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Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Eleonora Moccagatta
Titolo: La porta del Crepuscolo
Genere Dark Fantasy
Lettori 42
La porta del Crepuscolo
La Radura.

La radura si apriva come una ferita nella carne viva del bosco, un taglio antico che ancora respirava. Gli alberi attorno si piegavano verso l'interno, quasi incuriositi, i rami intrecciati a formare un recinto d'ombre. L'erba, scura e lucida di rugiada, restituiva un odore che mescolava il ferro del sangue all'umidità della terra: un profumo di vita marcia e memoria. Nel cuore della radura sorgeva un cerchio di pietre scolorite, consumate dal tempo. Al centro del cerchio, una roccia più grande spaccata da un taglio netto e levigata da secoli di intemperie rifletteva il chiarore lunare con una luce febbrile. A tratti, una vena d'argento scivolava sulla superficie, suggerendo un respiro lento, profondo, che apparteneva solo alla pietra. Sopra di loro, il cielo si stendeva come un manto di nuvole lacerate, e la luna, opaca e pallida, galleggiava tra quelle frange scure con l'ostinazione di un occhio che osserva senza più vedere davvero. L'aria portava sentori di muschio, legno in decomposizione, cenere fredda e ferro. Un gufo lanciò un verso spezzato; il suono si infranse tra le fronde come un presagio che nessuno avrebbe voluto ascoltare. Sul lato ovest della radura, le streghe attendevano raccolte. I cappucci scuri, le stoffe pesanti incollate alla pelle dall'umidità e i pendagli d'osso intrecciati con erbe secche tintinnavano piano, un mormorio sommesso che ricordava un rosario di colpe. I loro volti, pallidi e immobili, emergevano appena dal buio: figure scavate nella notte, prive di tempo e calore. Dal centro del gruppo avanzava Aradia. Il suo passo nudo sull'erba gelata non lasciava impronte. Indossava una veste di lino grezzo, color cenere, stretta ai fianchi da una corda di radici essiccate; i capelli neri, lunghi fino alla vita, seguivano appena il respiro del vento, lucidi come piume corvine. Tra le dita reggeva un bastone intagliato, una reliquia viva incisa di simboli che tremolavano di una luce sottile, simile al fiato morente di una brace. Segni antichi, più antichi della lingua dell'uomo, custoditi nei sogni di chi non teme l'oblio. Dal margine orientale, invece, arrivava il branco dei licantropi. Si muovevano inquieti, compressi ai confini della notte come una tempesta che cerca il varco per liberarsi. Non tutti erano giunti, ma l'aria portava già il marchio del loro passaggio: un odore acre e selvatico, un misto di sudore, sangue e terra umida che si appiccicava alla pelle con ostinazione. Le streghe ne avvertirono subito la presenza; alcune si scambiarono uno sguardo sospettoso sotto i cappucci scuri. «I cani sentono l'inverno prima degli altri,» sibilò una voce tra le file, amara come il fumo di un'erba bruciata. Aradia si limitò a sollevare il capo, lasciando che la luce lunare le sfiorasse la guancia pallida; un sorriso sottile, quasi distratto, le increspò le labbra. Davanti a lei, oltre il cerchio di pietre, le sagome dei licantropi restavano in attesa. I loro corpi, tesi e poderosi, avevano spalle nude che catturavano il chiarore lunare; le pupille dilatate riflettevano la luce come specchi d'ambra incrinati. Le mani, troppo lunghe per sembrare davvero umane, eppure non ancora artigli, si muovevano a scatti, come se la bestia sotto la pelle cercasse un varco per emergere. Ogni respiro portava un avvertimento, ogni silenzio un'ombra di minaccia. Tra i due gruppi aleggiava una quiete innaturale, un equilibrio fragile come una corda tesa che il minimo tocco avrebbe spezzato. Nemmeno il vento si concedeva un sussurro; solo le fiamme basse delle torce tremolavano, tracciando ombre che parevano muoversi da sole.

Streghe e licantropi covavano un odio antico. Si raccontava che una maledizione avesse spezzato un patto di sangue in una notte simile a quella; una storia deformata da sussurri e menzogne, ripetuta tante volte da rendere indistinguibile la verità dalla paura. Ma Aradia conosceva ciò che gli altri ricordavano solo a metà. Sapeva i nomi, i simboli e la frase che aveva sigillato quel giuramento infranto. Non li aveva mai pronunciati ad alta voce. La verità era più antica delle loro guerre. Dopo essere stata scacciata dal Paradiso, Lilith aveva plasmato le streghe per portare una piaga sui figli di Adamo. Ma le sue figlie avevano scelto la magia, non la vendetta. Usarono gli uomini come tramite, come vaso di sangue e potere, e non come punizione divina. Allora Lilith creò i licantropi. Voleva guerrieri feroci, predatori di carne umana. Invece la loro natura li spinse a proteggere gli uomini, a trattarli come un gregge sacro da difendere. Fu così che i due popoli nati dalla stessa madre divennero nemici: uno vedeva negli uomini un sacrificio, l'altro una responsabilità. Lilith, delusa da entrambi, li abbandonò per generare nuove creature, lasciando dietro di sé solo odio, colpa e un giuramento spezzato che nessuno aveva mai osato ricostruire. C'era un segreto in quell'odio, qualcosa di vivo, sepolto sotto la terra. Ogni volta che i due gruppi si fronteggiavano, Aradia avvertiva quella presenza: sottile, insistente, simile a una risata antica che solo lei riusciva a sentire. «Lasciamoli abbaiare,» mormorò, con un tono lieve e appena divertito. Ma nei suoi occhi scuri la luna tremava come una minaccia trattenuta. Quando raggiunse il centro della radura, ai piedi della pietra, il vento cambiò direzione. Si insinuò tra le pieghe delle sue vesti, sollevando lembi di lino e fili d'erba umida come dita invisibili in cerca di presagi. Portava con sé l'odore della pioggia, ma anche qualcos'altro: un fremito lontano, un sussurro di passi pesanti che la terra sembrava trattenere a fatica. Le streghe tacquero. Solo il crepitio delle torce osava interrompere il silenzio, mentre la luna alta sembrava trattenere il respiro. Dall'ombra del margine orientale, tre figure si staccarono dal branco e avanzarono lente e fiere, con la tensione di chi è nato per combattere; ogni passo sembrava un giuramento e una minaccia insieme, mentre il terreno scricchiolava sotto i loro piedi nudi e il fumo delle torce si piegava verso di loro, come se riconoscesse nel loro sangue l'eco della forza che Lilith aveva lasciato in eredità prima di abbandonarli. A guidarli era una donna, e avanzava per prima in mezzo a due maschi più giovani con un portamento che non lasciava dubbi sul ruolo che ricopriva: i capelli color rame scuro intrecciati con fili d'argento catturavano la luce tremolante delle torce, e negli occhi le brillava l'eco di notti di caccia e di lune rosse, mentre le spalle larghe, la pelle segnata da cicatrici sottili e il passo sicuro e ferino le conferivano un'autorità naturale che non aveva bisogno di parole.

Dietro di lei i due maschi la seguivano a un soffio di distanza, tesi come cani da guerra in attesa del comando, con le mascelle serrate e i movimenti nervosi. Aradia non si mosse: il bastone rimase appoggiato alla pietra come un ramo antico e le sue dita sottili, ferme sul legno inciso, erano pronte ma immote, mentre il suo sguardo osservava la lupa con lo stesso distacco con cui si osserva una tempesta che avanza lentamente, con un divertimento sottile e quasi crudele. Il vento le portò addosso l'odore del branco, sudore, sangue e quella nota ferrosa che apparteneva solo ai predatori nati da Lilith, e Aradia parlò con voce bassa e limpida, tagliente come un chiodo che affonda nel legno: «Non avrei pensato che il branco si presentasse senza il suo capo.» La lupa si fermò a pochi passi dal cerchio di pietre e sorrise mostrando troppi denti. «Kael non comanda più qui. Io parlo per il branco.» I due maschi dietro di lei ringhiarono piano, ma un gesto della sua mano fu sufficiente a zittirli; le torce tremolarono e parve per un istante che la notte trattenesse il respiro. Aradia inclinò la testa e i suoi capelli, neri come il fondo di un pozzo, le scivolarono sulle spalle come un'ombra liquida mentre mormorava, con un sorriso che non toccava gli occhi: «Oh... quanto spesso cambiate padrone, voi del sangue selvaggio? È difficile starvi dietro.» Il silenzio che seguì fu così profondo che la foresta sembrò osservare, e quando la terra vibrò, non fu un suono ma un battito antico, una memoria che risaliva dalle radici come un richiamo per la lupa, la quale rispose avanzando di un passo con i muscoli tesi come corde d'arco.
Eleonora Moccagatta
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