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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Vincenzo Dibenedetto
Titolo: Il lato oscuro dello Sport
Genere Memoir Sportivo
Lettori 28 3
Il lato oscuro dello Sport
Quello che nessuno vuole vedere.

Tutto è cominciato nel 2001, ma in realtà è cominciato molto prima, quando ero un ragazzo solare che non aveva ancora capito quanto può essere crudele un sogno quando decide di farti pagare il prezzo dell'ambizione, un ragazzo normale, né un talento precoce né una comparsa, uno di quelli che non fanno rumore quando entrano in campo ma che dentro hanno un motore che non smette di bruciare, alimentato da una motivazione feroce, quasi ingenua, e da una voglia irrefrenabile di mettersi alla prova, di sentire il cuore che batte forte per qualcosa che non sia solo sopravvivere alle giornate.
Da ragazzino ho provato quasi tutte le discipline dell'atletica leggera, ho corso, ho saltato, ho sperimentato ogni fatica che mi fosse concessa, tranne i lanci, non perché non mi incuriosissero ma perché dove mi allenavo io non c'era spazio, non c'erano attrezzature, o forse non c'era la competenza per insegnarli davvero, questa cosa non l'ho mai saputa fino in fondo, ma non è mai stata una preoccupazione, perché io volevo correre, volevo saltare, volevo sentire i muscoli bruciare e i polmoni aprirsi come se ogni allenamento fosse una dichiarazione di guerra contro la mediocrità.
Ricordo le gare di cross come si ricordano le battaglie vere, quelle dove la terra ti entra in bocca e nelle unghie, dove non esiste eleganza ma solo sopravvivenza, dove la partenza è una rissa mascherata da competizione e i primi cento metri decidono se sarai cacciatore o preda, e poi tutto si trasforma in una lotta per mantenere una posizione conquistata con i gomiti e con il fiato corto, e ti dici che ti stai divertendo, forse, anche se dentro sai che quello che ti attrae davvero non è il divertimento ma la violenza controllata dello sforzo, il misurarti con gli altri e con te stesso senza filtri.
Mi appassionavano le gare di velocità, mi affascinavano i salti in estensione, ma il vero amore è arrivato quasi per caso, come succede alle cose che poi ti cambiano la vita, quando intorno al 2000 mi proposero di coprire un posto vacante nella marcia per i campionati di società, perché nessuno voleva farla, perché era considerata strana, tecnica, criticata, quasi derisa, io accettai più per spirito di sacrificio che per convinzione, senza entusiasmo, ma con quella disponibilità che avevo sempre avuto a mettermi in gioco anche quando una cosa non mi faceva battere il cuore ma era necessaria.
Poi iniziarono gli allenamenti specifici e scoprii che quella disciplina così complessa, così spietata nei dettagli, dove un ginocchio piegato male può cancellare chilometri perfetti, parlava la mia lingua, pretendeva concentrazione assoluta, chiedeva disciplina mentale prima ancora che fisica, e io quella disciplina ce l'avevo, perché non ero il più forte ma ero disposto a lavorare più degli altri, e i risultati cominciarono ad arrivare, piccoli all'inizio, poi sempre più concreti, fino a quando la marcia non diventò qualcosa che mi apparteneva davvero, come se ogni passo fosse una firma sul mio destino.
La qualificazione ai campionati italiani fu la consacrazione di un sogno che fino a poco prima sembrava solo un'ipotesi, e ricordo perfettamente la prima prova nazionale a maggio, a Cittanova, in Calabria, il viaggio sull'Alfa 33 del mio allenatore che per me era come salire su un'astronave diretta verso un altro mondo, il saluto alla mia famiglia carico di un orgoglio quasi arrogante, perché in quei giorni mi sentivo invincibile, mi sentivo un Dio con le scarpette, convinto che niente e nessuno potesse incrinare quella sensazione di potenza che ti dà l'essere finalmente nel posto che hai sognato.
A quella gara mi piazzai bene, e davanti a me c'era anche un certo Alex Schwazer che chiuse terzo, io guardai quella classifica come si guarda una promessa, perché se ero lì, se ero in mezzo ai migliori, allora significava che il mio lavoro, la mia fatica, le mie rinunce avevano un senso reale, misurabile, concreto.
La seconda prova sarebbe stata a Ivrea due mesi dopo e io decisi che non mi bastava partecipare, volevo incidere, volevo lasciare un segno, e così aumentai l'impegno in maniera quasi ossessiva. Nello stesso momento però aumentarono i chilometri, aumentarono i ritmi, aumentarono le ore in pista, aumentò la rigidità con cui pretendevo da me stesso perfezione tecnica, aumentò il mio ego, aumentarono le aspettative, e in parallelo crebbero l'affaticamento, lo stress, la pressione che mi caricavo addosso senza che nessuno me lo chiedesse davvero.
Quel giorno maledetto, durante un test cronometrato sui 10 chilometri, lo stadio cambiò colore davanti ai miei occhi, come se qualcuno avesse spento la luce all'improvviso, e sulla curva dei 300 metri il mio ginocchio cedette con un rumore che ancora oggi sento dentro, caddi a terra e una fitta mi trafisse la gamba come uno spillone conficcato con cattiveria, un dolore che non era solo fisico ma era il suono netto di qualcosa che si spezzava.
Urlavo, piangevo, ma la cosa più assurda è che in quel momento la mia testa non stava pensando al dolore, stava pensando a Ivrea, a due settimane di distanza, stava facendo calcoli, stava rifiutando l'idea che tutto potesse finire così, perché quando sei giovane credi che il corpo sia una macchina che puoi spingere all'infinito senza pagare interessi.
Non sono mai andato a Ivrea, non sono andato a Napoli per la terza prova, non sono andato a Bari per le regionali, non ho fatto neanche i provinciali, e la diagnosi fu fredda come una sentenza, lesione del menisco, stiramento del vasto mediale, versamento nella borsa sovrarotulea, fermo assoluto oppure intervento, ma in quegli anni operarsi al menisco faceva paura, gli ospedali non davano fiducia, le cliniche private costavano troppo, e in fondo i miei genitori non erano mai venuti a vedere una mia gara, quindi dentro di me maturò l'idea che forse per loro non fosse poi così importante, che forse quell'atletica che per me era vita fosse solo un passatempo sacrificabile.
Rimasi lontano dalla pista per più di un anno, un anno in cui non volli neanche vedere lo stadio da lontano perché guardarlo significava sentire un buco nello stomaco, e ho capito in quel periodo che essere costretti a stare lontano da ciò che ami è una forma di tortura sottile, quotidiana, che ti consuma senza fare rumore.
Quando tornai, perché il dolore fisico prima o poi si attenua, scoprii che non ero più lo stesso, il mio ginocchio non si allineava bene, il gesto tecnico non era più pulito, forse c'era ancora qualcosa di irrisolto dentro l'articolazione, forse c'era paura nella mia testa, e nelle due gare provinciali che provai a fare fui squalificato entrambe le volte per ginocchio sbloccato, una condanna tecnica che per un marciatore è come dire che non sei più tu.
Ogni gara finiva con me che piangevo mentre guardavo gli altri tagliare il traguardo, quella scena che durante l'infortunio avevo cercato di non immaginare mai, e il colpo fu violento quanto l'infortunio stesso, perché non era più solo il corpo a tradirmi ma l'identità che avevo costruito attorno a quel corpo.
Lì decisi di abbandonare, non per lucidità ma per rabbia, non per strategia ma per orgoglio ferito, perché ero piccolo, immaturo, deluso, arrabbiato, perché mi sentivo solo, perché non mi sentivo sostenuto, perché non avevo gli strumenti emotivi per trasformare quella caduta in qualcosa di diverso, e sì, anche perché ero stupido, abbastanza stupido da credere che una sconfitta potesse definire per sempre il mio valore.

CAPITOLO 1 LA COSTRUZIONE INTERIORE

La mente che cede prima delle gambe

Le gambe spingono, si contraggono, bruciano, fanno il loro dovere con una fedeltà quasi meccanica, ma è la testa che decide fino a dove sei disposto ad arrivare, è la mente che stabilisce se quel dolore è sopportabile o se diventa un alibi elegante per rallentare, ed è una verità che nello sport di endurance impari sulla pelle, non nei libri, non nei convegni, ma nei chilometri solitari in cui nessuno ti guarda e l'unico rumore è il tuo respiro che cambia ritmo.
Chi vive davvero la resistenza sa che la gara non si corre soltanto sull'asfalto, sulla pista o sui sentieri, ma in uno spazio molto più silenzioso e spietato che esiste dentro la testa, puoi presentarti alla partenza con una preparazione impeccabile, settimane di lavoro metodico, alimentazione precisa, recupero rispettato, tabelle seguite con disciplina quasi ossessiva, eppure tutto questo può sgretolarsi nel giro di pochi minuti se la mente non è pronta a reggere il peso di ciò che sta per accadere, perché quando la testa non è allineata al corpo la corsa si spezza ancora prima di cominciare e nessuno dall'esterno capirà davvero perché.
L'ho visto accadere troppe volte per fingere che sia un dettaglio, l'ho visto quando indossavo io il pettorale e sentivo una vibrazione strana nello stomaco che non era adrenalina ma inquietudine, e l'ho visto negli occhi dei miei atleti pochi minuti prima del via, quando il corpo era caldo, pronto, reattivo, ma lo sguardo rivelava un dialogo interiore fatto di dubbi e di paure mascherate da prudenza, e in quel piccolo spazio tra la voglia di dimostrare e la paura di fallire si decide molto più di quanto si ammetta.
Ci sono giorni in cui tutto scorre con una naturalezza quasi arrogante, la mente è lucida, il corpo risponde, la fatica viene accettata come parte del gioco e non come una minaccia, e allora entri in quella zona in cui non sei invincibile ma sei centrato, presente, allineato, e senti che qualsiasi difficoltà potrà essere gestita passo dopo passo, senza drammi inutili, senza fughe mentali.
Poi ci sono i giorni in cui basta un pensiero storto per incrinare l'equilibrio, una frase interna sussurrata con troppa insistenza, un ricordo di una gara andata male, un confronto silenzioso con qualcuno che reputi più forte, e senza accorgertene parti già con un giro di ritardo, perché mentre le gambe fanno esattamente ciò per cui sono state allenate, la mente ha già cominciato a costruire un'uscita di sicurezza, una giustificazione pronta all'uso nel caso in cui le cose si mettano male.
Nello sport di resistenza la mente non è un accessorio, è la regista invisibile che decide il tono della gara, è lei che trasforma la fatica in qualcosa di accettabile o in qualcosa di insopportabile, ogni pensiero genera una reazione fisica, ogni emozione si traduce in tensione o fluidità, e un atleta che parte con il dubbio di non farcela si trascina dietro una zavorra che non pesa sui muscoli ma sulla convinzione, ed è un peso che si sente chilometro dopo chilometro.
Durante una maratona o un lungo impegnativo la mente non smette mai di parlare, commenta, giudica, anticipa, interpreta ogni segnale del corpo come se fosse un presagio, e se il dialogo interiore è solido ti accompagna, ti tiene ancorato al presente, ti ricorda che la fatica era prevista e che sei lì per quello, ma se diventa negativo amplifica ogni dettaglio, una scarpa che stringe diventa un problema enorme, un respiro leggermente più corto si trasforma in allarme, un piccolo fastidio diventa la prova che qualcosa non va, e la mente, quando cerca conferme alla propria paura, è spietata nel trovarle.
La paura non è il nemico, non lo è mai stata, fa parte del gioco, nessuno è immune, neanche l'atleta più esperto, ma la differenza sta nel modo in cui la interpreti, perché se la riconosci e la accetti diventa vigilanza, concentrazione, presenza, se invece le consegni il comando diventa paralisi, e partire con la paura di fallire è come correre con un freno tirato, puoi anche mantenere un buon ritmo all'inizio, ma dentro qualcosa ti trattiene, ti limita, ti consuma energia prima ancora che arrivi la vera crisi.
Ai miei atleti lo ripeto senza addolcire le parole, la qualità dei pensieri che precedono una gara conta quanto i chilometri macinati in allenamento, la mente va allenata con la stessa costanza con cui si allena il fisico, va esposta al dubbio, va educata a tollerare l'imprevisto, va messa nelle condizioni di non crollare quando il corpo comincia a inviare segnali di disagio, perché se arrivi alla linea di partenza con la testa già sovraccarica di aspettative distruttive, hai sabotato metà del lavoro fatto.
La mente cede prima delle gambe perché è più fragile ma anche perché è più complessa, il corpo è diretto, lineare, sa che deve spingere, adattarsi, resistere, la mente invece oscilla continuamente tra ambizione e insicurezza, tra controllo e paura, tra desiderio e timore, e questo equilibrio delicato non si improvvisa, si costruisce nel tempo, con esperienza, con errori, con gare andate male e analizzate senza ipocrisia.
L'atleta maturo non è quello che non ha dubbi, è quello che ha imparato a dialogare con essi senza farsene schiacciare, quando la voce interiore comincia a suggerire di fermarsi non la ignora e non la zittisce con frasi motivazionali vuote, la ascolta, la riconosce, ma poi sceglie consapevolmente di non darle il comando, ed è in quell'istante, silenzioso e invisibile, che nasce la vera forza mentale, quella che non si ostenta sui social, che non ha bisogno di slogan, che semplicemente resiste.
Ogni gara si corre due volte, una con le gambe e una con la testa, e spesso non vince il corpo più forte ma la mente più preparata, perché quando la mente smette di cedere, quando smette di cercare scuse e decide di restare, il corpo, anche stanco, anche dolorante, trova quasi sempre una strada per andare avanti, e lì capisci che la vera resistenza non è nei muscoli ma nella scelta di non arrenderti alla prima crepa del dubbio.

La forza di chi ti osserva in silenzio

Ci sono immagini che ti entrano dentro con discrezione e restano lì, sospese da qualche parte tra il cuore e la memoria, più pesanti di mille parole e più vere di qualsiasi racconto costruito a tavolino, perché nascono da momenti semplici che nessuno aveva programmato ma che, proprio per questo, diventano impossibili da dimenticare.
Era un allenamento come tanti altri, uno di quelli che per chi guarda da fuori sembrano tutti uguali, fatti di voci che si sovrappongono, di scarpe che battono sul terreno con quel ritmo disordinato e bellissimo che hanno i bambini quando corrono senza sapere davvero perché lo fanno, mossi soltanto da quell'energia pura che appartiene a chi non ha ancora imparato a misurare tutto in risultati, tempi o classifiche, ma vive lo sport come si vive un gioco, con il corpo che si muove prima ancora che la testa cerchi di dare un senso a quel movimento.
Io ero lì come sempre, immerso in quel caos che accompagna ogni allenamento dei più piccoli, osservando, correggendo un gesto, incoraggiando un passo in più, cercando di tenere insieme quell'equilibrio tra gioco e disciplina che è il cuore di chi lavora con i bambini, quando a un certo punto lo sguardo mi è scivolato verso il bordo del campo e ho notato una scena che all'inizio sembrava una delle tante presenze silenziose che accompagnano questi momenti.
Due nonni stavano lì, poco distanti dal bordo campo, in piedi, perché non riuscivano davvero a stare fermi, come succede a chi osserva qualcuno che ama e sente il bisogno di partecipare anche senza entrare in scena, uno con il telefono tra le mani che cercava di riprendere ogni movimento, l'altra con quello sguardo attento che solo le persone che amano senza condizioni sanno avere, quello sguardo che non cerca errori, non misura prestazioni, non giudica, ma semplicemente accompagna.
Stavano riprendendo la nipote.
Non una gara, non un traguardo, non una vittoria da immortalare.
Un allenamento qualunque.
Giri di campo, riscaldamento, passi ancora incerti ma pieni di entusiasmo, quel modo un po' scoordinato e meraviglioso che hanno i bambini quando corrono perché vogliono correre, non perché devono dimostrare qualcosa.
A un certo punto mi si avvicinano con quella timidezza autentica che appartiene alle persone semplici, quelle che non vogliono disturbare e che quasi si scusano per il solo fatto di fare una domanda, e mi chiedono quanto misuri un giro di campo, come se quella informazione avesse per loro un valore enorme.
Glielo dico. Si guardano. Si sorridono.
E uno dei due, con un orgoglio che non aveva bisogno di essere nascosto dietro alcuna forma di modestia, dice piano alla moglie, che allora la nipote aveva fatto tre giri completi, come se quella distanza fosse qualcosa di epico, come se quei metri corsi da una bambina rappresentassero una piccola impresa da celebrare.
In quel momento mi si è fermato qualcosa dentro.
Perché in quello sguardo non c'era soltanto la soddisfazione di un nonno che guarda la nipote fare sport, ma c'era qualcosa di più grande, qualcosa di incredibilmente puro e disarmante che spesso gli adulti dimenticano lungo la strada.
C'era amore, quello vero... Quello che non chiede risultati. Quello che non pretende.
Quello che non misura.
Un amore che osserva e basta, che accompagna senza interferire, che si emoziona per tre giri di campo come se fossero una maratona olimpica, perché ciò che conta non è la distanza percorsa ma il fatto che quella bambina stia vivendo qualcosa.
Li guardavo mentre riprendevano ogni passo, ogni movimento, come se stessero cercando di conservare un frammento di tempo destinato a scappare via troppo in fretta, e in quel momento ho capito che per loro quella bambina non stava semplicemente correndo su un campo.
Stava crescendo, stava vivendo.
Stava costruendo una storia minuscola ma preziosa che loro volevano custodire, riguardare, proteggere.
E senza accorgermene mi è salito un nodo alla gola.
Perché mentre osservavo quella scena mi è tornato addosso un pensiero che non cercavo da tempo, ma che a volte riaffiora con una forza improvvisa quando meno te lo aspetti.
Io quei nonni non li ho più.
Li ho persi troppo presto, quando ero ancora troppo piccolo per capire davvero cosa significasse avere accanto una presenza così.
E vedere quelle due figure lì, immobili sul bordo del campo a contare i giri della loro nipote come se stessero assistendo a qualcosa di irripetibile, mi ha riportato indietro nel tempo verso tutto ciò che non ho potuto vivere.
Le gare che non hanno visto.
Gli allenamenti che non hanno potuto guardare. Le storie che non ho potuto raccontare loro.
I nonni sono una ricchezza che si capisce davvero solo quando manca.
Sono una presenza silenziosa ma fondamentale che non pretende mai niente e che proprio per questo riesce a dare tutto.
Sono quelli che non ti chiedono di vincere. Non ti chiedono di essere il migliore.
Non ti chiedono di dimostrare qualcosa.
Sono quelli che gioiscono per un sorriso, per un passo in più, per una corsa fatta con il cuore anche se è imperfetta.
Sono quelli che ti guardano come se fossi sempre straordinario, anche quando dentro ti senti stanco, confuso o fragile.
E nello sport la loro presenza ha un valore immenso, perché non fanno rumore, non danno indicazioni tecniche, non cercano di controllare o di correggere ogni gesto, ma stanno lì e osservano con quella intensità tranquilla che solo chi ama davvero riesce a mantenere.
E con la loro semplice presenza insegnano ai bambini una lezione che spesso gli adulti dimenticano.
Che lo sport non è prima di tutto vincere. È esserci, provare, mettersi in gioco.
Quel giorno, su quel campo, ho visto una delle immagini più pure che lo sport possa regalare, due nonni che contavano i giri di una nipote come se fossero chilometri di un'impresa epica, due nonni che si emozionavano per una corsa fatta con il sorriso, senza pressioni, senza aspettative, senza quell'ansia di prestazione che troppo spesso rovina l'infanzia sportiva di tanti bambini.
E mentre tornavo a casa quella sera avevo un pensiero che continuava a girarmi in testa.
Chi ha ancora i nonni dovrebbe stringerli forte. Dovrebbe portarli con sé.
Dovrebbe farli sentire parte di ogni piccolo traguardo. Perché sono una ricchezza che non si può sostituire.
Un patrimonio che la vita concede solo per un tempo limitato.
Io, quel giorno, li ho invidiati un po'.
In silenzio e con rispetto.
Custodendo dentro di me il ricordo dei miei.

Vincenzo Dibenedetto
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