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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Elena Caserini
Titolo: Dove germoglia la memoria
Genere Fantasy Urbano
Lettori 55
Dove germoglia la memoria
L'appartamento di Elena affacciava su una strada tranquilla di Parma, al terzo piano di un palazzo anni Sessanta con il portone un po' scrostato e le tapparelle sbiadite, non era grande, ma era luminoso. La luce del mattino entrava dalle finestre alte del soggiorno e si rifletteva sul pavimento di legno chiaro; la stanza principale, invece, era divisa a metà tra casa e lavoro; da un lato un divano semplice, una libreria piena di volumi di botanica e archeologia, qualche pianta in vaso che Elena curava con attenzione quasi ostinata, dall'altra un tavolo coperto di quaderni, provette, campioni di terra etichettati con calligrafia precisa, e un microscopio portatile che occupava l'angolo più ordinato.
Elena sedeva davanti al tavolo, con i capelli scuri raccolti in una coda disordinata e un'espressione tesa, indossava la sua solita maglia larga e un paio di pantaloni comodi, perché era così che si sentiva a suo agio da qualche tempo. Il viso, ancora senza trucco, conservava una bellezza naturale fatta di lineamenti armoniosi e occhi profondi, ma il suo sguardo era stanco e le occhiaie leggere raccontavano una storia fatta di notti irregolari e pensieri insistenti.
Stava lavorando a un progetto personale che nessuno le aveva chiesto di portare avanti: studiava la resilienza di una pianta conservata in condizioni estreme, un tema che la ossessionava da mesi, ed era l'unico modo per restare ancorata alla ricerca, anche senza un incarico ufficiale.
Stava annotando dati su un quaderno quando il telefono vibrò sul tavolo; il suono la fece sussultare. Guardò lo schermo e rimase immobile per un istante, su display apparve un numero che conservava in rubrica da molto tempo: Stefano Cucciari.
Non lo sentiva da diverso tempo e impiegò qualche secondo prima di rispondere.
«Ciao Stefano,» disse solo, «Elena,» la sua voce non era cambiata, sembrava la stessa di sempre, calda e diretta, «Spero di non disturbarti.»
«No. Stavo lavorando,» esitò, «più o meno...»
Un breve silenzio attraversò la linea, Stefano lo riempì con un tono più morbido, «So che le cose non sono... semplici da qualche tempo.»
Elena serrò le labbra, non aveva voglia di parlare del passato, ma sapeva che lui non la stava compatendo, lo conosceva dai tempi dell'università, ed era stato uno dei pochi a non averla guardata con sospetto dopo lo scandalo.
«Dimmi, a cosa devo questa chiamata?» chiese, «Ti ho cercata perché lavoro ancora con il dipartimento di archeologia e biodiversità. Abbiamo un incarico che nessuno vuole accettare. Un sito minore in Basilicata, e servirebbe qualcuno con la tua competenza.»
Elena guardò i campioni della pianta sparsi sul tavolo, il suo appartamento, il suo rifugio, e improvvisamente le sembrò troppo silenzioso.
«Perché proprio io?» domandò, «Perché sei brava. E perché so che hai bisogno di tornare sul campo.»
Le parole la colpirono con una sincerità disarmante, chiuse gli occhi per un secondo, «Possiamo parlarne di persona?» chiese Stefano, «magari davanti ad una tazza di caffè?» «D'accordo, ti vedo volentieri» rispose senza fermarsi a riflettere.
Si incontrarono in un bar vicino all'università, Stefano era già seduto a un tavolino esterno quando Elena arrivò.
Si alzò per salutarla e la abbracciò con naturalezza, «È bello rivederti» disse, «Anche per me.»
Si sedettero, e dopo i convenevoli, Stefano andò subito al punto, «Il sito è piccolo, si tratta di un borgo in Basilicata: Roccaferma sul Monte. Sotto il paese c'è un insediamento agricolo antico mai studiato seriamente. Abbiamo fondi per una ricerca di un anno, e allora ho pensato a te.»
Elena lo ascoltò in silenzio, ogni parola iniziò ad aprire uno spazio dentro di lei; un anno sul campo, lontano dagli sguardi che l'avevano giudicata per un errore sarebbe stata una ventata di ossigeno.
Stefano la vide esitare, così spezzò il silenzio e continuò «Nessuno lo vuole perché è isolato, ma proprio per questo è interessante. E io voglio che sia tuo.»
Elena fissò la tazzina davanti a sé e sentì un tremore diffondersi in tutto il corpo; una parte di lei avrebbe voluto rifiutare all'istante, rifugiandosi nella sicurezza del suo appartamento, nei progetti che non dovevano rendere conto a nessuno, ma l'altra parte, quella coraggiosa, audace e sicura, la stava chiamando a gran voce.
Ad un tratto si scosse, quello che disse non arrivò dal cervello, ma dall'istinto, «Va bene» disse piano, «Accetto.»
Il sollievo attraversò il volto di Stefano, così tirò fuori una cartellina dalla borsa, prima che quell'accettazione iniziasse a vacillare, e disse «Ho...portato con me il contratto, possiamo firmarlo subito...se vuoi.»
Elena lesse le pagine con attenzione, ogni riga era un passo verso qualcosa che la spaventava e la attirava allo stesso tempo, alla fine firmò.
Quando uscì dal bar, l'aria di Parma le sembrò diversa, più leggera, o forse era lei a respirare meglio.
Tornò a casa nel primo pomeriggio, l'appartamento la accolse con il suo silenzio familiare, guardò il tavolo di lavoro, i campioni, i quaderni, tutto ciò che aveva costruito per riempire l'assenza di un incarico, e per una ragione sconosciuta si sentì meglio; adesso ne aveva uno e avrebbe dovuto impegnarsi con la massima cura.
Cominciò a preparare una valigia con movimenti lenti e precisi: vestiti essenziali, strumenti di lavoro, taccuini. Ogni oggetto era una conferma della sua decisione.
Quando il sole iniziò a calare, si fermò al centro della stanza, sentiva ancora il peso della delusione per il passato, una cicatrice che non si sarebbe cancellata facilmente, ma sotto quella ferita avvertì una nuova sensazione, qualcosa che non provava da tempo: la speranza di portare fino in fondo la sua occasione tramite un progetto che le avrebbe ridato la fiducia in sé stessa.
Si avvicinò alla finestra, la città scorreva tranquilla sotto di lei e tra meno di ventiquattr'ore sarebbe stata lontana da tutto quello.
«È solo un lavoro» mormorò a sé stessa, ma sapeva benissimo che non era vero, perché sarebbe stato un nuovo inizio.
La strada per Roccaferma sul Monte iniziò ad essere interessata da una serie di curve, Elena guidava lentamente, con le mani rigide sul volante e il navigatore ormai diventato inutile. Davanti a lei iniziarono ad aprirsi i calanchi, onde immobili di terra chiara che il sole del pomeriggio rendeva quasi bianche. Il vento iniziò a spingere polvere contro il parabrezza e fece vibrare l'auto come un respiro costante.
Quando il borgo apparve, sembrò più piccolo di quanto avesse immaginato: un agglomerato di case addossate l'una all'altra, con muri scrostati e finestre chiuse.
Parcheggiò nella piazza centrale, dove un bar con l'insegna scolorita aveva la porta aperta.
In strada non c'era nessuno.
Scese dall'auto e il silenzio la colpì, perché non era un silenzio vuoto, ma pieno di vento; portava con sé l'odore della terra secca e delle erbe selvatiche.
Dal bar uscì un uomo anziano, magro, con un cappello di paglia calcato sulla testa, di fianco c'era un cane di media taglia che lo seguiva ad ogni passo. Il vecchio la osservò per qualche secondo prima di parlare, poi la raggiunse e disse «Lei deve essere la dottoressa.» La donna annuì, «Elena Serra. Sono qui per studiare il sito archeologico, ho avuto un incarico ufficiale.»
L'uomo si avvicinò con passi lenti, «Bene, finalmente qualcuno che ha deciso di interessarsi a noi. Ho ricevuto istruzioni per sistemarla direttamente dalla Provincia. Io mi chiamo Michele, e in questo posto dimenticato da Dio mi occupo un po' di tutto. Del paese, di quello che resta. Lui, invece è Achille, il cane del borgo, l'unico che è rimasto.»
Le strinse la mano, la sua pelle era ruvida e calda, poi Michele indicò le case attorno, «Non si spaventi se sembra deserto. Usciamo solo la sera, quando il caldo cala. Di giorno ci nascondiamo.»
Elena accennò un sorriso, «Quanti abitanti siete, oltre al cane, naturalmente?»
«Siamo rimasti in due stabili, poi c'è qualcuno che va e viene. Io e Angela, la vecchia maestra, siamo abbastanza per ricordare chi eravamo, ma... non sufficienti per tornare ad esserlo.»
La frase rimase sospesa tra loro, Michele prese una delle sue valigie, «Le faccio vedere dove alloggerà. È la vecchia casa del maestro. È semplice, ma ha le finestre buone.»
Attraversarono la piazza, poi Elena notò una donna seduta su una sedia davanti a una porta aperta, aveva un quaderno sulle ginocchia e scriveva con attenzione. Quando alzò lo sguardo, i suoi occhi le apparvero vivaci, «Lei è Angela» disse Michele, «Questa è la dottoressa venuta per scavare,» annunciò rivolgendosi alla donna, la quale sorrise, «Benvenuta a Roccaferma sul Monte. Qui sotto c'è più storia di quanta immagini.»
Elena si fermò, «Ha mai visitato il sito?» Angela scosse la testa, «No. Ma lo conosco dalle storie. I vecchi parlavano del popolo della terra, dicevano che non amava essere disturbato.»
Michele sbuffò piano, «Favole per bambini.», ma Angela non replicò, ritornò a scrivere, mantenendo il sorriso stampato sul volto.
La casa del maestro era fresca e spoglia, dalla finestra della camera Elena scorse i campi abbandonati distendersi fino ai calanchi, la terra crepata, gli ulivi contorti, e moltissimi muretti crollati.
Posò la valigia e sentì una stretta allo stomaco, il Borgo di Roccaferma sul Monte sarebbe stato la sua ultima occasione, se anche questo progetto fosse fallito, il suo nome sarebbe rimasto legato per sempre allo scandalo che l'aveva allontanata dall'università.
Dalla finestra il vento dei calanchi iniziò ad insinuarsi, mosse le tende con un fruscio lento e regolare, regalando ad Elena un momento di pace.
Si sedette sul letto, e il materasso cedette appena sotto il suo peso; un sospiro la colse impreparata, era finita lì, in un luogo dimenticato da tutti, e una sola parola le si formò in mente con un peso sordo: fallimento.
Chiuse gli occhi e il ricordo arrivò senza chiedere permesso.
L'aula dell'università, le voci basse che si interrompevano al suo passaggio, lo sguardo del direttore del dipartimento, freddo e imbarazzato.
«Non possiamo ignorare l'accaduto, Elena.»
Lei aveva cercato di spiegare, l'errore nei dati non era stato intenzionale, c'era stata una contaminazione, un campione scambiato, eppure la ricerca era stata pubblicata e il danno fatto. Nel suo campo, la fiducia era fragile come vetro ed era bastato un niente per annientarla.
Sentì la rabbia riaccendersi, una fiamma sottile e costante, non solo contro chi l'aveva giudicata, ma soprattutto verso sé stessa. Avrebbe dovuto controllare meglio, avrebbe dovuto accorgersene, ma lo stress e la fatica le avevano minato la lucidità, così non aveva ascoltato il suo istinto ed era andata avanti.
Si lasciò cadere all'indietro sul letto e fissò il soffitto. Per mesi aveva evitato di pensare al futuro, aveva accettato incarichi minori, temporanei, sempre più lontani dal centro della ricerca che amava. Ed ora, il Borgo di Roccaferma sul Monte era arrivato all'improvviso, come se fosse la sua ultima proposta disponibile.
Un sito dimenticato in un paese dimenticato per una studiosa che tutti avrebbero voluto dimenticare.
Il pensiero le strinse il petto, così inspirò profondamente, l'odore della stanza le parve diverso da quello della città, più pulito, più crudo, fatto solo di terra e vento.
Forse era per questo che aveva accettato, non solo per lavoro, ma per allontanarsi dal rumore, dagli sguardi, dai sussurri sempre più numerosi.
Lì nessuno la conosceva e lì avrebbe potuto ricominciare.
Aprì gli occhi e guardò la luce del tramonto insinuarsi tra le imposte.
I campi abbandonati si stendevano oltre la finestra come una promessa silenziosa, sotto quella terra, forse, ci sarebbe stato qualcosa che aspettava da secoli, e lei avrebbe fatto di tutto per scoprirlo.
Il pensiero le portò una calma inattesa, certo era presto per cancellare la rabbia e i rimorsi, ma li avrebbe messi a distanza, come fossero state solo emozioni osservate da lontano.
Si girò su un fianco e chiuse gli occhi mentre il vento continuava a scorrere per le strade del Borgo, e per la prima volta dopo molto tempo, il sonno arrivò senza resistenza.
Elena Caserini
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