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Autore: Rosario Cosenza
Titolo: Mogli, amanti e muse: le donne degli artisti si raccon
Genere Biografie Romanzate
Lettori 59 1 1
Mogli, amanti e muse: le donne degli artisti si raccon
Henriette Theodora Markovic, “Dora Maar” - 1907-1997.

Vorrei essere ricordata per il mio contributo artistico e per il mio impegno politico, ma ormai da quasi un secolo il mio nome viene associato indissolubilmente a Pablo Picasso e alla nostra breve e tormentata relazione. Che sia chiaro: io non sono stata l'amante di Picasso: lui era solo il mio padrone.

Sono nata a Parigi nel 1907. Mia madre era francese ed aveva una boutique nel centro di Parigi. Mio padre era un noto architetto croato, autore del padiglione della Bosnia Erzegovina all'Esposizione universale di Parigi del 1900.
Aveva ricevuto degli incarichi prestigiosi a Buenos Aires dove aveva realizzato degli edifici importanti e fu così che vissi la mia infanzia e la mia adolescenza tra Parigi e la capitale argentina. Tra il 1923 e il '26 studiai all'École et Ateliers d'Arts Décoratifs a Parigi: volevo diventare una pittrice e fu li' che incontrai Jacqueline Lamba, la futura moglie di André Breton, il
fondatore del movimento surrealista. Poco tempo dopo, incontrai il fotografo
Henri Cartier-Bresson all'Académie Lhote. Lo chiamavano “Occhio del
secolo” ed era il pioniere del fotogiornalismo. Fu lui che mi suggerì di abbreviare il mio nome in Dora Maar e grazie a lui, mi appassionai alla fotografia e mi iscrissi all'École de Photographie de la Ville de Paris, abbandonando la pittura. Sentivo dentro di me l'urgenza di catturare la realtà che mi circondava e la fotografia era lo strumento che più mi si addiceva a questo scopo.

Gli anni '30 fu un periodo molto favorevole per la “fotografia di strada” ed io volevo dare un volto alla sofferenza. L'eco del crollo della borsa di New York del '29 era arrivato in Europa dove si era registrata una profonda crisi economica, principale causa dell'aumento della disoccupazione in Francia e dell'instabilità politica. Il quartiere Zone, zona periferica di Parigi, abitata dagli “Zonards”, era al centro dell'interesse di molti fotografi ed io per prima volevo cogliere le espressioni della gente e catturare gli attimi di vita di migliaia di persone poverissime che vivevano in misere baracche
costruite con mezzi di fortuna: pezzi di legno, di metallo o di cartone. Fotografavo mendicanti, vagabondi e madri disperate con figli piccoli, schierandomi dalla parte dei diseredati, nel tentativo di dare loro una inusuale dignità. Allo stesso tempo, però, sentivo dentro di me una certa attrazione per il misterioso, il magico e il soprannaturale e forse fu propria
questa sorta di sintonia che mi fece avvicinare al gruppo dei surrealisti. Da una parte c'era la cruda realtà della strada che mi sbatteva in faccia la sofferenza della gente, dall'altra c'era quella dimensione diversa in cui amavo rifugiarmi, un mondo tutto mio fatto di sogni, di arte infantile e primitiva e di erotismo: questo era il mio universo. Ero ossessionata dagli
sguardi quanto dalla cecità. Mi ripetevo spesso che chiudere gli occhi al mondo che mi circondava, mi permetteva di aprirli verso l'inconscio. A venticinque anni ero molto di sinistra, ma non mi sono mai iscritta al partito comunista. Mi bastava esprimere il mio impegno politico all'interno del gruppo surrealista per cui l'arte non doveva essere razionale, ma libera
espressione dell'inconscio. Firmai il manifesto “Appel à la lutte”, pubblicato da André Breton nel '34 e partecipai attivamente al gruppo Contre-Attaque creato dal poeta George Bataille, mio futuro compagno, e dallo stesso André Breton. Ero fermamente convinta che la rivoluzione sociale fosse
l'unica alternativa alle condizioni disumane nelle quali viveva la maggior parte dei cittadini.
Amavo viaggiare per l'Europa, spesso da sola, ma con il mio obiettivo sempre pronto a catturare le atmosfere improvvise che prendevano vita da un momento all'altro. Vestivo con eleganza e avevo una grande passione
per i cappelli. Pubblicai le mie prime foto nel '30 e l'anno dopo aprii il mio primo studio
fotografico con Pierre Kéfér a Parigi, naturellement. Ci occupavamo prevalentemente di moda e di pubblicità. Divenni presto molto famosa per le mie istantanee che ritraevano la mondanità francese e che venivano
pubblicate su riviste prestigiose, come Madame Figaro. George Bataille mi introdusse nella cerchia dei Surrealisti, dove conobbi
Breton, Éluard, Man Ray, di cui divenni assistente e che mi ritrasse in più occasioni. Tra loro mi sentivo libera di sperimentare con i foto-collages e le mie fotografie divennero via via sempre più fantastiche, ironiche, ma anche
oniriche. Il gruppo stimolava moltissimo la mia creatività ed io vi prendevo parte attivamente con le mie foto e con i ritocchi di negativi, collage, fotomontaggi e sovrapposizioni.
Incontrai Picasso per la prima volta nel '35, durante le riprese del film “Le crime de Monsieur Lange” di Jean Renoir in cui lavoravo come fotografa di set. Avevo ventotto anni e lui cinquantaquattro. La seconda volta lo incontrai sulla terrazza del caffè Les Deux-Magots a Saint-Germain-des-Près. Ero
seduta da sola ad un tavolino e con la mano aperta a ventaglio, inguantata di bianco, colpivo con un coltellino lo spazio tra un dito e l'altro della mano, senza alcuna intenzione di fermarmi anche se mi ferivo. Lo avevo notato e volevo attirare la sua attenzione. Ci presentò il poeta Paul Éluard. Pablo
rimase colpito e mi chiese i miei guanti insanguinati che volle esporre su una mensola nel suo appartamento. Era molto affascinato dalla mia bellezza e anche dal mio spagnolo che avevo perfezionato durante i miei
lunghi soggiorni a Buenos Aires. Poco dopo il nostro incontro, gli trovai un nuovo appartamento in Rue des Grands-Augustins dove mi era vietato accedere senza il suo invito. Mi ripeteva sino allo sfinimento che la fotografia
non era un'arte abbastanza degna e così mi lasciai convincere ad
abbandonare la mia arte per tornare alla pittura, un campo dove mi era praticamente impossibile poter competere con lui. Era un sadico e amava umiliarmi. Non faceva altro che criticare e denigrare i miei lavori, dicendomi
che non sarei mai stata all'altezza della pittura. Picasso era uno strumento di morte. Non era un uomo, ma una malattia per cui non c'era guarigione. Lui era ancora legato a Marie-Thérèse Walter, da cui aveva avuto una figlia,
Maya e questo suo legame affettivo a cui non voleva rinunciare mi rendeva pazza di gelosia. Divenni la sua musa privata, ritraendomi in numerosi dipinti nei quali, spesse volte, apparivo come l'incarnazione stessa del dolore.
Picasso iniziò a dipingere Guernica, il capolavoro sulla guerra civile
spagnola, usando il mio volto per ritrarre la figura che sorregge la lanterna al centro della composizione. Ero affascinata dalla potenza di quel dipinto e
dall'11 maggio al 4 giugno del '37 volli documentare l'evoluzione dell'opera con degli scatti fotografici che furono in seguito pubblicati sulla rivista Cahiers d'Art del '37 e che rappresenta ancora oggi un documento di
grande valore.
La nostra relazione durò nove anni. Poi, nel '43 Picasso incontrò la
giovanissima Françoise Gilot, quarant'anni più giovane di lui e mi lasciò. La ragazza rimase incinta, mentre io ero una donna sterile. Sprofondai in una terribile depressione e fui costretta a ricoverarmi in una clinica psichiatrica dove fui sottoposta a numerosi elettroshock. Lui non provò il minimo senso di colpa per le mie sofferenze, asserendo che la causa del mio malessere fosse la mia frequentazione con i Surrealisti, gente eccentrica ed
irrazionale.
Tutti pensavano che mi sarei uccisa dopo il suo abbandono. Anche Picasso se lo aspettava. Il motivo principale per cui non lo feci fu di volerlo privare di questa soddisfazione.
Nel '44, Parigi era ancora occupata dai nazisti e Picasso mi lasciò un suo disegno realizzato nel 1915 come regalo d'addio. Ritraeva Max Jacob, caro amico di Picasso, appena deceduto in un campo di concentramento. Mi lasciò anche alcune nature morte ed una casa a Ménerbes, in Provenza, dove mi ritirai una volta superata la crisi e dove continuai a dipingere per il
resto della mia vita. Nonostante le difficoltà economiche, conservai i suoi dipinti sino alla morte che mi colse nel 1997 a ottantanove anni in una casa di riposo, vendendo solo due mie opere giovanili per pura sopravvivenza.
Rosario Cosenza
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