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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Belinda Blanchett
Titolo: Se non provo dolore
Genere Romance
Lettori 16
Se non provo dolore
Annusano.

Era stanchezza.
La stanchezza di due persone che avevano smesso, per qualche ora, di recitare.
Jennifer osservava il profilo di Carmen.
La mandibola tesa.
Gli occhi immobili.
Sembrava sul punto di dire qualcosa da almeno mezz'ora.
Alla fine lo fece.
«Sai qual è il problema?»
Jennifer abbassò lo sguardo.
«No.»
«Che la gente pensa che i mostri abbiano una faccia da mostro.»
«Che significa?»
Carmen sorrise senza allegria.
«Significa che quelli pericolosi sono quasi sempre i più affascinanti.»
Jennifer non rispose.
«Le persone si fidano del fascino.»
Parlava al muro.
Ai fantasmi.
«Hai mai letto di quei serial killer che sembravano persone normali?»
Jennifer scosse la testa.
«Alcuni erano belli. Intelligenti. Gentili. La gente li adorava.»
Fece una pausa.
«Uno giocava a fare Dio già da bambino. Metteva gli animali in un recinto e decideva chi doveva vivere e chi doveva morire.»
Jennifer sentì un brivido.
«Un altro si travestiva da persona affidabile. Si costruiva un personaggio. Bastavano un sorriso e due parole giuste perché gli altri abbassassero la guardia.»
Carmen rise amaramente.
«Nessuno crede mai che chi fa male possa sembrare normale.»
«Perché me lo stai raccontando?»
«Perché il dolore è una maschera.»
Jennifer la fissò.
«E dietro?»
«Dietro ci trovi quasi sempre un'altra ferita.»
Le parole uscirono basse.
Consumate.
Come se fossero state pensate migliaia di volte.
«Ho conosciuto persone cresciute negli abusi. Persone incapaci di creare legami sani.»
Jennifer sentì qualcosa muoversi dentro.
«Stai parlando di te?»
Carmen chiuse gli occhi.
A lungo.
Troppo a lungo.
Quando li riaprì sembravano più vecchi.
«Sì.»
Jennifer trattenne il fiato.
Per la prima volta Carmen non cercava di vincere.
Non seduceva.
Non manipolava.
Non scappava.
Sembrava semplicemente stanca.
«Ho imparato presto che per sopravvivere dovevo capire le persone prima che le persone capissero me. E se non potevo controllarle...»
Si interruppe.
«Le lasciavi?»
Carmen sorrise.
«Le distruggevo prima.»
Jennifer abbassò lo sguardo.
Quelle parole avrebbero dovuto spaventarla.
Invece le facevano male.
Era diverso.
Era come osservare una ferita aperta.
Una ferita che finalmente smetteva di fingere di essere pelle.
«Non è una giustificazione.»
La voce di Carmen tremò.
«Lo so.»
«Non è una scusa.»
«Lo so.»
«Non cancella niente.»
«Lo so.»
Jennifer sentì il petto stringersi.
Perché quella era la prima volta che Carmen pronunciava parole senza difendersi.
«Le persone come noi si annusano.»
Jennifer sollevò gli occhi.
«Cosa vuol dire?»
«Vuol dire che ci riconosciamo.»
«Da lontano.»
«Anche quando facciamo finta di no.»
Carmen si voltò finalmente verso di lei.
«Tu mi hai riconosciuta subito.»
Jennifer non riuscì a negarlo.
Perché era vero.
Fin dal primo giorno.
Fin dal primo sguardo.
Fin dal primo disastro.
Aveva sentito qualcosa.
Qualcosa di familiare.
«Anche io ho riconosciuto te.»
La voce di Carmen era appena un sussurro.
«Le persone rotte hanno un odore.»
Jennifer rise piano.
«Bella immagine.»
«Fa schifo, lo so.»
«Un po'.»
«Però è vera.»
Erano soltanto due esseri umani.
Seduti nel mezzo delle proprie macerie.
Le vennero in mente tutte le persone che passavano la vita a rincorrere immagini perfette.
Luoghi dove bastava scegliere l'angolazione giusta per sembrare felici.
Jennifer aveva passato anni a credere a quelle immagini.
Adesso invece aveva davanti una donna devastata.
E proprio per questo reale.
La verità non era bella.
La verità era piena di cicatrici.
Carmen appoggiò la testa sul suo grembo.
Jennifer le accarezzò i capelli.
Sentì la tenerezza invadere ogni spazio.
Sentì il bisogno di proteggerla.
E quando finalmente si riconoscevano, diventava quasi impossibile distinguere dove finiva l'amore e dove cominciava il dolore.
CAPITOLO 9 — In pasto
Quella sera c'era qualcosa di diverso.
Qualcosa che le graffiava la pelle.
Poi una ragazza pronunciò una frase.
Una frase che Jennifer aveva detto mesi prima.
Nel letto.
Al buio.
Piangendo.
Una frase che nessuno avrebbe potuto conoscere.
Nessuno.
Tranne Carmen.
Il sangue le si congelò nelle vene.
La ragazza continuava a parlare.
Rideva.
Le altre ridevano.
Anche Carmen.
Jennifer rimase immobile.
Quella non era una coincidenza.
Era un frammento della sua anima.
Uno dei più intimi.
Uno dei più vergognosi.
Uno di quelli che aveva consegnato a Carmen come si consegna un cuore aperto.
Jennifer si avvicinò.
Le gambe tremavano.
«Carmen.»
Il gruppo si zittì.
Carmen si voltò.
«Amore.»
Jennifer odiò quella parola.
Per la prima volta.
«Possiamo parlare?»
Le altre si scambiarono uno sguardo.
Carmen annuì.
La seguì fuori.
La porta si chiuse alle loro spalle.
Il rumore del locale sparì.
Rimase soltanto il traffico lontano.
«Hai raccontato cose mie.»
Carmen non rispose subito.
«Cosa?»
«Lo sai benissimo.»
Jennifer la fissava.
Sentiva il cuore martellare.
«Hai raccontato cose che ti avevo confidato.»
«Jennifer...»
«Non mentire.»
Carmen abbassò lo sguardo.
E quel gesto bastò.
Bastò più di qualsiasi confessione.
«Io ti ho raccontato le cose che non ho detto mai a nessuno.»
«Lo so.»
«Ti ho consegnato tutto.»
«Lo so.»
«E tu lo hai usato.»
La parola rimase sospesa.
Jennifer continuava a guardarla.
Adesso vedeva tutto.
Come un'immagine che finalmente va a fuoco.
Le tornarono in mente decine di episodi.
Carmen aveva un talento inquietante.
Capiva dove colpire.
Dove entrare.
Dove premere.
Come se le emozioni fossero mappe.
Come se gli esseri umani fossero serrature.
Jennifer sentì una nausea improvvisa.
«Mi hai studiata.»
«No.»
«Sì.»
«Mi studiavi mentre ti amavo.»
Carmen abbassò la testa.
Jennifer continuò.
«Sai cosa fa più male?»
«Jennifer...»
«Sai cosa fa più male?»
Carmen tacque.
«Che io pensavo di essere al sicuro.»
Le lacrime le riempirono gli occhi.
«Pensavo che almeno lì fossi al sicuro.»
La mente correva.
Correva troppo veloce.
Le tornarono addosso tutte le persone che consideravano i rapporti semplici transazioni.
Persone che vedevano gli altri come strumenti.
Persone convinte che ogni essere umano avesse un prezzo.
«Mi hai presa e mi hai aperta.»
La voce tremava.
«Hai guardato dentro.»
«Jennifer...»
«E poi hai mostrato tutto agli altri.»
«Non è andata così.»
«Allora come?»
Jennifer sentì il corpo svuotarsi.
Come se qualcuno avesse aperto una valvola invisibile.
«Ti prego.»
Jennifer arretrò.
Istintivamente.
Come davanti a una fiamma.
«Non toccarmi.»
«Jennifer...»
«Non toccarmi.»
La voce era quasi un sussurro.
Ma dentro c'era un'intera vita che crollava.
Jennifer capì una cosa.
I tradimenti del corpo si sopravvivono.
I tradimenti della fiducia no.
Perché il corpo guarisce.
L'anima registra.
E lei ricordava tutto.
Ogni notte.
Ogni confessione.
Ogni paura affidata a quella donna.
Come un deposito sacro.
Come un luogo inviolabile.
Adesso quel luogo era stato profanato.
Si sedette sul marciapiede.
Senza accorgersene.
Le gambe non reggevano più.
Carmen cercò di avvicinarsi.
Jennifer scosse la testa.
«Non farlo.»
«Ti prego.»
«No.»
Esistono persone che non hanno paura delle conseguenze.
Persone capaci di mentire.
Manipolare.
Adattarsi.
Indossare qualunque volto serva.
Persone affascinanti.
Carismatiche.
Persino amorevoli.
Ma fredde nel punto esatto in cui gli altri custodiscono la coscienza.
Forse persino sincera nel proprio dolore.
Ma nulla di questo cambiava ciò che era successo.
Perché il dolore può spiegare.
Non assolvere.
Può raccontare una ferita.
Non autorizzarla a ferirne un'altra.
Jennifer sentì il petto collassare.
Come un edificio che cede dall'interno.
Piano.
Silenziosamente.
Senza esplosioni.
Solo polvere.
Macerie.
Vuoto.
Pensò a tutte le volte in cui aveva rimandato.
A tutte le volte in cui aveva detto domani.
Domani parleremo.
Domani cambierà.
Domani capirà.
Domani smetterà.
Domani mi amerà.
Ma i domani non salvano nessuno.
I domani consumano.
Le giornate passano.
Una alla volta.
E ogni giorno non si aggiunge alla vita.
Si sottrae.
Jennifer lo comprese in quell'istante con una lucidità feroce.
Capì che esistono ferite che non nascono da ciò che viene fatto alla verità.
Perché quando qualcuno prende le parti più vulnerabili di te e le consegna al mondo, deformandole, manipolandole, ridicolizzandole, non ti tradisce soltanto.
Ti espone.
Ti sacrifica.
Ti offre in pasto a qualcosa che non ha nome.
Jennifer alzò lentamente gli occhi verso Carmen.
Le lacrime le rigavano il volto.
La voce uscì appena.
Quasi senza forza.
«Mi hai dato in pasto al diavolo.»
Belinda Blanchett
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