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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP, ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo già formattato che per la copertina.
Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Sonia Costa
Titolo: Abbassare il volume
Genere Narrativa Contemporanea
Lettori 17 2 3
Abbassare il volume
Sara usava un tono pacato ma saccente come se stesse riprendendo un bambino colto sul fatto a compiere una marachella, se ne rese subito conto e si sentì in imba­razzo per se stessa ma soprattutto per suo padre.
Ultimamente, quando si trovava in quella stanza, le riu­sciva sempre più difficile scegliere le parole da dire, quelle da tacere ma soprattutto trovare un tono di voce adatto per liberarle e condividerle con lui.
«Ho combinato un casino, mi spiace, ti causo sempre problemi», aggiunse l'uomo.
«Lascia stare, vorrei poterti aiutare ma non so come.»
Ci fu uno sguardo intenso, lungo. In quel secondo che durò un secolo, le sembrò di aver recuperato anni interi di esistenza, sentì di essere riuscita a tornare bambina, ognuno nel ruolo predestinato.
Senza amarezza, senza rancore o accuse, lui eri lì, era suo padre, fragile. E lei era una figlia che avrebbe voluto fare qualcosa, ma sapeva che poteva solo esserci, niente di più.
Poi all'improvviso le venne in mente Stefano, suo fratello mag­giore e realizzò che non era cosa da poco essere lì in quel frangente, anzi era quasi un atto eroico, “meriterei una medaglia” pensò tra sé!
Sara si sentì quasi obbligata a correggere il tiro, a levi­gare il tono usato poco prima per renderlo meno taglien­te, come un sasso di fiume che a lungo subisce la carezza ruvida dell'acqua che scorre.
«Vedrai che non è nulla, ma la prossima volta ti prego suona quel campanello.»
«Non posso sempre disturbare ogni volta che devo anda­re in bagno», ribatté con tono giustificatorio lui, «qui hanno cose molto più importanti di cui occuparsi.»
«Sono d'accordo, ma se poi cadi e ti fai male aumenti comunque il loro lavoro.»
Un accenno di sorriso gli si stampò sul viso. Lei lo guardava con apprensione, la pelle era di un colore inna­turale, giallastra e rugosa anche se, pensò tra sé, “quelli non potevano essere i segni della vecchiaia, non ancora per lo meno, non avevano ancora avuto il tempo di gua­dagnarsi quei solchi.”
Era ancora giovane, cinquant'anni soltanto.
Entrambi sapevano benissimo a chi attribuire tutto que­sto, non c'erano dubbi o speranze. Avevano temporeg­giato troppo: lui preso dal lavoro, dalla vita, dal bisogno inconscio di voler pagare le sue colpe. Sara occupata a fare ordine, a cancellare, a resettare per poi sfinirsi nel tentativo di ripristinare quanto eliminato.
E lei approfittando della loro stupida distrazione si era presa tutto, il colore roseo della sua pelle, l'energia, la linfa che scorreva in lui per poi restituirgli rughe pro­fonde. E questo solo per mettere in chiaro che è lei che decide che fare di te, lei che decide come e quando.
Lei... la malattia.
«Forza, andiamo a fare la tac e vediamo che hai combi­nato.» Un infermiere alto e magro entrò nella stanza con una sedia a rotelle mettendo in pausa il loro sguardo e i pensieri.
Il padre sorrise ancora e si lasciò portare via, lei lo guardò allontanarsi di spalle, sparire piano piano nel corridoio lungo, leggermente curvo con la testa un po' abbassata, forse guardava le mani posate sulle gambe o forse non riusciva a tenerla in altro modo.
Sara cercò di allontanare quel pensiero, tornò nella stanza vuota e si diresse alla finestra.
Sapeva cosa avrebbe visto lì fuori, ormai aveva avuto modo di memorizzare ogni dettaglio. I ponteggi in fase di allestimento nel palazzo di fronte, le scritte a caratteri cubitali che sponsorizzavano la ditta appaltatrice, gli operai che si alternavano giorno dopo giorno con ritmi e movimenti ripetuti.
La sua mente era ben affilata, come diceva sempre Tommaso suo amico e collega, osservava e incamerava informazioni, ogni sfumatura trovava un archivio dove essere riposta e quando necessario veniva prelevata, ela­borata e utilizzata per capire meglio le situazioni.
Sara alzò un sopracciglio e istintivamente mosse il capo come una bimba che si spazientisce e scrolla la testa per far capire che è un no!
Ma come diavolo era possibile? riusciva a memorizzare intere pagine di noiosi rapporti di marketing, aveva pre­senti nella memoria i visi delle sue compagne della scuola materna, l'espressione della cuoca della mensa che ogni giorno la portava con sé rendendola partecipe della preparazione dei piatti, riusciva ancora, a distanza di più di vent'anni, a sentire nelle narici il profumo del suo minestrone... e poi tutto il meccanismo si inceppava quando si trattava di ricordare mamma Francesca.
Per l'amor di Dio per fortuna i suoi lineamenti erano vi­vidi nella mente, se fosse stata brava a disegnare, Sara avrebbe potuto tranquillamente farle un ritratto accurato pur senza averla di fronte, senza dover chiedere suggeri­menti alle tante foto che la circondavano a casa.
Poteva ancora sentire risuonare la sua voce allegra e leggera, la delicata fermezza della mano che le stringeva il braccio per calmarla e rassicurarla quando si sfogava con lei parlando degli screzi avuti con le compagne di scuola.
Eppure tutto andava in frantumi quando...
«Ecco ti rendo tuo papà» l'infermiere lo stava già ripor­tando in camera.
«Tac fatta, aspettiamo l'esito oggi pomeriggio. Nel frat­tempo riposo assoluto e nessun tentativo di fare l'eroe ok?»
Sara tornò ancora una volta alla realtà, oggi ogni tenta­tivo di evadere con i pensieri era arginato indirettamente dal padre che richiamava la sua totale attenzione.
Eppure per tanti anni si erano ignorati a vicenda, era sta­to naturale farlo, la scelta più semplice per entrambi, come quando ti trovi davanti a due sentieri in montagna e istintivamente scegli quello più pianeggiante e ben delineato. Eviti gli sforzi inutili e conservi le forze per i tempi duri che arriveranno.
Abbassi il volume di tutto ciò che rimbomba dentro e intorno.
«Quindi oggi addio al mio piano di fuga», disse con un accenno di sorriso il padre che osservava e tentava di decifrare l'espressione criptica della figlia.
La cosa certa era che sicuramente Sara non si era impe­gnata tanto a conoscerlo. Avevano convissuto per diciot­to lunghi anni, poi una volta maggiorenne aveva, come si usa dire, lasciato il nido ed era volata via per cercare la sua strada.
In realtà questo cliché non rispecchiava nemmeno lonta­namente ciò che aveva travagliato la vita della sua fami­glia. Dai dieci anni in poi ogni sua singola giornata era stata una scalata a mani nude su rocce di ossidiana, lisce e affilate pronte a lasciare il segno sui polpastrelli e sul­le ginocchia. Più volte aveva cercato di afferrare quelle del papà, la pelle callosa irritava e graffiava le sue pic­cole estremità morbide ma spesso le aveva evitato ferite peggiori. A volte invece aveva volontariamente scansato le braccia tese verso lei e preferito tagli profondi e san­guinanti per non dover avere contatti con lui, per non dover esporre la sua anima ancora acerba e incerta al misterioso buio dell'uomo che la stava crescendo da solo.
In fondo cosa conosceva davvero di Giorgio? Sapeva che era suo padre, che un tempo era stato un genitore ta­citurno ma partecipe e che poi la vita aveva cambiato tutto... Aveva reso lui ancora più riservato ed ombroso di prima, lei confusa e spaesata, Stefano ostaggio di rab­bia e vendetta e Francesca, sua mamma, un angelo che ve­gliava su loro!
Dicono che noi siamo il frutto di ciò che assorbiamo da piccoli e se non riceviamo acqua e cure adeguate da al­beri possenti e fruttuosi ci trasformiamo in rami secchi da ardere d'inverno nelle stufe.
“Questa improvvisa caduta”, pensò Sara, “forse è il se­gno che aspettavamo, la possibilità di provare ad andare oltre il disinteresse e l'autodifesa reciproca.”
Conosceva e stranamente ricordava nitidamente diversi particolari della storia della sua famiglia.
Le erano stati raccontati da mamma durante i pomeriggi sonnolenti e pigri passati sotto il plaid con Patty dalle scarpette verdi in mezzo a loro, e le tazze di cioccolata calda mentre fuori l'inverno padroneggiava.
Sapeva che Giorgio era il minore di tre fratelli maschi, figlio di una casalinga e di un contadino, era nato subito dopo la guerra e aveva conosciuto i sacrifici e la disci­plina severa. Ogni membro della famiglia doveva dare un contributo al mantenimento giornaliero.
Non era interessato ai libri, preferiva passare i pomerig­gi nei campi con suo padre, nonno Arturo. Lui gli svela­va i trucchi, come piantare i vari ortaggi, quanto bagna­re, come proteggere e curare il proprio raccolto, come e quando potare gli alberi da frutto e lui trovava tutto così interessante, così importante perché da come eseguiva questi compiti dipendeva la cena sua e dei suoi cari, mentre dai compiti che gli assegnava la maestra sembra­va non dipendesse nulla di tangibile.
Mamma aveva detto che nonna Carla lo descriveva come un ragazzino timido, molto diverso dai suoi esu­beranti fratelli, ingombranti e talvolta prepotenti.
Loro erano più grandi e già proiettati verso un'altra età, quella in cui arrivano le ragazze a distrarre e ad occupa­re la maggior parte dei tuoi pensieri, l'adolescenza che dirompente annebbia ogni altro piano di vita futura.
Francesca tenendole i piedini freddi sotto le gambe rac­contava che nella famiglia di papà si parlava davvero poco e che forse era questa mancanza che aveva conta­giato anche loro.
Era cresciuto così, in silenzio, cercando di far poco ru­more, e a sua volta ormai grande aveva continuato a far­lo... poco rumore...
Nonno Arturo gli voleva bene, ma a modo suo. Era uno di quegli uomini convinti che bastasse portare ogni gior­no un piatto di pasta in tavola per tenere i figli robusti e sentirsi a posto con la coscienza.
Sara ricordava bene la stretta delle mani di mamma di­ventare improvvisamente più forte mentre le raccontava quei dettagli. Sembrava volerle dire che tra loro era di­verso: non solo zuppa e pane, ma anche parole gentili, carezze, calore.
All'epoca aveva dieci anni e non poteva immaginare nemmeno lontanamente che quei momenti quasi magici di profonda intimità fossero nella realtà solo attimi velo­ci e fugaci da tentare di trattenere più a lungo possibile.
Guardò il padre che cercava, per quanto fosse possibile trovarla in ospedale, una posizione comoda e istintivamente si allungò su di lui per aiutarlo con i cu­scini.
«Che dici pà lo aggiusto ancora un po'?» disse senza at­tendere risposta. Non era facile sollevargli il busto, non collaborava e la osservava come se temesse che lei no­tasse la sua debolezza.
«Va bene così? molto meglio vero?» chiese lei. In realtà era tutto come prima ma lo sguardo di lui la fece desi­stere.
“Cosa ci offriva il mondo oggi?” Si chiese, sprimacciando il guanciale. Non era una domanda filosofica sui valori che guidano o sconvolgono la vita; Sara era concentrata sul qui e ora. Una luce fioca dentro di lei, a sprazzi, ri­schiarava la foschia dei ricordi e le faceva intravedere, nel presente, il dipanarsi della matassa nella sua mente.
“Ci offre una caduta che mi ha fatto precipitare qui que­sta mattina” pensò tra sé, “ma anche un pomeriggio per parlare, o semplicemente stare vicini, accanto al tuo let­to mentre riposi. Chissà, magari senza nemmeno provarci riuscirò a strapparti una bella risata, una di quelle a cui pensavo prima. Oggi è così: una tela bianca su cui scarabocchia­re. Non diventerà certo un capolavoro, ma qualunque forma prenderà sarà almeno qualcosa di mio, di nostro.
“Questa bozza potrebbe diventare il nostro piccolo Picas­so” pensò la ragazza, con lo sguardo illuminato da una nuova speranza.
Da troppi anni aveva accantonato il rapporto con Giorgio.
Da quando ormai maggiorenne aveva lasciato la casa dove era cresciuta, le telefonate e le visite al padre si erano enormemente dilatate come fiotti d'olio che cado­no a terra e, ogni volta che tentavano un contatto, inevita­bilmente rischiavano di scivolare e spaccarsi le ossa urtando l'uno contro l'altra.
Sentiva tutto l'imbarazzo del momento sulla sua pelle che pareva cosparsa da migliaia di sensori, pronti a far suonare allarmi rumorosi al minimo accenno di perico­lo.
«Hai visto che tempo oggi? questo vento proprio non vuole smettere», pronunciò Sara con un tono imperso­nale, banale come se stesse rivolgendo quelle parole ad un vicino di casa incontrato per caso in cortile.
Stava prendendo le misure come un leone che gira intor­no ad una preda per capire questa da che parte scapperà.
Ma il felino che si affacciava in lei era un adulto abituato a difendersi quando sulla via in­crociava estranei.
Lo stesso felino che poi spaventato ed insicuro, si trasformava in un cucciolo che indossava la maschera della spavalderia quando costretto ad interagire con membri del suo bran­co.
Sara un po' imbarazzata cercò un altro approccio.
«Tra poco portano il risultato della tac» si affrettò ad aggiungere, «tu hai ancora mal di testa o va meglio con il riposo?»
«Mah un dolore leggero ma nulla di insopportabile», sussurrò Giorgio, «ti ho mai raccontato del giorno in cui potando un ciliegio mi si conficcò una grossa scheggia di legno sotto l'unghia del pollice?»
Sara conosceva quella storia e una grossa cicatrice era lì a ricordarle, seppur impallidita dagli anni, tutta la vicen­da ma voleva sentire la sua voce, voleva che parlasse di sé, desiderava liberarsi da battute sul meteo, sui cuscini, era grata che fosse lui a uscire da quell'impasse. Questi aneddoti Sara li conosceva grazie alla mamma, ai famo­si pomeriggi invernali sotto le coperte. Francesca cono­sceva bene il carattere schivo del marito: un uomo che non dava molti indizi, faticava a parlare, a raccon­tarsi, si vergognava quasi di ciò che provava, della sen­sibilità che aveva ma che raramente mostrava.
Con un cenno del capo lo invitò a proseguire...
«Avrò avuto tredici anni» continuò con tono pacato, «e trascorrevo i pomeriggi con tuo nonno, avevo dei com­piti ma nessuna intenzione di farli... già tutte le mattine le sprecavo a scuola tra i banchi ad imparare cose per me inutili, mi sentivo vivo solo nei campi.
Toccavo la terra, la lasciavo scivolare tra le dita, la an­nusavo per sentire quel profumo di muschio, di cose che crescono, di piante che germogliano grazie alle mie at­tenzioni per poi diventare zuppa nei piatti la sera, per tutti noi, per nonna, per i tuoi zii, per me.
Mi sentivo quasi un mago.
Un seme che sistemato in una zolla diventa un tenerissi­mo zucchino verde con un bel fiore giallo acceso nella mia cesta di vimini.
Ma tu non puoi capirlo» istigò con tono provocatorio, «vai al supermercato metti un guanto trasparente e im­busti ciò che trovi sullo scaffale.»
Sara colse nitida la sfumatura, la provocazione, ma resi­stette e senza controbattere lasciò che continuasse a par­lare.
In passato troppe volte le loro conversazioni si erano in­terrotte perché lei aveva ceduto alla tentazione di abboc­care alle sue trappole.
Voleva che continuasse, da qual­che parte dovevano pur iniziare a tracciare la prima li­nea sulla loro tela bianca.
Giorgio proseguì e lei colse sul suo viso un'espressione di vittoria come a voler dire: “sei riuscita a stare zitta, posso continuare ad avere la tua attenzione!”
«Eravamo solo io e nonno, i miei fratelli come sempre erano impegnati con amici e ragazze, era una giornata ventilata come oggi, era tempo di potatura.
Nella piana sotto casa c'era un grosso ciliegio che ogni estate ci regalava chili e chili di succosi frutti.
Era stato piantato ancora dal papà di tuo nonno, da circa una stagione però ci eravamo accorti che la produzione era calata di brutto.
Ci teneva particolarmente perché era un ricordo di suo padre e non voleva commettere errori, eppure quel po­meriggio affidò a me il compito di procedere. Prese una lunga scala di legno e la appoggiò al tronco ed io sicuro salii veloce come una scimmia fino all'al­tezza delle chiome.
Sapevo che l'avermi dato questo importante compito era il modo di dirmi senza parole che aveva fiducia in me.
Presi dal marsupio di tela legato in vita un coltellino, lo misi tra i denti per cercare di avvicinarmi di più, e incisi il legno con cura e delicatezza ma nel mentre, una grossa folata di vento spostò la scala e mi ritrovai a penzolare tra le fronde. Per non cadere allungai il braccio destro per afferrarmi a qualcosa ma il mio pollice si incastrò letteralmente nell'incisione non ancora ultimata.
Un rivolo di sangue caldo ricoprì la mia camicia grigia, mi sentii una nullità, il dolore non riusciva a superare la mia vergogna: tuo nonno aveva riposto in me la fiducia e io riuscivo soltanto a deluderlo?
Così ignorai quel liquido viscoso, quella fitta lancinante e la lunga scheggia conficcata sotto l'unghia, presi dal marsupio uno straccio di cotone, pulii l'incisione sul ramo e finii con cura il mio lavoro.
Sapevo che lui mi osservava da sotto, avevo i suoi occhi incollati sulle mani, sul coltello.
Non una parola uscì dalle nostre bocche, lui risistemò la scala, io iniziai a scendere.
Tuo nonno raccolse i rami tagliati per accatastarli e bru­ciarli, capii di aver fatto un buon lavoro e questa per me era l'unica cosa importante in quella giornata di vento impetuoso.
Con passi decisi ma senza correre mi avviai alla fontana esterna alla stalla. Da lì non poteva vedermi, fu solo al­lora che finalmente ebbi il coraggio di guardarmi la mano e di estrarre la lunga scheggia che spuntava bef­farda da sotto la mia unghia. Era lunga e sottile, affilata e rossa del mio sangue, sciacquai con acqua corrente e tornai ad aiutarlo a spostare la legna.»
Finito il racconto Giorgio la guardò con un'aria tra il compiaciuto e il vulnerabile, abbassò lo sguardo sulla sua mano destra, alzandola leggermente verso di lei per mostrare quella cicatrice.
Sara si avvicinò per prendergli la mano, de­cine di volte aveva visto quel segno indelebile e sentito quella storia, ma soltanto oggi intuiva quanto orgoglio traspariva dalle sue parole.
Lui le stava mostrando un pezzo della sua anima, una crepa che faceva breccia nel muro che li divideva ormai da quattordici anni.
Gli avevano insegnato ad essere duro, a dare importanza alle cose pratiche, reali e tangibili e scalfire la sua coraz­za non era certo né allettante né facile, bisognava davvero essere motivati, caparbi e delicati per ottenere qualcosa da lui, per capire cosa significassero per Gior­gio parole semplici e apparentemente senza peso come ciliegio, potare, cicatrice, terra, scala, vento...
E Francesca era motivata e innamorata di quell'uomo solido e misterioso, adorava i suoi silenzi rumorosi che lasciavano la parola a quegli occhi azzurro cenere.
Ba­stava imparare a leggere i suoi codici, sostituire i significati usuali delle parole con le convinzioni che animavano quell'uomo timido e silen­zioso.
Un ragazzo orgoglioso, devoto alla famiglia di apparte­nenza ma smanioso di crearsi un suo futuro.

CAPITOLO 2


Giulia entrò silenziosa nella stanza quasi temesse di disturbare.
«Scusate ma devo cambiare la sacca della flebo»
«Devo uscire?» chiese timidamente Sara.
Tecnicamente mancava ancora un'ora abbondante all'orario ufficiale di visita parenti ma, dopo tre settimane le veniva concesso qualche strappo alla regola.
«No tranquilla, faccio in un secondo» e sorrise.
La sua dolcezza disarmante la catapultò nel ricordo no­stalgico della mamma. La prima volta che Francesca vide quello che sarebbe diventato suo marito, come raccontava sempre, era un caldo pomeriggio estivo.
Luglio soffocava i respiri pe­santi e ansimanti e da settimane ormai si aspettava la pioggia. Le zolle aride si screpolavano, le cicale non avevano la forza di cantare e le lucertole non ci pensa­vano nemmeno a fermarsi sui sassi esposti al sole e cer­cavano riparo tra le fessure ombrose.
Giorgio aveva compiuto da poco ventun anni e incana­lava tutte le sue energie nel lavoro. Far crescere l'attività nata soltanto dodici mesi prima era l'unico pensiero che occupava la sua mente.
Il passo fatto era stato progettato con razionalità ma si trattava pur sempre di un piccolo azzardo, qualsiasi imprevisto poteva far svanire il sogno. Il caldo fuori misura incideva notevolmente sulla capa­cità fisica, cercava di tenersi idratato ma tutto ciò che era liquido evaporava in lui come una pozzanghera trop­po a lungo dimenticata al sole sul sentiero.
La cosa più sensata da fare sarebbe stata sospendere i la­vori a mezzogiorno ed attendere poi almeno il rintocco delle quattro per riprendere in mano taglia erba e moto­sega ma, per un uomo come lui era impensabile resistere ben duecentoquaranta minuti a braccia conserte.
Quel giorno di luglio sembrava che Lucifero avesse aperto gli oblò dell'inferno per dare un assaggio agli uo­mini sulla terra di quello che li attendeva se non avesse­ro seguito gli insegnamenti del Padre.
Ed era cosa certa, anche il più convinto peccatore avreb­be cambiato strada pur di non cadere in uno di quegli sportelli aperti.
Quel giorno lavorava in un grande campo che fiancheg­giava la statale che collega il paese alla costa, qualche albero di ciliegio e fichi a volontà regalavano una gradi­tissima frescura. Con il socio avevano deciso di comune accordo di dividersi le zone per accelerare i tempi, quel giorno sarebbe stato solo. Il taglio erba era iniziato alle sei del mattino, procedeva spedito, sicuro e deciso a finire prima del solleone. Poi il disco sussultò ed emise un suono di resa imprigionato da un groviglio di rovi, il motore si spense e Giorgio scese sulla strada dove aveva parcheggiato il furgoncino per prendere la cassetta degli attrezzi.
Doveva muoversi, le lancette giravano e il sole aveva ormai raggiunto la parte alta del cielo. Maledizione era successo altre volte ma mai si era imbattuto in un labi­rinto simile, con le cesoie tagliava e imprecava e con il palmo della mano si asciugava il sudore che ticchettava sul motore.
Passò almeno un'ora. Concentrato com'era dimenticò di bere, di prender fiato sotto le fronde, riaccese con rabbia il taglia erba e poi il buio più nero che mai aveva visto: l'oblò aperto dal diavolo l'aveva risucchiato nella sua spirale di fuoco e calore annebbiando la sua mente fino a spegner­la per alcuni lunghissimi minuti.
“Ma l'inferno aveva una porta comunicante con il paradi­so? perché un viso d'angelo ora era chino su di lui!” pen­sò.
La vista era ancora sfuocata, immaginò di essere sott'acqua, con gli occhi aperti, in cerca di contorni soli­di e certi... un suono attutito risvegliava i suoi sensi, non distingueva le parole ma si lasciava cullare dall'armonia che scaturiva. E poi il profumo: come faceva ad essere in un campo di gelsomini?
Si lasciò guidare dall'istinto, dall'immagine appena delineata, dal suono e dalla fragranza decisa e lentamente risalì in superficie, tornando al presente, ma assaporando già inconsciamente il futuro.
Lei era lì china, aveva rovesciato dell'acqua sul suo viso esanime e con tocco delicato colpiva le sue guance pal­lide anche se colorate dall'estate.
Giorgio si lasciò cullare per qualche secondo da quella sensazione sconosciuta e dimenticò l'orologio, il lavoro, l'erba, lo svenimento, il colpo di calore. Lasciò nell'o­blio gli impegni e per la prima volta in vita sua sentì di desiderare di più, voleva svegliarsi tutte le mattine in quel campo fiorito di gelsomini.
Cinque secondi dopo un boato e il cielo finalmente si decise, dopo settimane di arsura, a spalancare le porte delle cisterne riversando su di loro litri di lacrime.
L'uomo ancora frastornato per la caduta e per la dolcis­sima rivelazione non riusciva nemmeno ad alzarsi. Restò a terra ad accogliere con gioia la pioggia sul suo corpo non distogliendo mai lo sguardo da quei lineamenti fi­nalmente ben delineati. Nemmeno lei si spostò, si lasciò carezzare da quello scroscio d'acqua restando accucciata quasi a pro­teggere quel ragazzo arso dal sole che, goccia dopo goc­cia, tornava alla vita respirando la sua presenza.
Sara si sorprendeva spesso a pensare a quell'incontro che suscitava in lei reazioni contrastanti, romanticismo e tenerezza alternate a domande che restavano sospese in attesa di risposte.
Da piccina chiedeva ripetutamente a mamma di raccon­tarlo preferendolo a mille fiabe; la sera a letto si faceva rimboccare le lenzuola e si lasciava cullare da quella sensazione di freschezza.
Era innamorata persa dei sog­getti.
Non esistevano lupi, porcellini, principesse o super eroi che potessero intrigarla più di quell'incontro magico e romantico. Mamma e papà erano la sua favola preferita; ricordava la prima volta che aveva sentito quel racconto: aveva sei anni ed era la sera che precedeva l'inizio della scuola elementare e con timore lei scalpitava eccitata da mille pensieri e qualche paura.
Francesca conosceva bene la sua piccola esploratrice, sapeva che non avrebbe preso sonno, avrebbe scalciato tutta la notte, doveva ammaliarla.
La sua attenzione era rapita da questi ricordi che veloci le attraversavano la mente come bagliori...

Caldo estenuante
Sole cocente
Gelsomini profumati
Sorrisi freschi
Futuro roseo
Casa accogliente
Trattoria con sedie colorate
Silenzio scomodo
Pianti senza rumore
Buio dell'anima
Black out, corto circuito dei ricordi!
Sonia Costa
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