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Writer Officina
Autore: Francesco Potì
Titolo: Ti lascio il mio Sudest
Genere Romanzo Viaggio
Lettori 6
Ti lascio il mio Sudest
Bozzetti di un viaggio nel Salento e nell'anima

«Ogni vita è un atlante incompleto:
le pagine mancanti le scopri solo quando
non hai più tempo di aggiungerne molte.»

Il primo errore che faccio, quando torno ai Bozzetti di viaggio di Cosimo De Giorgi, è credere che siano soltanto un cammino dentro il Salento. Lecce, Otranto, Maglie, Castro, Gallipoli, i paesi della Grecìa, le serre, le campagne, le marine: tutto sembra disporsi secondo l'ordine rassicurante delle carte, come se bastasse seguire una strada per capire una terra. Ma più avanzo con gli anni, più mi accorgo che quelle pagine non chiedono solo di essere percorse. Chiedono di essere attraversate al contrario.
Non dal paese verso la descrizione, ma dal paese verso l'uomo.
De Giorgi cammina con il passo di chi osserva, misura, verifica. Sa dare un nome alle pietre, alle piante, ai venti, alle acque ferme, alle rovine che molti guardano senza vedere. Io non possiedo la sua disciplina, né la sua calma di scienziato. Porto con me un altro armamentario: un quaderno, qualche appunto, una memoria che si inceppa, un corpo che mi richiama all'ordine, e quella forma di pudore che viene a chi ha taciuto troppo a lungo le cose essenziali.
Per anni ho letto quei luoghi come si leggono i luoghi degli altri. Mi interessavano la precisione, la curiosità, il gusto antico della ricognizione. Poi la vita mi ha spostato lontano, a Casto, in Val Sabbia, dove le montagne chiudono l'orizzonte e l'inverno ha una severità che educa. Lì ho insegnato, ho cresciuto Giulio, ho imparato a pronunciare nomi che non appartenevano alla mia infanzia. Ho vissuto una vita ordinata, forse persino giusta. E intanto il Salento restava sotto, a sud, come una brace coperta dalla cenere.
Tornavo ogni estate a Melendugno, ma tornare non significa sempre rientrare. A volte si arriva nel proprio paese come ospiti gentili: si saluta, si mangia, si visita chi resta, si promette di fermarsi di più l'anno dopo. Poi si riparte. La strada verso il Nord rimette tutto a posto: lavoro, orari, casa, incombenze. Il Sud resta indietro, ma non tace. Aspetta.
Ora non aspetta più.
La malattia non ha bisogno di grandi parole. Entra nelle giornate con gesti minimi: una compressa sul comodino, il fiato che si accorcia salendo pochi gradini, una stanchezza che non somiglia al sonno, la mano che resta un momento di troppo sul volante prima di ripartire. Non mi interessa farne una bandiera. Mi basta riconoscere che ha cambiato la misura del tempo. Prima dicevo “un giorno”. Adesso dico “adesso”.
Così i Bozzetti mi tornano davanti con un'urgenza nuova. Non sono più il libro di un professore salentino che percorre paesi e campagne alla fine dell'Ottocento. Diventano una via di restituzione. Lui cerca ciò che rischia di andare perduto nel paesaggio; io cerco ciò che ho lasciato disperdersi dentro di me. Lui annota monumenti, terreni, distanze, fenomeni. Io provo ad annotare omissioni, gratitudini, paure, silenzi. La sua scienza mi presta un passo. La mia fragilità gli aggiunge una domanda.
Che cosa resta di una terra quando la si guarda dopo quarant'anni di lontananza?
Restano le pietre, certo. La pietra leccese che assorbe la luce come una spugna d'oro pallido. Restano i campanili, i portali, le chiese minute, le cripte fresche, le masserie sdentate, i muretti che segnano confini più antichi delle nostre proprietà. Restano gli ulivi, anche quando sembrano scheletri, anche quando il paesaggio ha il dolore secco di una famiglia colpita tutta insieme. Restano le strade provinciali, le rotatorie nuove, i cartelli dei B&B, le periferie cresciute senza chiedere permesso alla memoria. Restano i bar, le sedie fuori dalle porte, i vecchi che guardano passare le macchine, i ragazzi che parlano di andare via con la stessa fame con cui noi, da giovani, guardavamo i treni.
Il Salento non è una cartolina. È una domanda bassa, insistente, piantata nel calcare.
Ogni paese che De Giorgi attraversa mi appare adesso come una stanza dell'esistenza. L'infanzia ha il colore delle marine raggiunte in macchina con i finestrini abbassati, il sapore del pane caldo, l'odore della polvere sulle strade bianche. La giovinezza ha il rumore delle partenze, il desiderio quasi feroce di non restare chiusi dentro un nome, dentro un cognome, dentro una piazza. La maturità ha il volto della Val Sabbia, delle aule scolastiche, dei registri, delle interrogazioni, dei ragazzi che crescono mentre tu credi di restare uguale. La vecchiaia, se così posso chiamarla senza infingimenti, ha invece la forma di questo ritorno: non cerca indulgenza, cerca precisione.
È forse per questo che sento De Giorgi vicino. Non come una figura da venerare, ma come un compagno severo. Uno che non perdona lo sguardo pigro. Se una chiesa è crepata, bisogna dirlo. Se un paese è bello ma si sta svuotando, bisogna dirlo. Se un paesaggio viene consumato da chi lo vende come incanto, bisogna dirlo senza odio e senza compiacimento. Amare una terra non significa coprirla di parole dolci. Significa accettare di guardarla anche quando mostra la sua stanchezza.
Io torno per questo. Non per rifugiarmi nella nostalgia, che è una stanza comoda ma senza finestre. Torno per capire che cosa ho ricevuto e che cosa non ho saputo consegnare. Torno perché Giulio conosca, un giorno, non soltanto il luogo da cui viene suo padre, ma il modo in cui quel luogo lo ha fatto e disfatto. Non voglio lasciargli un Sud da adorare. Non voglio consegnargli il peso di una radice trasformata in catena. Vorrei lasciargli una bussola imperfetta, una maniera di orientarsi tra partenza e appartenenza.
Ci sono padri che lasciano case, terreni, fotografie ordinate negli album. Io temo di lasciare soprattutto domande. Forse non è poco. Le domande, se sono oneste, durano più delle risposte.
Quando penso al viaggio che mi aspetta, non vedo una linea ordinata. Vedo soste, esitazioni, strade sbagliate, stanchezze improvvise, camere prese per una notte, appunti scritti in automobile con la grafia che si inclina. Vedo il volume di De Giorgi sul sedile accanto, come un passeggero taciturno. Vedo paesi che conosco e che non conosco più. Vedo Melendugno non come punto di partenza o di ritorno, ma come ferita originaria: quella che non sanguina sempre, però non si chiude mai del tutto.
Il Sudest è questo angolo che si ostina a guardare due mari e molte assenze. È una terra che ha imparato a resistere con poco: un muro a secco, una festa, una devozione, una parola salvata in bocca agli anziani, una casa chiusa che aspetta figli dispersi. Ma è anche una terra che rischia di vendere la propria anima al prezzo di una stagione, di confondere l'accoglienza con l'esposizione, la memoria con il consumo, la bellezza con la superficie.
De Giorgi, se camminasse oggi, prenderebbe nota anche di questo. Non si fermerebbe alla rovina antica, perché le rovine del presente fanno meno rumore ma chiedono uguale attenzione. Un uliveto morto è un archivio bruciato. Una piazza vuota alle tre del pomeriggio è una pagina bianca. Una periferia cresciuta male racconta una politica dello sguardo prima ancora che dell'edilizia. Il paesaggio non mente: semmai siamo noi che impariamo troppo presto a non ascoltarlo.
Io provo ad ascoltarlo adesso, con l'orecchio tardo di chi ha rimandato. Ogni volta che apro i Bozzetti sento il passo di un uomo che non aveva fretta di liquidare i margini. È questa la sua lezione più grande. Fermarsi. Guardare ciò che pare secondario. Dare dignità ai paesi piccoli, alle chiese laterali, ai nomi che non entrano nei grandi racconti. In fondo anche una vita funziona così: la verità non sta sempre nei giorni solenni, ma nelle soste minori, negli incontri quasi dimenticati, nelle frasi dette in cucina, nelle partenze fatte senza voltarsi.
Il mio viaggio nasce da qui, da una fedeltà tardiva. Non so fin dove riuscirò ad arrivare, e questa incertezza mi rende più attento. Chi pensa di avere molto tempo guarda in fretta. Chi sente il tempo assottigliarsi comincia a vedere i dettagli: la ruggine di un cancello, una crepa nell'intonaco, il tremito della luce sopra una strada di campagna, il volto di un uomo seduto davanti a un bar come davanti a un confine.
Cammino, dunque, dentro una doppia geografia. Una sta fuori di me, fatta di paesi, coste, serre, campagne, pietre, vento. L'altra sta sotto la pelle, fatta di ciò che ho amato male, di ciò che ho difeso, di ciò che ho perso senza accorgermene. De Giorgi mi accompagna nella prima. Giulio, anche quando non lo nomino, mi aspetta nella seconda.
E tra questi due nomi — il professore che mi guida e il figlio a cui vorrei lasciare una voce più limpida — si apre il mio Sudest. Non una patria da celebrare. Non una ferita da esibire. Una terra da interrogare finché regge il fiato. Una mappa di pietra e sangue quieto, dove ogni paese mi chiede non solo dove sto andando, ma che cosa ho fatto del luogo da cui sono venuto.

Prologo
«Ci sono viaggi che cominciano molti anni
prima del primo chilometro.
Restano fermi in un libro sottolineato,
in una frase che non ti molla più.»
La prima cosa che metto sul tavolo non è il volume di De Giorgi, ma la scatola dei medicinali.
Resta lì, accanto alla lampada, con il suo bianco da ambulatorio e quella piccola arroganza muta degli oggetti necessari. La sposto di pochi centimetri, come se bastasse allontanarla dal centro per ridurle il potere. Poi apro le carte. Fotocopie segnate a matita, appunti presi negli anni, vecchie mappe del Salento, foglietti infilati tra le pagine, ricevute di alberghi già prenotati, indirizzi scritti con una grafia che negli ultimi mesi ha cominciato a cedere, come una strada dopo la pioggia.
Il tavolo della cucina diventa una provincia intera.
Lecce si appoggia al bordo vicino al sale. Otranto scivola sotto il bicchiere. Maglie resta coperta a metà da una lente d'ingrandimento che usavo a scuola per mostrare ai ragazzi la trama delle foglie. Castro è un nome breve, quasi un colpo di vento. Gallipoli si allunga verso il lato più buio, dove la lampada non arriva bene. Melendugno invece non ha bisogno di essere segnato. È già qui, nelle mattonelle fredde, nel rumore di un motorino che passa in strada, nell'odore della sera che entra dalla finestra socchiusa.
De Giorgi mi guarda dalla copertina consumata come un professore severo che attende la lezione preparata. Non sorride. Non concede indulgenze. Sembra dirmi che i luoghi non si attraversano con l'emozione soltanto, e nemmeno con la nostalgia. Bisogna guardarli. Bisogna nominarli bene. Bisogna avere rispetto anche quando fanno male.
«Ha ragione, professore» dico piano.
La casa non risponde. Da quando sono tornato, il silenzio ha imparato la mia voce. Non è un silenzio ostile. È più simile a quello delle aule vuote dopo l'ultima campanella, quando la polvere resta sospesa nella luce e i banchi sembrano conservare ancora le schiene dei ragazzi. Per quarant'anni ho vissuto dentro quel rumore regolato: registri, verifiche, consigli di classe, ricreazioni, treni presi all'alba, neve sui vetri, colline bresciane che d'inverno diventano scure come pensieri trattenuti.
Casto mi ha dato una vita onesta. Non posso negarlo. Mi ha dato una casa, uno stipendio, amicizie discrete, una lingua diversa per le cose quotidiane. Mi ha dato la misura delle montagne, che insegnano a non sprecare fiato. Mi ha dato anche Giulio, o almeno gli anni in cui ho creduto di poter essere per lui un padre intero, non un uomo diviso tra due geografie.
Eppure ogni estate, quando tornavo a Melendugno, sentivo che il paese non mi accoglieva come un figlio rientrato, ma come uno che doveva ancora spiegare la propria assenza.
Nessuno me lo diceva. Anzi, tutti erano gentili.
«Francesco, quando sei arrivato?»
«Resti assai questa volta?»
«E tuo figlio? È cresciuto, ormai.»
Domande semplici, da marciapiede, da bar, da soglia di casa. Ma dentro quelle domande c'era sempre un piccolo tribunale. Io rispondevo con frasi ordinate, come fanno gli insegnanti quando non vogliono entrare nel merito. Dicevo che al Nord il lavoro era lavoro, che Giulio aveva la scuola, poi l'università, poi la sua vita. Dicevo che sarei tornato più spesso. Dicevo molte cose vere e nessuna sufficiente.
Ora non ho più frasi da rimandare.
La compressa della sera mi aspetta nel blister. La prendo senza acqua, per abitudine cattiva, e subito me ne pento. Mi raschia la gola. Resto un momento con la mano sul tavolo, a sentire il corpo che protesta in silenzio. Non fa scene. Non ne ha bisogno. Mi avverte con piccoli segnali precisi: una fitta breve sotto le costole, un affanno che arriva prima del dovuto, una stanchezza che non somiglia alla stanchezza ma a una sottrazione.
La malattia mi sta togliendo il superfluo. Anche questa, in fondo, è una forma terribile di insegnamento.
Apro i Bozzetti. La carta ha un odore che nessun archivio digitale potrà imitare: polvere, colla, tempo, mani altrui. De Giorgi parte dai luoghi con un passo che non chiede permesso. Osserva, annota, confronta. Dove altri vedono un paese, lui vede una stratificazione: roccia, storia, acqua, culto, economia, rovina, promessa. Non passa mai davvero oltre. Ogni dettaglio gli chiede conto.
Io vorrei fare lo stesso, ma so che mentirei se dicessi di poterlo seguire con la sua disciplina. Io parto tardi. Parto con le medicine nella tasca laterale dello zaino, con le prenotazioni fatte per non dover improvvisare la sera, con il navigatore già impostato e il libro sul sedile accanto. Parto con la prudenza di chi non può permettersi eroismi. Se una tappa finisce al tramonto, mi fermerò. Se il corpo chiede tregua, proverò ad ascoltarlo. Non sempre ci riuscirò, perché l'orgoglio degli uomini anziani è una bestia ridicola e resistente.
Sorrido da solo, e il sorriso mi fa tossire.
Sul tavolo ho segnato la prima direzione. Poi la seconda. Poi le altre, come se una linea potesse dare ordine al debito. Otranto, Maglie, Castro, Gallipoli, la Grecìa, le serre, le marine, i paesi interni che molti attraversano senza fermarsi perché non hanno il mare in faccia e dunque sembrano contare meno. È una geografia che conosco e non conosco. I nomi sono familiari, ma i luoghi sono cambiati. O forse sono cambiato io abbastanza da vederli finalmente.
Il Salento di De Giorgi non è il mio, e il mio non sarà quello di Giulio. Questa è la prima verità da accettare. Una terra non resta ferma per consolare chi se n'è andato. Cresce male, cresce bene, si vende, resiste, si trucca, si ammala, rifiorisce dove meno te lo aspetti. Ci sono ulivi che sembrano soldati sconfitti e case restaurate con troppa luce. Ci sono masserie diventate eleganti e campagne lasciate sole. Ci sono rotonde, insegne, parcheggi, lidi, cancelli automatici, piscine dietro muri antichi. Ci sono ancora, però, certi pomeriggi in cui il vento mette ordine nelle cose meglio di qualunque amministratore.
Il vento qui non consola. Sgrida.
Prendo una matita e scrivo sul primo foglio: “Non imitare. Accompagnare.”
Resto a guardare la frase. Mi pare povera, e proprio per questo esatta. Non voglio rifare De Giorgi. Sarebbe presunzione, e forse anche cattivo gusto. Voglio camminargli accanto per il poco che mi è concesso. Voglio vedere che cosa resta dei suoi luoghi, ma anche che cosa quei luoghi riescono ancora a chiedere a un uomo che ha passato la vita a spiegare testi altrui e ha rimandato troppo a lungo il proprio.
Il telefono vibra.
Sul display compare il nome di Giulio. Per un istante non rispondo. Non per freddezza. Per paura che la sua voce porti dentro questa stanza una tenerezza che non sono pronto a reggere. Poi passo il pollice sullo schermo.
«Ciao, papà. Disturbo?»
«No. Sto mettendo un po' d'ordine.»
«Ordine vero o ordine tuo?»
«Quello mio. Il più pericoloso.»
Ride piano. La sua risata ha preso qualcosa dalla madre e qualcosa da me, ma non saprei dire cosa. Forse i figli sono così: restituzioni senza legenda.
«Come stai?»
La domanda arriva con cautela. Da settimane cammina attorno alla malattia come si cammina attorno a una stanza dove qualcuno dorme.
«Stanco, ma presente.»
«Presente è già qualcosa.»
«È moltissimo.»
Dall'altra parte resta un piccolo vuoto. Sento rumori di traffico, forse è ancora fuori, forse cammina. Giulio vive lontano dal Salento come io ho vissuto lontano da Melendugno. Questa simmetria mi pesa più di quanto gli dica.
«Hai cominciato con le tue carte?» chiede.
Guardo il tavolo. Sembra che un vento interno abbia sparpagliato un secolo.
«Sì. Ho davanti mezzo Sud e mezza vita.»
«Quale pesa di più?»
«Dipende dall'ora.»
«E adesso?»
Mi tolgo gli occhiali, li pulisco con il bordo della camicia. La lente destra resta macchiata. Da giovane mi sarei irritato. Adesso lascio stare.
«Adesso pesa di più quello che non ti ho raccontato.»
Giulio non risponde subito. È un ragazzo adulto, ormai, ma in certi silenzi torna bambino. Lo rivedo in Val Sabbia, con il berretto storto e le mani fredde, mentre mi chiede perché il nostro mare sia così lontano. Io gli rispondo che ci sono luoghi in cui si nasce e luoghi in cui si vive. Una risposta corretta, dunque insufficiente.
«Me lo racconterai» dice.
«Ci provo.»
«Non devi fare tutto di corsa.»
Guardo la scatola dei medicinali, poi le mappe, poi il nome di Otranto cerchiato in blu.
«No. Ma non posso nemmeno fare finta di avere un tempo largo.»
«Lo so.»
Quelle due parole mi raggiungono più di qualunque discorso. Lo sa. E io so che lui lo sa. Tra padri e figli, a volte, l'amore è un'informazione condivisa male.
«Ti chiamo domani» dico.
«Quando vuoi. E papà?»
«Dimmi.»
«Non cercare di essere più forte di quello che sei.»
Mi viene da rispondergli con una battuta. È il vecchio istinto della fuga laterale, la piccola ironia con cui per anni ho scansato i discorsi seri. Ma stavolta mi fermo.
«Farò il possibile.»
«Non è la stessa cosa.»
«No. Infatti.»
Chiudiamo senza solennità. Meglio così. Le parole solenni spesso non sanno dove sedersi.
Rimetto il telefono accanto al libro. La stanza sembra più grande e più povera. Fuori passa una macchina lenta, poi una voce di donna chiama qualcuno dalla strada. Un cane abbaia due volte. Melendugno ha questi suoni bassi, domestici, che non chiedono di diventare memoria e invece lo diventano. Per anni li ho dati per scontati. Li ritrovavo d'estate, li lasciavo a settembre. Adesso ognuno mi pare una ricevuta del mondo.
Mi alzo per preparare un caffè, ma a metà gesto cambio idea. È tardi, e il sonno è già un animale difficile. Apro invece la credenza e prendo un bicchiere d'acqua. Bevo piano, in piedi, davanti alla finestra. La strada è quasi vuota. Le case hanno le persiane abbassate, e qualche luce azzurra di televisione trema dietro le tende. Penso a De Giorgi che attraversa questi paesi con il suo sguardo di medico, naturalista, cittadino. Penso a quanta fiducia occorra per credere che descrivere bene una terra possa salvarne almeno una parte.
Forse è questo che mi attira. Non la descrizione, ma la responsabilità.
Io non salvo nulla. Non ho questa illusione. Però posso testimoniare una fedeltà tardiva. Posso dire a Giulio che il Sudest non è soltanto il luogo delle vacanze, delle fotografie al mare, dei pranzi lunghi e delle partenze con il bagagliaio pieno. È una zona dell'anima dove le cose restano incompiute. È una luce che non perdona. È il punto da cui, anche andando via, si continua a essere misurati.
Torno al tavolo e sistemo le carte in pile meno disordinate. A sinistra metto le pagine di De Giorgi. Al centro le mappe. A destra il quaderno che porterò con me. Nella tasca interna della copertina infilo una fotografia di Giulio da bambino, scattata sulla spiaggia di San Foca. Ha i piedi pieni di sabbia e guarda l'obiettivo con l'espressione seria di chi ha appena scoperto qualcosa di decisivo. Dietro, il mare è una striscia chiara, quasi cancellata dal sole.
Non so perché scelga proprio quella foto. Forse perché in quel giorno lui non sa ancora nulla delle distanze. Non sa che i padri possono essere presenti e lontani nello stesso momento. Non sa che una terra può mancare anche a chi la rifiuta. Non sa che il mare, se lo lasci troppo a lungo, diventa una domanda.
Chiudo il quaderno. Sopra ci appoggio la matita.
Domani partirò senza cerimonie. L'auto è già pronta nel piccolo cortile, con il pieno fatto nel pomeriggio e una bottiglia d'acqua infilata nella portiera. Sul sedile del passeggero metterò De Giorgi. Non mi farà compagnia. Mi controllerà. È diverso, e forse è meglio.
Prima di spegnere la lampada, rileggo la frase che ho scritto: “Non imitare. Accompagnare.”
Aggiungo sotto, con mano meno ferma: “Restituire prima che sia tardi.”
La matita resta sospesa un istante sull'ultima parola. Tardi. Non mi piace. Sa di resa, di chiusura, di porta accostata. Ma non la cancello. Ci sono parole che non consolano e proprio per questo servono.
Spengo.
Nel buio la casa non scompare. Si raccoglie. Le carte, il libro, i nomi dei paesi, la fotografia di Giulio, la scatola dei medicinali: tutto resta al proprio posto, come se il viaggio fosse già cominciato senza muovere un passo. Mi siedo ancora un momento, perché il corpo chiede lentezza e io, finalmente, provo a ubbidire.
Fuori, Melendugno respira piano.
Domani entrerò nella strada. O forse è la strada che, da anni, aspetta di entrare in me.

Primo Bozzetto
Otranto, soglia d'Oriente
«Ci sono luoghi dove la geografia
è una forma di coscienza.»
Il navigatore vuole portarmi per la strada più rapida, ma io lo spengo prima di uscire dal paese.
La voce metallica tace a metà di una frase, e nell'abitacolo resta soltanto il rumore basso del motore. Sul sedile accanto, De Giorgi è chiuso dentro il suo volume come un uomo paziente. Sopra ci ho appoggiato gli occhiali da lettura, una matita, una bottiglia d'acqua e una busta con le prenotazioni piegata in quattro. Per stanotte ho fermato una piccola camera non lontano dai bastioni di Otranto. Non voglio finire la giornata cercando un letto con il corpo già in rivolta. Ci sono imprudenze che a vent'anni sembrano libertà; alla mia età diventano soltanto superbia.
Esco da Melendugno senza cerimonie. Le case basse mi accompagnano per poco, poi si aprono i campi. La luce del mattino non è ancora crudele, ma promette di diventarlo. Attraverso la campagna verso Torre dell'Orso e poi scelgo di seguire la costa, perché il primo giorno non può cominciare da una scorciatoia. Il viaggio deve guadagnarsi il mare.
Gli ulivi mi vengono incontro come un esercito colpito alle spalle. Alcuni resistono con una dignità quasi offensiva, altri hanno soltanto rami neri, braccia secche alzate verso un cielo che non risponde. Mi fermo un momento in una piazzola, prima di Sant'Andrea. Non scendo subito. Resto con le mani sul volante a guardare quei tronchi contorti, e sento la gola chiudersi più del necessario.
Non è commozione. È una specie di vergogna.
Per anni, da lontano, ho saputo della malattia degli alberi come si sanno le cose viste nei telegiornali: una notizia, una parola tecnica, un danno enorme e tuttavia astratto. Poi torni e scopri che la perdita ha un odore. Sa di legno morto, terra scoperta, silenzio agricolo. Un uliveto ferito non è solo un paesaggio danneggiato. È una famiglia senza fotografie, un archivio lasciato alla pioggia.
Apro il finestrino. Il vento entra con un colpo secco e muove i fogli sul sedile. De Giorgi, in queste campagne, avrebbe cercato la composizione dei terreni, la natura delle rocce, le acque sotterranee, le colture, la fatica degli uomini. Avrebbe osservato senza cedere alla lamentazione. È questa la sua severità: non consola la realtà, la interroga.
«Va bene» dico al libro chiuso. «Cominciamo da quello che non consola.»
Riparto.
La strada verso Otranto passa tra marine già sveglie e campagne che sembrano trattenere il fiato.
A Sant'Andrea intravedo la pietra chiara, le scogliere, le case nuove e quelle che fingono di essere antiche. Poco più avanti, verso Frassanito, il verde dei pini prova a coprire le ferite. I cartelli dei villaggi, dei lidi, dei parcheggi estivi annunciano una stagione che trasforma tutto in servizio: dormire, mangiare, tuffarsi, ricordare, fotografare. Anche il mare, a volte, sembra messo a disposizione.
Eppure basta una curva, una fenditura nella macchia, e l'Adriatico ricompare come una verità più grande del commercio. Azzurro, duro, orientale. Non ha niente di mansueto. È una pagina spalancata.
Quando arrivo nei pressi degli Alimini, rallento. Da bambino questo nome mi pareva un luogo lontanissimo, benché fosse a pochi chilometri da casa. Alimini aveva per me il suono di una vacanza più importante della nostra, quasi forestiera. Ci venivamo qualche volta con una vecchia macchina piena di asciugamani, pane, pomodori, frutta messa in una borsa termica che non termicizzava nulla. Mio padre guidava con il gomito fuori dal finestrino, mia madre controllava ogni due minuti che non avessimo dimenticato qualcosa, e io guardavo la strada come se mi portasse fuori dal mondo.
Ora passo più piano, con il corpo che mi ricorda di non tenere il busto rigido. La schiena mi tira, un dolore sottile, non grave, ma insistente. Accosto vicino a un distributore e bevo. La compressa del mattino è già nello stomaco, ma la bocca resta amara. Un uomo sulla settantina, seduto all'ombra con un caffè in mano, mi guarda il libro sul sedile mentre faccio benzina.
«Professore?» mi chiede.
Sorrido. Ci sono parole che ti seguono anche quando hai smesso di esercitarle.
«Lo sono stato.»
«Si vede.»
«Da cosa?»
«Dal modo in cui mette le cose in macchina. Tutte dritte, tutte al loro posto. Uno che va al mare butta tutto dietro e parte.»
«Non sto andando proprio al mare.»
Lui abbassa gli occhi sul volume.
«De Giorgi?»
«Sì.»
«Allora sta andando più lontano.»
La frase mi sorprende. Ha l'aria di essere nata per caso e invece resta sospesa con una precisione che non mi aspettavo.
«Lo conosce?» gli chiedo.
«Di nome. A scuola ce lo fecero studiare poco. Troppo poco. Però mio nonno diceva che era uno che camminava e guardava. Oggi camminano tutti, guardano pochi.»
Il caffè gli fuma ancora tra le dita. Indossa una camicia chiara e un cappello di paglia che ha visto molte estati. Non ha l'atteggiamento di chi vuole fare conversazione per riempire il tempo; pare piuttosto uno che custodisce il diritto di pronunciare una frase ogni tanto, ma solo se necessaria.
«Vado a Otranto» dico.
«Allora non entri da turista.»
«Ci proverò.»
«È già qualcosa. Otranto se ne accorge.»
Ride appena, poi beve il suo caffè come se avesse chiuso un ragionamento. Io pago, torno all'auto, ma prima di salire mi volto.
«Lei è di qui?»
«Di nessun posto e di tutti questi posti. Ho lavorato trent'anni in Germania. Ora sto seduto dove capita.»
La risposta mi arriva addosso con una familiarità inattesa. Anche lui è un uomo rientrato, forse senza dichiararlo. Uno di quelli che hanno lasciato il Sud per necessità e sono tornati senza trionfo, portando in tasca una lingua straniera e qualche silenzio in più.
«Allora sa che cosa significa tornare» dico.
Lui mi guarda con una specie di indulgenza asciutta.
«Tornare? No. Tornare è parola grossa. Noi al massimo ripassiamo.»
Non aggiunge altro. E io non insisto.
Riprendo la strada con quella frase dentro l'abitacolo. Ripassiamo. Forse è vero. Forse non si torna mai davvero nei luoghi, ma si passa di nuovo davanti alla versione di noi che li ha abitati. La si saluta da lontano, senza sapere se ci riconosce.
Otranto appare dopo una discesa, chiara e compatta, con il mare che le sta davanti come una sentinella. Non è una città che si concede gradualmente. Si presenta tutta insieme: il porto, le case addossate, il castello, il profilo antico, la luce che rimbalza sulla pietra. Parcheggio fuori dal centro, in una zona dove le auto formano già una piccola città provvisoria. Prima di scendere resto qualche secondo fermo. Mi accorgo che ho il respiro corto, ma non per la salita. È l'arrivo. Il primo vero arrivo.
Prendo il libro, il quaderno, l'acqua. Chiudo l'auto e mi avvio lentamente verso il centro. La borsa pesa più del previsto. O forse sono io che peso meno, come se qualcosa mi fosse stato tolto durante il tragitto.
Otranto mi accoglie con voci, passi, sedie spostate nei bar, ruote di trolley sulla pietra. Il turismo ha una sua fanteria sonora: rotelle, notifiche, risate, domande pratiche, bambini stanchi prima ancora di cominciare. Cammino dentro questa vita senza disprezzarla. Sarebbe facile, e dunque ingiusto. Chi arriva qui cerca bellezza, e la bellezza, quando è vera, non appartiene a chi nasce vicino. Però c'è un modo di consumare i luoghi che li rende muti. Si fotografa tutto e non si riceve niente.
Otranto non è muta. Bisogna solo abbassare il rumore dentro di sé.
Salgo verso la Cattedrale. La facciata si impone con quella sua semplicità che non ha bisogno di gridare. Entro quasi in punta di piedi, anche se non c'è nessuno che me lo chieda. L'aria cambia subito. Fuori il mattino ha il sale e la pietra calda; dentro c'è una frescura che non è solo temperatura. È tempo trattenuto.
Il mosaico mi prende prima ancora che io riesca a prepararmi. L'albero della vita si distende sul pavimento come una mente antica, affollata, sapiente, disordinata solo in apparenza. Figure, animali, re, mostri, mesi, segni, racconti sacri e terrestri convivono nella stessa grande respirazione. Non è un ornamento. È un mondo che si è sdraiato a terra perché gli uomini, camminandoci accanto, imparassero a non sentirsi padroni del centro.
Mi siedo su una panca laterale. Non per devozione soltanto. Ho bisogno di sedermi. Il battito accelera in modo sciocco, come un alunno impreparato chiamato alla lavagna. Appoggio la mano sul petto, aspetto. Non c'è dramma. C'è un corpo che negozia il permesso di continuare.
Apro De Giorgi. Le pagine dedicate a Otranto hanno una precisione che mi commuove proprio perché non cerca commozione. Il professore guarda la città come soglia d'Oriente, come deposito di storia, come luogo dove l'Italia finisce senza davvero finire. Misura le pietre, nomina le memorie, riconosce la stratificazione. Davanti al mosaico, però, sento che qualcosa eccede ogni catalogo. Non lo contraddice. Lo supera.
La scienza arriva fin dove può. Poi comincia l'umiltà.
Penso a Giulio. Da bambino si annoiava nelle chiese. Entrava con me e dopo due minuti cominciava a muovere i piedi, a toccare le panche, a chiedere quando saremmo usciti. Io mi irritavo, come fanno i padri che scambiano la curiosità infantile per mancanza di rispetto. Avrei dovuto inginocchiarmi accanto a lui e dirgli: guarda, non devi capire tutto; devi solo lasciare che qualcosa ti resti addosso. Ma allora avevo fretta di educare. Non sapevo ancora che educare, spesso, significa aspettare.
Mi avvicino lentamente al mosaico, restando dove è consentito. Un gruppo passa con una guida che spiega date, nomi, simboli. Ascolto a tratti. Le parole arrivano corrette, forse persino necessarie, ma il pavimento sembra chiedere un'altra lingua, meno sicura. Ci sono opere che non vogliono essere spiegate fino in fondo. Vogliono che tu riconosca la tua piccolezza senza sentirti umiliato.
Poi scendo verso la cappella dei Martiri.
Qui Otranto cambia voce. La bellezza si ritira e lascia posto all'osso. Le teche, i resti, la memoria dell'assedio non permettono eleganza. Davanti a quei crani ordinati, la storia smette di essere racconto e diventa presenza fisica. Resto immobile. Non provo la retorica del sacrificio, né quella facile dell'identità assediata che oggi molti usano come una clava. Provo qualcosa di più scomodo: la percezione che ogni città di confine sia condannata a essere semplificata da chi viene dopo.
Otranto è stata ferita, certo. Ma ridurla soltanto alla ferita significa offenderla un'altra volta. Una città sopravvive non perché resta inchiodata al proprio dolore, ma perché continua a fare pane, mercato, amori, partenze, ritorni, lavori, litigi, sonni. I morti chiedono memoria, non propaganda. È una differenza enorme, e il nostro tempo la dimentica volentieri.
Una donna anziana, seduta poco distante, mi osserva. Ha un foulard leggero sulle spalle e una borsa di stoffa sulle ginocchia. Quando incrocio il suo sguardo, accenna un saluto.
«Viene da lontano?» mi chiede sottovoce.
«Da Melendugno, stamattina. Ma anche da più lontano.»
«Quella è la strada più lunga.»
«Sì.»
Lei annuisce, come se avessi dato una risposta del tutto normale.
«Io vengo qui ogni settimana» dice. «Non sempre prego. A volte sto soltanto.»
«È già una preghiera.»
«Forse. O forse è vecchiaia.»
«Non sono cose molto diverse.»
Sorride senza mostrare i denti.
«Ha qualcuno lì?» mi chiede indicando appena il quaderno che tengo in mano.
«Mio figlio. Non lì dentro, ma in fondo sì.»
«Allora scriva poco e chiaro. I figli non hanno pazienza con le parole dei padri, però certe frasi poi se le ritrovano quando meno se l'aspettano.»
Vorrei chiederle come lo sa, ma non serve. Ci sono saperi che passano per perdita, e domandarli sarebbe indiscreto.
«Cercherò di non essere troppo lungo» dico.
«Non prometta cose difficili.»
Questa volta rido davvero, ma piano, perché siamo ancora dentro un luogo che pretende misura. La donna si alza con fatica, sistema la borsa sul braccio e si allontana verso l'uscita. La seguo con lo sguardo finché scompare nella luce della navata.
Scrivere poco e chiaro. Ho passato una vita a correggere temi, a togliere frasi inutili, a chiedere ai ragazzi di non confondere l'abbondanza con la ricchezza. Ora tocca a me. Non è mai troppo tardi per diventare alunni, anche se il banco è scomodo e la lezione severa.
Fuori dalla Cattedrale, Otranto mi investe di luce. Per qualche secondo vedo male. Appoggio una mano al muro, fingendo di osservare la pietra. La verità è che il passaggio dal buio al sole mi taglia le gambe. Respiro piano, conto fino a dieci come mi hanno insegnato in ospedale. Un ragazzo mi chiede se ho bisogno.
«No, grazie. Solo un momento.»
«Sicuro?»
«Sì. È la luce che oggi vuole fare la protagonista.»
Lui sorride, ma resta un istante a guardarmi per accertarsi che non cada. Questo piccolo controllo mi commuove più di quanto dovrebbe. Poi raggiunge gli amici e sparisce tra le voci.
Scendo verso il castello. Le mura hanno quella forza muta delle architetture nate per difendere e finite a essere fotografate. Penso a quante pietre del Sud abbiano cambiato mestiere: torri diventate panorami, castelli diventati eventi, masserie diventate eleganza, frantoi diventati sale da degustazione. Non è sempre un male. Le cose vive cambiano funzione. Ma ogni trasformazione dovrebbe portare con sé una domanda: che cosa stiamo salvando, e che cosa stiamo soltanto rendendo presentabile?
Il castello di Otranto non risponde. Sta.
Davanti alle sue geometrie mi torna in mente la Val Sabbia, le fortezze di montagna, i muri costruiti per resistere non al mare ma al freddo, all'invasione, alla povertà verticale. La pietra del Nord chiude. Questa pietra, invece, sembra difendersi guardando lontano. Anche quando è muraglia, resta finestra. Forse perché qui il pericolo è arrivato spesso dall'orizzonte, e l'orizzonte, anche quando minaccia, seduce.
Mi siedo a un bar poco fuori dal flusso principale. Ordino un caffè e un bicchiere d'acqua. Il cameriere, un uomo sui quarant'anni con gli occhi stanchi di chi ha già lavorato mezza giornata prima di mezzogiorno, posa tutto sul tavolino.
«Giornata piena» dico.
«E non ha visto niente. Tra un'ora qui non si cammina.»
«È un bene o un male?»
Lui solleva le spalle.
«È lavoro. Poi, se mi chiede il resto, ci vorrebbe un altro caffè.»
«Lo prendo volentieri.»
Questa volta ride.
«Allora le dico che Otranto vive di chi arriva, ma ogni tanto non si riconosce più. Uno nasce qui e d'estate deve chiedere permesso per attraversare casa propria.»
«E d'inverno?»
«D'inverno ci contiamo.»
La frase è secca, senza lamento. Mi guarda come per misurare se capisco.
«Nei paesi piccoli succede» dico. «Quando arriva il silenzio, si sente chi manca.»
«E chi è rimasto.»
Mi porta il secondo caffè senza che io lo abbia davvero ordinato. Lo bevo lentamente, pur sapendo che il medico non approverebbe. Ma ci sono disobbedienze minime che servono a sentirsi ancora vivi. Apro il quaderno e annoto: “Otranto d'estate si affolla, d'inverno si conta.” Poi mi fermo. La frase non è mia. Glielo dico.
«Posso scriverla?»
«Basta che non mi mette nome e cognome. Mia moglie dice che parlo troppo.»
«Sua moglie ha sempre ragione?»
«No. Però lo viene a sapere tardi.»
Ci scambiamo un sorriso. È un'ironia senza cattiveria, una di quelle piccole scintille che tengono in piedi le giornate di lavoro. Pago, lascio qualcosa in più, lui finge di non accorgersene e pulisce il tavolo accanto con energia eccessiva.
Riprendo a camminare verso il porto. Le barche oscillano piano, i turisti cercano l'inquadratura migliore, un pescatore sistema una cima con gesti lenti, quasi offesi dalla fretta degli altri. Il mare di Otranto ha una chiarezza che non pacifica. Guardarlo significa sentire che dall'altra parte non c'è soltanto l'altra riva, ma tutto ciò che nei secoli è arrivato, partito, naufragato, commerciato, pregato, ucciso, tradotto male.
Porta d'Oriente, si dice. Ma le porte non appartengono mai a un lato solo. Servono a entrare e a uscire. Otranto è questo: non un confine fermo, ma un passaggio inquieto. De Giorgi lo sa. Lo sente nella pietra, nelle memorie, nella posizione stessa della città. Io lo sento nel corpo, forse perché anche la mia vita è stata una porta lasciata troppo spesso socchiusa tra Sud e Nord, tra padre e figlio, tra appartenenza e fuga.
Mi avvicino al molo e resto a guardare l'acqua. Il vento mi porta addosso odore di gasolio, sale, alghe, crema solare. È un odore poco nobile, dunque vero. Il presente non ha l'obbligo di profumare d'antico.
Prendo il telefono e scatto una fotografia, non al panorama ma a una corda consumata legata a una bitta. La mando a Giulio senza scrivere nulla. Dopo qualche minuto arriva la risposta.
“Dove sei?”
Scrivo: “Otranto. Ho cominciato.”
Lui risponde quasi subito: “Piano.”
Resto a guardare quella parola. Piano. È un ordine, una preghiera, un modo di volermi bene senza invadere.
Metto il telefono in tasca e mi accorgo che la stanchezza è salita di un gradino.
Non ancora allarme. Avvertimento. Il corpo mi concede il mattino ma pretende il pomeriggio in cambio.
Prima di raggiungere la camera, torno a guardare la città dal basso. La Cattedrale non si vede tutta, il castello sì, le case sembrano tenersi l'una all'altra per non scivolare nel mare. Otranto non ha la dolcezza di certi paesi interni. Ha una bellezza armata. Anche quando accoglie, resta vigile.
Nel piccolo affittacamere vicino ai bastioni mi riceve una donna giovane, gentile senza eccesso. Mi consegna le chiavi e mi indica una scala stretta.
«È al primo piano. Ce la fa con la borsa?»
La domanda è pratica, ma mi tocca nel punto esatto in cui cerco di sembrare normale.
«Sì, grazie. Vado piano.»
«Qui nessuno corre. O almeno, non dovrebbe.»
La scala è breve, eppure arrivo in cima con il respiro più grosso di quanto vorrei. Entro nella stanza. È semplice: letto, scrivania, armadio chiaro, una finestra da cui si vede un taglio di cielo e, sporgendosi appena, una lama di mare. Appoggio la borsa sulla sedia, il libro sul tavolino, le medicine sul comodino. Ogni oggetto prende posto con una naturalezza che mi inquieta. Sembra che la stanza sapesse già di dovermi aspettare.
Mi sdraio senza togliere le scarpe. Dal vicolo salgono passi, voci, una risata improvvisa. Otranto continua a vivere anche mentre io mi fermo. È giusto così. I luoghi non devono adeguarsi alla nostra stanchezza.
Dopo un po' mi rialzo e apro il quaderno. La mano trema appena, ma riesco a scrivere.
“Otranto non si visita. Si sostiene.”
Rileggo la frase. Non so se sia vera, ma oggi mi basta. De Giorgi mi ha portato fin qui con la sua precisione; la città mi ha consegnato la sua ferita senza permettermi di usarla. È un buon inizio, forse l'unico possibile.
Alla finestra, la luce del pomeriggio comincia a inclinarsi. Il mare resta al suo posto, come una domanda che non ha fretta. Io chiudo gli occhi per pochi minuti, con il libro accanto e il telefono vicino alla mano. Prima di scivolare in un sonno leggero, penso a Giulio e alla corda consumata del porto.
Ci sono legami che resistono proprio perché non sembrano legami.
Basta che qualcuno, dall'altra parte, tenga.

Secondo Bozzetto
Dintorni di Otranto
«La terra non finisce dove finisce la strada:
comincia dove ricomincia il vento.»
La chiave della stanza ha un portachiavi troppo grande, di legno chiaro, con dipinto un faro azzurro.
La rigiro tra le dita prima di scendere. È un oggetto pensato per non perdersi, e mi viene da sorridere: a una certa età anche noi avremmo bisogno di un peso gentile attaccato addosso, qualcosa che impedisca alle distrazioni, alle paure, alle stanchezze di farci sparire nei nostri stessi pensieri.
Ho dormito poco, ma senza agitazione. La camera vicino ai bastioni ha trattenuto per tutta la notte un odore di pietra fresca e bucato. Dalla finestra, prima dell'alba, è entrata una lama di vento che mi ha svegliato senza bruschezza. Otranto, a quell'ora, non somiglia alla città affollata del giorno prima. È più nuda. Si sente il mare prima delle voci, il passo di qualcuno che va ad aprire un bar, il rullo lontano di una saracinesca, un motore che tossisce e parte.
Scendo con la borsa leggera e lascio alla donna dell'affittacamere la chiave grande come una piccola insegna.
«Rientra stasera?» mi chiede.
«Sì. Ho preferito fermarmi un'altra notte.»
«Ha fatto bene. I dintorni di Otranto non si vedono con l'orologio in mano.»
«E nemmeno con il fiato corto.»
Lei mi guarda un istante, senza curiosità indiscreta. Ha l'intelligenza pratica di chi lavora con i viaggiatori e sa distinguere la stanchezza dalla pigrizia.
«Allora vada piano» dice. «Il mare resta là.»
Mi piace questa frase. Il mare resta là. Pare una promessa minima, e forse le promesse minime sono le sole che non mentono.
Raggiungo l'auto parcheggiata fuori dal centro. Il volume di De Giorgi è già sul sedile, chiuso, severo. Accanto ho il quaderno, una bottiglia d'acqua, il sacchetto con le compresse e una mela presa dalla colazione. Prima di partire appoggio entrambe le mani sul volante e resto fermo qualche secondo. Non è esitazione. È una trattativa col corpo.
«Oggi niente eroismi» dico piano.
Il professore non risponde, ma mi pare di sentirlo approvare. De Giorgi conosceva la virtù dell'andare, ma anche quella del fermarsi. Chi osserva davvero non corre mai fino in fondo.
Esco da Otranto verso nord. La città resta alle spalle con le sue mura e il suo bianco, ma appena superato il margine abitato cambia il respiro delle cose. Non c'è più la solennità della Cattedrale, non c'è il peso armato del castello. Ci sono strade laterali, recinzioni, pini, sabbia nascosta, varchi che sembrano non portare da nessuna parte e invece aprono il paesaggio. I dintorni sono sempre una prova di verità. I centri storici sanno vestirsi; i margini no.
La strada verso gli Alimini corre tra campi, strutture turistiche, pinete e aperture improvvise di luce. L'estate ha lasciato dietro di sé cartelli scoloriti, parcheggi vuoti, cancelli semichiusi, qualche ombrellone dimenticato come un fiore finto. Mi fermo vicino a un sentiero che conduce verso la Baia dei Turchi. Non è alta stagione, e questo mi consola. I luoghi, quando non devono compiacere nessuno, tornano a respirare.
Scendo dall'auto prendendo solo acqua e quaderno. Il libro lo lascio sul sedile, ma mi segue lo stesso. Cammino piano tra i pini. La sabbia entra nelle scarpe, il profumo di resina si mescola al salmastro. Ogni tanto devo fermarmi, non tanto per la fatica quanto per quel vuoto improvviso che mi si apre nel petto quando il respiro decide di farsi stretto. Aspetto. Guardo gli aghi di pino a terra. Mi accorgo che la malattia mi costringe a una forma involontaria di attenzione: mi abbassa lo sguardo, mi obbliga a vedere ciò che prima avrei calpestato.
Una coppia mi supera con passo veloce. Lei tiene in mano il telefono, lui porta uno zaino tecnico e un'aria da escursione programmata.
«È ancora lontana la spiaggia?» mi chiede lei.
«Non molto.»
«Lei c'è già stato?»
Guardo avanti, verso il chiarore che annuncia il mare.
«Molte volte e mai abbastanza.»
Lei sorride senza capire del tutto, o forse capendo più di quanto creda. Proseguono, e in pochi minuti diventano due sagome tra gli alberi.
Quando arrivo alla baia, il mare appare all'improvviso, raccolto tra sabbia chiara e macchia. È un luogo che porta addosso un nome enorme, quasi troppo grande per la sua grazia. Baia dei Turchi. La storia, qui, viene spesso detta in modo sbrigativo: approdi, assalti, eserciti, martiri. Ma il mare non conserva le didascalie. Conserva il movimento. Ogni onda cancella e restituisce, come un archivista infedele.
Mi siedo su un tronco portato dalla risacca. La sabbia è umida sotto le scarpe. Apro il quaderno e non scrivo subito. I luoghi laterali chiedono silenzio prima delle parole. De Giorgi avrebbe osservato la conformazione della costa, la vegetazione, la natura del terreno, forse le acque dolci vicine, forse i rapporti tra laghi, dune e mare. Io guardo la linea fragile che divide ciò che resta da ciò che viene consumato.
Le dune sono organismi timidi. Basta poco per ferirle. Un piede fuori posto, una passerella mancata, una stagione troppo pesante, l'avidità travestita da comodità. Eppure resistono con la forza delle cose basse. Non fanno monumento. Tengono.
Penso che anche l'appartenenza funzioni così. Non è una bandiera piantata in alto, ma una radice che lavora sotto. Non la vedi, però se la strappi viene giù tutto.
Mi arriva un messaggio di Giulio.
“Come va oggi?”
Gli rispondo dopo un po': “Sto fuori dalle mura. Forse è lì che si capiscono meglio le città.”
Lui visualizza quasi subito, ma non replica. Mi va bene. Certe frasi non chiedono risposta, chiedono solo di essere ricevute.
Resto ancora qualche minuto davanti al mare. Poi torno indietro con lentezza, fermandomi due volte nel tratto di pineta. La seconda volta fingo di fotografare un cespuglio, ma in realtà aspetto che passi l'affanno. La coppia di prima mi incrocia di nuovo.
«Tutto bene?» chiede l'uomo.
«Sì. Mi sto accordando con la salita.»
«È traditrice.»
«No. È sincera.»
Ridono entrambi, e la loro gentilezza mi accompagna fino all'auto.
Riparto verso gli Alimini. I laghi si annunciano senza clamore, nascosti in parte dalla vegetazione, separati dal mare da un equilibrio sottile. L'acqua ferma ha sempre qualcosa di pensoso. Non possiede l'arroganza dell'onda, non dichiara battaglie. Assorbe. Riflette. Trattiene il cielo con una pazienza che il mare non ha.
Mi fermo in un punto consentito e guardo oltre le canne. Un airone si muove lento, come se il tempo appartenesse ancora agli animali e non agli uomini. Poco più in là passano automobili, una bicicletta, un furgone di manutenzione. Il presente non lascia mai solo un paesaggio; gli cammina sopra, gli chiede servizio, gli domanda resa economica, accesso, parcheggio, immagine.
Eppure, in mezzo a tutto questo, l'acqua resta. I laghi non hanno bisogno di convincere. Stanno.
Apro De Giorgi seduto in macchina, con lo sportello aperto. Il vento muove le pagine e devo tenerle ferme con il palmo. Il professore guarda questi luoghi con la pazienza di chi sa che la geografia minuta decide il destino delle comunità più delle grandi parole. Le acque, i suoli, le strade, le colture: per lui non sono sfondo. Sono carattere.
Mi domando quanti miei alunni abbiano capito, negli anni, che studiare un territorio non significa imparare nomi, ma imparare relazioni. Dove c'è acqua nasce un'abitudine. Dove c'è pietra nasce una forma di fatica. Dove c'è vento nasce un modo di parlare. Dove c'è distanza nasce nostalgia, oppure fuga.
Io ho insegnato per anni in una valle dove l'acqua scendeva rapida e fredda, stretta tra montagne che non permettevano distrazioni. Qui l'acqua si distende, si mischia al sale, si nasconde dietro le canne, lascia che il sole la lavori. La Val Sabbia mi ha insegnato la verticalità. Il Salento mi ha insegnato l'orizzonte. Forse sono vissuto in mezzo a queste due lezioni senza riuscire a metterle d'accordo.
A mezzogiorno rientro verso Otranto senza entrare nel centro. Mi fermo a mangiare qualcosa in un bar sulla strada, fuori dalla parte più frequentata. Pane, pomodoro, un pezzo di formaggio, acqua. Il cameriere è un ragazzo magro, con i capelli raccolti e le occhiaie di chi ha fatto tardi.
«È presto o tardi per pranzare?» gli chiedo.
«Qui dipende dai clienti. Per noi è sempre l'ora di correre.»
«Lei è di Otranto?»
«Di un paese vicino. D'inverno studio a Lecce, d'estate lavoro qui.»
«E poi?»
«Poi vediamo.»
Lo dice con la formula sospesa dei giovani che non vogliono promettere niente alla terra in cui sono nati. La riconosco. Anch'io, alla sua età, dicevo “vediamo” e intendevo “me ne vado”. Non per disprezzo. Per fame d'aria.
«Non abbia fretta di decidere» gli dico.
Lui sorride mentre appoggia il piatto.
«Me lo dicono tutti quelli che poi mi chiedono quando parto.»
La battuta è leggera, ma dentro ha un chiodo. Il Sud spesso fa così: trattiene e spinge via con la stessa mano. Vuole i figli vicini, però li educa a cercare altrove ciò che qui non riesce a garantire. Poi, quando tornano, domanda conto dell'assenza come se non avesse avuto parte nella partenza.
«Ha ragione» dico.
Il ragazzo mi guarda, forse sorpreso che non provi a contraddirlo.
«Lei è tornato?» chiede.
«Sto ripassando.»
Mi viene fuori la parola dell'uomo incontrato il giorno prima, e appena la pronuncio capisco che ormai mi appartiene.
«Ripassando?» ripete.
«Sì. Tornare è una parola troppo impegnativa.»
Lui annuisce, ma non so se per cortesia o convinzione. Poi viene chiamato da un altro tavolo e se ne va con il passo svelto di chi non può permettersi pensieri lunghi durante il turno.
Nel primo pomeriggio prendo la strada verso sud. Supero Otranto e mi lascio guidare dalla linea della costa. Qui il paesaggio cambia tono. Non ha più la dolcezza fragile della sabbia e dei laghi. Diventa pietra, taglio, vento. La campagna si avvicina al mare con meno esitazione, le rocce affiorano, le torri costiere segnano l'orizzonte come vecchie sentinelle dimenticate.
Passo vicino alla zona della cava di bauxite. Il colore della terra, rosso e improvviso, sembra una ferita aperta sotto il cielo. Non mi fermo a lungo. Ci sono luoghi che il presente ha trasformato in scenario, ma che conservano una durezza non addomesticabile. La terra rossa, l'acqua ferma, il verde attorno: tutto è bello, e proprio per questo rischia di essere frainteso. Non ogni bellezza è innocente. Alcune nascono da uno strappo.
Più avanti, verso Punta Palascìa, il faro appare come una frase breve alla fine di una pagina. Mi fermo dove posso e scendo con cautela. Il vento qui non accarezza. Ispeziona. Entra nelle maniche, negli occhi, nelle ossa. Cammino pochi metri, poi mi siedo su un sasso basso. Non voglio sfidarlo.
Il punto più a oriente d'Italia ha una forza sobria. Non ha bisogno di cartelli solenni. Basta guardare l'Adriatico. Da qui il mare non è più soltanto acqua: è direzione, distanza, possibilità. Penso alle coste che non vedo e che pure sono presenti, alla gente che nei secoli ha attraversato questo tratto per commercio, guerra, fuga, speranza. Ogni approdo è una domanda fatta alla terra da chi viene dal mare. Ogni partenza è una risposta incompleta.
De Giorgi avrebbe misurato, descritto, collocato. Io sento soprattutto il bordo. Essere nati su un bordo ti segna anche se vivi quarant'anni lontano. Ti abitua a pensare che ogni cosa abbia un'altra riva. Anche il dolore. Anche la memoria.
Mi alzo troppo in fretta e il mondo si sposta di un palmo. Resto fermo, chiudo gli occhi, stringo il bastone leggero che ho cominciato a portare senza dichiararlo a nessuno. Non cade nulla, non succede nulla, ma il corpo mi manda un avviso chiaro. La giornata deve cominciare a rientrare verso una misura più prudente.
Riprendo l'auto e proseguo fino a Porto Badisco. Non potevo evitarlo. Ci sono nomi che chiedono di essere raggiunti anche solo per pochi minuti. La discesa verso l'insenatura ha qualcosa di raccolto, quasi domestico dopo la severità della costa. Qui il mare entra nella terra come un animale che ha trovato riparo. Le case, i ristoranti, le barche, le auto parcheggiate dove possono: tutto convive in uno spazio stretto, non sempre armonioso, ma vivo.
Parcheggio con fatica e scendo. L'odore cambia ancora: pesce, alghe, cucina, pietra scaldata, umidità di grotta. Penso alla Grotta dei Cervi, alla preistoria nascosta, ai segni lasciati da mani lontanissime. Non li vedo, e forse proprio per questo li sento. Ci sono luoghi che parlano meglio quando non si concedono. Il divieto, a volte, protegge non solo una parete, ma il nostro diritto a non trasformare tutto in consumo.
Mi fermo vicino all'acqua. Un uomo sistema cassette vuote accanto a una piccola barca. Ha il viso scurito dal sole e una calma che sembra più fatica che pace.
«È ancora porto, questo?» gli chiedo.
Lui guarda l'insenatura, poi me.
«È riparo. Porto è parola grande.»
«E riparo basta?»
«Quando il mare cambia, sì.»
Annuisco. Riparo basta. Forse è questo che cerco anch'io nei dintorni di Otranto: non un centro, non una casa riaperta, non una risposta definitiva. Un riparo provvisorio da cui guardare meglio la mia stessa lontananza.
«Viene spesso?» mi chiede.
«Sono di Melendugno, ma sono stato fuori molti anni.»
«Allora non è forestiero.»
«Non ne sono sicuro.»
Lui solleva una cassetta e la posa su un muretto.
«Il forestiero guarda e se ne va. Chi non è sicuro, invece, resta almeno con la testa.»
Mi lascia quella frase senza chiedere nulla in cambio. È un dono ruvido, come certe pietre che trovi in tasca dopo una passeggiata e non sai quando le hai raccolte.
Nel tardo pomeriggio riprendo la strada per Otranto. La luce comincia a inclinarsi sulle masserie, sui campi, sulle torri. La costa si fa meno abbagliante e più leggibile. Capisco allora che i dintorni non sono ciò che sta fuori da una città, ma ciò che la spiega senza parlare. Otranto, senza questi laghi, queste pinete, queste cave, queste torri, questi approdi minori, diventerebbe solo monumento. Bella, sì, ma più povera. I margini le restituiscono corpo.
Anche per gli uomini è così. Non siamo soltanto il luogo in cui diciamo di essere nati, né quello in cui abbiamo lavorato, né la casa dove abbiamo cresciuto un figlio. Siamo i dintorni di tutte queste cose: strade prese per caso, soste non raccontate, esitazioni, partenze, ritorni mancati, persone incontrate ai bordi. Il centro, da solo, mente per eccesso di ordine.
Quando rientro a Otranto, non entro subito in camera. Lascio l'auto, prendo il quaderno e torno per un momento vicino alle mura. Il mare si è scurito, ma non ha perso luce. La città alle mie spalle ricomincia il suo teatro serale: tavoli apparecchiati, voci, passi, profumo di cena. Io mi siedo sullo stesso muretto della sera prima, o forse su uno uguale. Non importa. I luoghi esatti contano meno quando una città comincia a diventare una domanda.
Scrivo: “Non si torna entrando da un portone. Si torna imparando i margini.”
La frase mi sembra semplice, ma regge. La tengo.
Poi aggiungo, più sotto: “Giulio, non credere mai che appartenere significhi restare fermi.”
Mi fermo. Rileggo. Stavolta non cancello il suo nome. Ci sono giorni in cui il destinatario nascosto merita di affacciarsi.
Rientro all'affittacamere con passo lento. La donna alla reception non c'è; sul banco resta una ciotola con caramelle alla menta e un biglietto scritto a mano: “Per chi torna stanco.” Ne prendo una. Sa di zucchero e farmacia, e mi fa quasi ridere.
In camera, appoggio il libro sul tavolino e le medicine sul comodino. Mi tolgo le scarpe con sollievo. La finestra mostra soltanto un rettangolo di sera. Non serve altro.
Oggi Otranto mi ha insegnato che una città non finisce con le sue mura, come un uomo non finisce con il proprio nome. Ci sono dintorni che continuano a lavorare dentro di noi per anni, anche quando crediamo di averli lasciati indietro.
Spengo la luce presto. Domani la strada piegherà verso l'interno, verso paesi dove l'Oriente non arriva dal mare ma dalle parole antiche, dai cortili, dalle chiese, dai cognomi, da una lingua rimasta attaccata alle pietre.
Il vento batte piano contro la finestra.
Non bussa. Conta i presenti.

Terzo Bozzetto
Corigliano d'Otranto, Melpignano,
Castrignano dei Greci
«Le mappe non invecchiano:
sono i paesi, e chi li abita,
a cambiare pelle.»
La parola Grecìa compare su un cartello stradale con una naturalezza che quasi la diminuisce.
È lì, bianca e verde, accanto a frecce, chilometri, nomi di paesi, indicazioni amministrative. Una parola antica ridotta alla misura utile della viabilità. La guardo mentre esco da Otranto, dopo aver riconsegnato la chiave grande dell'affittacamere e bevuto un caffè troppo caldo al banco, in piedi, con la borsa già pronta accanto alla porta. Il mare resta alle spalle. Oggi non mi guida più l'orizzonte, ma l'interno.
Lascio Otranto senza voltarmi subito. C'è un pudore nelle partenze brevi. La città mi ha dato abbastanza nei due giorni appena trascorsi: la sua ferita, i suoi dintorni, il vento, il bordo d'Oriente. Ora la strada piega verso una terra meno appariscente, dove l'Oriente non arriva dall'acqua ma dalle parole rimaste tra le case, dai cognomi, dalle nenie, dalle pietre delle corti, da un modo di stare al mondo che nessun cartello potrà mai contenere.
Il volume di De Giorgi è sul sedile accanto, aperto a metà, trattenuto dalla custodia degli occhiali. Ogni tanto, nelle curve, le pagine tremano come se il professore volesse protestare contro la mia guida prudente. Non ho fretta. Da Otranto a Corigliano d'Otranto la distanza è poca, ma non voglio consumarla come un trasferimento qualsiasi. Passo per strade che attraversano campagne basse, muri a secco, ulivi provati, qualche masseria restaurata con ordine fin troppo elegante. Il navigatore è acceso ma silenzioso. Gli ho tolto la voce. Preferisco che le svolte arrivino senza comandi.
Il corpo, questa mattina, si comporta con una cortesia sospetta. Ho dormito meglio del previsto, forse per stanchezza, forse perché il mare di Otranto ha lavorato dentro di me anche durante il sonno. La mano destra, però, cerca spesso la tasca dove tengo le compresse. Non le prendo. Non ancora. C'è un orgoglio minimo anche nel rinviare di mezz'ora un gesto inevitabile.
Entro a Corigliano d'Otranto quando la luce è già piena ma non aggressiva. Il paese appare compatto, quieto, con quella dignità dei centri interni che non cercano il colpo d'occhio e proprio per questo rischiano di essere oltrepassati. Parcheggio vicino al centro, all'ombra corta di un edificio basso. Prima di scendere controllo l'indirizzo dell'alloggio che ho prenotato per la notte: una camera in una casa ristrutturata poco distante dal castello. Ho scelto di fermarmi qui, nel cuore della Grecìa, per non dover rientrare tardi verso la costa. Le sere, ormai, non sono più mie del tutto.
Il castello de' Monti si presenta come una macchina di pietra e memoria, severa e teatrale insieme. Ha torri, bastioni, facciate che sembrano conoscere il peso dello sguardo altrui. Non è un rudere romantico. È un organismo che ha cambiato pelle: difesa, potere, abbandono, restauro, visita, evento. Le pietre del Sud fanno spesso questo mestiere multiplo. Prima proteggono, poi comandano, poi cadono, poi vengono illuminate per essere ammirate.
Mi fermo davanti all'ingresso. Apro De Giorgi e leggo alcune righe dedicate ai paesi della zona, alla loro posizione, al loro carattere, alla persistenza di una lingua altra dentro un territorio che appare tutto salentino e invece conserva una profondità più complessa. Il professore non indulge al pittoresco. Non fa della diversità un fregio. La registra come un fatto civile. E i fatti civili, se osservati bene, sono più commoventi delle leggende.
Dentro il castello l'aria è più fresca. Una donna sui sessant'anni, forse una custode, forse una guida, mi vede rallentare davanti a una scala.
«Si prenda il tempo che vuole» dice. «Qui le scale non scappano.»
«Magari fossero solo le scale a non scappare.»
Mi guarda con un sorriso appena accennato. Non chiede altro. È una forma di gentilezza rara: accorgersi senza interrogare.
Salgo piano. Le sale hanno pareti che sembrano trattenere non tanto le voci dei signori, quanto quelle di chi ha pulito, cucinato, portato acqua, sorvegliato porte. Ogni castello è pieno di nomi celebrati e di moltitudini anonime. A scuola ho spiegato molte volte questa semplice ingiustizia della storia: i documenti ricordano chi firma, non chi regge il tavolo.
Da una finestra vedo i tetti di Corigliano, le strade strette, qualche terrazzo con panni stesi, antenne, condizionatori, vasi, sedie di plastica. Il presente entra sempre nelle cornici antiche con una certa sfrontatezza. Mi piace. Diffido dei luoghi sterilizzati, quelli in cui il passato viene lucidato fino a perdere odore. Qui invece la vita insiste: fili elettrici, motorini, voci, cani che abbaiano, un uomo che spinge una carriola in una via laterale. Il patrimonio senza disturbo diventa scenografia.
Scendo nel cortile. La donna di prima mi raggiunge con passo lento.
«È venuto per il castello?»
«Per il castello, e per quello che gli sta attorno.»
«Allora è venuto per la parte più difficile.»
«Perché?»
«Perché il castello si vede. Il resto bisogna volerlo.»
Mi piace il modo in cui lo dice, senza compiacimento. Le chiedo se è di Corigliano.
«Sì. Sono andata via per studiare, poi sono tornata. Non subito. Nessuno torna subito davvero.»
«E la lingua?» domando. «Si sente ancora?»
Lei sospira, ma non in modo tragico.
«Si sente nei convegni, nelle targhe, in qualche canto, in qualche vecchio. Nelle case molto meno. I bambini la imparano a scuola come una cosa preziosa, però non la litigano più in cucina. Una lingua, se non serve anche a rimproverare qualcuno, comincia a diventare museo.»
Resto in silenzio. È una frase perfetta, e le frasi perfette spesso nascono da ferite non esibite.
«Posso annotarla?»
«La annoti pure. Ma scriva anche che non è colpa dei ragazzi. A loro abbiamo lasciato parole da esporre e pochi motivi per restare.»
La ringrazio. Lei alza una mano come per dire che non c'è nulla da ringraziare, poi rientra verso l'ombra del portone.
Cammino nel paese con quella frase addosso. Parole da esporre e pochi motivi per restare. La Grecìa salentina, penso, non è un reliquiario linguistico. È una domanda politica, domestica, economica, affettiva. Non basta salvare una parola se si perde la stanza in cui quella parola aveva un uso. Non basta organizzare festival, laboratori, cartelli bilingui, se poi le case restano chiuse e i ragazzi partono. La lingua non vive nella celebrazione. Vive nell'urgenza.
Mi siedo in piazza, a un tavolino esterno. Ordino acqua e un caffè. Il cameriere mi porta anche un bicchiere con ghiaccio.
«Fa caldo per camminare» dice.
«Fa caldo anche per pensare.»
«Allora qui siamo tutti assolti.»
Rido piano. Il paese ha questa ironia asciutta, non teatrale. Si appoggia a una frase semplice e poi lascia che sia l'altro a capire.
Dal tavolino osservo il passaggio: una donna con la spesa, due anziani che discutono senza alzare davvero la voce, un ragazzo in bicicletta, una macchina che procede troppo lenta perché il guidatore sta cercando un indirizzo. Le case hanno portali belli, alcuni restaurati, altri stanchi. Dietro certe persiane chiuse immagino stanze fresche, mobili coperti, fotografie rimaste sulle credenze, eredi lontani che tornano ad agosto per aprire le finestre e fare entrare un po' d'aria nel passato.
Anch'io porto dentro stanze chiuse. Me ne accorgo qui, non davanti al castello, ma davanti a una porta scrostata con un numero civico mezzo caduto. Ci sono cose che non ho consegnato a nessuno: paure, rimpianti, parole rimaste in gola con Giulio, affetti tenuti in ordine come registri scolastici. Per anni ho creduto che tacere fosse una forma di misura. Ora capisco che a volte è stata soltanto paura di disordinare l'immagine che avevo di me.
Pago e riprendo l'auto per Melpignano. Sono pochi minuti, una distanza quasi domestica. La strada passa tra muri bassi e campi, con quella rapidità salentina che inganna: un paese finisce e un altro comincia prima che il pensiero abbia cambiato stanza. In Val Sabbia ogni centro sembrava difeso da pendenze, curve, boschi, gole. Qui i paesi si passano la voce da un campanile all'altro.
Melpignano mi accoglie con una calma che contrasta con la fama del suo grande rito estivo. Penso alla Notte della Taranta, alla folla, ai palchi, alle luci, alle telecamere, ai corpi che ballano, alla musica diventata marchio, attrazione, racconto identitario. Non voglio giudicare con la facilità di chi arriva da fuori e pretende purezza. Sarebbe ingeneroso. Una tradizione che non cambia muore; una tradizione che cambia solo per vendersi, però, si svuota da dentro. Il punto è sempre lì, sottile come una corda: distinguere la vita dalla rappresentazione della vita.
Arrivo vicino all'ex convento degli Agostiniani e alla chiesa del Carmine. La pietra chiara sembra assorbire il pomeriggio. La piazza, senza la folla dei grandi eventi, ha una bellezza più vera. Gli spazi vuoti dicono molto. Un palco smontato, o anche solo immaginato, lascia sempre una specie di eco. Mi siedo su un muretto, all'ombra, e bevo.
Il fiato oggi mi concede tregue brevi. Ogni volta che penso di stare bene, una piccola vertigine mi corregge. Prendo la compressa che avevo rimandato e la mando giù con acqua tiepida. Nessun gesto eroico. Solo manutenzione del poco tempo rimasto.
Una ragazza sta fotografando un portale. Ha una macchina professionale al collo e uno zaino pesante. Mi chiede, con educazione, se può sedersi un momento accanto a me.
«Faccia pure.»
«Grazie. Sto girando per un lavoro sull'architettura dei paesi griki.»
«E cosa cerca?»
«All'inizio cercavo facciate. Adesso cerco segni di vita.»
«È una ricerca più difficile.»
«Molto. Le facciate stanno ferme. La vita si nasconde appena vede una macchina fotografica.»
Mi dice di essere di Lecce, di aver studiato fuori, di essere tornata per un progetto che forse durerà pochi mesi, forse niente. Usa la parola “valorizzazione” con una cautela quasi colpevole.
«È una parola che pesa» le dico.
«Lo so. A volte sembra voler dire: rendere vendibile qualcosa che prima aveva valore per conto suo.»
«E lei che cosa vorrebbe fare?»
Ci pensa. Guarda la piazza vuota, poi il portale.
«Vorrei fotografare le case senza rubarle.»
La frase mi colpisce. Mi pare che potrebbe valere anche per il mio viaggio: guardare senza rubare, ricordare senza sequestrare, restituire senza possedere.
«È un buon programma» dico.
«Lei invece?»
«Io ripasso i luoghi.»
«Per lavoro?»
«Per necessità.»
Non mi chiede quale. Forse perché la riconosce. O forse perché i giovani, quando non sono invadenti, sanno essere più delicati degli adulti.
La ragazza si alza, scatta due fotografie a una finestra con una tenda mossa appena dall'aria, poi mi saluta.
«Buon ripasso, allora.»
«Buona custodia» rispondo.
La vedo allontanarsi e penso che certe generazioni hanno ereditato un compito impossibile: salvare ciò che noi abbiamo trascurato senza diventare custodi di un museo morto. Vorrei dirle che non sarà facile. Ma lei lo sa già. I giovani sanno quasi tutto, solo che gli adulti pretendono di spiegarglielo dopo.
Entro nella chiesa. La penombra mi accoglie come una mano fresca sulla fronte. Mi siedo nell'ultima panca. Non prego in senso stretto. Sto. Come la donna di Otranto. Come chi non sa più chiedere e tuttavia non vuole smettere di presentarsi. Il sacro, nei paesi, non è mai solo dottrina. È orario, gesto, comunità, chiave custodita, sedia spostata, fiore cambiato, cera raccolta, porta aperta da qualcuno che non compare nelle guide.
De Giorgi, penso, avrebbe riconosciuto questa trama minuta. Non avrebbe separato la pietra dalla gente, il monumento dall'uso, la storia dalla manutenzione. Anche per questo lo seguo. Perché il suo sguardo non si accontenta dell'eccellenza. Cerca le connessioni. Capisce che un portale senza la vita che lo attraversa diventa soltanto un bel margine.
Fuori, il pomeriggio inclina. Decido di andare a Castrignano dei Greci prima che la stanchezza prenda il comando. La strada è breve, pochi chilometri. In macchina tengo il finestrino un poco abbassato. L'aria porta odore di terra secca e cucine che cominciano a prepararsi alla sera. I paesi interni hanno questo passaggio discreto: a una certa ora smettono di mostrarsi e ricominciano a vivere per chi li abita.
Castrignano dei Greci mi appare più appartato, meno disposto a farsi leggere subito. Parcheggio vicino al centro e cammino senza un itinerario rigido. Vedo corti, portali, case chiuse, qualche balcone fiorito, muri con intonaci diversi sovrapposti come strati di memoria domestica. Qui la bellezza non si mette in posa. Si lascia intravedere tra una macchina parcheggiata male e una sedia davanti a un uscio.
Un anziano è seduto su una panca, vicino a un muro basso. Tiene il bastone tra le ginocchia e guarda la strada con l'attenzione di chi ha ormai pochi compiti e li svolge tutti seriamente. Mi fermo poco distante per bere.
«Cammina molto» dice.
Non è una domanda.
«Meno di quanto vorrei.»
«Allora cammina giusto.»
Mi siedo sull'altra estremità della panca, chiedendo permesso con un gesto. Lui annuisce.
«È di qui?» domando.
«Di qui, di fuori, di nuovo di qui. Ho fatto il muratore in Svizzera. Poi Germania. Poi ancora qui. Una vita con la valigia che non si rompeva mai.»
«E adesso?»
«Adesso guardo chi passa. Non paga molto, ma stanca poco.»
Ha un'ironia leggera, senza spettacolo. Mi racconta che da bambino sentiva gli anziani parlare la lingua antica nelle case e nei campi. Non la nomina come un trofeo. La nomina come si nominerebbe una persona morta da poco, con il pudore di non volerla disturbare troppo.
«Lei la parla ancora?» chiedo.
«La capisco quando vuole farsi capire.»
«E quando non vuole?»
«Allora è come certe donne: ha ragione lei.»
Ridiamo entrambi. Poi il suo volto torna serio.
«Le lingue non muoiono in un giorno» dice. «Prima smettono di servire. Poi diventano ricordo. Poi festa. Poi materia per quelli che studiano. Ma ogni tanto tornano, magari in una parola sola, quando uno si arrabbia o quando chiama la madre.»
Mi si stringe qualcosa dentro. Penso a mia madre, al modo in cui pronunciava il mio nome quando ero bambino e avevo fatto tardi, alla voce che da una finestra bastava a riportarmi a casa. Certe parole non erano dialetto o italiano. Erano appartenenza pura, comando affettivo, geografia della voce. Giulio non ha conosciuto quella chiamata. Ha avuto altre voci, altri cortili, altri inverni. Non è una colpa. È una distanza.
«Ho un figlio» dico all'anziano. «È cresciuto lontano da qui.»
«Allora gli lasci almeno i nomi.»
«Bastano?»
Lui batte il bastone una volta sulla pietra.
«No. Però senza nomi non si comincia.»
Questa frase la porto con me mentre mi alzo. Lo saluto, lui risponde con un cenno. Non ci diciamo altro. Alcuni incontri servono proprio perché non pretendono continuità.
Mi inoltro ancora un poco tra le strade. Una casa ha le imposte chiuse e un vaso secco accanto alla porta. Un'altra mostra una corte interna con sedie impilate e un limone in un grande vaso. Da una finestra arriva una voce di televisione, da un'altra il rumore di piatti. Qui la lingua sotto la pietra non è soltanto il griko. È tutto ciò che resta nascosto finché qualcuno non si ferma: la fatica degli emigrati, le donne che hanno tenuto insieme le case, le feste diventate spettacolo e poi di nuovo silenzio, i bambini cresciuti altrove, le stanze aperte solo d'estate, i morti custoditi nei racconti di chi non ha più molti interlocutori.
Il patrimonio, parola che usiamo con tanta sicurezza, dovrebbe forse significare questo: non ciò che possediamo, ma ciò che ci obbliga.
Verso sera torno all'auto. Sono stanco in modo pulito, senza spavento. La giornata ha consumato le gambe ma non la volontà. Prima di partire per Corigliano, dove mi aspetta la camera prenotata, resto qualche minuto seduto con lo sportello aperto. Il volume di De Giorgi è lì, paziente. Lo apro a caso, come si consulta un compagno più che un testo. Mi basta vedere la disposizione delle righe, la cura dei nomi, il passo ordinato. Mi rendo conto che oggi non l'ho seguito come una guida, ma come si segue una disciplina interiore: guardare ciò che sta ai margini dell'evidenza.
Invio a Giulio una fotografia del vicolo, senza persone. Pietra, porta, ombra, una sedia vuota.
Scrivo: “Qui le lingue non finiscono. Si nascondono.”
La risposta arriva quando sono già sulla strada del ritorno verso Corigliano.
“Anche le persone?”
Tengo il telefono sul sedile e non rispondo subito. La domanda mi accompagna nei pochi chilometri tra un paese e l'altro. Le persone sì, penso. Anche le persone si nascondono. Dentro ruoli, lavori, distanze, pudori. Io mi sono nascosto per anni dietro l'idea di essere un padre presente perché corretto, un figlio fedele perché tornavo d'estate, un uomo del Sud perché ne conservavo l'accento e qualche nostalgia ben pettinata. Ma non basta. L'appartenenza chiede di essere praticata, non dichiarata.
Francesco Potì
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