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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Abbassare il volume
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Sara usava un tono pacato ma saccente come se stesse riprendendo un bambino colto sul fatto a compiere una marachella, se ne rese subito conto e si sentì in imbarazzo per se stessa ma soprattutto per suo padre. Ultimamente, quando si trovava in quella stanza, le riusciva sempre più difficile scegliere le parole da dire, quelle da tacere ma soprattutto trovare un tono di voce adatto per liberarle e condividerle con lui. «Ho combinato un casino, mi spiace, ti causo sempre problemi», aggiunse l'uomo. «Lascia stare, vorrei poterti aiutare ma non so come.» Ci fu uno sguardo intenso, lungo. In quel secondo che durò un secolo, le sembrò di aver recuperato anni interi di esistenza, sentì di essere riuscita a tornare bambina, ognuno nel ruolo predestinato. Senza amarezza, senza rancore o accuse, lui eri lì, era suo padre, fragile. E lei era una figlia che avrebbe voluto fare qualcosa, ma sapeva che poteva solo esserci, niente di più. Poi all'improvviso le venne in mente Stefano, suo fratello maggiore e realizzò che non era cosa da poco essere lì in quel frangente, anzi era quasi un atto eroico, “meriterei una medaglia” pensò tra sé! Sara si sentì quasi obbligata a correggere il tiro, a levigare il tono usato poco prima per renderlo meno tagliente, come un sasso di fiume che a lungo subisce la carezza ruvida dell'acqua che scorre. «Vedrai che non è nulla, ma la prossima volta ti prego suona quel campanello.» «Non posso sempre disturbare ogni volta che devo andare in bagno», ribatté con tono giustificatorio lui, «qui hanno cose molto più importanti di cui occuparsi.» «Sono d'accordo, ma se poi cadi e ti fai male aumenti comunque il loro lavoro.» Un accenno di sorriso gli si stampò sul viso. Lei lo guardava con apprensione, la pelle era di un colore innaturale, giallastra e rugosa anche se, pensò tra sé, “quelli non potevano essere i segni della vecchiaia, non ancora per lo meno, non avevano ancora avuto il tempo di guadagnarsi quei solchi.” Era ancora giovane, cinquant'anni soltanto. Entrambi sapevano benissimo a chi attribuire tutto questo, non c'erano dubbi o speranze. Avevano temporeggiato troppo: lui preso dal lavoro, dalla vita, dal bisogno inconscio di voler pagare le sue colpe. Sara occupata a fare ordine, a cancellare, a resettare per poi sfinirsi nel tentativo di ripristinare quanto eliminato. E lei approfittando della loro stupida distrazione si era presa tutto, il colore roseo della sua pelle, l'energia, la linfa che scorreva in lui per poi restituirgli rughe profonde. E questo solo per mettere in chiaro che è lei che decide che fare di te, lei che decide come e quando. Lei... la malattia. «Forza, andiamo a fare la tac e vediamo che hai combinato.» Un infermiere alto e magro entrò nella stanza con una sedia a rotelle mettendo in pausa il loro sguardo e i pensieri. Il padre sorrise ancora e si lasciò portare via, lei lo guardò allontanarsi di spalle, sparire piano piano nel corridoio lungo, leggermente curvo con la testa un po' abbassata, forse guardava le mani posate sulle gambe o forse non riusciva a tenerla in altro modo. Sara cercò di allontanare quel pensiero, tornò nella stanza vuota e si diresse alla finestra. Sapeva cosa avrebbe visto lì fuori, ormai aveva avuto modo di memorizzare ogni dettaglio. I ponteggi in fase di allestimento nel palazzo di fronte, le scritte a caratteri cubitali che sponsorizzavano la ditta appaltatrice, gli operai che si alternavano giorno dopo giorno con ritmi e movimenti ripetuti. La sua mente era ben affilata, come diceva sempre Tommaso suo amico e collega, osservava e incamerava informazioni, ogni sfumatura trovava un archivio dove essere riposta e quando necessario veniva prelevata, elaborata e utilizzata per capire meglio le situazioni. Sara alzò un sopracciglio e istintivamente mosse il capo come una bimba che si spazientisce e scrolla la testa per far capire che è un no! Ma come diavolo era possibile? riusciva a memorizzare intere pagine di noiosi rapporti di marketing, aveva presenti nella memoria i visi delle sue compagne della scuola materna, l'espressione della cuoca della mensa che ogni giorno la portava con sé rendendola partecipe della preparazione dei piatti, riusciva ancora, a distanza di più di vent'anni, a sentire nelle narici il profumo del suo minestrone... e poi tutto il meccanismo si inceppava quando si trattava di ricordare mamma Francesca. Per l'amor di Dio per fortuna i suoi lineamenti erano vividi nella mente, se fosse stata brava a disegnare, Sara avrebbe potuto tranquillamente farle un ritratto accurato pur senza averla di fronte, senza dover chiedere suggerimenti alle tante foto che la circondavano a casa. Poteva ancora sentire risuonare la sua voce allegra e leggera, la delicata fermezza della mano che le stringeva il braccio per calmarla e rassicurarla quando si sfogava con lei parlando degli screzi avuti con le compagne di scuola. Eppure tutto andava in frantumi quando... «Ecco ti rendo tuo papà» l'infermiere lo stava già riportando in camera. «Tac fatta, aspettiamo l'esito oggi pomeriggio. Nel frattempo riposo assoluto e nessun tentativo di fare l'eroe ok?» Sara tornò ancora una volta alla realtà, oggi ogni tentativo di evadere con i pensieri era arginato indirettamente dal padre che richiamava la sua totale attenzione. Eppure per tanti anni si erano ignorati a vicenda, era stato naturale farlo, la scelta più semplice per entrambi, come quando ti trovi davanti a due sentieri in montagna e istintivamente scegli quello più pianeggiante e ben delineato. Eviti gli sforzi inutili e conservi le forze per i tempi duri che arriveranno. Abbassi il volume di tutto ciò che rimbomba dentro e intorno. «Quindi oggi addio al mio piano di fuga», disse con un accenno di sorriso il padre che osservava e tentava di decifrare l'espressione criptica della figlia. La cosa certa era che sicuramente Sara non si era impegnata tanto a conoscerlo. Avevano convissuto per diciotto lunghi anni, poi una volta maggiorenne aveva, come si usa dire, lasciato il nido ed era volata via per cercare la sua strada. In realtà questo cliché non rispecchiava nemmeno lontanamente ciò che aveva travagliato la vita della sua famiglia. Dai dieci anni in poi ogni sua singola giornata era stata una scalata a mani nude su rocce di ossidiana, lisce e affilate pronte a lasciare il segno sui polpastrelli e sulle ginocchia. Più volte aveva cercato di afferrare quelle del papà, la pelle callosa irritava e graffiava le sue piccole estremità morbide ma spesso le aveva evitato ferite peggiori. A volte invece aveva volontariamente scansato le braccia tese verso lei e preferito tagli profondi e sanguinanti per non dover avere contatti con lui, per non dover esporre la sua anima ancora acerba e incerta al misterioso buio dell'uomo che la stava crescendo da solo. In fondo cosa conosceva davvero di Giorgio? Sapeva che era suo padre, che un tempo era stato un genitore taciturno ma partecipe e che poi la vita aveva cambiato tutto... Aveva reso lui ancora più riservato ed ombroso di prima, lei confusa e spaesata, Stefano ostaggio di rabbia e vendetta e Francesca, sua mamma, un angelo che vegliava su loro! Dicono che noi siamo il frutto di ciò che assorbiamo da piccoli e se non riceviamo acqua e cure adeguate da alberi possenti e fruttuosi ci trasformiamo in rami secchi da ardere d'inverno nelle stufe. “Questa improvvisa caduta”, pensò Sara, “forse è il segno che aspettavamo, la possibilità di provare ad andare oltre il disinteresse e l'autodifesa reciproca.” Conosceva e stranamente ricordava nitidamente diversi particolari della storia della sua famiglia. Le erano stati raccontati da mamma durante i pomeriggi sonnolenti e pigri passati sotto il plaid con Patty dalle scarpette verdi in mezzo a loro, e le tazze di cioccolata calda mentre fuori l'inverno padroneggiava. Sapeva che Giorgio era il minore di tre fratelli maschi, figlio di una casalinga e di un contadino, era nato subito dopo la guerra e aveva conosciuto i sacrifici e la disciplina severa. Ogni membro della famiglia doveva dare un contributo al mantenimento giornaliero. Non era interessato ai libri, preferiva passare i pomeriggi nei campi con suo padre, nonno Arturo. Lui gli svelava i trucchi, come piantare i vari ortaggi, quanto bagnare, come proteggere e curare il proprio raccolto, come e quando potare gli alberi da frutto e lui trovava tutto così interessante, così importante perché da come eseguiva questi compiti dipendeva la cena sua e dei suoi cari, mentre dai compiti che gli assegnava la maestra sembrava non dipendesse nulla di tangibile. Mamma aveva detto che nonna Carla lo descriveva come un ragazzino timido, molto diverso dai suoi esuberanti fratelli, ingombranti e talvolta prepotenti. Loro erano più grandi e già proiettati verso un'altra età, quella in cui arrivano le ragazze a distrarre e ad occupare la maggior parte dei tuoi pensieri, l'adolescenza che dirompente annebbia ogni altro piano di vita futura. Francesca tenendole i piedini freddi sotto le gambe raccontava che nella famiglia di papà si parlava davvero poco e che forse era questa mancanza che aveva contagiato anche loro. Era cresciuto così, in silenzio, cercando di far poco rumore, e a sua volta ormai grande aveva continuato a farlo... poco rumore... Nonno Arturo gli voleva bene, ma a modo suo. Era uno di quegli uomini convinti che bastasse portare ogni giorno un piatto di pasta in tavola per tenere i figli robusti e sentirsi a posto con la coscienza. Sara ricordava bene la stretta delle mani di mamma diventare improvvisamente più forte mentre le raccontava quei dettagli. Sembrava volerle dire che tra loro era diverso: non solo zuppa e pane, ma anche parole gentili, carezze, calore. All'epoca aveva dieci anni e non poteva immaginare nemmeno lontanamente che quei momenti quasi magici di profonda intimità fossero nella realtà solo attimi veloci e fugaci da tentare di trattenere più a lungo possibile. Guardò il padre che cercava, per quanto fosse possibile trovarla in ospedale, una posizione comoda e istintivamente si allungò su di lui per aiutarlo con i cuscini. «Che dici pà lo aggiusto ancora un po'?» disse senza attendere risposta. Non era facile sollevargli il busto, non collaborava e la osservava come se temesse che lei notasse la sua debolezza. «Va bene così? molto meglio vero?» chiese lei. In realtà era tutto come prima ma lo sguardo di lui la fece desistere. “Cosa ci offriva il mondo oggi?” Si chiese, sprimacciando il guanciale. Non era una domanda filosofica sui valori che guidano o sconvolgono la vita; Sara era concentrata sul qui e ora. Una luce fioca dentro di lei, a sprazzi, rischiarava la foschia dei ricordi e le faceva intravedere, nel presente, il dipanarsi della matassa nella sua mente. “Ci offre una caduta che mi ha fatto precipitare qui questa mattina” pensò tra sé, “ma anche un pomeriggio per parlare, o semplicemente stare vicini, accanto al tuo letto mentre riposi. Chissà, magari senza nemmeno provarci riuscirò a strapparti una bella risata, una di quelle a cui pensavo prima. Oggi è così: una tela bianca su cui scarabocchiare. Non diventerà certo un capolavoro, ma qualunque forma prenderà sarà almeno qualcosa di mio, di nostro. “Questa bozza potrebbe diventare il nostro piccolo Picasso” pensò la ragazza, con lo sguardo illuminato da una nuova speranza. Da troppi anni aveva accantonato il rapporto con Giorgio. Da quando ormai maggiorenne aveva lasciato la casa dove era cresciuta, le telefonate e le visite al padre si erano enormemente dilatate come fiotti d'olio che cadono a terra e, ogni volta che tentavano un contatto, inevitabilmente rischiavano di scivolare e spaccarsi le ossa urtando l'uno contro l'altra. Sentiva tutto l'imbarazzo del momento sulla sua pelle che pareva cosparsa da migliaia di sensori, pronti a far suonare allarmi rumorosi al minimo accenno di pericolo. «Hai visto che tempo oggi? questo vento proprio non vuole smettere», pronunciò Sara con un tono impersonale, banale come se stesse rivolgendo quelle parole ad un vicino di casa incontrato per caso in cortile. Stava prendendo le misure come un leone che gira intorno ad una preda per capire questa da che parte scapperà. Ma il felino che si affacciava in lei era un adulto abituato a difendersi quando sulla via incrociava estranei. Lo stesso felino che poi spaventato ed insicuro, si trasformava in un cucciolo che indossava la maschera della spavalderia quando costretto ad interagire con membri del suo branco. Sara un po' imbarazzata cercò un altro approccio. «Tra poco portano il risultato della tac» si affrettò ad aggiungere, «tu hai ancora mal di testa o va meglio con il riposo?» «Mah un dolore leggero ma nulla di insopportabile», sussurrò Giorgio, «ti ho mai raccontato del giorno in cui potando un ciliegio mi si conficcò una grossa scheggia di legno sotto l'unghia del pollice?» Sara conosceva quella storia e una grossa cicatrice era lì a ricordarle, seppur impallidita dagli anni, tutta la vicenda ma voleva sentire la sua voce, voleva che parlasse di sé, desiderava liberarsi da battute sul meteo, sui cuscini, era grata che fosse lui a uscire da quell'impasse. Questi aneddoti Sara li conosceva grazie alla mamma, ai famosi pomeriggi invernali sotto le coperte. Francesca conosceva bene il carattere schivo del marito: un uomo che non dava molti indizi, faticava a parlare, a raccontarsi, si vergognava quasi di ciò che provava, della sensibilità che aveva ma che raramente mostrava. Con un cenno del capo lo invitò a proseguire... «Avrò avuto tredici anni» continuò con tono pacato, «e trascorrevo i pomeriggi con tuo nonno, avevo dei compiti ma nessuna intenzione di farli... già tutte le mattine le sprecavo a scuola tra i banchi ad imparare cose per me inutili, mi sentivo vivo solo nei campi. Toccavo la terra, la lasciavo scivolare tra le dita, la annusavo per sentire quel profumo di muschio, di cose che crescono, di piante che germogliano grazie alle mie attenzioni per poi diventare zuppa nei piatti la sera, per tutti noi, per nonna, per i tuoi zii, per me. Mi sentivo quasi un mago. Un seme che sistemato in una zolla diventa un tenerissimo zucchino verde con un bel fiore giallo acceso nella mia cesta di vimini. Ma tu non puoi capirlo» istigò con tono provocatorio, «vai al supermercato metti un guanto trasparente e imbusti ciò che trovi sullo scaffale.» Sara colse nitida la sfumatura, la provocazione, ma resistette e senza controbattere lasciò che continuasse a parlare. In passato troppe volte le loro conversazioni si erano interrotte perché lei aveva ceduto alla tentazione di abboccare alle sue trappole. Voleva che continuasse, da qualche parte dovevano pur iniziare a tracciare la prima linea sulla loro tela bianca. Giorgio proseguì e lei colse sul suo viso un'espressione di vittoria come a voler dire: “sei riuscita a stare zitta, posso continuare ad avere la tua attenzione!” «Eravamo solo io e nonno, i miei fratelli come sempre erano impegnati con amici e ragazze, era una giornata ventilata come oggi, era tempo di potatura. Nella piana sotto casa c'era un grosso ciliegio che ogni estate ci regalava chili e chili di succosi frutti. Era stato piantato ancora dal papà di tuo nonno, da circa una stagione però ci eravamo accorti che la produzione era calata di brutto. Ci teneva particolarmente perché era un ricordo di suo padre e non voleva commettere errori, eppure quel pomeriggio affidò a me il compito di procedere. Prese una lunga scala di legno e la appoggiò al tronco ed io sicuro salii veloce come una scimmia fino all'altezza delle chiome. Sapevo che l'avermi dato questo importante compito era il modo di dirmi senza parole che aveva fiducia in me. Presi dal marsupio di tela legato in vita un coltellino, lo misi tra i denti per cercare di avvicinarmi di più, e incisi il legno con cura e delicatezza ma nel mentre, una grossa folata di vento spostò la scala e mi ritrovai a penzolare tra le fronde. Per non cadere allungai il braccio destro per afferrarmi a qualcosa ma il mio pollice si incastrò letteralmente nell'incisione non ancora ultimata. Un rivolo di sangue caldo ricoprì la mia camicia grigia, mi sentii una nullità, il dolore non riusciva a superare la mia vergogna: tuo nonno aveva riposto in me la fiducia e io riuscivo soltanto a deluderlo? Così ignorai quel liquido viscoso, quella fitta lancinante e la lunga scheggia conficcata sotto l'unghia, presi dal marsupio uno straccio di cotone, pulii l'incisione sul ramo e finii con cura il mio lavoro. Sapevo che lui mi osservava da sotto, avevo i suoi occhi incollati sulle mani, sul coltello. Non una parola uscì dalle nostre bocche, lui risistemò la scala, io iniziai a scendere. Tuo nonno raccolse i rami tagliati per accatastarli e bruciarli, capii di aver fatto un buon lavoro e questa per me era l'unica cosa importante in quella giornata di vento impetuoso. Con passi decisi ma senza correre mi avviai alla fontana esterna alla stalla. Da lì non poteva vedermi, fu solo allora che finalmente ebbi il coraggio di guardarmi la mano e di estrarre la lunga scheggia che spuntava beffarda da sotto la mia unghia. Era lunga e sottile, affilata e rossa del mio sangue, sciacquai con acqua corrente e tornai ad aiutarlo a spostare la legna.» Finito il racconto Giorgio la guardò con un'aria tra il compiaciuto e il vulnerabile, abbassò lo sguardo sulla sua mano destra, alzandola leggermente verso di lei per mostrare quella cicatrice. Sara si avvicinò per prendergli la mano, decine di volte aveva visto quel segno indelebile e sentito quella storia, ma soltanto oggi intuiva quanto orgoglio traspariva dalle sue parole. Lui le stava mostrando un pezzo della sua anima, una crepa che faceva breccia nel muro che li divideva ormai da quattordici anni. Gli avevano insegnato ad essere duro, a dare importanza alle cose pratiche, reali e tangibili e scalfire la sua corazza non era certo né allettante né facile, bisognava davvero essere motivati, caparbi e delicati per ottenere qualcosa da lui, per capire cosa significassero per Giorgio parole semplici e apparentemente senza peso come ciliegio, potare, cicatrice, terra, scala, vento... E Francesca era motivata e innamorata di quell'uomo solido e misterioso, adorava i suoi silenzi rumorosi che lasciavano la parola a quegli occhi azzurro cenere. Bastava imparare a leggere i suoi codici, sostituire i significati usuali delle parole con le convinzioni che animavano quell'uomo timido e silenzioso. Un ragazzo orgoglioso, devoto alla famiglia di appartenenza ma smanioso di crearsi un suo futuro.
CAPITOLO 2
Giulia entrò silenziosa nella stanza quasi temesse di disturbare. «Scusate ma devo cambiare la sacca della flebo» «Devo uscire?» chiese timidamente Sara. Tecnicamente mancava ancora un'ora abbondante all'orario ufficiale di visita parenti ma, dopo tre settimane le veniva concesso qualche strappo alla regola. «No tranquilla, faccio in un secondo» e sorrise. La sua dolcezza disarmante la catapultò nel ricordo nostalgico della mamma. La prima volta che Francesca vide quello che sarebbe diventato suo marito, come raccontava sempre, era un caldo pomeriggio estivo. Luglio soffocava i respiri pesanti e ansimanti e da settimane ormai si aspettava la pioggia. Le zolle aride si screpolavano, le cicale non avevano la forza di cantare e le lucertole non ci pensavano nemmeno a fermarsi sui sassi esposti al sole e cercavano riparo tra le fessure ombrose. Giorgio aveva compiuto da poco ventun anni e incanalava tutte le sue energie nel lavoro. Far crescere l'attività nata soltanto dodici mesi prima era l'unico pensiero che occupava la sua mente. Il passo fatto era stato progettato con razionalità ma si trattava pur sempre di un piccolo azzardo, qualsiasi imprevisto poteva far svanire il sogno. Il caldo fuori misura incideva notevolmente sulla capacità fisica, cercava di tenersi idratato ma tutto ciò che era liquido evaporava in lui come una pozzanghera troppo a lungo dimenticata al sole sul sentiero. La cosa più sensata da fare sarebbe stata sospendere i lavori a mezzogiorno ed attendere poi almeno il rintocco delle quattro per riprendere in mano taglia erba e motosega ma, per un uomo come lui era impensabile resistere ben duecentoquaranta minuti a braccia conserte. Quel giorno di luglio sembrava che Lucifero avesse aperto gli oblò dell'inferno per dare un assaggio agli uomini sulla terra di quello che li attendeva se non avessero seguito gli insegnamenti del Padre. Ed era cosa certa, anche il più convinto peccatore avrebbe cambiato strada pur di non cadere in uno di quegli sportelli aperti. Quel giorno lavorava in un grande campo che fiancheggiava la statale che collega il paese alla costa, qualche albero di ciliegio e fichi a volontà regalavano una graditissima frescura. Con il socio avevano deciso di comune accordo di dividersi le zone per accelerare i tempi, quel giorno sarebbe stato solo. Il taglio erba era iniziato alle sei del mattino, procedeva spedito, sicuro e deciso a finire prima del solleone. Poi il disco sussultò ed emise un suono di resa imprigionato da un groviglio di rovi, il motore si spense e Giorgio scese sulla strada dove aveva parcheggiato il furgoncino per prendere la cassetta degli attrezzi. Doveva muoversi, le lancette giravano e il sole aveva ormai raggiunto la parte alta del cielo. Maledizione era successo altre volte ma mai si era imbattuto in un labirinto simile, con le cesoie tagliava e imprecava e con il palmo della mano si asciugava il sudore che ticchettava sul motore. Passò almeno un'ora. Concentrato com'era dimenticò di bere, di prender fiato sotto le fronde, riaccese con rabbia il taglia erba e poi il buio più nero che mai aveva visto: l'oblò aperto dal diavolo l'aveva risucchiato nella sua spirale di fuoco e calore annebbiando la sua mente fino a spegnerla per alcuni lunghissimi minuti. “Ma l'inferno aveva una porta comunicante con il paradiso? perché un viso d'angelo ora era chino su di lui!” pensò. La vista era ancora sfuocata, immaginò di essere sott'acqua, con gli occhi aperti, in cerca di contorni solidi e certi... un suono attutito risvegliava i suoi sensi, non distingueva le parole ma si lasciava cullare dall'armonia che scaturiva. E poi il profumo: come faceva ad essere in un campo di gelsomini? Si lasciò guidare dall'istinto, dall'immagine appena delineata, dal suono e dalla fragranza decisa e lentamente risalì in superficie, tornando al presente, ma assaporando già inconsciamente il futuro. Lei era lì china, aveva rovesciato dell'acqua sul suo viso esanime e con tocco delicato colpiva le sue guance pallide anche se colorate dall'estate. Giorgio si lasciò cullare per qualche secondo da quella sensazione sconosciuta e dimenticò l'orologio, il lavoro, l'erba, lo svenimento, il colpo di calore. Lasciò nell'oblio gli impegni e per la prima volta in vita sua sentì di desiderare di più, voleva svegliarsi tutte le mattine in quel campo fiorito di gelsomini. Cinque secondi dopo un boato e il cielo finalmente si decise, dopo settimane di arsura, a spalancare le porte delle cisterne riversando su di loro litri di lacrime. L'uomo ancora frastornato per la caduta e per la dolcissima rivelazione non riusciva nemmeno ad alzarsi. Restò a terra ad accogliere con gioia la pioggia sul suo corpo non distogliendo mai lo sguardo da quei lineamenti finalmente ben delineati. Nemmeno lei si spostò, si lasciò carezzare da quello scroscio d'acqua restando accucciata quasi a proteggere quel ragazzo arso dal sole che, goccia dopo goccia, tornava alla vita respirando la sua presenza. Sara si sorprendeva spesso a pensare a quell'incontro che suscitava in lei reazioni contrastanti, romanticismo e tenerezza alternate a domande che restavano sospese in attesa di risposte. Da piccina chiedeva ripetutamente a mamma di raccontarlo preferendolo a mille fiabe; la sera a letto si faceva rimboccare le lenzuola e si lasciava cullare da quella sensazione di freschezza. Era innamorata persa dei soggetti. Non esistevano lupi, porcellini, principesse o super eroi che potessero intrigarla più di quell'incontro magico e romantico. Mamma e papà erano la sua favola preferita; ricordava la prima volta che aveva sentito quel racconto: aveva sei anni ed era la sera che precedeva l'inizio della scuola elementare e con timore lei scalpitava eccitata da mille pensieri e qualche paura. Francesca conosceva bene la sua piccola esploratrice, sapeva che non avrebbe preso sonno, avrebbe scalciato tutta la notte, doveva ammaliarla. La sua attenzione era rapita da questi ricordi che veloci le attraversavano la mente come bagliori...
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