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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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L'estate degli addii
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Il pianista.
Tancredi.
A volte mi chiedo se arriverà mai il giorno in cui salirò su un palco senza sentire questo nodo allo stomaco. Ormai dovrei esserne immune. Almeno è questo che pensa la gente. Chi mi vede seduto davanti a un pianoforte immagina sicurezza, controllo, esperienza. Immagina che decenni di concerti abbiano cancellato ogni traccia di incertezza. Ma non è così. Ho iniziato a esibirmi in pubblico fin da piccolo. Se chiudo gli occhi, riesco ancora a vedere il bambino che ero. Le mie prime esibizioni non avevano nulla a che vedere con i grandi teatri, i riflettori o le recensioni dei critici musicali. Erano semplicemente un modo per rendere felici mamma e papà. Mi facevano sedere davanti al pianoforte del salotto quando arrivavano parenti o amici in visita e mi chiedevano di suonare qualcosa. Io eseguivo diligentemente i brani che avevo imparato, mentre loro ascoltavano con espressioni sempre più stupite. Alla fine arrivavano gli applausi. Sempre. E arrivavano anche quei commenti che allora non comprendevo fino in fondo. «Ha un talento straordinario.» «Non sembra un bambino della sua età.» «Guardate con quanta naturalezza suona.» Mamma e papà sorridevano orgogliosi, io, invece, pensavo soltanto alla musica, non cercavo l'approvazione di nessuno, mi piaceva semplicemente suonare. Con il passare degli anni, però, quelle piccole esibizioni domestiche iniziarono a non bastare più, così arrivarono i primi saggi, poi le manifestazioni cittadine, le feste della parrocchia, i concorsi per giovani talenti. Ogni volta il pubblico diventava un po' più numeroso e il palco un po' più grande. Ricordo ancora l'emozione delle prime apparizioni televisive. Le telecamere mi intimorivano più delle persone. Sapere che dall'altra parte dello schermo potevano esserci migliaia di spettatori era un pensiero difficile da gestire per un ragazzo di quell'età. Ma ogni volta che le dita toccavano la tastiera, il resto del mondo sembrava scomparire. Restavano soltanto il pianoforte e la musica, sempre e soltanto loro. Poi arrivò il momento che cambiò tutto. Avevo diciotto anni, un'età in cui molti giovani musicisti stanno ancora cercando la propria strada, io, invece, mi ritrovai improvvisamente al centro di un vero concerto sinfonico. Un'orchestra alle mie spalle, un teatro gremito, un programma impegnativo. E soprattutto una responsabilità enorme. Quella sera non ero uno dei musicisti, ero il musicista, l'attrazione principale, il ragazzo di cui tutti parlavano, il prodigio che aveva attirato l'attenzione della critica e degli appassionati. Ricordo perfettamente il momento in cui entrai sul palco: le luci, il brusio del pubblico, l'orchestra pronta ad attaccare. E quel misto di paura ed entusiasmo che ancora oggi mi accompagna prima di ogni esibizione. Quando il concerto terminò, capii che qualcosa era cambiato, non soltanto dentro di me, anche nel modo in cui il mondo guardava alla mia musica. Da quel momento iniziarono ad arrivare inviti sempre più importanti: le grandi stagioni concertistiche, i festival internazionali, le collaborazioni con direttori d'orchestra prestigiosi, i primi viaggi all'estero. Poi altri ancora. Fino a quando mi ritrovai a suonare nei teatri e nelle sale da concerto che da ragazzo avevo visto soltanto sulle riviste specializzate e in televisione. Luoghi che sembravano irraggiungibili, che un tempo appartenevano ai miei sogni e che, senza quasi rendermene conto, erano diventati la mia quotidianità. Da quel primo debutto sono passati otto anni, migliaia di ore di studio, centinaia di concerti e un numero incalcolabile di applausi. Tuttavia l'ansia è ancora qui. Sempre. Non arriva con la violenza di una tempesta. Non è panico, non è paura. È qualcosa di più sottile, una presenza silenziosa che si accomoda accanto a me qualche ora prima di ogni esibizione e mi ricorda che nulla può essere dato per scontato. Nemmeno adesso, nemmeno dopo tutti questi anni. Forse è il prezzo che si paga quando si ama davvero ciò che si fa, perché la verità è che non ho mai considerato la musica una professione. La consapevolezza che lo era è arrivata dopo, molto dopo. Prima c'è stato l'amore, un amore assoluto, totalizzante. Un sentimento che ha occupato ogni spazio della mia esistenza fin da quando, a cinque anni, le mie dita hanno scoperto per la prima volta la tastiera di un pianoforte. Ricordo ancora la sensazione, la meraviglia, la scoperta che una semplice pressione sui tasti poteva trasformarsi in emozione, che il suono poteva raccontare storie, che il silenzio poteva avere un significato tanto quanto le note. Da quel giorno non ho più smesso. Mentre gli altri bambini correvano nei cortili, io passavo interi pomeriggi davanti al pianoforte. Mentre gli altri adolescenti inseguivano passioni passeggere, io inseguivo una perfezione che continuava ad allontanarsi a ogni traguardo raggiunto. Non è stato un sacrificio, almeno non l'ho mai vissuto come tale, perché quando si ama qualcosa al punto da non riuscire a immaginare la propria vita senza di essa, la dedizione diventa naturale, quasi inevitabile. A volte ripenso alle parole che sentivo ripetere quando ero ragazzo: portento, fenomeno, talentuoso... Prodigio era il termine che ricorreva più spesso. Lo pronunciavano insegnanti, critici musicali, direttori d'orchestra, giornalisti e lo pronunciavano con ammirazione. Io, invece, non l'ho mai amato particolarmente, perché sembrava attribuire tutto a un dono ricevuto dal destino, come se le ore trascorse a studiare non contassero, se la disciplina, la fatica e la rinuncia fossero dettagli marginali. La realtà è diversa. Il talento apre una porta, ma è il lavoro a decidere quanto lontano si può arrivare. Appoggio lo sguardo sulle grandi finestre della villa che ospita il gala benefico di questa sera. Fuori il sole sta lentamente cedendo il posto al crepuscolo, tra qualche ora il salone sarà pieno di ospiti. Ci saranno discorsi, fotografie, sorrisi eleganti. E poi arriverà il momento della musica. Il mio momento, ancora una volta. Sorrido appena. È curioso. Ho suonato nelle sale da concerto più prestigiose del mondo, ho eseguito programmi impossibili davanti a pubblici immensi. Comunque l'emozione resta sempre la stessa. Forse perché ogni concerto rappresenta un nuovo inizio. Non importa quante volte ci si sia esibiti. Quando le prime note risuonano nell'aria, il passato perde valore. Non contano i successi di ieri, non contano gli applausi ricevuti la settimana precedente, conta soltanto ciò che accadrà in quell'istante. La musica non concede rendite di posizione, pretende verità, ogni volta, da ogni artista. Ed è proprio questo che continuo ad amare dopo tutto questo tempo, dopo tutti questi palchi, dopo tutte queste vite vissute attraverso ottantotto tasti bianchi e neri. La musica resta ancora il più grande amore della mia esistenza. E forse è proprio per questo che, prima di ogni concerto, il cuore continua a battere un po' più forte.
La violinista sconosciuta
Tancredi
Questa sera ho un motivo in più per essere teso. Normalmente l'agitazione che precede un concerto è qualcosa che ormai mi è familiare. So come conviverci, come trasformarla in concentrazione, come impedire che interferisca con la mia esecuzione. Questa volta, però, c'è un elemento imprevisto che continua a occupare i miei pensieri. La serata che sta per iniziare non è soltanto un evento mondano. Si tratta di una raccolta fondi organizzata dalla Fondazione Bambini nel Mondo per sostenere programmi di assistenza destinati ai minori vittime di maltrattamenti e sfruttamento. Per fornire cure mediche, istruzione e protezione. Cose che dovrebbero appartenere a ogni bambino e che invece, in molte parti del mondo, rappresentano ancora un privilegio. Quando Nicolò Pesenti mi ha chiesto di partecipare come ospite d'onore, non ho avuto bisogno di riflettere. Ci conosciamo da anni, so quanto creda nella missione della fondazione che ha creato e so quanta energia dedichi a ogni singolo progetto. Per questo, quando i miei impegni me lo consentono, cerco sempre di essere presente. La musica mi ha dato molto più di quanto avrei mai osato immaginare da ragazzo. Restituire qualcosa a chi ha avuto meno fortuna mi sembra semplicemente giusto. Villa Pesenti, che ospita l'evento, è una splendida dimora veneta risalente all'Ottocento, immersa nel verde della campagna alle porte di Padova. Tra poche ore i suoi saloni saranno pieni di ospiti: imprenditori, professionisti, autorità locali, sostenitori della fondazione. Persone accomunate dal desiderio di contribuire a una causa importante. E io dovrei essere là fuori a pensare soltanto alla musica. Dovrei. Perché fino a oggi pomeriggio fa il programma della serata era perfettamente definito, poi Claudio è inciampato nel suo trolley. Ancora adesso la dinamica dell'incidente mi sembra quasi surreale. Era appena uscito dall'ascensore dell'albergo dove alloggiamo. Il trolley gli si è impigliato da qualche parte. Ha perso l'equilibrio e, nel tentativo di non cadere, ha appoggiato male la mano destra sul pavimento. Il risultato è una lieve distorsione al polso. Niente di grave, niente che non possa risolversi con qualche giorno di riposo. Abbastanza, però, da impedirgli di suonare. Quando il medico ha pronunciato la parola distorsione, ho capito immediatamente quale fosse il problema, non servivano altre spiegazioni. Un violinista può sopportare molte cose, non un polso dolorante. Così Claudio è stato costretto a rinunciare all'esibizione. La notizia mi ha lasciato addosso una sensazione spiacevole. Non soltanto perché è un collega, Claudio è anche un amico. Da anni condividiamo prove, concerti, viaggi, alberghi e interminabili trasferimenti da un continente all'altro. Conosciamo il modo di respirare dell'altro durante un'esecuzione, sappiamo anticipare certe sfumature senza nemmeno guardarci. Un'intesa costruita nel tempo. E il tempo, in musica, è una cosa preziosa. Per questo trovare un sostituto all'ultimo momento ormai è impossibile. I musicisti con cui collaboro abitualmente sono sparsi per mezza Europa. Far arrivare qualcuno a Padova nel giro di poche ore è fuori discussione. In testa sto già cambiando la scaletta con brani per solo pianoforte, quando arriva Nicolò. Attraversa il salone con il telefono in mano e un'espressione che non ha bisogno di spiegazioni. È la faccia che fa ogni volta che pensa di aver trovato una soluzione. «Forse ho risolto il problema.» Incrocio le braccia. «Forse?» Lui sorride. «Conoscendoti, non ti accontenterai di meno del meglio.» «Hai trovato un violinista disponibile con così poco preavviso?» gli rivolgo uno sguardo scettico. «Una violinista.» La precisazione mi sorprende. «Chi è?» «Aurora Venerandi.» Il nome non mi e nuovo, ma non riesco ad abbinarlo a nessuna violinista di mia conoscenza. Nicolò sembra accorgersene e mi viene in soccorso. «È la figlia di Angelo Venerandi.» Ecco perché mi suonava familiare. Angelo Venerandi dirige una delle principali filiali della banca presso cui Nicolò gestisce i conti personali e quelli della fondazione, se non ricordo male. «Anche se è giovane suona da anni, ha iniziato da piccola, come te,» continua. «Ha studiato nei migliori conservatori e si esibisce regolarmente. Piccole cose rispetto alle tue performance, ma è davvero brava e, per nostra fortuna, questa sera è libera.» «Quanto è giovane?» «Ha la stessa età di mia figlia, ventitré.» Il mio scetticismo aumenta e non lo nascondo. «Ti rendi conto che stiamo parlando di un concerto davanti a centinaia di persone?» «Certo che me ne rendo conto.» «E sei sicuro che sia all'altezza?» Nicolò ride, per nulla turbato dalle mie perplessità. «Tra poco lo scoprirai da solo.» Vorrei fare altre domande, invece mi limito a sospirare. A questo punto non abbiamo molte alternative. «Quando arriva?» Come se avesse aspettato finora che gli rivolgessi proprio quella domanda, Nicolò guarda l'orologio. «Direi... adesso.» Mi volto istintivamente verso l'ingresso della sala. Qualche istante dopo una figura femminile compare sulla soglia. Per un attimo il tempo sembra rallentare. La prima cosa che noto è l'eleganza naturale con cui attraversa la stanza, non l'eleganza costruita di chi desidera attirare l'attenzione. Qualcosa di diverso. Più spontaneo. Più autentico. Ha lunghi capelli biondi che ricadono sulle spalle, lineamenti delicati e uno sguardo chiaro che osserva l'ambiente con curiosità e sicurezza allo stesso tempo. Tra le mani stringe la custodia del violino. Il suo sorriso è appena accennato, quasi timido. Ma trasmette una serenità sorprendente. Considerando le circostanze, mi aspetterei nervosismo, dopotutto è stata chiamata all'ultimo momento per sostituire un professionista affermato durante un evento importante. Lei, invece, sembra perfettamente a proprio agio. Nicolò le va incontro. «Aurora, grazie per essere venuta,» le rivolge uno sguardo sincero, poggiando le mani sulle sue spalle in un gesto di gratitudine. «Non ringraziarmi troppo. Prima fammi suonare.» La sua voce è morbida, piacevole. Scambiano ancora qualche frase che non colgo, troppo preso a osservare la figura minuta della ragazza. Poi Nicolò si volta verso di me. «Aurora, lui è Tancredi Monteverdi.» Mi indica con la mano, in un gesto che mi incita ad avvicinarmi. Per un istante i suoi occhi incontrano i miei. E qualcosa dentro di me si immobilizza. Non saprei spiegare perché, forse è soltanto curiosità, forse è la sorpresa di trovarmi davanti una persona diversa da quella che avevo immaginato. Probabilmente non significa nulla o magari significa molto più di quanto io possa comprendere in questo momento. «Piacere di conoscerla Maestro Monteverdi» dice tendendomi la mano. Le stringo delicatamente le dita. «Il piacere è mio. E ti prego, chiamami Tancredi.» Mi guarda sorpresa, come se non si aspettasse una concessione così semplice. «E dammi del tu.» Le sorrido per metterla a suo agio. «D'accordo,» acconsente. Il suo leggero annuire e il sorriso che appare sulle sue labbra mi smuovono qualcosa nel petto. È solo una piccola sensazione, l'illusione di un istante. Eppure, mentre stringo la sua mano, ho la strana impressione che questa ragazza sia appena entrata nella mia vita per una ragione che ancora non comprendo. |
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