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Writer Officina
Autore: Moreno Maurutto
Titolo: Cielo d'ombre
Genere Racconti
Lettori 40 2
Cielo d'ombre
Larsson

C'erano tutti al funerale di nonno, anche gli zii di Latisana, scesi in Bisiacaria, vestiti eleganti e con le facce tristi.
Era il mio primo funerale, se si escludeva quello celebrato in giardino.
Lo avevo trovato a terra, sulla ghiaia che circonda il mio condominio.
Era un passero caduto da un nido, un minuscolo essere dalla testa enorme e la pelle raggrinzita.
Quel giorno c'eravamo tutti: io, Elia, Sara, Gualtiero, Francesca e Nicola. Immobili, radunati a cerchio, lo contemplavamo.
Era disteso sulla ghiaia spezzata, con l'addome gonfio e l'occhio fisso. Una mosca pascolava senza timore sul suo corpo.
Il passerotto non emetteva alcun rumore, eppure sembrava ancora vivo, se non fosse stato proprio per quell'immobilità rassicurante e inquietante.
Ci eravamo apprestati a una piccola cerimonia.
Avevamo scavato una buca in quella terra dura, piena di sassi, e ve lo avevamo sistemato con cautela.
A dire il vero lo avevo raccolto con due legnetti, evitando di toccarlo, come se fosse contagioso, e quella una malattia che mi avrebbe potuto infettare.
Gli avevamo dato un nome prima di seppellirlo: Oscar. Era molto più di un insetto e ci faceva pena.
La morte si era presentata così, capace di risucchiare quello che avevi dentro per poi abbandonare la carcassa.
Fu proprio la morte di Oscar che mi aiutò a trovare il coraggio di entrare nella cappella.
Mi intrufolai tra zie appesantite dagli anni e zii che fumavano sigarette maleodoranti e raggiunsi la bara. Come un soldatino sull'attenti, sbirciai dentro.
Nonno era disteso a faccia in su, con la bocca seria e imbronciata, le mani bianche, intrecciate sulla pancia. Indossava un vestito elegante che gli avevo visto solo in foto.
Non lo riconoscevo più.
Quando si appisolava in salotto stava scomposto, con la testa reclinata all'indietro e le braccia pesanti lungo i fianchi, ma lo sentivo respirare, un rantolo soffuso, il labbro tremolante e, sotto le palpebre, movimenti improvvisi come di un pesce dentro l'acqua.
Mi sforzai, ma di lui non riconobbi niente.
Era da qualche parte e, camminando lentamente, si stava allontanando sempre di più, in quel vecchio abito consumato che nessuno avrebbe più visto.
Me ne uscii deluso, mentre il prete entrava.
Fuori faceva così caldo che si erano formati dei gruppetti a chiacchierare sotto i cipressi. Elemosinavano una striscia d'ombra discorrendo del defunto. Il ritornello che aleggiava tra cravatte strette e piedi gonfi riguardava il suo destino: nonno Antonio, finalmente, si sarebbe riunito con nonna Rosa.
Le loro anime, presunsi.
Il corpo di nonna non era mai stato trovato.
La messa fu spiccia e i becchini iniziarono a caricare la bara nell'auto funebre. Poi si sarebbero diretti al crematorio. Di lui ne avrebbero fatto polvere.
Papà mi si avvicinò, con gli occhi nascosti da un paio di occhiali scuri, e mi strinse a sé. Lo sentivo singhiozzare e il peso del mio segreto, il patto con il nonno, si fece più opprimente.
Non potevo dirgli nulla o, almeno, non in quel momento.
Eppure, tutto era scaturito da una sua iniziativa.
Un sabato mattina, di ritorno da un'osteria, papà aveva notato una piccola tartaruga sul bordo della strada. Così, si era fermato e l'aveva raccolta.
Era così orgoglioso di quel trofeo che voleva farcelo vedere, ma la tartaruga... era sparita.
Ci sembrò una storia inventata, che la tartaruga fosse solo frutto della sua immaginazione o di qualche bicchiere di troppo.
Fu un dettaglio quasi insignificante a permetterci di trovarla.
Papà, a pancia in giù, con la testa sotto al sedile del passeggero, notò un lembo che pendeva, come se fosse stato strappato. Infilò la mano dentro quella lacerazione e l'afferrò. Di nuovo. La bestiola si era rifugiata proprio nel sedile. Lo aveva strappato a morsi e ci si era arrampicata, mentre papà la portava a casa. Un nascondiglio che non era durato molto.
Intanto che scorrazzava per il soggiorno, ne scelsi il nome. Non sapevo se fosse maschio o femmina, ma la cosa non mi importava.
Sfogliando la Gazzetta dello Sport la mia attenzione era stata attratta dalla formazione della nazionale svedese. Quasi tutti i cognomi di quei giocatori finivano in “son” e di Larsson ce n'erano ben due, sicuramente discendenti di guerrieri vichinghi. Biondi con gli occhi azzurri, la pelle ruvida e legnosa esposta al vento del nord, l'ostinazione nella resistenza al freddo. Caratteristiche che si combinavano bene con una testuggine.
La battezzai Larsson con una foglia d'insalata, che lei divorò.
Dopo un paio di giorni, gestire la tartaruga non fu più così divertente.
Sarebbe stato troppo semplice e forse generoso riportarla dov'era stata trovata. Ma quel pomeriggio saremmo dovuti andare dai nonni e nell'occasione la portammo con noi, in quella che sarebbe diventata la sua nuova casa.
Papà aveva deciso così e cercò di convincermi che la tartaruga sarebbe stata felice nel loro giardino e io sarei potuto andare a trovarla quando volevo, anche da solo, in bicicletta.
Larsson viaggiò in una cassettina di legno, disdegnando l'insalata e cercando la fuga.
Arpionava con le zampette i listelli di abete, spingeva la testa in avanti allungando il collo e mordeva il bordo. Come uno zelante carceriere io la prendevo e la riprendevo per la corazza, per poi riporla con cura all'interno.
La casa dei nonni non era molto distante, sebbene non ci frequentassimo con assiduità.
Nonno Antonio fumava sigari Toscanello, anche quando saliva nella nostra macchina, impastando l'abitacolo di un fumo denso, piccante e dolce. Allora io aprivo il finestrino e mettevo la faccia fuori.
Nonna Rosa aveva quella malattia che faceva dimenticare le cose e le persone, e spesso sulla sua faccia compariva un sorriso idiota.
Parcheggiammo la nostra Ford davanti alla casa dei nonni e, sotto il sole, ci incamminammo verso questa casetta bassa in mattoni con più porte, affacciate su un cortile in ghiaia, nascosta da cipressi, proprio dietro l'ospedale di Monfalcone. Nonno era fermo in giardino con una vanga in mano e mi guardò trafficare con la cassetta di legno, che avevo coperto con uno straccio blu.
«Ciao, papà» disse mio padre avvicinandosi al cancelletto. Mamma salutò con la mano e sorrise.
Attraversai la strada. Nonno posò la vanga. Nonna comparve dal retro. Indossava una vestaglia a righe giallo e verde e calzava un paio di ciabatte a fiori. Nonno la chiamò a sé con un gesto della mano.
Ci salutammo tutti di nuovo, mentre entravamo. Papà si rivolse a nonna, ma lei non lo riconobbe.
«Andiamo» disse nonno, sollevandolo dall'imbarazzo.
In giardino c'era una piccola casetta dipinta di bianco e blu, con una porta, una finestra e il tetto spiovente. Era minuscola davvero, all'interno c'erano solo un banco, delle mensole e degli attrezzi da lavoro.
Davanti all'entrata avevano realizzato l'area delle chiacchiere, così la chiamavo.
A terra c'erano dei piastroni di granito, sui quali poggiava un tavolo in legno massiccio con un cassetto capiente. C'erano quattro sedie scompagnate e l'ombra piacevole di un pergolato, su cui era avvinghiata una vite di uva fragola. Era buona, dolce e, anche se la buccia era dura, ne spiluccavo volentieri qualche chicco.
Mamma aiutò nonno.
Sul tavolo comparvero una brocca d'acqua, una bottiglia di vino bianco, fresco, aggiunse nonno, cinque bicchieri e la mia cassettina in legno.
«Cosa c'è lì dentro?» mi chiese nonno.
«C'è Larsson!» E risero tutti, tranne io e nonna.
Nonno alzò lo straccio che copriva la cassetta e guardò dentro: «Beh, adesso che gli hai dato un nome sarà più difficile separarsene.»
«Resterà qua, in giardino, e potrai venirla a trovare quando vuoi» aggiunse papà.
Nonno si frugò nelle tasche, poi allungò il braccio verso di me.
«Tieni, vammi a comprare un pacchetto di Toscanelli.» E mi fece l'occhiolino.
Raccolsi la banconota con la testa incoronata.
«Ah, prendi la mia bici.» Me la indicò appoggiata al muro.
Era grande, nera e con i freni a bacchetta. Avrei dovuto pedalare con il culo sullo stangone.
Poco più in là della bici stava la nonna con le mani dietro la schiena e la faccia rivolta al sole. Lei, un po', mi impauriva.
Appena impugnate le manopole del manubrio, mi comparve davanti.
«Marco!» bisbigliò.
Sapeva chi ero.
Alzai la testa e mi sembrò spaventata.
«Così, voglio solo morire...»
Non capii.
«Nonna, cosa dici?» esclamai.
Ma lei non rispose, strizzò gli occhi e mi fissò. In quell'istante ero di nuovo uno sconosciuto. Poi, all'improvviso, si girò alla sua sinistra, come se qualcuno l'avesse chiamata, e si allontanò.
Pedalai ondeggiando da una parte all'altra per non perdere il contatto con i pedali, pensando a cosa avessi appena sentito.
Quella frase mi rimbombava in testa e dovetti concentrarmi su Larsson per rimuoverla, anche se la sorte stabilita per la tartaruga non mi fu di grande aiuto.
Quando feci ritorno, il nonno, aiutato da suo figlio, stava sistemando una rete alla base del cancello. Una coppia laboriosa che comunicava a cenni e si destreggiava a tagliare fili di ferro che avrebbero sigillato la rete antifuga per Larsson.
Mamma raccoglieva pomodori dall'orto, sistemandoli in una cesta di vimini. Nonna la seguiva con le mani nelle tasche. Larsson, nel frattempo, si era intrufolata sotto un cespo d'insalata, perlustrando il nuovo territorio.
Nonno e papà mi raggiunsero mentre continuavano a confabulare sulla necessità d'interrare alcuni tratti della recinzione dell'orto, luogo dove l'avrebbero confinata.
Gli consegnai il pacchetto di Toscanelli e il resto.
«Tieni il resto» disse alzando le mani.
Papà mi fece un cenno con la testa, aggiungendo: «Come si dice?»
«Grazie» risposi.
Quella giornata si concluse con un cesto di pomodori e insalata, che mi avrebbe fatto compagnia sul sedile posteriore, nel tragitto di ritorno.
In fila ci avvicinammo all'auto. Il sole basso mi faceva strizzare gli occhi e così entrai per primo e vidi nonna che, sorridente, faceva il giro della nostra vecchia Ford, sfiorando la carrozzeria con una mano. Mi incuriosiva e la seguii con lo sguardo.
Giunta sul retro, girò su sé stessa e si allontanò lungo la strada a passo spedito
Stavo per avvisarli quando lo sentii: «Due fori e poi gli lego un carretto...»
Papà annuiva.
Non ci potevo credere.
«Rosa!» urlò mamma e, gesticolando agitata, la indicò.
Papà non perse tempo e si precipitò a recuperarla. Quando la raggiunse, le cinse i fianchi con un braccio e la riaccompagnò verso casa. Camminavano lentamente e papà le parlava. Nonna, ogni tanto, girava la testa verso di lui guardandolo sospettosa.
***
Da quel giorno, ogni sabato pomeriggio andai dai nonni. Inforcavo la mia bici pedalando con vigore. Forse un po' me ne vergognavo, ma la mia priorità in quelle visite era di assicurarmi che Larsson stesse bene.
Nonno Antonio lo capì subito, ma non mi giudicò per quello. Aveva altro a cui pensare e la mia presenza, credo, lo aiutava a gestire nonna o almeno a distrarsi.
Lei non mi riconobbe più, ma temevo sempre che da un momento all'altro mi rivolgesse qualche frase inquietante e questo, in un certo modo, successe.
Un pomeriggio fui testimone di un'altra sua esternazione. Me ne stavo andando, quando la vidi avvicinarsi a nonno che vangava l'orto. Gli arrivò alle spalle.
Lui non poteva vederla, ma forse ne percepì la presenza o sentì il rumore delle ciabatte strascicate sul terriccio. Si raddrizzò e, sostenendosi alla vanga, si girò.
Erano uno di fronte all'altro e nonna gli indicava con l'indice teso l'angolo di terreno in fondo. «Lì, ti prego!» farfugliò con una voce granulosa.
«Rosa...» disse nonno, con gli occhi stanchi e la bocca semiaperta.
Lei lasciò cadere le braccia lungo i fianchi e rimase sospesa in quella posizione fino a quando lui non l'accompagnò al tavolo, facendola sedere all'ombra.
La domenica pomeriggio, mentre stavo guardando la tivù, squillò il telefono, con insistenza, visto che nessuno andava a rispondere.
Quando mamma lo fece, ascoltò soltanto, per poi chiamare subito papà.
«Quando è scomparsa?» chiese papà con voce lenta e pesante. Poi disse altro sui Carabinieri, mentre continuava a guardare mamma. «Arrivo subito» aggiunse, e riagganciò.
Era successa una cosa grave.
Nonna era scomparsa.
L'unico indizio sembrò essere il cancelletto lasciato aperto, che aveva insospettito nonno.
Lui l'aveva cercata nei dintorni, bussando alla casa dei vicini, ma nessuno l'aveva vista.
Quasi subito individuarono il bosco della Rocca come il luogo dove pensavano si fosse persa. La cercarono con i cani, ma anche quel tentativo risultò vano.
Il sabato successivo me ne fregai delle raccomandazioni dei miei e raggiunsi la casa dei nonni.
Suonai al campanello un paio di volte, ma fu inutile. Sembrava che nonno non ci fosse o non volesse aprire. Ma sapevo che metteva le chiavi del cancelletto appese a un gancio dietro la cassetta della posta.
Mi arrampicai un po', infilai la mano tra le barre in ferro e sfilai le chiavi. Aprii ed entrai.
Prima di salire in casa diedi una sbirciata all'orto e la vidi.
Larsson era nell'angolo e stava scavando una buca, in una terra molle.
Notai che dove prima non c'era niente, adesso, dominava una pianta di rosmarino.
«Marco!» mi chiamò il nonno.
Mi girai di scatto e lo vidi in fondo alla casa, all'entrata della rimessa. Era una specie di lavanderia, con una vasca in pietra e l'acqua che correva sempre.
«Prendi la tartaruga, dobbiamo metterla in letargo!»
Non me lo feci ripetere. Mi avvicinai a Larsson.
Era commovente il suo istinto. Aveva già scavato una bella buchetta per l'inverno.
Mi inginocchiai su quel terriccio e feci per raccoglierla, ma fui investito da un cattivo odore. Il profumo del rosmarino era forte, ma più avvicinavo il naso a terra, più sentivo una puzza terribile di fiori marci.
Afferrai la tartaruga e la rovesciai, pensando fosse lei a emanare quel fetore, ma Larsson sapeva d'altro, di muschio e terra.
«Andiamo, su!»
Lo guardai. Era alle mie spalle con un sigaro in bocca e in mano un secchio pieno di foglie, mentre con l'altra mi indicava la casetta bianca e blu.
Si avviò e io lo seguii, mentre Larsson pedalava nel vuoto e allungando il collo esplorava ciò che la circondava.
Nonno entrò nella casetta, posò il secchio e raggiunse la parete in fondo. Sotto la prima mensola c'era una grossa scatola forata in legno. La sfilò e ne tolse il coperchio. Indietreggiò e la posò tra i miei piedi. Dentro c'erano del terriccio e dei pezzi di corteccia.
«Mettila dentro» mi disse.
Sentivo ancora quella puzza, che inconsciamente mi fece arricciare il naso.
Nonno mi guardò serio.
Appoggiai Larsson con cautela e lei si sistemò in un angolo.
Restammo così, per qualche istante, a guardarla in silenzio. Poi nonno iniziò a ricoprirla con delle foglie secche, e anch'io ne presi una manciata approfittando per sfiorarla un'ultima volta. Infine chiuse il coperchio e infilò la scatola dove l'aveva presa.
«È il compost che ho usato per la pianta di rosmarino, che ha quell'odore cattivo...» disse nonno.
Eravamo faccia a faccia accucciati sulla cassettina.
«Che cosa, nonno?» feci finta di non aver sentito. Sotto sotto avevo paura per Larsson.
Mi sorrise, e vidi i denti gialli. Mi accarezzò la testa e poi, goffamente, si alzò imprecando per le ginocchia scricchiolanti.
Mi sentii soffocare.
«Devo andare, nonno. Ci vediamo sabato prossimo...»
Posò una mano sulla morsa del banco, con l'altra portò alla bocca il mozzicone di sigaro, fece un tiro e annuì.
***
Dopo la scomparsa di nonna, nonno non volle vedere più nessuno, a parte me.
Pensai che me lo permettesse per via di Larsson o forse perché c'era qualcosa che voleva sapere o chiarire con me. Mamma e papà ne soffrivano, ma rispettarono la sua decisione. Diventai una specie di messaggero, portavo e riportavo notizie. Il tempo avrebbe dovuto sistemare le cose, così dicevano convinti i miei, ma con nonno non andò proprio così.
I mesi successivi furono freddi e le mie visite ordinarie, come se entrambi avessimo messo in letargo anche le nostre preoccupazioni. Larsson stava bene e sembrava tranquilla nella sua cassettina. Così mi attardavo giocando a dama col nonno. Lui era imbattibile, ma mi consolava con un bicchiere d'orzata. Ogni tanto, sul retro di casa, ci dedicavamo anche al tiro al bersaglio con una carabina ad aria compressa.
In tutto quel tempo non entrai mai nell'orto.
A casa, l'argomento più frequente, tra mamma e papà, era la salute di nonno. La sua solitudine era straziante: si macerava nel ricordo di nonna Rosa, incapace di accettare che non ci fosse più. Ma per tutti gli altri lei era un capitolo chiuso.
Era impensabile che una vecchia malata, non più in grado di distinguere la luce dal buio, fosse ancora viva.
Quando le temperature divennero più miti, anche nonno diventò più ragionevole. Più loquace al telefono e disponibile alle visite di mamma e papà.
La primavera scalpitava e Larsson era ormai pronta al risveglio. Un sabato di marzo la vidi un po' confusa. Nonno confermò la mia osservazione. Le facemmo un bagno tiepido e le demmo da bere.
«È ancora rintronata dal letargo» disse nonno, decidendo che sarebbe rimasta ancora un po' nella cassettina, con una ciotola di cibo fresco.
«Poi la rimettiamo nell'orto?» gli chiesi.
In quei mesi avevo rifiutato l'idea che quella puzza fosse del cadavere di nonna, sepolta sotto il rosmarino, perché ripensandoci stavo male. Tuttavia quel pensiero aveva cominciato a ossessionarmi e dovevo, in qualche modo, scoprirlo.
«Certo» rispose nonno. «Ho anche in mente un'idea...»
E la cosa finì lì, almeno fino al sabato successivo.
Con l'arrivo della primavera fecero altre ricerche nel bosco, ma anche quella volta non fu trovata alcuna traccia di nonna. La decisione di sospendere le ricerche sentenziò che fosse morta. Era l'ultimo sabato di marzo.
Nonno mi accolse con un cappello di paglia, una camicia a quadrettoni sbottonata e una macchia marrone sulla canottiera a coste. Aveva una brocca in mano.
Posai la bici e mi diressi alla casetta bianca e blu.
«È nell'orto!» disse nonno mentre riempiva la brocca.
Mi precipitai da Larsson.
«Ah, ti devo mostrare una cosa» aggiunse, alzando un po' il braccio e muovendo la mano con l'indice teso.
Non immaginavo cosa fosse, ma comunque sentii che non sarebbe stata una cosa positiva.
Intravidi Larsson sotto il rosmarino.
«Ho deciso di usare il carretto siciliano» se ne uscì nonno, dal confine dell'orto.
L'unico carretto siciliano che conoscevo era quello che aveva sul mobile in soggiorno. Una volta ci giocavo. Era tutto colorato, con dei bei disegni e un omino seduto con le briglie in mano.
Posò la brocca sul tavolo ed entrò nella casetta.
Lo raggiunsi preoccupato.
«È un ricordo del viaggio di nozze» disse a bassa voce, indicandolo.
Era proprio quello del soggiorno, posato sulla prima mensola, ma senza cavallo.
«Vai a prendere la tartaruga, che intanto preparo la punta per il trapano.»
Mi ricordai dei loro discorsi di qualche mese prima, fuori dalla macchina.
Non volevo che mettesse quel cavolo di carretto a Larsson. Mi veniva da piangere e fare la pipì. Guardai il nonno con terrore. Mi bruciavano gli occhi e li chiusi un attimo. Cercai di estraniarmi da tutto. Respiravo solo con il naso. Dentro di me pregavo che succedesse qualcosa in grado di fermare tutto quello. Qualsiasi cosa.
«Aspetta!» disse nonno.
Aprii gli occhi.
Si girò verso di me con in mano il trapano, che impugnava come fosse una grossa pistola.
Nell'altra stringeva la chiave del mandrino con cui diede due colpi secchi alla morsa del banco.
«Facciamo un patto. La tartaruga resta qua, senza carretto e tu continui come sempre, comportandoti bene.» Lo disse inclinando la testa, leggermente, in direzione dell'orto.
Posò gli attrezzi, incrociò le braccia e mi osservò serio, con aria interrogativa.
Accettai subito, facendo cenno di sì con la testa.
«È tardi, devo tornare a casa» gli dissi.
Nonno guardò l'orologio. «Certo, Marco, vai, prima che faccia buio.»
Le sue parole mi convinsero che nonna fosse sepolta sotto il rosmarino. E che per “comportarmi bene” non intendesse altro che il mio silenzio.
Arrivato a casa, mi rifugiai nella mia camera. Mamma intuì qualcosa, ma non le dissi niente. Il patto me lo impediva.
Dal sabato successivo non feci altro che adattarmi a quella situazione.
Avevo la sensazione che fosse solo una parentesi e che prima o poi qualcosa sarebbe cambiato.
Larsson se ne stava accucciata all'ombra del rosmarino, mentre in soggiorno io e nonno giocavamo a dama.
Ultimamente nonno era sbadato, stanco e faceva fatica a parlare. Era il caldo, diceva.
Quel pomeriggio stavo dominando. Lui lamentava, come scusa per quelle sonore sconfitte, un presunto mal di testa.
Mentre facevo dama, lui scivolò dalla sedia, come un pupazzo inanimato. Vidi la sua bocca spalancata schiantarsi sul pavimento. Mi avvicinai con paura, nonno si stava pisciando addosso.
Corsi fuori e mi precipitai alla casa più vicina.
Ci abitava il circo Barnum, così li apostrofava nonno. Non avevano una recinzione, il vialetto era in ghiaia. Suonai alla porta. Tante volte. Scalpitavo sullo zerbino; sembrava che non ci fosse nessuno, fino a quando la porta si aprì. Si presentò una signora con un vestito pieno di fiori gialli e grandi, forse girasoli. In una mano aveva un mestolo, i capelli raccolti in un bozzo sopra la testa. Due piccoli occhi scuri si fissarono sui miei piedi che saltellavano.
«Nonno è morto!» dissi.
Lei si girò immediatamente mettendo una mano sullo stipite; era scalza con dei piedi piccoli. «Giacomo!» urlò e in un istante quello comparve. Doveva essere il marito.
Li immaginai come una coppia di trapezisti. Giacomo indossava un paio di pantaloni corti e un paio di ciabatte. Aveva una bella pancia e un paio di baffoni.
Non disse niente. Iniziò a correre verso la casa di nonno. Ogni tanto prendeva fiato per poi correre di nuovo. Io lo seguivo da vicino e più indietro veniva la signora, che arrancava.
Salimmo in casa. Giacomo gli allentò la cintura dei pantaloni e gli mise un cuscino sotto la testa.
«Dov'è il telefono?» chiese ansimando la signora dei girasoli.
«È appeso in corridoio.»
Si precipitò lì. La sentii chiamare i soccorsi.
Mi sedetti sul divano e non potei fare a meno di guardare nonno.
Un'ambulanza arrivò subito e lo portò in ospedale.
Aveva avuto un ictus, una cosa grave, ma non era morto.
Dovetti aspettare settimane per rivederlo; in ospedale non mi ci portarono mai. A trovare Larsson, invece, ci andavo lo stesso.
Me ne stavo lì a guardare i movimenti lenti e goffi della tartaruga su quella terra dove forse avrei dovuto scavare. O forse avrei dovuto raccontare tutto a mamma e papà, e riportare la tartaruga dove era stata trovata, ma non ebbi il coraggio di rompere il patto.
A volte salivo in casa. Le tapparelle erano abbassate e faceva fresco. Dentro c'era ancora l'odore di nonno. Entravo in cucina, mi versavo due dita di sciroppo d'orzata in un bicchiere che poi riempivo d'acqua fresca.
In quei pomeriggi curiosavo nelle stanze. Mi toglievo i sandali e restavo a piedi nudi. Frugavo in cassetti e armadi, tra le riviste e i libri, poi mi sedevo sulla poltrona sfogliando l'album delle foto.
La sua camera da letto fu l'ultima che perquisii. Avevo il timore che mi comparisse davanti all'improvviso, con il sigaro in bocca e la sua camicia a quadri.
Afferrai la maniglia e aprii la porta. Cigolò un po', a terra intravidi un tappeto persiano. La stanza era buia e accesi la luce. Davanti a me il lettone dei nonni di un legno scuro e lucido.
C'era un telo giallino che lo copriva, compreso il cuscino da un lato; dall'altro, invece, dove immaginai dormisse nonno, il telo era un po' spiegazzato.
Al suo lato un comodino, di legno come il letto. Aveva due cassetti; sul piano un paralume con la base in ottone, il vetro verde e una catenella.
Il primo cassettino non era stato chiuso bene e mi sembrò doveroso aprirlo. Ne raccolsi un flaconcino con dentro delle pastigliette bianche e lo posai sul comodino. Sul fondo c'era altro di più interessante.
Spostai un paio di occhiali in una custodia in pelle, un pacchetto di fazzolettini e una piccola torcia.
E alla fine l'afferrai.
Era un'agenda chiusa con un elastico, da cui spuntava l'angolo di una lettera.
Mi sedetti sul bordo del letto, tolsi l'elastico e l'aprii.
La lettera era un po' incollata a una pagina. La staccai piano piano facendo attenzione a non strapparla.
Il giorno stampato su quella stessa pagina dell'agenda era quello della scomparsa di nonna.
Era una lettera scritta a mano, in una scrittura che mi sembrò di conoscere, sottile e tondeggiante come i nomi della frutta sulle etichette delle marmellate di nonna.

Caro Antonio,
oggi la mia mente è viva, ma so che non durerà. Ti scrivo perché ti amo, ti ho amato tanto e voglio dirtelo ora.
Questa malattia vincerà e quando non ti riconoscerò più, ti prego, lasciami andare.
Ti sto chiedendo molto, forse troppo, ma non voglio che tu mi veda così, un'ombra vuota.
Fallo con dolcezza e poi seppelliscimi nel nostro orto, nell'angolo in fondo, all'ombra di un rosmarino.
Così sarò sempre vicino a te.
Ti amo, Antonio.
Per sempre,
la tua Rosa.

Mi distesi sul letto con in mano la lettera. Tastai il muro sopra il comodino in cerca dell'interruttore e spensi la luce.
Rimasi così, a fissare il soffitto su cui c'erano dei piccoli bagliori di luce che vibravano, l'uno accanto all'altro, come le fessure della tapparella. Iniziai a contarli, ma il loro leggero tremolio complicava il mio intento. Avevo gli occhi pesanti. Li chiusi e mi addormentai.
Il suono insistente del telefono mi svegliò. Mi resi subito conto che doveva essere molto tardi. Il soffitto era buio.
Al telefono c'era la mamma.
«Guardavo la tivù... non me ne sono accorto... adesso torno a casa... sì, sì, mamma, chiudo tutto!»
Non passò molto da quel giorno che nonno, finalmente, tornò a casa.
Papà aveva trovato una signora che stesse con lui un po' di ore.
«Sai, non riesce a muovere bene una gamba e un braccio» mi disse. «Ma la testa gli funziona, eh!» aggiunse, cercando di rassicurarmi.
La prima volta che lo rividi fu insieme ai miei. Ci accolse la signora, grassoccia con un fazzoletto scuro sulla testa.
«Nerina mi chiamo» disse battendo la mano sul petto.
Nerina parlava a strappi e si addormentava sulle ultime vocali; si sarebbe occupata di nonno fintanto che lui non era autosufficiente.
Capii il significato di autosufficiente quando lo vidi.
Si muoveva malissimo. Aveva mezzo corpo addormentato. Trascinava il piede come fosse un peso e il braccio stava sempre a penzoloni. Anche la faccia era storta da quel lato, come la bocca, e si guardava attorno in continuazione.
A me sembrò anche molto arrabbiato.
I successivi sabato pomeriggio li trascorsi prevalentemente in casa sua.
Giocavamo a dama e lui perdeva quasi sempre, imprecava, sbavava e inventava parole.
«Ho letto la lettera» sputai un giorno. Dopo aver rimandato molte volte, finalmente avevo trovato il coraggio di farlo.
In quel momento, nonno stava sistemando le pedine sulla scacchiera con la sua solita, recente, lentezza. Si immobilizzò con un pezzo della dama tra le dita.
Il ventilatore a piantana frusciava ruotando e, a fine corsa, prima di ricominciare, scricchiolava due volte.
Ebbi paura che non avesse capito e che dovessi ripeterlo.
Nonno socchiuse gli occhi e, quando li riaprì, con un tono perentorio disse qualcosa che non capii: «Oscanelli!» Posò la pedina e mi fece il segno di fumare con due dita.
Sapevo che non doveva farlo. Non poteva più fumare né bere, e poi c'era la Nerina. Ma nonno era deciso e mi indicò la credenza del soggiorno.
Mi alzai avvicinandomi al mobile, con circospezione, cercando di capire se la Nerina potesse intuire qualcosa.
Quando c'ero io, lei di solito si tranquillizzava, andava in cucina, accendeva la tivù, sferruzzava e beveva del vino rosso.
Afferrai la maniglia di un cassetto, mentre guardavo nonno, e lui scosse la testa. Così con gli altri. Al quarto tentativo, quello buono, lui annuì e io lo aprii. Dentro c'era un portafoglio con del denaro.
Presi una banconota da cinquecento lire, l'infilai in tasca e uscii per andare al tabacchino a prendere un pacchetto di Toscanelli.
Li fumava quando rimaneva solo, al tramonto. Quando la Nerina se ne andava.
Poi si aggiunsero i bicchierini di grappa. Quello fu addirittura più facile, perché la povera donna teneva sempre una bottiglia di grappa sopra il frigo. Ne sorseggiava un po' per il mal di denti, così si giustificava, e non si accorse mai che a finire la bottiglia contribuiva anche il nonno.
Oramai non usciva più, non si sforzava di parlare, se non per qualcosa che avesse un vero interesse per lui. Era solo concentrato a trasgredire e a farsi del male.
In compenso la Nerina aveva ridotto la sua presenza.
Nonno doveva aver persuaso mio padre di non essere così deficiente, solo disabile, ma autosufficiente.
Quello che celava a tutti era l'espressione che avevo già visto sulla faccia di nonna: il desiderio di morire.
L'ultimo sabato in cui andai a casa sua, portai una cassettina in cui mettere Larsson. Mi ero finalmente deciso a liberarla. Lo avevo deciso da solo. Era il momento giusto, lo sentivo.
Quando glielo rivelai, aggiunse solo qualcosa che suonò come “a casa”, abbozzando una smorfia strana in cui comparve un canino giallastro.
Doveva aver percepito che quello fosse il suo ultimo giorno. Aveva gli occhi acquosi, si teneva la mano sulla fronte e deglutiva spesso e con fatica.
Vinse una partita a dama.
Ogni tanto mi guardava più a lungo e faceva un sorriso, anche se con quella bocca storta era più che altro un ghigno, come nei film con i gangster in bianco e nero.
Quando me ne andai, era tardi; il sole stava tramontando. Non avevo le luci per la bici e dovetti affrettarmi. Con me avevo la scatola con dentro Larsson.
Nonno era affacciato alla finestra aperta del soggiorno. Fumava. Mi salutò con la mano in cui stringeva il Toscanello e rimase a guardarmi mentre me ne andavo. Percepii i suoi occhi addosso e sentii un brivido di freddo.
Il giorno dopo, come ogni domenica mattina, papà andò da lui.
Lo trovò riverso in soggiorno.
Nonno aveva avuto un altro ictus ed era morto.
Moreno Maurutto
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