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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP, ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo già formattato che per la copertina.
Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Raffaele Corona
Titolo: Il rumore del male
Genere Thriller Horror
Lettori 33
Il rumore del male
Il male non arriva sempre con la violenza di una porta sfondata o con il rumore di un colpo di pistola nella notte. Il più delle volte entra in silenzio, senza chiedere permesso, come una presenza che nessuno nota davvero. Si nasconde nelle case illuminate, nelle strade che percorriamo ogni giorno, nei volti che incrociamo senza farci troppe domande. All'inizio è solo un dettaglio fuori posto. Una sensazione strana. Un gesto che sembra innocuo. Poi qualcosa cambia. Un suono quasi impercettibile comincia a farsi strada nel silenzio.
Un passo dietro una porta chiusa. Un respiro troppo vicino.
Un pensiero che non dovrebbe esistere. È così che nasce il rumore del male. Non è un grido. Non è un'esplosione. È un suono lento, ostinato, che cresce poco alla volta finché non diventa impossibile ignorarlo. Le storie che state per leggere parlano di quel momento preciso in cui la realtà si incrina. Quando la normalità si spezza e sotto la superficie appare qualcosa di più oscuro. Persone comuni che attraversano una linea invisibile. Case che nascondono segreti. Città che sembrano dormire mentre qualcosa si muove nell'ombra. Perché il male raramente si mostra subito per ciò che è. Preferisce aspettare, osservare, insinuarsi nei silenzi delle nostre vite. E quando finalmente lo riconosciamo, spesso è già troppo tardi. Questo libro è il luogo dove quel suono prende forma. Un'eco che attraversa ogni pagina, ogni storia, ogni destino. Se ascolterete con attenzione lo sentirete anche voi. All'inizio sarà solo un sussurro. Poi diventerà qualcosa di più.
Il rumore del male.


1 Rebecca Wilson


Era una mattina fredda di gennaio. Rebecca usciva di casa per andare a fare la spesa al mercato. Prima di chiudere la porta controllò due volte di avere le chiavi nella borsa. Era un'abitudine che aveva da sempre. Tirò su la cerniera del cappotto e rimase qualche secondo sul pianerottolo. L'aria era fredda e umida. Dal cortile saliva l'odore della pioggia caduta durante la notte. Quella mattina non sarebbe stata una delle tante, e Rebecca lo avrebbe capito molto presto.
Erano le 7.30. Prese la solita strada a piedi verso il mercato settimanale, come faceva sempre. Le strade erano già animate. Alcuni negozi stavano aprendo, mentre gli autobus passavano quasi pieni di lavoratori diretti in centro. Una panetteria aveva appena sfornato il pane e il profumo si diffondeva lungo il marciapiede. Rebecca camminava lentamente, senza fretta. Durante il tragitto guardava il suo volto riflesso nelle vetrine, per essere sicura di essere a posto con il trucco. Notò, come ogni mattina, che le sue labbra si muovevano appena, quasi stesse ripetendo una parola in una lingua che non riconosceva del tutto.
Dopo circa dieci minuti di camminata arrivò al mercato.

Il mercato era già pieno di gente. Le voci dei venditori si sovrapponevano tra loro. Qualcuno reclamizzava la frutta fresca, altri urlavano offerte sul formaggio o sulla carne. Rebecca passò davanti a diverse bancarelle salutando persone che ormai vedeva ogni settimana. Una donna anziana le sorrise.
«Buongiorno Rebecca.»
«Buon...» si fermò per un istante.
Aveva avuto l'impressione di voler usare una parola diversa. Una parola che non conosceva. Iniziò a fare la spesa: comprò verdura, frutta e poi si fermò al camioncino che vendeva pesce. Mark era conosciuto da tutti i frequentatori assidui del mercato. Quando la vide, le sorrise.
«Oggi sei pallida», disse. «Fa più freddo del solito, eh?»
Rebecca annuì. Mentre Mark preparava il pesce, Rebecca fissò per qualche secondo il coltello che lui usava per pulire una trota. Seguì il movimento della lama con attenzione insolita. Solo quando Mark la chiamò per nome si accorse di essere rimasta a guardare troppo a lungo.
Le scappò un'espressione di ringraziamento che non era in italiano puro, si fermò a metà parola e tossì, come se avesse detto qualcosa di sbagliato.
«Mark, hai del pesce buono adatto alla zuppa per oggi?» chiese subito dopo, cambiando tono.

Rebecca voleva il meglio, perché a pranzo aveva un ospite quel giorno: Etan, un ragazzo con cui si stava frequentando da un paio di settimane. Era il primo invito a casa. Lei era molto presa da questo ragazzo ed era finalmente felice di aver trovato, forse, l'amore. A volte lui le diceva che aveva un accento strano, leggero, difficile da collocare. Lei rideva e rispondeva che era solo suggestione.
Le buste della spesa erano pesanti. Rebecca cambiò mano diverse volte durante il tragitto. Nonostante il freddo, sorrideva pensando al pranzo con Etan. Era emozionata. Non invitava qualcuno a casa da molto tempo. Arrivata a casa, barcollò verso la cucina e fece in tempo a sedersi. Per qualche secondo ebbe la sensazione che il pavimento si stesse muovendo sotto di lei. Chiuse gli occhi e si portò una mano alla tempia. Il dolore sembrava aumentare a ogni battito del cuore. Davanti ai suoi occhi comparvero immagini confuse. Un lungo corridoio illuminato da luci fredde. Una porta di metallo. Passi veloci. Qualcuno che gridava disperatamente.
Cercò di mettere a fuoco quella scena, ma tutto svanì quasi subito. Poggiò le braccia sul tavolo e, per un istante, le sembrò di sentire una voce che non era la sua, dura, fredda, pronunciare il suo nome con una cadenza diversa. Dopo pochi minuti si sentì meglio. Pensò che fosse stato lo stress o l'ansia. Si alzò lentamente e iniziò a sistemare la spesa. Cercò di non pensare a quello che aveva appena visto.

Lavò le verdure, preparò il pesce e prese il coltello più grande che aveva nel cassetto. Mentre tagliava gli ingredienti si accorse di muoversi con una sicurezza insolita. Le sue mani sembravano sapere esattamente cosa fare. Mentre cucinava, le tornò in mente quel flash. Era una scena strana: una pozza di sangue vicino al divano, urla confuse e poi il silenzio, con in sottofondo un notiziario che dava notizie di cronaca estera. Parole spezzate, nomi di città che non riusciva a ricordare. Non ci diede peso e continuò a cucinare, ma dentro di lei qualcosa era cambiato. Anche il modo di usare il coltello era diverso, più sicuro, automatico, come se il gesto le appartenesse da sempre. Terminata la preparazione del pranzo, apparecchiò con cura. Sistemò i piatti, controllò due volte le posate e cambiò la disposizione dei bicchieri almeno tre volte.
Guardò l'orologio più volte. Mancava ancora quasi mezz'ora. Andò in bagno a sistemarsi il trucco e cambiò maglia dopo aver deciso che quella che indossava non le piaceva abbastanza. Quando tornò in cucina osservò la tavola apparecchiata e sorrise. Era emozionata.
Erano le 13.33 quando il campanello suonò. Andò ad aprire ed era lui. Appena aprì la porta lui le mostrò una bottiglia di vino.
«Pensavo potesse servirci.»
Rebecca sorrise e lo fece entrare.

Per qualche secondo rimasero vicini nell'ingresso, imbarazzati come due persone che stavano ancora imparando a conoscersi. Etan, bello, alto, capelli neri e occhi verdi. Il cuore le batté forte dalla felicità.
«Accomodati», disse Rebecca. «È pronto il pranzo.»
Si sedettero uno di fronte all'altro. Per diversi minuti parlarono di argomenti leggeri. Del lavoro, di alcuni programmi televisivi e dei posti che avrebbero voluto visitare. Etan sembrava a suo agio e Rebecca iniziò a rilassarsi. A tratti ridevano e il pranzo procedeva nel migliore dei modi. Tuttavia, ogni tanto, una strana sensazione tornava a farsi sentire. Un leggero fastidio alla testa che spariva quasi subito.
Lui accennò:
«Rebecca, oggi ho conosciuto uno strano tizio che diceva di conoscerti e di fare attenzione», sussurrò quasi sorridendo. «Aveva un accento... dell'Est, credo.»
Lei si irrigidì per una frazione di secondo, poi rispose con il volto sorpreso e quasi divertito:
«Stare attento a me?»
Si fecero una risata e il pranzo continuò. Dopo qualche minuto lui estrasse un foglio, prima di parlare esitò. Rimase qualche secondo a fissare quel foglio. Sembrava incerto se mostrarglielo oppure no e mormorò:
«Ecco, mi ha anche dato questo. Dice che tu non ti chiami Rebecca, ma Katia.»

Lei scosse la testa e si avvicinò per guardare quel foglio. Appena vide la foto e tutti i dati spalancò gli occhi. La fitta tornò, come prima, ma questa volta più forte, più intensa. Nella sua mente immagini rapidissime: un uomo con un camice che pronunciava il suo nome, una porta che si chiudeva con un forte rumore metallico. Luci al neon, volti sconosciuti. Qualcuno che cercava di immobilizzarla, una stanza bianca, mani legate, una lingua che non era l'italiano, urla soffocate.
Etan disse: «Che succede? Che hai? Stai bene?»
Rebecca continuava a fissare il foglio che teneva tra le mani. Il tremore era scomparso e il dolore alla testa sembrava essersi dissolto all'improvviso, lasciando spazio a una calma innaturale. Sollevò lentamente lo sguardo verso Etan e per un istante lui ebbe la sensazione che qualcosa fosse cambiato. C'era qualcosa di freddo nei suoi occhi, qualcosa che fino a quel momento non aveva mai visto.
Lei non parlò. Si girò di scatto alla sua destra, prese il coltello da cucina, uno grosso, e colpì Etan alla schiena. Poi una seconda coltellata, la terza, con una ferocia inaudita. Mentre colpiva, le uscì dalla bocca una parola spezzata, gutturale, che Etan non fece in tempo a capire. Era già disteso per terra, in una pozza di sangue. Rebecca rimase immobile per alcuni secondi a osservare il corpo. Respirava lentamente e il suo volto era completamente privo di emozioni.

Non sembrava una donna sconvolta per ciò che aveva appena fatto, ma qualcuno che stava semplicemente completando un compito già deciso da tempo. Afferrò il corpo dalle caviglie, lo trascinò lungo il corridoio nel bagno di servizio, lasciando una scia sottile sul pavimento.
Lo spogliò, lo mise nella vasca, si mosse con sicurezza, come se avesse già eseguito quei gesti molte altre volte. Aprì un armadietto, prese dei guanti di gomma e li indossò, poi afferrò una mascherina senza nemmeno dover cercare dove fosse. Ogni movimento appariva preciso e naturale. Prese due taniche. Sull'etichetta c'era scritto:
Acido solforico. Si mise una mascherina che era sul lavandino, con una scritta sbiadita in cirillico, e versò il contenuto nella vasca. Il tutto con una freddezza glaciale.
Dopo aver finito, pulì la scena del delitto, ripulì accuratamente ogni traccia. Poi entrò in camera da letto, si sedette sul letto e svenne.

Erano le 21.30 quando si svegliò di scatto. Per qualche secondo rimase seduta sul letto senza capire cosa fosse successo. Aveva la testa pesante, la bocca secca e una sensazione di stanchezza che le attraversava tutto il corpo. Si guardò intorno confusa, cercando di ricordare quando si fosse addormentata. Guardò l'orologio e sussurrò:
«Cazzo... Etan sarà preoccupato.»
Non ricordava nulla di quello che aveva fatto. Si alzò dal letto e sentì bussare forte alla porta. Rebecca si immobilizzò. I colpi risuonarono ancora, più forti e insistenti. Sentì il cuore accelerare e per qualche istante rimase ferma ad ascoltare, senza riuscire a capire chi potesse essere a quell'ora.
«Polizia», urlò una voce fuori. «Apra la porta, signora.»
Spaventata, aprì. Cinque poliziotti fecero irruzione. Uno la trattenne e disse:
«Stia ferma, abbiamo un mandato.»
Dopo aver perquisito tutta la casa arrivarono a quel bagno, Uno degli agenti si fermò nel corridoio e inspirò profondamente. L'odore era forte e inconfondibile. Gli altri seguirono la stessa direzione fino a raggiungere una porta chiusa in fondo alla casa. Attirati da un odore forte di acido. La porta era chiusa. Un agente provò ad abbassare la maniglia, ma non si mosse. Tentò una seconda volta senza risultato, poi fece cenno ai colleghi di arretrare.

Rebecca osservava la scena senza capire cosa stessero cercando. La sfondarono, mentre lei diceva:
«Ma quella stanza non si apre... non l'ho mai aperta da quando abito qui.»
Entrati dentro, i poliziotti rimasero sconvolti. Cinque teschi erano allineati su un mobile, alcuni con residui di capelli chiari. Accanto, barili pieni di un liquido denso e scuro. Su uno di essi, con un pennarello ormai quasi cancellato, c'era scritto un nome: Katia.
«Lei è in arresto», disse il commissario.
Portata in caserma, dopo tutti i rilievi, la scoperta fu sconvolgente: Katia Kasova, 33 anni, immigrata ucraina, fuggita dal manicomio criminale Blackwood Forensic Psychiatric Center nel 2019. Era stata arrestata e dichiarata pazza per l'omicidio brutale del suo ex ragazzo.
Quando le lessero il nome ad alta voce, Rebecca rimase in silenzio. Fissò il tavolo per alcuni secondi mentre gli investigatori aspettavano una risposta. Poi sollevò lentamente lo sguardo e qualcosa nella sua espressione sembrò cambiare, come se quel nome avesse finalmente aperto una porta rimasta chiusa per anni. Rebecca sorrise.
Per un istante, con un accento che non lasciava più dubbi, sussurrò:
«Rebecca non esiste più.»
Raffaele Corona
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