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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Antonietta Aversa
Titolo: Nata con la camicia
Genere Memoir
Lettori 58
Nata con la camicia
Ci sono storie che nascono dal desiderio di raccontare qualcosa agli altri e poi ci sono storie che nascono da un bisogno più profondo: quello di fermarsi, guardarsi indietro e dare un senso al viaggio fatto.
La mia storia è nata proprio così.
Ho deciso di mettere nero su bianco la mia vita non perché pensassi di avere qualcosa di speciale da dimostrare, ma perché sentivo il bisogno di custodire i ricordi prima che il tempo li rendesse più sfumati. Avevo bisogno di raccogliere emozioni, persone, momenti felici e momenti difficili e dare loro un posto preciso nel mio cuore.
Ho scritto per raccogliere i pezzi di una storia che, guardata tutta insieme, racconta molto più di semplici avvenimenti.
Racconta chi sono.
Racconta da dove vengo.
Racconta le persone che hanno lasciato un segno nella mia vita.
Il titolo “Nata con la Camicia” nasce da un'espressione che tutti conosciamo. Si dice di una persona fortunata, di qualcuno che sembra avere una protezione speciale, come se la vita gli avesse regalato una strada più semplice.
Nel corso degli anni questa frase mi è stata detta tante volte.
Ogni volta che riuscivo a superare una difficoltà.
Ogni volta che qualcosa sembrava andare nel verso giusto.
Ogni volta che, dopo un momento complicato, arrivava una nuova opportunità.
Ma più il tempo passava e più mi rendevo conto che quella frase aveva un significato diverso da quello che tutti immaginavano.
Perché essere “nata con la camicia” non significa non soffrire mai.
Non significa non avere paura.
Non significa essere risparmiati dalle prove della vita.
Forse significa avere dentro qualcosa che ti permette di affrontarle.
Forse significa avere radici profonde.
E le mie radici affondano nella mia famiglia.
Sono cresciuta in una famiglia semplice, dove l'amore non si mostrava con grandi parole, ma con i gesti di ogni giorno. Mio padre e mia madre erano persone di altri tempi: lavoratori, concreti, abituati ai sacrifici. Il loro modo di dire “ti voglio bene” era esserci, preoccuparsi, fare rinunce per permettere a noi figli di avere qualcosa in più.
Mio padre Pasquale era un uomo forte, un lavoratore instancabile. Per una vita intera ha lavorato nella cava di Coperchia, affrontando la fatica con dignità e orgoglio. Era un uomo dalla “capa tost”, come si dice dalle nostre parti, determinato, capace di affrontare ogni problema senza arrendersi. Da lui ho imparato che nella vita non sempre possiamo scegliere ciò che ci accade, ma possiamo scegliere come affrontarlo.
Da lui ho imparato che nella vita bisogna rimboccarsi le maniche.
Ho imparato che la fatica non deve spaventare.
Ho imparato che la forza non è non cadere mai, ma avere il coraggio di rialzarsi.
Mia madre Rosaria, invece, aveva la capacità di trasformare il poco in qualcosa di prezioso. Era sarta e con le sue mani riusciva a creare bellezza. Ricordo ancora quei momenti in cui realizzava piccoli vestiti per le mie Barbie utilizzando ritagli di stoffa avanzati dal suo lavoro. Da bambina mi sembrava una magia: prendere qualcosa che sembrava inutile e trasformarlo in qualcosa di bello.
Solo crescendo ho capito che quella non era soltanto bravura nel cucire.
Era il suo modo di vivere.
Mia madre sapeva rammendare la vita.
Sapeva tenere insieme una famiglia.
Forse, senza rendermene conto, ho imparato proprio da lei una delle lezioni più importanti: nella vita non sempre possiamo evitare gli strappi, ma possiamo imparare a ricucirli.
La mia storia è fatta anche di cambiamenti.
Uno dei più grandi è stato l'incontro con Mauro.
La nostra sembra quasi una storia scritta da un film: ci conoscevamo fin da bambini, ma la vita ha deciso di farci guardare in modo diverso molti anni dopo.
Un regalo semplice, un foulard e un profumo, sono diventati il simbolo dell'inizio di un amore che avrebbe attraversato tante prove.
Dopo il matrimonio è iniziata una nuova vita a Latina.
Lasciare casa, la mia famiglia, le mie abitudini e le mie radici non è stato semplice. C'era la felicità di costruire qualcosa di mio, ma anche la nostalgia di ciò che lasciavo.
La distanza mi ha insegnato una cosa importante: la famiglia non è solo il luogo dove vivi, ma il luogo che porti dentro.
E la mia famiglia è sempre rimasta con me.
Poi è arrivato il momento più importante della mia vita: diventare mamma.
La gravidanza di Domenico è stata un viaggio pieno di emozioni. Quando ho scoperto di aspettare due gemelli ho provato una gioia difficile da descrivere. Era un'emozione immensa, accompagnata anche da tante paure.
Poi uno dei due bambini ha interrotto il suo cammino.
È stato un momento particolare, difficile da spiegare. C'era la felicità per la vita che continuava dentro di me e, allo stesso tempo, il dolore per qualcosa che avevo appena iniziato a immaginare e che non sarebbe stato.
Ancora oggi mi piace pensare che Domenico abbia dentro di sé una forza speciale, quella di due persone unite.
Poi è arrivato l'11 dicembre 2004.
Il giorno che avrebbe dovuto essere soltanto il giorno più bello.
Il giorno della nascita di mio figlio.
Ma la vita, ancora una volta, ha deciso di mettermi alla prova.
Quella che sembrava una semplice colica si è trasformata in un'emergenza. La paura è arrivata improvvisamente. In quei momenti non pensi a te stessa, pensi solo alla vita che hai dentro.
Nel tragitto verso l'ospedale mi sono aggrappata alla fede. Davanti a me avevo l'immaginetta di Padre Pio e, nel silenzio della paura, ho affidato a lui il mio bambino.
Non sapevo cosa sarebbe successo.
Non sapevo se tutto sarebbe andato bene.
Ma sapevo che dovevo lottare.
Quello che è seguito è stato un percorso fatto di dolore, ospedali, lontananza, attese.
Sono diventata madre nel momento stesso in cui ho dovuto affrontare una delle prove più grandi della mia vita.
Per salvare la mia vita i medici hanno dovuto prendere una decisione difficile: un intervento che avrebbe cambiato per sempre il mio futuro.
Ho perso la possibilità di avere altri figli proprio nel momento in cui nasceva il mio primo.
È stato un dolore che ho elaborato nel tempo.
Perché alcune ferite non si chiudono subito.
Alcune si imparano semplicemente ad accettare.
Ma nello stesso momento in cui perdevo qualcosa, ricevevo il dono più grande: mio figlio.
E lui è diventato la mia forza.
Nei giorni trascorsi lontano da lui, quando ero ricoverata al Cardarelli di Napoli, ho conosciuto una solitudine difficile da raccontare. Ricordo la vigilia di Natale davanti alla finestra dell'ospedale, guardando il Golfo e il Vesuvio illuminati.
Era uno spettacolo meraviglioso.
Ma io riuscivo a vedere solo ciò che mi mancava.
Il mio bambino.
Le mie braccia vuote.
Il desiderio di poterlo finalmente stringere.
In quei momenti mi hanno sostenuta la fede, l'amore della mia famiglia e quella forza interiore che spesso scopriamo solo quando siamo costretti a cercarla.
Quando finalmente ho potuto prendere Domenico tra le braccia, ho capito che tutto quel dolore non mi aveva distrutta.
Mi aveva trasformata.
La vita però non aveva ancora finito di insegnarmi qualcosa.
Un anno dopo è arrivata un'altra prova: la Sindrome di Ramsey-Hunt, una paralisi facciale che mi ha costretta ancora una volta lontana da mio figlio.
Ancora un distacco.
Ancora una paura.
Ancora la sensazione di dover ricominciare.
Eppure ogni volta ho trovato un modo per andare avanti.
Perché forse la mia vera “camicia” non è mai stata una protezione dalla sofferenza.
È stata la capacità di attraversarla.
Nel mio cammino ho imparato che la resilienza non significa non avere fragilità.
Significa avere il coraggio di continuare anche quando ci si sente fragili.
Ho imparato che la fede può essere una luce nei momenti bui.
Ho imparato che l'amore è la forza più grande.
Ho imparato che le persone che abbiamo accanto sono il nostro tesoro più prezioso.
E ho imparato anche ad ascoltare quella parte di me che spesso percepisce ciò che gli altri non vedono. Quel sesto senso che per anni ho considerato un peso e che oggi riconosco come una parte importante della mia sensibilità.
Alla fine, forse, non sono davvero nata con la camicia.
Forse quella camicia me la sono cucita da sola.
Punto dopo punto.
Con le mie esperienze.
Con le mie cicatrici.
Con le mie lacrime.
Con i miei sorrisi.
Con tutte le volte in cui la vita mi ha messo alla prova e io ho scelto di continuare.
Questa è la mia storia.
Non la storia di una persona a cui è andato tutto bene.
Ma la storia di una persona che, nonostante tutto, ha continuato a credere nella vita.
E forse è proprio questa la vera fortuna.
Non essere risparmiati dalle difficoltà.
Ma avere dentro la forza per superarle.

Antonietta Aversa
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