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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Il gioco dell'avversario
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Pioveva. Una pioggia sottile, insistente, che sembrava non lavare via niente: cadeva e basta, più come una presenza ostinata che come un fenomeno atmosferico. Giacomo guidava da quasi un'ora, ma non ricordava un solo dettaglio del tragitto. I semafori, le rotonde, i cartelli stradali: tutto era scivolato via senza lasciare traccia, come se non fosse stato davvero lui a percorrere quella strada. Le mani stringevano il volante con troppa forza; ogni tanto si accorgeva di respirare troppo in fretta e rallentava, imponendosi una calma che durava pochi secondi. L'ospedale era ormai lontano, alle sue spalle. Un edificio basso e anonimo come tanti altri, eppure capace di contenere tutto il peso del mondo. Aveva lasciato lì la sua ex moglie, Valeria, seduta accanto al letto di Laura, la loro figlia. Come ogni sera. Come sempre, da oltre un mese. Laura dormiva quando se n'era andato. La febbre non era salita, ma neppure scesa. I valori erano abbastanza stabili, parola che i medici pronunciavano con una cautela quasi superstiziosa. Stabili. Voleva dire fermi. Sospesi. Non necessariamente buoni.
Glioma diffuso della linea mediana. Un nome lungo, asettico, preciso. Un modo quasi elegante per dire che qualcosa di profondamente sbagliato stava crescendo nel cervello di sua figlia. Raro. Molto aggressivo. La terapia sperimentale non sembrava dare gli effetti sperati. È ancora presto, ripetevano i medici, quasi come un mantra. Dobbiamo aspettare. Aspettare. Giacomo aveva sempre odiato quella parola. L'attesa era una forma di resa mascherata, un modo educato per dire che non c'era più niente da fare senza dirlo davvero. E in quel caso aveva il sapore di una fine annunciata, solo diluita nel tempo. Si fermò al primo bar aperto che vide lungo la strada. Non lesse l'insegna. Non gli importava. Luci al neon tremolanti, tavolini appiccicosi, sedie spaiate. L'odore era una miscela di fritto stantio, birra rancida e detersivo da discount. Si sedette senza togliersi il giubbotto. Ordinò qualcosa di forte. Non specificò cosa. il barista gli posò davanti un bicchiere; per un attimo, sembrò intenzionato a dirgli qualcosa, poi si limitò a scuotere appena la testa e tornò dietro al bancone. Probabilmente aveva già visto troppi uomini con quello sguardo bere fino a stordirsi per preoccuparsene ancora. Il primo bicchiere sparì in pochi sorsi. Ne chiese un altro alzando il braccio. Il secondo scese più lentamente. Alzò di nuovo il braccio. Vide il suo riflesso nello specchio sporco dietro al bancone e distolse precipitosamente lo sguardo. Il terzo rimase lì, quasi intatto, mentre Giacomo lo fissava come se fosse un oggetto alieno. Pensò a Laura. Al suo respiro irregolare nel sonno. Alla sua mano troppo calda quando gliel'aveva stretta prima di andarsene. Laura, che aveva solo nove anni. Pensò a Valeria, al modo quasi meccanico in cui aveva annuito quando lui aveva detto torno domani, come se fosse una frase normale, come se non fosse una promessa pronunciata ogni giorno con sempre meno certezza. Un'ombra calò su di lui. “Giacomo. Vieni con me.” La voce era roca, bassissima, come se non avesse bisogno di essere udita per essere compresa. Giacomo alzò lo sguardo. L'uomo davanti a lui sembrava uscito da un brutto sogno: enorme, spalle larghe, il volto dall'espressione pietrificata. Gli occhi, chiari e freddi, lo osservavano senza alcuna emozione. Indossava un lungo cappotto nero che sembrava fuori posto in quel locale miserabile. “A quanto pare conosci il mio nome,” disse Giacomo dopo un istante. La voce gli uscì più ferma di quanto si aspettasse. “Mentre io non so chi sei e che cosa vuoi da me. E sinceramente, non me ne frega un cazzo. Lasciami in pace.” La mano dell'uomo si posò sulla sua spalla. Non strinse. Rimase lì, ferma, pesante. Una presenza che non aveva bisogno di forza per farsi sentire. “Vieni con me. Adesso.” Per un istante, Giacomo pensò di gridare, di attirare l'attenzione, di rompergli il bicchiere in faccia. Avrebbe potuto farlo. Strinse il bicchiere fino a farsi sbiancare le nocche. Poi allentò la presa, come improvvisamente svuotato. Nulla aveva più importanza, neppure il trovarsi in uno squallido bar con un lugubre sconosciuto che conosceva il suo nome e gli ordinava di uscire. Sentì la mano sulla sua spalla aumentare la pressione. Di poco, appena quanto bastava. “Alzati. Andiamo.” Giacomo si alzò. Lo seguì fuori dal locale, sotto la pioggia che non aveva smesso di cadere. Le gocce fredde gli colpirono il viso, ma non bastarono a scuoterlo davvero. Davanti a loro c'era una berlina nera, vetri oscurati, modello sconosciuto, nessun marchio riconoscibile. L'uomo aprì la portiera posteriore e lo fece salire. Poi si mise al volante e partì. “Dove mi stai portando?” chiese Giacomo dopo un po'. Era confuso, ma non aveva paura. In realtà, provava una sorta di assurdo sollievo, come se la sua mente si stesse aggrappando a quel momento imprevisto per tirarsi fuori da quel pozzo di disperazione dove era sprofondata. “Lo vedrai. Arriveremo presto.” “Chi sei?” Nessuna risposta. Solo il riflesso di quegli occhi glaciali nello specchietto retrovisore. Lasciarono la strada principale e si inoltrarono nella campagna. I lampioni sparirono, inghiottiti dal buio e dalla pioggia. Dopo pochi minuti, l'auto si fermò davanti a una casa isolata. Sembrava abbandonata, ma da una finestra al piano terra, oscurata da una tenda, filtrava della luce. “Siamo arrivati,” disse l'uomo. “Scendi e vieni con me.” Giacomo lo seguì lungo il vialetto. La porta di ingresso si aprì senza rumore. Dentro, un breve corridoio. Poi, una porta laterale. L'uomo la aprì e si fece da parte. “Entra.” La stanza era calda, elegante. Librerie alle pareti, un pianoforte a coda, due poltrone una di fronte all'altra, separate da un tavolo da fumo. E seduto su una di esse, un uomo. Alto, slanciato, una barba corta e curata. Indossava un completo scuro impeccabile. Sul bracciolo della poltrona, un libro aperto, come se fosse stato interrotto da poco. “Giacomo,” disse con un sorriso. “Ben arrivato.” Indicò la poltrona vuota davanti a sé. “Prego. Accomodati.” Giacomo si sedette. Non sapeva ancora che, in quel momento, aveva appena smesso di essere uno spettatore.
La sala d'attesa era quasi vuota. Un paio di sedie occupate, una donna anziana che fissava il pavimento come se stesse contando le mattonelle, un uomo in piedi vicino alla finestra che parlava sottovoce al telefono. L'aria sapeva di disinfettante e di quell'odore dolciastro e indefinito comune a tutti gli ospedali. Una TV accesa, senza audio, trasmetteva un programma mattutino qualunque: volti sorridenti, colori saturi, una realtà che sembrava appartenere a un altro pianeta. Giacomo era seduto con i gomiti sulle ginocchia, le mani intrecciate. Ogni tanto le scioglieva, poi le intrecciava di nuovo, cercando una posizione che non esisteva. Guardava l'orologio, poi la porta dello studio, poi di nuovo l'orologio. Quindici minuti di ritardo. Valeria sedeva accanto a lui, rigida. Il cappotto ancora addosso, la borsa sulle ginocchia. Scorreva distrattamente le notifiche sul telefono senza leggerle davvero. La porta dello studio si aprì. Un uomo sulla cinquantina, capelli brizzolati, occhiali rotondi. Non indossava il camice, ma solo una giacca chiara sopra una camicia azzurra. Un dettaglio che Giacomo avrebbe ricordato più tardi, senza sapere perché. Aveva l'aria stanca di chi ha già fatto troppe volte lo stesso discorso e sa che non esiste un modo giusto per farlo. Pronunciò i loro cognomi con un tono piatto e neutro. Si alzarono entrambi. “Prego.” Si sedettero davanti alla scrivania. Lo studio era piccolo, ordinato, impersonale. Una scrivania, due sedie, una libreria con manuali medici dai dorsi consumati. Il medico si sedette e incrociò le mani sulla scrivania, sopra una cartellina sottile. Li guardò in silenzio per qualche secondo, poi la aprì. “Abbiamo i risultati completi della risonanza magnetica con contrasto. E delle immagini di controllo.” Fece una breve pausa. “Quello che vediamo è una lesione diffusa, localizzata nella linea mediana del cervello.” Valeria strinse le mani in grembo. “Cosa significa... diffusa?” “Che non è una massa ben delimitata. Non c'è un confine netto tra tessuto sano e tessuto malato. Le cellule si infiltrano.” La domanda uscì dalle labbra di Giacomo prima ancora di aver preso forma nella mente. “È un tumore?” “Sì.” Il medico annuì piano. “Il nome clinico è glioma diffuso della linea mediana. È una forma rara. Più frequente in età pediatrica.” Rara, pensò Giacomo. Come se la sfortuna avesse bisogno di distinguersi. “Si può...” La voce di Valeria si spezzò. Si fermò, deglutì. “Si può operare?” Il medico scosse lentamente la testa. “Purtroppo no. La posizione della massa tumorale è troppo centrale e il tessuto troppo infiltrante. Un intervento chirurgico sarebbe estremamente rischioso e non risolutivo.” “Ma siete certi che sia un tumore?” chiese Giacomo. “A un mio collega tolsero dalla testa una massa grande come una palla da tennis, ma era un meningioma... forse una biopsia?” “In alcuni casi si fa. Ma non sempre. In questa situazione, il rischio supera il beneficio. Le immagini sono già molto indicative.” Giacomo annuì senza capire. Le parole gli arrivavano liquide, attutite, come se tra lui e il medico ci fosse una parete di vetro. “Quali sono le opzioni?” chiese Valeria. Il medico si schiarì la voce. “Inizieremo subito un ciclo di radioterapia. Verrà somministrata in frazioni giornaliere per alcune settimane. Non è curativa, ma può ridurre temporaneamente la massa tumorale e alleviare i sintomi.” Giacomo si sporse in avanti sulla sedia. “E la chemio?” “Può essere associata, ma l'efficacia è limitata. Stiamo invece valutando l'accesso a un protocollo sperimentale.” Valeria prese un respiro profondo. Chiuse gli occhi, li riaprì. “Quanto tempo le rimane, dottore?” Il medico abbassò per un momento lo sguardo sulla scrivania. “È ancora presto per fare previsioni precise. Ogni paziente reagisce in modo diverso, e...” “Quanto tempo?” lo interruppe Valeria. Il medico si tolse gli occhiali e li appoggiò sopra la cartellina. Chiuse gli occhi, si massaggiò il ponte del naso, li riaprì. “Sei mesi. Un anno, forse. In alcuni casi, dei pazienti hanno vissuto oltre cinque anni dall'insorgenza del tumore, ma parliamo di percentuali minime.” Per interminabili secondi nessuno parlò. Poi Valeria iniziò a piangere in silenzio. Giacomo le prese la mano, ma si accorse che era lei a stringere la sua. “È importante che siate preparati ad un percorso complesso,” riprese il medico. “Faremo tutto il possibile. E non sarete soli.” Giacomo annuì, pensando che possibile e sufficiente non erano la stessa cosa. Il resto della conversazione scivolò via in modo confuso: consensi informati, controlli, parole come monitoraggio, supporto, qualità della vita. Valeria annuiva senza parlare, Giacomo faceva domande precise, pratiche, inutili. Quando uscirono dallo studio, il corridoio sembrava più stretto. Più lungo. Più buio. Camminarono fino all'ascensore senza parlare. Le porte si chiusero con un suono ovattato. Durante la discesa, Valeria teneva lo sguardo fisso sui numeri che si accendevano uno dopo l'altro. “Non glielo diciamo adesso,” disse. Non era una domanda. “No.” L'ascensore arrivò al piano terra, le porte si aprirono. Giacomo mosse un passo per uscire, Valeria lo afferrò per un braccio, costringendolo a fermarsi e a voltarsi verso di lei. “Non è finita,” disse, con voce bassa ma ferma. “Non ancora.” Giacomo non rispose.
Non aveva idea da quanto tempo fosse seduto su quella panchina di un parco deserto, il buio della notte appena intaccato dalla luce incerta di un paio di lampioni. Aveva lasciato la macchina in una piazzola a bordo strada, aveva camminato fino a quella panchina e si era seduto, fissando davanti a sé senza realmente vedere niente. Sei mesi. Un anno, forse. Le parole del medico gli rimbalzavano in testa con una nitidezza crudele. Non era l'idea della morte in sé a terrorizzarlo. Era il tempo. La misura. Il fatto che qualcuno potesse quantificare la fine di sua figlia come la data di scadenza su una confezione di prosciutto. Forse. In alcuni casi. Percentuali minime. Pensò a Laura, a come aveva arricciato il naso quella mattina mentre le sistemavano la flebo. Aveva detto che pizzicava, ma non aveva pianto. Aveva solo chiesto se dopo avrebbe potuto guardare un cartone. Nove anni. Pensò a Valeria, alla fermezza improvvisa con cui aveva detto non è finita. Come una sfida lanciata nel vuoto. Si chiese da dove le venisse quella forza. O forse era solo un'altra forma di disperazione. Se avessi una possibilità. Il pensiero arrivò senza preavviso, netto, quasi estraneo. Se qualcuno mi desse una possibilità. Non formulò il seguito. Rimase sospeso, come se anche la sua mente avesse avuto paura di andare fino in fondo. Respirò profondamente, una volta, due. Le mani tremavano appena. Se potessi scegliere io. La parola scegliere gli fece stringere lo stomaco. Non sapeva cosa avrebbe scelto, e non importava. Quello che contava era l'idea stessa di non dover restare fermo. Di non dover aspettare. Aspettare che peggiori. Aspettare che smetta di sorridere. Aspettare che smetta di riconoscerlo. Aspettare che finisca. Chiuse gli occhi. Per un istante brevissimo, quasi ridicolo, pensò a tutte le cose che avrebbe dato in cambio. I soldi, il lavoro, la casa. Sé stesso. Riaprì gli occhi e si guardò intorno come se si aspettasse qualcosa. Ma trovò solo la luce giallastra e incerta dei lampioni e il fruscio leggero delle foglie mosse dal vento. Si alzò dalla panchina, sentendosi improvvisamente stupido. Tornò alla macchina e guidò piano verso casa. Se potessi scegliere io. Quel pensiero resisteva, vago, in un angolo della sua mente. Come una porta socchiusa.
“Per prima cosa,” disse l'uomo seduto sulla poltrona di fronte a lui, “ti prego di scusare i modi di Varner. È un valido collaboratore, ma a volte può essere un po'... sbrigativo.” “Perché mi avete rapito? Avete sbagliato persona. Io non sono ricco. Non...” “Rapito?” Lo interruppe l'uomo, sorridendo. “no, assolutamente no. Capisco che il modo in cui ti ho... convocato possa esserti sembrato non molto convenzionale, ma sei un ospite, non un prigioniero. Ti offrirei qualcosa da bere, ma temo che tu ne abbia già avuto abbastanza. L'alcool annebbia la mente, e io preferisco che i miei ospiti siano lucidi.” Giacomo si guardò intorno, confuso. “Io... io voglio andarmene.” “E lo farai, promesso. Quando vorrai, Varner ti riaccompagnerà alla tua auto, o dovunque tu voglia andare. Ma prima... vorrei che tu ascoltassi il motivo per cui ti ho voluto qui.” “Chi sei?” L'uomo non rispose subito. Prese dal taschino un'elegante pipa intarsiata e soffiò delicatamente nel fornello. Una brace rossa si accese all'istante. Tirò alcune boccate mentre il fumo azzurrognolo e aromatico saliva pigramente verso il soffitto. “Chi sono?” Rispose. “La gente mi chiama con molti nomi. Samael. Iblis. Asmodeo. Moloch. Dipende dalla cultura e dal secolo. Personalmente, preferisco L'Avversario. Suona potente ed elegante insieme, non trovi?” Soffiò fuori un'altra nuvola di fumo. “Comunque, per comodità, puoi chiamarmi Lucien.” Giacomo si alzò di scatto. “Questo scherzo del cazzo è durato anche troppo. Me ne vado.” Si avviò verso la porta. “Tua figlia Laura, Giacomo. La tua bambina. È molto malata.” il tono era basso, perfettamente calmo. Giacomo si bloccò, con la mano sulla maniglia. “I medici non lo dicono,” continuò. “Ma non hanno speranze. Quel tumore... così raro e aggressivo... non ha casi di guarigione documentati.” Giacomo staccò la mano dalla maniglia e fece due passi nervosi verso di lui. “Sei uno di quei ciarlatani che vogliono spillarmi soldi per una cura miracolosa? Sei...” Lucien aprì una mano, con il palmo rivolto verso Giacomo. “Giacomo... ti prego, siediti.” Giacomo si voltò nuovamente verso la porta, ma non si mosse. Voleva andarsene, lasciare quella casa. Ma una parte della sua mente, quella ancora ostinatamente aggrappata alla speranza, continuava a sussurrare: aspetta. Ascolta. Tornò a sedersi sulla poltrona. “Ti offro la guarigione di tua figlia, è vero. Ma senza intrugli da imbonitore di piazza. E non voglio soldi da te.” “Vuoi la mia anima?” Sbottò Giacomo. “La mia anima in cambio della vita di Laura? È per questo che mi hai portato qui? Prendila. Prendila e salva mia figlia, se veramente sei in grado di farlo.” Lucien rise. Una risata piena, sincera, senza traccia di scherno. “Giacomo... le vostre anime me le regalate ogni giorno, senza nemmeno che io debba chiedere. Con le vostre piccole crudeltà quotidiane. Con l'indifferenza, la menzogna, il tradimento. Con ogni volta che scegliete ciò che è facile invece di ciò che è giusto. Con ogni compromesso che fate pensando che non abbia peso.” Prese il libro dal bracciolo, lo chiuse e lo appoggiò sul tavolo da fumo. “Non devo cacciare anime. È come raccogliere foglie in autunno; non finiscono mai.” Si alzò con un unico, fluido movimento. Passò dietro alla poltrona di Giacomo e si fermò alle sue spalle. “No, Giacomo. Niente anime in cambio, niente contratti firmati con il sangue. Voglio proporti qualcos'altro.” Gli poggiò le mani sulle spalle. Giacomo sentì drizzarsi i peli sulla nuca, come se il suo corpo fosse attraversato da una debole corrente elettrica. “Un gioco, se vuoi chiamarlo così. Tre prove. In ciascuna, dovrai decidere tra due possibilità. Nessuna sarà completamente giusta. Nessuna completamente sbagliata.” Giacomo si voltò lentamente. L'uomo lo guardava, perfettamente calmo. “E... se supero le prove?” “Tua figlia guarirà. Completamente. In un modo che nemmeno la medicina saprà spiegare.” “E se fallisco? Se scelgo la possibilità sbagliata?” Lucien tolse le mani dalle spalle di Giacomo e si avvicinò alla libreria. Sembrò osservare i libri per qualche secondo, poi si voltò verso di lui. “Non esiste una risposta giusta, Giacomo. Non è un quiz in TV. Non c'è una via morale che possa salvarti l'anima e anche il cuore. In ogni prova, sarai costretto a scegliere. E qualunque sia la tua scelta, qualcuno soffrirà. Morirà, forse. Forse si trascinerà dietro un'ombra per il resto dei suoi giorni.” Tornò a sedersi, accavallando le gambe. “Ogni tua decisione sarà una lama.” Giacomo era impallidito. “E se rifiutassi di scegliere?” Lucien scrollò le spalle. “Allora la tua bambina morirà. Nel giro di qualche settimana.” Tolse un invisibile granello di polvere dalla giacca con un gesto lento della mano. “L'immobilità è un lusso che non ti concedo.” Sorrise appena. Giacomo lo guardava, incapace di parlare. “È una partita, Giacomo. E puoi decidere se giocarla o restare a guardare il tavolo.” “Perché dovrei fidarmi di te?” Disse Giacomo, con la voce che tremava. “Come faccio a sapere che non è solo una trappola? Una specie di sadico scherzo?” Lucien unì i polpastrelli. “Giacomo... fiducia è una parola curiosa. Gli umani la dispensano con leggerezza a politici, venditori e preti... eppure la negano a chi è sincero con loro.” Si accarezzò pensosamente la barba. “Ti ho detto cosa offro. Ti ho detto cosa voglio.” Aprì le mani, con i palmi aperti verso di lui. Giacomo notò che sembravano perfettamente lisce, senza traccia di linee. “Non c'è trucco, non c'è inganno. Solo scelte.”
La stanza era immersa in una luce opaca, filtrata dalle tende tirate. Il monitor accanto al letto emetteva un bip regolare, quasi discreto, come se stesse cercando di non farsi odiare. Laura dormiva su un fianco, i capelli raccolti in una treccia un po' storta che Valeria le aveva fatto prima. Giacomo era fermo sulla soglia da qualche secondo, come se entrare davvero fosse una scelta da ponderare. Erano passati solamente quattro giorni dal colloquio con il medico, ma il viso di sua figlia gli sembrava più magro di quanto ricordasse. Valeria era già dentro, seduta sulla sedia accanto al letto, una mano appoggiata sul lenzuolo. “Si è addormentata da poco,” disse senza voltarsi. “Ha chiesto di te.” Giacomo annuì mentre si avvicinava e si sedeva dall'altro lato del letto. Il respiro di sua figlia era regolare, ma leggermente affannoso, come se anche dormire le costasse fatica. Valeria alzò la testa e lo guardò. “Oggi è stata meglio. Ha mangiato un po'. Poco, ma senza nausea.” “Bene,” rispose. La parola rimase sospesa. Bene rispetto a cosa? Laura si mosse nel sonno. Borbottò qualcosa di incomprensibile, poi arricciò il naso. Giacomo trattenne il respiro senza rendersene conto. Dopo una manciata di secondi, la bambina si calmò di nuovo. “Ha fatto un brutto sogno prima,” disse Valeria a voce bassa. “Niente di che. Mostri, dice. Cose che la inseguono.” “Normale,” rispose Giacomo. “Con tutti questi farmaci.” Lei non disse nulla, ma lo sguardo restò su di lui un istante di troppo. “I medici passeranno più tardi,” disse poi. “Vogliono vedere come reagisce alla terapia.” Giacomo annuì di nuovo. Si rese conto che ultimamente lo faceva spesso, come se fosse l'unico gesto rimasto sicuro. Allungò una mano e sfiorò le dita di Laura. Non bruciava, ma era calda abbastanza da fargli serrare la mascella. “Papà...” La voce lo colpì allo stomaco. Laura aveva aperto gli occhi. Lo guardava, ancora impastata di sonno, ma lucida. “Sono qui piccola,” disse chinandosi verso di lei. “Sono qui.” “Mamma dice che domani potrò alzarmi,” mormorò. “È vero?” Valeria si sporse in avanti. “Se va tutto bene, sì. Solo un po', però.” Laura fece una smorfia. “È noioso stare sempre a letto.” Giacomo sorrise. Un sorriso automatico, ma non falso. “Lo so. Ti dobbiamo un sacco di cose quando torni a casa.” “Tipo?” Giacomo esitò. “Tipo... gelato a colazione? Pizza a pranzo?” Gli occhi di Laura si illuminarono appena. “Davvero?” “Forse,” intervenne Valeria. “Vedremo.” “Mamma è cattiva,” disse Laura, con un mezzo sorriso. “Mamma è prudente,” rispose Valeria, con una tenerezza infinita nella voce. Laura sbadigliò. “Posso dormire ancora un po'?” “Certo,” disse Giacomo. “Riposa.” Gli occhi della bambina si chiusero lentamente. In pochi secondi, il respiro tornò profondo e regolare. Valeria si appoggiò allo schienale della sedia. Si passò una mano sul viso, come se solo allora si concedesse di essere stanca. “Non so quanto resisterò,” disse piano. “A fare finta che tutto questo sia... gestibile.” Giacomo la guardò. “Non devi fare finta.” “Qualcuno deve. Almeno davanti a lei.” Giacomo non replicò. Dopo qualche secondo di silenzio, Valeria continuò. “Prima, quando non eri ancora arrivato... mi ha chiesto se tu avevi paura.” Qualcosa si irrigidì dentro di lui. “E tu cosa le hai risposto?” “Le ho detto di no. Gli ho detto che suo padre non ha paura.” Lo fissò negli occhi. “Ce l'hai?” Giacomo aprì la bocca, poi la richiuse. Guardò Laura. Guardò il monitor. Guardò le proprie mani. “Non lo so,” disse infine. “So solo che non posso permettermelo.” Valeria annuì lentamente. “Nemmeno io.” Fuori, da qualche parte nell'ospedale, una porta si chiuse. Passi nel corridoio. La vita che continuava. |
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