno devono seguire i figli, che inventano nuovi modi per spiegare, interrogare, valutare. Penso a loro con orgoglio e con tristezza. Nessuno ci ha preparati a questo. Nessuno ci ha formati, addestrati, istruiti. Eppure ci siamo. Ogni mattina accendiamo il computer, entriamo nell'aula virtuale, guardiamo quelle facce inquadrate nei riquadri. E cominciamo la lezione. Come abbiamo sempre fatto. L'ultimo giorno Era un pomeriggio del mese di settembre, la scuola era deserta, le aule vuote. Il dirigente mi aspettava in presidenza, con la mascherina calata sul naso, la distanza di sicurezza tra noi. Mi ha stretto la mano da lontano, un gesto strano, a metà tra il saluto e la paura. «Grazie, professore. Per tutto». Io ho annuito. Ho posato le chiavi del mio cassetto sulla scrivania. Poi sono uscito, ho attraversato il corridoio, sono sceso le scale di marmo. Fuori pioveva, come quel giorno del 1975. Sono salito in macchina, non più la 500, ma una utilitaria grigia e ho guidato verso casa. Senza guardare indietro. Quella notte ho sognato la terza C. Erano tutti lì, seduti ai banchi. Marco in fondo, Maria in seconda fila, Piero vicino alla finestra. Io ero alla cattedra, con il dado greco in mano. «Oggi», ho detto, «spiegherò l'Odissea». E loro hanno sorriso. Oggi ho svuotato la scrivania. L'ho fatto senza fretta, come si fa con le cose che contano. I quaderni dei primi anni Settanta, con la copertina di cartone e le pagine ingiallite. Le fotografie delle classi, allineate sul muro come un esercito silenzioso. I regali dei ragazzi: una penna stilografica, un portapenne di terracotta, una targa di legno con inciso “A un professore speciale”. E il dado greco. Quello che mi portò da Siracusa un ex alunno, ormai uomo, che sapeva la mia passione per le cose antiche. Lo tengo nel palmo della mano, lo rigiro tra le dita. È consumato dagli anni, gli spigoli arrotondati, la superficie levigata dal tatto. Ventiquattro secoli fa, un professore di Siracusa usava questo dado per sorteggiare l'ordine delle interrogazioni. I suoi alunni, come i miei, tremavano quando i sei facce giravano nell'aria. Poi uno di loro alzava la mano, e la lezione cominciava. Ora il dado è qui, sulla mia scrivania. Non serve più a niente. Ma non posso buttarlo. Forse è questo, ciò che resta: piccoli oggetti senza funzione, che custodiscono il tempo. I nomi Da quando sono in pensione, mi capita spesso di fare elenchi mentali. I nomi dei ragazzi che ho avuto, anno per anno, classe per classe. Piero, Maria, Abdel, Marco. Francesca, Simone, Ahmed, Giulia. Luca, Elena, Giuseppe, Sara. Alcuni li ricordo bene, con i loro volti, le loro voci, i loro gesti. Altri sono solo nomi, schegge di memoria che riaffiorano all'improvviso, senza preavviso. Altri ancora li ho dimenticati per sempre, inghiottiti dal tempo come sassi in uno stagno. A volte mi chiedo se è giusto dimenticare. Se siamo obbligati a ricordare tutti, o se possiamo permetterci di perderne qualcuno per strada. Poi penso che la memoria non è un archivio, ma un organismo vivente: seleziona, trasforma, cancella. Non possiamo pretendere di trattenere tutto. Ma ci provo lo stesso. Continuo a fare elenchi, a scrivere nomi su foglietti che poi infilo nei libri. Come se, nominandoli, potessi tenerli in vita. L'altra sera, mentre sfogliavo una vecchia edizione dell'Iliade, è caduto un biglietto. C'era scritto: Marco, terza C, 1975. Oggi ha detto: "Achille è come quelli del quartiere". Non ricordavo di averlo scritto. Ma è lì, a cinquant'anni di distanza. La mia mano ha conservato ciò che la mia mente aveva dimenticato. Ho rimesso il biglietto nel libro. Poi ho richiuso l'Iliade e l'ho messa sullo scaffale, accanto agli altri. Qualcuno mi ha chiesto, in questi mesi: «Ti manca insegnare?». Non so rispondere. Mi manca la scuola, certo. Mi mancano i corridoi, le aule, la luce delle finestre alte. Mi mancano i colleghi, le riunioni interminabili, il caffè della macchinetta. Mi mancano i ragazzi, i loro sguardi, le loro domande, i loro silenzi. Ma insegnare? Non lo so. Forse ho insegnato così a lungo che ormai è diventato un modo di essere, non un modo di fare. Anche quando non sono più in classe, continuo a insegnare. Lo faccio quando parlo con i miei nipoti, quando scrivo queste pagine, quando guardo il mondo con gli occhi di chi ha passato cinquant'anni a cercare di capire e farsi capire. Insegnare non è un lavoro. È una disposizione dello spirito. Una volta che l'hai contratta, non te ne liberi più. Mia moglie dice che sono noioso. Ogni occasione è buona per spiegare qualcosa: il nome di un fiore, la data di un edificio, l'etimologia di una parola. I miei nipoti scappano quando comincio a parlare di Dante. Ma poi tornano, perché hanno bisogno di qualcuno che risponda alle loro domande, anche quando non le hanno ancora formulate. Forse è questo, ciò che resta. Una voce che continua a parlare, anche quando non c'è più nessuno ad ascoltarla. Ogni tanto qualcuno dei miei ex studenti mi scrive su faceboock. Hanno trenta, quarant'anni, sono diventati adulti, genitori, professionisti. Qualcuno ha scelto il mio stesso mestiere. Mi chiedono consigli. Come si tiene ferma una classe? Come si fa amare la letteratura a ragazzi che leggono solo Twitter? Come si sopravvive alla burocrazia, alle riforme, ai tagli, alle famiglie ostili, ai dirigenti incompetenti? Non ho risposte. Posso solo raccontare la mia esperienza, i miei errori, le mie piccole scoperte. Dico loro di non aver paura di essere imperfetti. I ragazzi non hanno bisogno di professori impeccabili, ma di adulti veri. Adulti che sbagliano, si scusano, ricominciano. Adulti che non sanno tutto, ma continuano a cercare. Dico loro di non inseguite le mode. Le metodologie cambiano, le tecnologie si evolvono, le parole d'ordine si succedono. Ma il cuore del vostro mestiere è sempre lo stesso: stare lì, tutte le mattine, con venti ragazzi che non hanno scelto di esserci, e cercare di accendere in loro una luce. Dico loro di non farsi rubare il tempo della relazione. La burocrazia vi chiederà moduli, la dirigenza vi chiederà progetti, le famiglie vi chiederanno risultati. Voi rispondete, compilate, adempite. Ma non dimenticate mai che la cosa più importante è quella che non si può documentare: lo sguardo che incrocia il vostro, la domanda che resta sospesa, il silenzio che segue una poesia. Dico loro di restare. Quando sarete stanchi, delusi, umiliati, restate. Quando penserete di non farcela, quando sognarete di fare altro, restate. Perché la scuola ha bisogno di voi, dei vostri occhi giovani, della vostra ostinazione, della vostra follia. Poi, alla fine, dico loro quello che il professor Martini disse a me, nel 1975: «Non si può salvare tutti. Si può solo fare lezione. E sperare che qualcuno, tra vent'anni, si ricordi di quello che ha detto». Loro ringraziano, chiudono la conversazione. Io resto lì, solo, con il telefono in mano. E spero di aver detto abbastanza. Non so perché ho scritto questo libro. Forse per non dimenticare. Forse per lasciare una traccia. Forse per rispondere alla domanda che mi perseguita da quando ho chiuso la porta dell'aula 27. E' servito a qualcosa? Tutti quegli anni, tutte quelle ore, tutte quelle parole hanno lasciato un segno? Non lo so. Non lo saprò mai. So che quando incontro per strada un mio ex alunno – oggi medico, avvocato, operaio, professore, lui mi riconosce, mi sorride, mi stringe la mano. Qualche volta mi dice: «Prof, mi ricordo di lei». Qualche volta aggiunge un ricordo preciso. La lezione sull'Iliade, la traduzione di Catullo, il tema sul Risorgimento. Sono frammenti. Non fanno un mosaico. Ma sono veri. Forse è questa la risposta. Non esiste un Grande Risultato, un'impronta indelebile, un'eredità riconoscibile. Esistono solo migliaia di piccoli incontri, ciascuno dei quali ha cambiato qualcosa, in loro, in me per quanto infinitesimale. La scuola è questo: un accumulo impercettibile di trasformazioni. Non si vede, non si misura, non si certifica. Ma accade. Ogni giorno, in ogni classe, in ogni sguardo che si illumina. E quando smette di accadere, la scuola diventa solo un edificio vuoto. La cattedra Qualche settimana fa, per la prima volta dopo il pensionamento, sono tornato nella mia vecchia scuola. Era agosto, l'edificio deserto, i corridoi silenziosi. Il collaboratore scolastico, non si chiama più bidello, non lo chiamerò mai collaboratore, mi ha riconosciuto e mi ha fatto entrare. «La sua aula è sempre la stessa, professore. Secondo piano, porta in fondo a destra». Ho salito le scale di marmo, come migliaia di volte. I passi rimbombavano nel silenzio. Ho percorso il corridoio, contato le porte. La terza, la quarta, la quinta. La porta dell'aula 27 era socchiusa. L'ho aperta. La cattedra era ancora lì, di fronte alla lavagna. Qualcuno, negli anni, l'aveva spostata, poi rimessa, poi spostata ancora. Ma ora era al suo posto. Come se mi aspettasse. Mi sono seduto. Ho appoggiato le mani sul legno consumato. Ho guardato i banchi vuoti, la lavagna pulita, la finestra alta. Fuori, il cielo era azzurro e senza nuvole, come nelle mattine di maggio quando i ragazzi sono già in vacanza e tu resti solo a chiudere i registri. Sono rimasto lì per molto tempo. Non pensavo a nulla. O forse pensavo a tutto. Poi mi sono alzato, ho girato la cattedra verso la lavagna, era leggermente storta, e sono uscito. Ho chiuso la porta, percorso il corridoio, sceso le scale di marmo. Il collaboratore mi ha salutato: «A presto, professore». Io ho risposto: «A presto». Ma so che non tornerò. Non c'è più niente da fare, lì. La mia cattedra è vuota, e presto qualcun altro la occuperà. Un professore giovane, con i suoi libri, i suoi sogni, le sue paure. Farà lezione, interrogherà, assegnerà compiti. I ragazzi lo ascolteranno, si annoieranno, a volte si appassioneranno. La scuola continua. Sempre. Il dado La sera, quando la casa è silenziosa e mia moglie dorme, vado nello studio, accendo la lampada, prendo il dado greco dalla scrivania. Lo rigiro tra le dita, lentamente. Guardo i segni consumati, gli angoli arrotondati, la patina del tempo. Penso al professore di Siracusa che, ventiquattro secoli fa, chiudeva la scuola, spegneva le lucerne, tornava a casa stanco. Aveva passato la giornata a interrogare ragazzi che tremavano davanti al suo dado. Aveva ascoltato versioni incerte di Omero, declinazioni sbagliate di verbi greci, domande ingenue sulla guerra di Troia. Forse era soddisfatto. Forse era deluso. Forse era solo stanco. Non so nulla di lui. Non so il suo nome, la sua età, la sua storia. Non so se era amato o temuto, giusto o ingiusto, severo o indulgente. So solo che aveva un dado di terracotta, e che quel dado è arrivato fino a me. Un giorno anch'io sarò dimenticato. I miei alunni moriranno, i loro figli non sapranno chi ero, la scuola che ho amato sarà demolita o trasformata in qualcos'altro. I registri cartacei finiranno al macero, le fotografie ingialliranno, i nomi si cancelleranno. Ma forse, tra mille anni, qualcuno troverà questo dado in uno scavo archeologico. Lo pulirà dalla terra, lo girerà tra le dita, si chiederà a cosa serviva. E io, senza nome, senza volto, sarò ancora lì, nel palmo della sua mano. Un professore che insegnava l'Iliade. Un ragazzo che alzava la mano. Una lezione di cinquant'anni fa. Cosa resta? Questo dado. Queste pagine. Questa luce che ancora, nonostante tutto, continua a brillare. L'infinito Qualche notte fa, non riuscivo a dormire. Mi sono alzato, sono andato nello studio, ho aperto la finestra. Fuori c'era la luna, quasi piena e il silenzio della città addormentata. Ho pensato a Leopardi, alla siepe, all'infinito. Ho pensato ai ragazzi che per cinquant'anni hanno tradotto quei versi, faticosamente, senza capirli fino in fondo. «E il naufragar m'è dolce in questo mare». Forse è questo, ciò che resta. Non le risposte, ma le domande. Non le certezze, ma lo stupore. Non la terraferma, ma il mare. Per cinquant'anni ho insegnato a naufragare. A perdersi nei versi, nelle date, nelle formule. A smarrire la riva per ritrovare l'orizzonte. A non aver paura dell'immensità. Ora che sono in pensione, ora che la cattedra è vuota, ora che i ragazzi non tornano più, continuo a naufragare. Nelle pagine dei libri, nei ricordi, nei nomi che scrivo sui foglietti. È dolce, questo mare. Non si finisce mai di navigare. Forse è questo, la scuola. Insegnare a naufragare. A non avere paura del buio, del silenzio, della distanza. A sapere che c'è sempre un'altra riva, un'altra poesia, un altro ragazzo che alza la mano. E quando non ci sarà più nessuno a insegnarlo, qualcuno lo imparerà da solo. Perché l'infinito è lì, oltre la siepe, e aspetta solo di essere guardato. La consegna Ho finito di scrivere. Il quaderno è pieno, la penna sta esaurendo l'inchiostro. Fuori è sera, la luce della lampada disegna ombre sulla scrivania. Non so a chi lascerò queste pagine. Forse ai miei figli, forse ai miei nipoti, forse a nessuno. Non importa. L'importante era scriverle, mettere in ordine i ricordi, dare un senso a cinquant'anni di gesso e polvere. Mia moglie mi chiama dalla cucina: «Ceniamo?». Rispondo: «Arrivo». Prima di alzarmi, prendo il dado greco. Lo guardo un'ultima volta, poi lo rimetto sulla scrivania, accanto alla vecchia edizione dell'Iliade. Domani lo sposterò, lo metterò in una scatola, lo porterò chissà dove. Ma stasera è ancora lì, al suo posto, come la cattedra nell'aula 27. Chiudo il quaderno, spengo la lampada, vado in cucina. Fuori, la notte è serena. Domani sarà un altro giorno. |
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