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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP, ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo già formattato che per la copertina.
Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Cristina Parente
Titolo: Fragilità
Genere Narrativa Young Adult
Lettori 61 1 1
Fragilità
Quando l'amicizia non ha confini.


«I periodi ipotetici non mi sono mai entrati in testa, ma sono sicura che col tuo prezioso aiuto e soprattutto per merito della tua infinita pazienza farò la mia porca figura nella verifica di domani.»
«Spero sinceramente di poterti dare una mano, amica mia, e tu devi mettercela tutta, so che quando vuoi sei la migliore!»

Quasi mi sento in colpa perché potrei aver ceduto a dare lezioni di inglese a Marco, quel giorno che me le chiese, e invece, per fortuna, rifiutai e ora sono qui ad aiutare Melissa. La cosa mi rincuora. Io che ho fatto la puttanella con Marco, ora Melissa mi confida che non prova più nulla per lui. Ora è Marco a sentirsi ferito, umiliato, lui che pensava di non desiderarla più, di non accettare il suo corpo deforme, le sue patologie assurde, così difficili da capire. Ora è lui che non capisce più nulla, lui, il ragazzo che ha preso il coraggio a due mani per andare finalmente da Melissa e pregare che le cose tornassero quelle di un tempo e invece si è trovato di fronte un essere amorfo, freddo, anzi, spietato, che ha quasi rifiutato un casto bacio sulla guancia. E se fosse corsa la voce che qualcuno della scuola avesse intuito un comportamento ambiguo nel vedere me e Marco assieme al parco? No, impossibile, Melly non frequenta nessuno, sta sempre barricata in casa, frequenta un'altra scuola, come avrebbe potuto saperlo?
Allora proprio non capisco cosa le sia girato per la testa. Ultimamente la vedo sempre più ingarbugliata nelle sue paranoie.
«Dunque, per tradurre la frase: “Se io dovessi andare al cinema prenderei il bus come si dice?"
«Come si dice? La prof sono io! E tu l'allieva» sorrido divertita.
«If I have gone to the cinema, I would take the bus. »
«Fa' attenzione Melissa, non è esatto. Sarà meglio studiare ancora un po'».
La vedo un po' afflitta, le sue guance non hanno più un colorito roseo. Mi sembrava più serena appena abbiamo iniziato a studiare. Forse sono stata troppo severa con lei, o forse inconsciamente mi sento un po' in colpa e dubito di poterla aiutare».
«Carola ci facciamo un thè coi biscotti?»
«Ok, ma che sia un thè e stop, tanto da rimanere in “english mood”».
Sorseggiamo la bevanda calda come due imperfette inglesi ma due perfette amiche. Melissa prende un barattolo con pochi biscotti sul fondo del vetro. Me li porge. Lei in due minuti li sbrana raschiando via perfino le briciole rimaste. Apre un'altra scatola, senza alcuna vergogna e pudore. Come si mostrasse nuda davanti al mio corpo.
«Tieni Carola, senti che buoni questi ricoperti di cioccolato e ripieni di marmellata all'arancia».
Si mette in bocca due o tre biscotti alla volta, chiude gli occhi, entra in un'estasi solitaria. Sembra appagata, gli occhi chiusi, la bocca che mastica velocemente, le briciole che le cadono addosso, incurante di sporcarsi, anzi è proprio questo che la fa godere. È così coinvolgente osservare la sua spasmodica ingordigia, che mi viene voglia di imitarla. Non so perché ma mi trasmette voglia di vivere. Lei sa che non durerà a lungo e io voglio farle compagnia. Ci facciamo un piatto di pasta al sugo. Melissa versa gli spaghetti nel piatto, ne afferra uno e me lo ficca in gola. Quasi mi procura una contrazione di vomito per il contatto vicino all'ugola.
«Senti come si sta bene? È come farsi una canna o una pera o una striscia di coca.»
«Melly basta, cazzo! Ritorna in te!»
«Carola, lo sai che ho iniziato a prendere le anfetamine?»
«No, ti prego Melly non scherzare».
«È uno sballo amica mia, devi provare anche tu».
«Me le ha prescritte il mio medico di fiducia dopo un'attenta anamnesi in accordo con lo specialista. Mi fanno stare bene, ho meno appetito e mi sento più energica».
«Sì però lo sai che non devi abusarne, vero?»
«Tu rinunceresti a un orgasmo multiplo con il più figo della scuola? Sì proprio tu, che sembri una ninfomane!»
Oddio, Melissa non ha mai parlato a quel modo, sembra una bambola indemoniata con gli occhi di vetro. Mi fa paura. Mi terrorizza. Non voglio, no, non posso, mi metto dietro la sedia, come in castigo, timorosa di prendere una sberla da mio padre, non voglio, è qualcosa che non avrei mai pensato e invece ora sono qui, in un incubo, davanti a Melissa, fuori di sé. Eppure mi attira, vorrei entrare nella sua testa, nel suo corpo, nei suoi organi, nel suo sangue, vorrei rinascere ed essere la sua gemella.
Mi piace come veste Melissa. Ha dei bei vestiti, anche se butterei via dai suoi armadi tutti quei capi da collegiale che la fanno vecchia. Melly ha un bel viso, occhi di smeraldo e una bocca disegnata a matita. Il naso appuntito, un po' di lentiggini, una cosa strana perché i suoi capelli sono neri.
«Melly mi è venuta un'idea brillante! Che ne dici se ti faccio un bel maquillage? Saresti benissimo...»
«Non credo proprio, amica mia, niente può migliorare il mio viso deturpato».
«No guarda, fai come faccio io. Copro le occhiaie con del fluido rosa, passo un po' di cipria col pennello, un po' di matita verde per mettere in risalto gli occhi, una passata di mascara e un lucidalabbra albicocca. Dai, prova!»
La mia amica mi imita alla perfezione, abbiamo quasi gli stessi colori. Ci differenziamo soltanto per i capelli, i miei sono biondo scuri. Ma forse anche per gli occhi. Non mi interessa, ci somigliamo e basta. Indosso uno dei suoi maglioni aderenti, chissà come le stava questo qui verde, non si capisce la taglia, forse è una taglia unica. Poi prendo un paio di pantaloni neri e mi osservo nella vetrata rischiarata dal sole. Lei si butta addosso un maglione verde menta, come gli occhi, e un paio di leggings neri. Non so nemmeno io se vederla magra o grassa. A me sembra una bellissima ragazza. Se potessi entrare nella sua testa forse mi vedrei deformata in uno specchio che storpia i corpi fino a renderli troppo grassi o troppo magri.
Melissa mi prende la mano. La sua è sudata, fredda, calda, piccola, grande, è un intreccio di vene, un mucchio di ossa. Melissa è un universo senza baricentro, un pianeta sopra l'asse terreste, un turbine di vento, uno scroscio di pioggia, una cascata ghiacciata, una spiaggia dorata. La sua anima non si può descrivere. Bisogna toccarla. E senti la vita. Una vita che parte dall'alto e cade a terra, una vita adulta e una bambina, una vita che vomita rabbia, amore, odio. La sua ricerca è il vuoto e nel vuoto lei vive. L'accarezzo. Voglio sentire il suo vuoto, voglio entrare nella stanza degli specchi, vedermi magra e poi grassa, gracile e forte, fragile ed energica Quanti volti ha Melissa, non riesco a contarli. Una girandola di emozioni mi trascina a terra o mi fa volteggiare in aria. Rimaniamo vicine e continuiamo a guardarci, a pensarci, a immaginarci, e nello specchio affondiamo.
Mi guarda, come divertita dal mio gioco di ruoli, sorpresa dalla mia idea di sentirci gemelle per un giorno. Mi prende per mano e mi porta in bagno, ci guardiamo allo specchio, siamo due gocce d'acqua, ora sempre di più, unite anche in un dolore che non è ancora tale ma forse lo diventerà.
La porta del soggiorno sbatte all'improvviso. Tommy avrà finito di fare i compiti. si deve preparare per il test B2 per poter accedere all'università di Cambridge. Ora vorrà vedersi la sua serie preferita su Netflix. A un tratto alcuni passi che arrivano verso la porta del bagno. Poi silenzio. Apro di scatto.
«Ciao sorellina, vi ho viste...»
«Che vuoi dire marmocchio?»
«Tu e Carola, in bagno».
«Tommy sghignazza col suo riso beffardo, si copre i denti biancastri, si schiaccia il naso con la mano e poi scoppia a ridere ancora».
«Ma che ti prende? Che hai da ridere come un matto?»
«Niente, rido, così...Vi ho viste... così, dicevo ...»
Scoppia ancora nella sua risata spavalda e irritante, echeggia sopra il suo maglione blu contornato da un colletto bianco. Un perfetto scolaretto di Oxford, ah no, di Cambridge, dimenticavo.
Chissà cosa avrà capito quello stronzetto, lui non può capire, lui non sa cosa sia la vera amicizia, l'empatia, il legame affettivo profondo. Lui non sa un cazzo.
«Vuoi vedere che lo dico a papà?»
«E cosa gli diresti, sentiamo».
«Bè gli dico che tu e Carola ...vabbè hai capito».
«No, non ho capito un accidente e nemmeno tu hai capito niente!»
«Ma se vi ho viste!»
«Bene, allora riferisci tutto a papà, vorrei sentire cosa ti inventi fratellino».
"Quello che ho visto».

Sento i giri nella toppa della porta di ingresso, è mio padre che saluta senza entusiasmo e butta la giacca sul divano. Ci scruta con sguardo severo.
«Allora voi due che avete da confabulare?»
«Niente papà, volevo dirti che... papà ha telefonato la mamma poco fa, ha detto che farà tardi stasera, che possiamo cenare senza aspettarla».
«Certo, come sempre, a me non poteva dirlo?»
«Non so papà, magari non ti ha trovato al telefono».
«Si si certo, ogni scusa è buona».

«Sei stata fortunata, sister».
«E tu sei un vigliacco».
«Ehi guarda come parli acciuga! Sono ancora in tempo a spifferare tutto!»
«Provaci, rosso, e io ti minaccio!»
«Sentiamo...»
«Dico a papà che hai rubato un vespino, solo per fare il figo e mandare su di giri il motore, credi non ti abbia visto?»
«Ma quale vespino, Cristo santo».
«Quello che hanno fregato a 100 metri da qui».
«Matta...tu sei matta! Vattene a dormire, magari con Carola, che vi fate compagnia, le due sorelle siamesi!»
Io e Carola scoppiamo in una risata complice e ci abbracciamo chine in una ceramica bianca sporcata dai nostri rigurgiti. Di colpo non ho più paura, il mio desiderio è il suo. Siamo due entità legate a un unico destino. Due esseri indistinti da un vincolo inscindibile di fortissima amicizia. Poi il bianco diventa nero e invoco Dio.

Cristina Parente
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