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Writer Officina
Autore: Giulio Perrone
Titolo: Dove finisce l'estate
Genere Romance
Lettori 60
Dove finisce l'estate
L'estate che non finì.

Vent'anni prima. Sera d'estate.
Paese salentino, tra il campanile, la festa e la strada verso il mare.

Lorenzo Greco capì che avrebbe dovuto dirle la verità nel momento esatto in cui Chiara gli prese la mano.

Non fu un gesto solenne. Niente promesse sotto le stelle, niente musica giusta, niente vento addestrato per fare scena. Chiara gli prese la mano perché stava per inciampare in un cavo delle luminarie, lasciato lì da qualcuno che probabilmente avrebbe giurato di averlo sistemato benissimo.

«Attenta.»

«Lo so camminare.»

«Si vede. Hai una tecnica molto personale.»

Chiara gli strinse le dita per mezzo secondo in più del necessario.

«Se vuoi, posso cadere con più eleganza.»

«No, ti prego. Qui ti conoscono tutti. Domani direbbero che ti ho spinta io.»

«Domani direbbero comunque qualcosa.»

Questo era vero. In paese nessuno sprecava mai l'occasione di sapere. Le case erano basse, le finestre aperte, le sedie sulle soglie occupate da donne che sembravano guardare il vuoto e invece avrebbero potuto ricostruire una vita intera da un passo più lento, da una gonna stirata male, da un ragazzo che accompagnava una ragazza verso il mare dopo la festa.

La banda aveva appena finito di suonare in piazza. L'ultima marcia si era sbriciolata nell'aria calda insieme all'odore di zucchero bruciato, birra, frittura e cera delle bancarelle. Le luminarie restavano accese sopra le loro teste, archi colorati tra le facciate di pietra, ma alcune lampadine tremolavano già, stanche anche loro di fingere che l'estate non avesse un limite.

Chiara camminava scalza, con i sandali in una mano e un libro nell'altra.

Quel libro era colpa di Lorenzo.

Glielo aveva regalato mezz'ora prima, con una dedica scritta sul frontespizio in una grafia più sicura del ragazzo che l'aveva prodotta. Lorenzo aveva sempre avuto una calligrafia adulta. Anche a venticinque anni, anche quando dentro era un insieme poco affidabile di desideri, paura, orgoglio e frasi non dette, le sue parole sulla carta sembravano sapere dove andare.

Chiara, invece, aveva letto la dedica tre volte senza commentare.

Poi aveva chiuso il libro, lo aveva stretto al petto e aveva detto soltanto: «Questa è una frase molto pericolosa».

Lorenzo aveva sorriso.

«Perché?»

«Perché sembra scritta da uno che ha intenzione di mantenerla.»

Lui avrebbe dovuto rispondere subito. Avrebbe dovuto dire sì, certo, ho intenzione di mantenerla. Avrebbe dovuto fermarsi sotto il campanile, guardarla negli occhi e lasciarsi prendere da quella forma giovane e incosciente di coraggio che rende le promesse simili alle case: una porta, una chiave, una stanza in cui mettere il futuro.

Invece aveva cercato il pacchetto di sigarette nella tasca della camicia, ricordandosi solo dopo che non fumava.

Chiara se ne accorse.

«Da quando fumi?»

«Da mai. Ma mi sembrava un buon momento per cominciare male qualcosa.»

Lei rise. Una risata breve, luminosa, che gli arrivò addosso con una violenza assurda. Lorenzo sentì il caldo dietro il collo e per un istante dimenticò la busta nascosta nel cassetto di suo padre, il nome De Santis scritto dove non avrebbe dovuto essere, la firma di Vittorio Greco in fondo a un foglio che da tre giorni gli aveva cambiato il modo di respirare.

Da tre giorni Lorenzo sapeva qualcosa.

Non tutto. Non abbastanza per capire. Abbastanza per avere paura.

Aveva trovato le carte per caso, cercando una vecchia macchina fotografica nello studio del padre. Il cassetto era rimasto socchiuso, come se qualcuno lo avesse richiuso in fretta o non avesse avuto più la forza di farlo del tutto. Dentro c'erano ricevute, appunti, una lettera mai imbustata, numeri segnati a matita, nomi di uomini che in paese salutavano suo padre con troppo rispetto.

E c'era il cognome di Chiara.

De Santis.

La prima volta lo aveva letto senza capire. La seconda gli era venuto freddo alle mani, nonostante fosse agosto e la stanza sembrasse trattenere tutto il calore dell'estate. La terza volta aveva rimesso i fogli nel cassetto, ma il cassetto non era tornato innocente.

Da allora ogni cosa aveva cominciato a stare leggermente fuori posto. La voce di suo padre a tavola. Il modo in cui Teresa, sua madre, abbassava gli occhi quando si parlava di certi affari. La casa dei De Santis, con le persiane da verniciare e il balcone sempre pieno di panni stesi con dignità ostinata. Chiara che parlava di università come se la vita fosse una cosa difficile ma trattabile, non qualcosa che qualcuno le aveva già complicato alle spalle.

«Dove sei finito?»

La voce di lei lo riportò sulla strada.

«Sono qui.»

«Fisicamente sì. Con discreto successo.»

«Discreto?»

«Hai quasi urtato una statua di San Rocco in cartapesta. Direi discreto.»

Lorenzo guardò davanti a sé. La statua del santo, abbandonata accanto al muro della chiesa in attesa della processione del giorno dopo, lo fissava con aria offesa. Il cane ai piedi del santo sembrava giudicarlo ancora di più.

«San Rocco mi perdonerà.»

«Non esserne sicuro. I santi di paese sono permalosi. Hanno troppe zie che li difendono.»

Lorenzo rise, ma gli uscì con un piccolo ritardo. Chiara girò appena il volto verso di lui. Aveva i capelli raccolti male, alcune ciocche sfuggite sulla nuca, la pelle lucida di caldo, gli occhi pieni di quella fiducia feroce che a ventidue anni si ha ancora il coraggio di chiamare amore.

Lui le lasciò la mano.

Non per freddezza. Per paura che lei sentisse il tremore leggero delle sue dita.

Chiara non disse nulla. Fece due passi, poi infilò il libro sotto il braccio e aprì la borsetta per cercare qualcosa. Ne tirò fuori una fotografia.

Era stata scattata quel pomeriggio da un cugino di lei davanti alla bancarella dei dolci. Lorenzo aveva una granita in mano e l'aria di uno che non sapeva cosa fare con il cucchiaino. Chiara gli stava accanto, voltata verso di lui invece che verso l'obiettivo. Si vedeva solo il suo profilo, il sorriso appena iniziato, come se la fotografia l'avesse sorpresa nel momento esatto in cui ancora doveva decidere se ridere.

«Te la lascio» disse.

Lorenzo la prese.

La carta era ancora tiepida, piegata leggermente su un angolo.

«Perché?»

«Così quando diventerai famoso a Roma potrai dire che prima delle campagne pubblicitarie, dei completi eleganti e delle frasi intelligenti, non eri capace di mangiare una granita senza sporcarti.»

«Un documento storico.»

«Una prova a mio favore.»

«Contro di me?»

«No. A favore della verità.»

La parola gli si fermò addosso.

Verità.

Chiara la pronunciò senza peso, senza sapere dove stava mettendo le mani. Lorenzo sentì qualcosa stringersi appena sotto lo sterno. Avrebbe voluto piegare la fotografia e infilarla in tasca, ma il gesto gli sembrò improvvisamente troppo definitivo. La tenne tra le dita, esposta all'aria calda, mentre la piazza si svuotava alle loro spalle e la strada verso il mare cominciava a scendere nel buio.

«Che hai?» chiese lei.

«Niente.»

«Risposta pessima.»

«È una risposta classica.»

«Appunto. Pessima e senza fantasia.»

Lorenzo guardò il libro sotto il suo braccio.

«Hai letto la dedica solo tre volte. Mi aspettavo almeno una recensione.»

Chiara abbassò gli occhi sul volume, poi lo aprì alla prima pagina. Lesse sottovoce, ma abbastanza perché lui sentisse.

A Chiara, che sa restare anche quando il mondo sembra fatto apposta per partire.

La sua voce cambiò sull'ultima parola.

Partire.

Per tutta l'estate avevano parlato di partenze come si parla delle cose che non fanno davvero paura perché sono ancora lontane. L'università di lei a Lecce, forse Bari, forse un concorso, forse una libreria un giorno, «piccola ma con il caffè buono, perché i libri senza caffè diventano troppo seri». Roma per lui, forse Milano, forse un lavoro nella comunicazione, «qualcosa dove mi paghino per convincere la gente che ha bisogno di cose inutili».

Chiara rideva quando lo diceva.

«Tu venderesti ombrelli a Ferragosto.»

«Solo se fossero emotivamente necessari.»

«E a me cosa venderesti?»

«A te niente.»

«Perché?»

«Perché tu controlli sempre il prezzo.»

Era una delle cose che amava di lei: quel modo di stare nel mondo senza concedergli troppa scena. Chiara sapeva essere tenera senza diventare morbida, ironica senza essere crudele, pratica senza perdere incanto. Aveva un quaderno in cui segnava titoli di libri, spese di casa, frasi sentite al mercato, nomi per una futura libreria e ricette che non avrebbe mai seguito.

Diceva di voler restare, ma non come chi rinuncia.

«Restare non significa marcire» gli aveva detto una sera. «Significa scegliere un posto anche dopo aver visto gli altri.»

Lorenzo allora l'aveva baciata per non rispondere.

Quella sera non poteva baciarla ogni volta che una frase gli chiedeva coraggio.

O forse sì. Forse era proprio quello il problema.

La strada verso il mare era quasi vuota. Le ultime famiglie tornavano verso casa con bambini addormentati in braccio e palloncini trascinati come animali stanchi. Da una finestra arrivava il rumore di piatti lavati tardi. Un uomo chiudeva il portone spingendolo con la spalla; la porta restò socchiusa, trattenuta da qualcosa all'interno, forse uno zerbino piegato, forse solo la pigrizia del legno gonfio di caldo.

Chiara la indicò.

«Ecco.»

«Cosa?»

«La mia casa ideale.»

Lorenzo seguì il suo sguardo. «Una porta che non si chiude?»

«Una porta che non si chiude del tutto.»

«Sembra un problema per l'inverno.»

«Sembra una possibilità.»

Lui avrebbe voluto dirle che le possibilità, a volte, erano solo modi eleganti per non scegliere. Che una porta socchiusa poteva diventare una fuga. Che c'erano cose che entravano proprio perché qualcuno non aveva avuto il coraggio di chiudere.

Invece disse: «Quindi vuoi vivere in una casa con problemi di falegnameria».

Chiara gli diede una spinta leggera con la spalla.

«Tu rovini tutto.»

«È un talento.»

«No. È paura travestita da battuta.»

Lorenzo smise di camminare.

La frase era arrivata senza ferocia, quasi distratta, e proprio per questo lo colpì meglio. Chiara fece ancora un passo, poi si accorse che lui era rimasto indietro.

«Che c'è?»

«Niente.»

«Ancora?»

«Sto rivalutando la risposta classica.»

Lei tornò verso di lui. La luce delle luminarie arrivava fin lì stanca, spezzata dai muri. Sul volto di Chiara c'erano ombre piccole: una sotto il labbro, una vicino alla tempia, una dentro gli occhi. Lorenzo pensò che certe cose diventano importanti proprio quando vorresti non notarle.

«Lorenzo.»

Quando lei pronunciava il suo nome così, senza ironia, lui perdeva tutte le frasi. Gli restava il corpo, e il corpo quella sera era un traditore: la gola secca, le mani troppo vuote, il cuore impegnato a battere in modo poco professionale per uno che voleva occuparsi di parole da grande.

«Devo dirti una cosa» disse.

Chiara si immobilizzò.

Non sorrise. Non lo aiutò. Non fece quella cosa che facevano gli altri quando lui esitava, riempiendo il silenzio al posto suo. Chiara restò lì, con il libro stretto al petto e i sandali appesi a due dita, come se fosse disposta ad aspettare tutta la notte purché lui dicesse finalmente qualcosa di vero.

Lorenzo sentì la fotografia piegarsi appena nella sua mano.

Vide il cassetto socchiuso nello studio del padre.

Vide la firma.

Vide il cognome De Santis.

Vide Chiara, davanti a lui, ancora intera nella sua fiducia.

E capì, con una chiarezza vile e perfetta, che se avesse parlato quella sera avrebbe distrutto qualcosa. Forse loro due. Forse l'immagine di suo padre. Forse il futuro che Chiara stava tenendo aperto con la testardaggine di una porta mal chiusa.

«Ho paura che tu diventi una libraia insopportabile» disse.

Il silenzio cambiò temperatura.

Chiara lo guardò per un secondo di troppo. Poi abbassò il libro, lentamente.

«Era questa la cosa?»

«Sì.»

«Grave.»

«Molto.»

«In effetti potrei giudicare le persone da quello che leggono.»

«Lo fai già.»

«Potrei farlo a pagamento.»

Lui sorrise, ma qualcosa tra loro non tornò esattamente al suo posto.

Chiara riprese a camminare. Stavolta non gli prese la mano.

Il mare apparve in fondo alla strada come una lastra scura, più sentito che visto. Di giorno era pieno di voci, asciugamani, bambini, pedalò e venditori che passavano tra gli ombrelloni con la rassegnazione degli eroi minori. Di notte diventava un'altra cosa. Non più vacanza, non più rumore. Una presenza larga, quieta, che sembrava sapere tutto e non avere nessuna intenzione di spiegare.

Si sedettero sul muretto vicino alla strada bianca. La pietra era ancora calda. Chiara appoggiò i sandali accanto a sé, poi aprì il libro e infilò la fotografia tra le pagine, proprio dove c'era la dedica.

«Così non la perdi» disse.

«Pensavo fosse mia.»

«Lo è. Ma tu perdi le cose.»

«Non è vero.»

Chiara gli lanciò un'occhiata.

«L'anno scorso hai perso le chiavi del motorino dentro il motorino.»

«Era un problema concettuale.»

«Hai perso l'ombrello durante un temporale.»

«Stavo verificando se fosse indispensabile.»

«Hai perso me alla sagra della municeddha per ventisette minuti.»

«C'era molta pressione sociale.»

«Stavi parlando con uno che vendeva cinture.»

«Era persuasivo.»

«Gli hai comprato una cintura.»

«Mi serviva.»

«Era rosa.»

«Mi serviva capire i miei limiti.»

Chiara rise di nuovo, ma questa volta la risata si sciolse piano. Restò a guardare il mare. Lorenzo avrebbe potuto sfiorarle la spalla. Avrebbe potuto baciarla. Avrebbe potuto ricominciare: «Prima ho detto una stupidaggine. La cosa che devo dirti è un'altra».

Invece guardò la linea scura dell'acqua e lasciò che la possibilità passasse.

Chiara parlò senza voltarsi.

«Io non voglio andare via per sempre.»

«Lo so.»

«Voglio vedere altro. Studiare. Magari vivere fuori un po'. Ma poi tornare.»

«Tornare è complicato.»

«No. Andarsene senza sapere perché è complicato.»

Lorenzo deglutì.

Lei prese un sassolino dal muretto e lo fece rotolare tra le dita.

«Io una libreria qui ce la vedrei davvero.»

«Con caffè buono.»

«Obbligatorio.»

«Sedie scomode, così la gente compra e va via.»

«Sedie comode, così resta.»

«Errore commerciale.»

«Non tutto deve vendere subito.»

Lui la guardò.

Anni dopo avrebbe ricordato quella frase in una città diversa, davanti a uno schermo acceso, con una campagna pubblicitaria da chiudere e una figlia che gli rispondeva ai messaggi con monosillabi. Avrebbe ricordato il profilo di Chiara contro il mare, il libro sulle sue ginocchia, la fotografia tra le pagine, la porta socchiusa nella strada del paese. Avrebbe ricordato la propria bocca chiusa.

Ma quella sera non sapeva ancora come si chiamano le cose mentre accadono. Le avrebbe dato nomi solo dopo: paura, vergogna, codardia, amore. Sul momento gli sembravano tutte la stessa cosa, mescolate in gola.

«E tu?» chiese Chiara.

«Io cosa?»

«Tu dove ti vedi?»

Lorenzo si voltò verso il mare.

La risposta giusta era facile.

Con te.

Gli passò nella mente con una semplicità quasi offensiva. Con te in una casa con una porta che non si chiude del tutto. Con te in una libreria dove il caffè costa troppo poco e i clienti restano troppo a lungo. Con te anche se Roma chiama, anche se mio padre non è l'uomo che credevo, anche se la verità ci farà male. Con te, se avrò il coraggio di lasciarti scegliere.

Ma la risposta giusta richiedeva una versione di lui che quella sera non era ancora nato.

«Non lo so» disse.

Chiara annuì piano.

Non sembrò ferita. O forse sì, ma lo nascose con l'abilità istintiva di chi non vuole rovinare una notte bella per una frase mancata.

«Va bene.»

«È una risposta onesta.»

«È una risposta comoda.»

Lorenzo abbassò gli occhi sulla fotografia che spuntava appena dal libro.

«Posso migliorare.»

«Speriamo. Perché come promessa fa abbastanza schifo.»

Lui rise.

Lei pure.

Per un momento tornarono esattamente quelli di prima: due ragazzi seduti su un muretto caldo, con il mare davanti e la festa alle spalle, convinti che il futuro fosse un animale addomesticabile. Bastava chiamarlo con il nome giusto. Bastava avere pazienza. Bastava amarsi abbastanza.

Chiara appoggiò la testa sulla sua spalla.

Lorenzo restò immobile.

Non per freddezza. Perché quel peso leggero gli sembrò una fiducia che non meritava. Sentì il profumo dei suoi capelli, sale, zucchero, fumo lontano di bancarella. Il corpo fece una cosa assurda: si rilassò. Come se non sapesse niente. Come se non avesse letto carte. Come se suo padre non avesse lasciato cassetti socchiusi. Come se una bugia potesse essere rimandata senza crescere.

«Quando partiremo» disse Chiara, «dovremo prometterci una cosa.»

«Mi preoccupa il plurale.»

«Non fare il cretino.»

«Ci provo, ma ho talento anche lì.»

Lei gli pizzicò il polso.

«Se uno dei due si perde, torna qui.»

«Alla festa?»

«No. Qui. Al mare. O in paese. O davanti a una porta socchiusa, se proprio vuoi essere poetico senza ammetterlo.»

Lorenzo fissò l'acqua buia.

«E se uno non torna?»

Chiara sollevò la testa dalla sua spalla.

«Allora l'altro avrà il diritto di arrabbiarsi moltissimo.»

«Solo moltissimo?»

«Dipende dal motivo.»

Lui la guardò.

«E se il motivo fosse buono?»

Chiara sorrise, ma questa volta non del tutto.

«I motivi buoni non hanno bisogno di scappare.»

La frase rimase tra loro.

Non alta. Non drammatica. Peggio: giusta.

Lorenzo avrebbe potuto dirglielo allora. Avrebbe potuto tirare fuori dalla tasca una parte del proprio terrore e posarla lì, sulla pietra calda, accanto ai sandali di Chiara e al libro con dedica. Avrebbe potuto dire: ho trovato delle carte di mio padre. C'è il tuo cognome. Non capisco tutto, ma temo che riguardi la tua famiglia. Ho paura di quello che significa. Ho paura che tu mi guardi in modo diverso. Ho paura di restare dentro la verità.

Invece le sistemò una ciocca di capelli dietro l'orecchio.

Il gesto fu tenero e vigliacco insieme.

Chiara chiuse gli occhi per un istante. Quando li riaprì, era ancora lì. Fiduciosa. Viva. Sua, nel modo provvisorio e assoluto in cui ci si appartiene prima di sapere quanto possa fare male appartenere.

«Torniamo?» chiese lei.

«Sì.»

Si alzarono dal muretto. Chiara infilò i sandali senza allacciarli bene e quasi perse l'equilibrio. Lorenzo le prese il gomito.

«Tecnica sempre impeccabile.»

«È il terreno che è emotivamente instabile.»

«Certo.»

Lei recuperò il libro, lo batté contro il fianco per togliere un granello di polvere e riprese la strada verso il paese.

Lorenzo la seguì.

La porta socchiusa era ancora lì quando passarono davanti alla casa. Nessuno l'aveva richiusa. Dall'interno veniva una lama di luce gialla, sottile, domestica. Chiara la guardò come si guarda una promessa semplice. Lorenzo come si guarda una possibilità di fuga.

Prima di arrivare in piazza, lei gli prese di nuovo la mano.

Questa volta lui non la lasciò.

Camminarono così sotto le ultime luminarie accese, mentre il campanile segnava un'ora qualunque e il paese, sazio di musica e pettegolezzi, fingeva di dormire.

Chiara parlava ancora. Di una libreria con una macchina del caffè capricciosa, di una casa con scaffali fino al soffitto, di viaggi brevi e ritorni lunghi, di settembre che secondo lei era più sincero di agosto perché non prometteva niente che non potesse mantenere.

Lorenzo rispondeva a metà.

Rideva quando doveva ridere. Faceva battute leggere. Stringeva la fotografia nella tasca della camicia finché l'angolo piegato gli segnò la pelle.

E intanto la guardava sapendo che quella felicità, così piena di caldo, luce e futuro, non sarebbe sopravvissuta alla verità che lui non avrebbe avuto il coraggio di confessare.


Capitolo 1
Roma, fine giugno.

Ufficio di Lorenzo, appartamento romano, strade della città.
Lorenzo Greco era sempre stato bravo a scegliere il momento esatto in cui andarsene.
Dalle riunioni inutili, dalle cene troppo lunghe, dai matrimoni degli altri e, con risultati meno eleganti, anche dal proprio.
Aveva trasformato la fuga in una forma di educazione. Mai una porta sbattuta, mai una scenata memorabile, mai una frase così definitiva da costringere qualcuno a ricordarla per sempre. Solo un messaggio da mandare, una telefonata da rimandare, una campagna da chiudere, un taxi già sotto casa, una città che lo aspettava altrove.
Quel pomeriggio, però, l'altrove era una sala riunioni con l'aria condizionata troppo bassa, un cliente troppo abbronzato per essere davvero operativo e una presentazione PowerPoint che, alla diapositiva numero dodici, aveva deciso di morire.
Lo schermo diventò nero.
Lorenzo restò fermo con il telecomando in mano e il sorriso di chi aveva appena visto crollare un ponte, ma intendeva chiamarlo installazione concettuale.
«È previsto?» chiese il cliente.
Lorenzo guardò lo schermo, poi il tavolo, poi i volti dei presenti. Quattro persone della sua agenzia lo fissavano con la speranza disperata che lui sapesse ancora fare il miracolo per cui veniva pagato: trasformare un problema in una frase.
«Assolutamente» disse. «È il momento in cui il brand invita il pubblico a immaginare.»
Silenzio.
Poi una stagista rise. Troppo forte. Troppo sola. Smettendo subito, peggiorò la situazione.
Lorenzo inclinò appena il capo verso di lei, come a dire: apprezzo il tentativo, ma ora fingiti morta.
Il cliente non rise. Era il tipo di uomo che considerava il sorriso una concessione economica.
«Greco, noi non dobbiamo immaginare. Dobbiamo vendere.»
«Appunto. Vendere è convincere qualcuno che ciò che non vede ancora gli manca già.»
La frase funzionò. Non abbastanza da salvare il progetto, ma abbastanza da impedire che qualcuno chiamasse subito il reparto tecnico o la polizia morale delle agenzie creative.
Lorenzo posò il telecomando, fece due passi davanti al tavolo e cominciò a parlare senza slide.
Era il suo mestiere. Togliere peso alle cose sbagliate. Dare forma alle mancanze. Prendere un prodotto mediocre e costruirgli intorno una nostalgia credibile. Aveva venduto assicurazioni come se fossero abbracci, detersivi come se fossero emancipazione, villaggi turistici come se bastasse una piscina a riparare un matrimonio. Conosceva il punto esatto in cui una parola smetteva di descrivere e cominciava a desiderare al posto tuo.
«Il pubblico non compra un servizio» disse, camminando lentamente. «Compra una versione più ordinata di sé. Compra la promessa che, da qualche parte, esista ancora un modo semplice di scegliere.»
Mentre parlava, vide il direttore creativo abbassare gli occhi sul telefono.
Male.
Quando qualcuno controllava il telefono durante una sua presentazione, Lorenzo sentiva sempre una piccola fitta di fastidio. Quando lo faceva il suo direttore creativo, quella fitta prendeva la forma più precisa di un mutuo, un divorzio e una figlia sedicenne con gusti costosi e risposte economiche.
Continuò.
«Questa campagna deve dire una cosa sola: non stai acquistando tempo, stai riprendendo controllo.»
Controllo.
La parola gli piacque meno appena la pronunciò.
La usava spesso. Nei brief, nelle riunioni, nelle conversazioni con gli avvocati, con l'ex moglie, con il commercialista, con il medico quando gli diceva che il colesterolo non era un'opinione. Controllo era una parola pulita, adulta, con la cravatta. Diceva tutto senza confessare niente.
Il cliente intrecciò le mani sul tavolo.
«E il budget?»
Ecco.
La realtà, prima o poi, entrava sempre nella stanza con scarpe comode e brutte notizie.
Lorenzo sorrise ancora. Sentì una piccola tensione alla mandibola. Da qualche mese quel sorriso gli costava di più. Non abbastanza perché gli altri se ne accorgessero, ma abbastanza perché lui, la sera, davanti allo specchio dell'ascensore, vedesse un uomo che sembrava ancora efficiente se non lo si guardava troppo a lungo.
«Il budget» disse «non è un limite. È una scelta di precisione.»
Il cliente si tolse gli occhiali.
«Tradotto?»
«Tradotto: faremo sembrare necessario quello che possiamo permetterci.»
Questa volta risero in due. La stagista, con coraggio suicida, e il direttore creativo, con la tristezza di chi sa già che dovrà tagliare un'altra persona entro settembre.
Lorenzo finì la riunione in piedi, senza slide, senza appunti, senza cedere un centimetro. Quando il cliente uscì, gli strinse la mano più a lungo del previsto.
«Lei sa parlare, Greco.»
«È una malattia gestibile.»
«Vediamo se basta.»
No, pensò Lorenzo.
Non bastava quasi mai.
Rimase nella sala quando gli altri uscirono. La porta si richiuse con un soffio morbido. Sul tavolo erano rimasti bicchieri di carta, un cavo HDMI arrotolato male e una penna aziendale che nessuno avrebbe reclamato. Lorenzo si sedette, finalmente, e allentò il nodo della cravatta.
La camicia gli tirava leggermente sulle spalle. O forse era solo la giornata. O forse i quarantacinque anni avevano cominciato a presentarsi non come compleanno, ma come pressione fisica: una stanza più stretta, una pazienza più corta, il corpo che prendeva nota delle fughe prima ancora della coscienza.
Il telefono vibrò.
Emma.
Il nome apparve sullo schermo e Lorenzo, per mezzo secondo, non rispose.
Non perché non volesse. Perché con sua figlia ogni chiamata aveva ormai la delicatezza di un ordigno piccolo, domestico, senza istruzioni. Poteva essere una richiesta di soldi, un cambio di programma, un messaggio della madre passato attraverso di lei, o peggio: una conversazione vera.
Inspirò, sistemò una pila di fogli che non aveva bisogno di essere sistemata e accettò la chiamata.
«Ehi.»
«Ciao.»
Una sillaba. Neutra. Perfettamente confezionata per non contenere nulla.
Lorenzo si alzò e andò verso la finestra. Sotto, Roma ribolliva in fine giugno: motorini, clacson, asfalto chiaro, turisti esausti che camminavano come superstiti di un depliant. Il sole batteva sui vetri degli uffici di fronte e restituiva un bagliore da coltello.
«Com'è andata la verifica?»
Silenzio breve.
«È finita la scuola, papà.»
Lorenzo chiuse gli occhi.
Ottimo.
La prima frase e aveva già sbagliato calendario.
«Giusto. Intendevo... l'ultima. Quella di...»
«Matematica.»
«Matematica. Esatto.»
«È andata.»
«Andata bene o andata come categoria filosofica?»
Dall'altra parte Emma sospirò. Non un sospiro teatrale. Peggio: un sospiro efficiente, di chi aveva deciso di risparmiare energia emotiva.
«Andata.»
Lorenzo si passò una mano tra i capelli. Nello schermo scuro della finestra vide il proprio riflesso: camicia bianca, giacca leggera, occhi stanchi, sorriso inutilizzato. L'uomo che pochi minuti prima aveva venduto il concetto di controllo a un tavolo di adulti ora non riusciva a ottenere un aggettivo da sua figlia.
«Hai programmi per stasera?»
«Mamma mi porta da Giulia.»
«Ah. Bene. Saluta Giulia.»
«Non la conosci.»
«Salutarla è un primo passo audace.»
Niente.
La battuta cadde tra loro come una moneta in un pozzo asciutto.
Lorenzo cambiò mano al telefono. Sentì il palmo sudato contro la cover. Avrebbe voluto dire: mi dispiace di ricordare male le tue verifiche. Mi dispiace di conoscere i nomi dei clienti meglio delle persone con cui esci. Mi dispiace di averti fatto diventare una ragazza che risponde poco perché ha imparato che io chiedo tardi.
Invece disse: «Ti serve qualcosa?»
Emma rimase zitta un istante di troppo.
«No.»
La parola era piccola. Non ostile. Solo chiusa.
Lorenzo capì di averle offerto, ancora una volta, la versione più comoda di sé: il padre bancomat, il padre taxi, il padre che risolve cose pratiche perché quelle emotive non hanno un modulo.
«Emma.»
«Sì?»
«Io... pensavo che magari domenica potremmo pranzare insieme.»
«Domenica ho già detto a mamma che vado al lago.»
«Certo. Al lago.»
«Te l'avevo scritto.»
Lorenzo guardò il telefono come se potesse contenere una prova a sua discolpa. La chat con Emma era una fila di messaggi brevi, ricevute, promemoria, cuori messi male e foto viste troppo tardi.
«Sì. Mi era sfuggito.»
«Tranquillo.»
Quella parola, detta da Emma, non tranquillizzava mai. Era una porta chiusa con educazione.
Lorenzo appoggiò due dita al vetro. Fuori, un motorino tagliò la corsia con l'arroganza precisa di chi aveva fatto pace con la morte.
«Allora magari la prossima settimana.»
«Vediamo.»
«Vediamo è meglio di no.»
«Vediamo è vediamo.»
Lui sorrise, ma il sorriso arrivò quando non serviva più.
«Sei diventata un ufficio stampa.»
«Da qualcuno avrò preso.»
Quella lo colpì. Non forte. Giusto sotto le costole.
«Touché.»
«Devo andare.»
«Certo. Divertiti da Giulia.»
«Giada.»
Lorenzo serrò appena le labbra.
«Giada. Scusa.»
Dall'altra parte ci fu un rumore indistinto, forse traffico, forse una porta, forse Emma che spostava il telefono dall'orecchio perché la conversazione era già finita prima che lui se ne accorgesse.
«Ciao, papà.»
«Ciao, Em.»
La chiamata si chiuse.
Lorenzo rimase con il telefono in mano e il riflesso di sé davanti. Per un attimo pensò a scriverle subito.
Mi dispiace.
Lo digitò.
Guardò quelle due parole.
Gli sembrarono vere e insufficienti, come un cerotto su una crepa nel muro. Aggiunse: Sono un po' incasinato in questi giorni, ma vorrei recuperare.
Peggio.
Sembrava il comunicato di un'azienda dopo un disservizio.
Cancellò tutto.
Scrisse: Divertiti stasera.
Rilesse. Troppo generico.
Aggiungeva una faccina? No. Gli adulti che aggiungevano faccine per sembrare meno adulti dovrebbero essere fermati da qualcuno.
Cancellò anche quello.
Alla fine mandò soltanto: Ciao, tesoro.
Appena inviato, gli sembrò una frase uscita da un padre che non sapeva più quale tono usare e li provava tutti, come chi cerca una chiave al buio.
Le due spunte apparvero quasi subito.
Nessuna risposta.
Lorenzo infilò il telefono in tasca, poi lo tirò fuori dopo tre secondi per controllare se per caso il silenzio avesse cambiato idea.
Non l'aveva fatto.
Quando uscì dall'ufficio erano le diciannove passate. Il corridoio dell'agenzia aveva quella luce stanca dei posti dove la creatività finiva sempre dopo l'orario contrattuale. Sulle scrivanie restavano tazze con fondi di caffè, post-it, cuffie abbandonate, piante di plastica che riuscivano comunque a sembrare depresse.
«Greco.»
Il direttore creativo lo chiamò dalla porta del suo ufficio.
Lorenzo si fermò con il cappotto leggero piegato sul braccio, benché fuori ci fossero trentadue gradi. Un cappotto in mano a giugno era una cosa ridicola, ma gli dava l'impressione di essere uno che stava andando da qualche parte con intenzione.
«Dimmi.»
«Due minuti.»
Nel linguaggio dell'agenzia, due minuti significava: siediti, stiamo per dirci qualcosa che nessuno vuole dire.
L'ufficio di Valerio Conti aveva libri di marketing mai aperti, premi appesi alle pareti e una finestra con vista su un palazzo identico. Valerio era più giovane di Lorenzo di sette anni e da tre gli dava ordini usando un tono amichevole, che era la forma più moderna della crudeltà.
«Bella gestione prima» disse Valerio.
«Grazie. Lo schermo ha collaborato con una performance minimalista.»
«Il cliente non è convinto.»
«Il cliente non è mai convinto. È per questo che esistiamo.»
Valerio non sorrise.
Lorenzo sentì la stanza stringersi appena. Prese la sedia, poi cambiò idea e restò in piedi. Sedersi avrebbe reso tutto più ufficiale.
«Il problema non è solo questa campagna» disse Valerio.
«Peccato. Mi ero affezionato a un problema alla volta.»
«Lorenzo.»
Eccolo.
Il nome senza cognome. Il tono morbido. L'espressione di chi stava per usare parole come riorganizzazione, sostenibilità, prospettive. Tutte parole nate per rendere elegante il fatto che qualcuno avrebbe dormito peggio.
Valerio incrociò le dita.
«Lo sai come siamo messi.»
«Preferirei saperlo meno.»
«Abbiamo perso due clienti grossi. Altri due hanno congelato i budget. Stiamo rivedendo i team.»
Lorenzo annuì. Guardò un premio appeso alla parete: miglior campagna integrata, anno precedente. Una freccia dorata dentro una cornice nera. Sembrava un oggetto funerario per l'ottimismo.
«E io sono un team molto rivedibile?»
«Tu sei una risorsa senior.»
«Suona come uno scatolone già etichettato.»
«Non fare così.»
«Come?»
«Non trasformare tutto in una battuta.»
Lorenzo aprì la bocca, poi la richiuse.
Perché avrebbe voluto rispondere, naturalmente. Aveva almeno tre battute pronte, una delle quali abbastanza buona da renderlo simpatico e disperato nello stesso momento. Ma qualcosa nella frase di Valerio gli restò addosso.
Non trasformare tutto in una battuta.
Se glielo avesse detto Chiara, vent'anni prima, avrebbe fatto più male.
Il pensiero arrivò senza permesso.
Chiara.
Non pensava a lei tutti i giorni. Questa era la versione che raccontava a se stesso. In realtà non pensava a lei nel modo in cui si pensa a una persona: con immagini ordinate, ricordi scelti, nostalgia autorizzata. Chiara era un odore improvviso di carta e caffè in una libreria qualsiasi. Una ragazza con i sandali in mano attraversata da una luce di festa. Una frase ascoltata per caso: I motivi buoni non hanno bisogno di scappare.
Ogni tanto spariva per mesi.
Poi bastava una porta socchiusa, e tornava.
«Mi stai ascoltando?» chiese Valerio.
«Sì.»
«Ti sto dicendo che per ora non prendiamo decisioni drastiche.»
«Magnifico. Le decisioni moderate sono quelle che fanno più male con più educazione.»
Valerio sospirò.
«Ti sto dicendo di non dare nulla per scontato. Neanche il tuo ruolo.»
Lorenzo infilò le mani in tasca per evitare di sistemare inutilmente qualcosa sulla scrivania. Era un vizio: mettere ordine negli oggetti quando non riusciva a metterlo nelle frasi.
«Ricevuto.»
«Magari prenditi qualche giorno.»
«Per riposare o per abituarmi all'idea di essere una risorsa senior in via di valorizzazione esterna?»
«Per capire cosa vuoi fare.»
Lorenzo guardò Valerio.
La domanda era semplice. Fastidiosamente semplice.
Cosa vuoi fare?
Era la domanda che gli altri facevano quando non avevano intenzione di aiutarti a trovare la risposta.
«Voglio che lo schermo funzioni alla prossima riunione» disse.
Valerio abbassò gli occhi. Stavolta sorrise, ma poco.
«Parlo seriamente.»
«Anch'io. La tecnologia è sottovalutata nelle crisi esistenziali.»
Uscì dall'ufficio con la stessa compostezza con cui si esce da un dentista che non ha ancora usato il trapano ma te lo ha mostrato.
Per strada, Roma lo accolse con una vampata d'aria calda e gas di scarico. Fine giugno aveva la gentilezza di un asciugacapelli puntato in faccia. Lorenzo si fermò sul marciapiede, cercando le chiavi della macchina nella tasca sbagliata. Le trovò nella mano sinistra.
«Ottimo» mormorò. «Primo segnale neurologico.»
Una donna che passava lo guardò male.
«Dicevo a me stesso.»
La donna accelerò.
Lorenzo salì in macchina e restò qualche minuto fermo prima di accendere il motore. Il traffico scorreva a colpi, come un pensiero che non riusciva a finire. Sul sedile accanto c'era una cartellina con documenti del divorzio che avrebbe dovuto firmare da due settimane. Sopra, una ricevuta del parcheggio e una confezione vuota di gomme da masticare. La sua vita amministrativa aveva colonizzato il lato passeggero.
Prese la cartellina, la spostò sul sedile posteriore, poi si fermò.
Anche quello era un gesto tipico: spostare le cose abbastanza da non vederle, non abbastanza da risolverle.
Il telefono vibrò di nuovo.
Per un secondo sperò fosse Emma.
Era Silvia.
La sua ex moglie.
Rispose mettendo il vivavoce e infilando la macchina nel flusso lento del Lungotevere.
«Ciao.»
«Ciao, Lorenzo. Ti disturbo?»
Quando Silvia gli chiedeva se lo disturbava, significava che aveva già deciso di sì e che il disturbo era meritato.
«No. Sono in macchina.»
«Quindi sì.»
«Quindi posso ascoltare con intensità moderata.»
«Hai parlato con Emma?»
Lorenzo controllò lo specchietto, mise la freccia, fu ignorato da tre motorini e da una Panda con ambizioni militari.
«Sì.»
«E?»
«E abbiamo avuto uno scambio.»
«Uno scambio non è una conversazione.»
«Dipende dai mercati.»
«Lorenzo.»
Di nuovo il nome. Quel giorno il suo nome veniva usato solo per richiamarlo all'ordine.
«Abbiamo parlato della scuola.»
«La scuola è finita.»
«Questo dettaglio è emerso.»
Silvia tacque. Il suo silenzio non era come quello di Emma. Emma chiudeva. Silvia archiviava.
«Lei non ha bisogno che tu sia brillante.»
«Questa sembra una frase preparata.»
«Lo è. L'ho preparata in anni di esperienza.»
Lorenzo sorrise, ma stavolta senza difendersi del tutto.
«Meritata.»
«Ha bisogno che tu sia puntuale. Che ti ricordi le cose. Che non le chieda com'è andata una verifica quando è già in modalità estate da una settimana.»
«Ho sbagliato.»
«Sì.»
La chiarezza di Silvia aveva sempre avuto un'eleganza crudele. Non infieriva. Le bastava essere precisa.
«Domenica va al lago» disse Lorenzo.
«Lo so.»
«A me l'aveva scritto.»
«Lo so anche questo.»
«Stai facendo l'elenco delle prove a carico?»
«No. Ti sto dicendo che non è troppo tardi per imparare a leggerle.»
Lui rimase zitto.
Davanti a lui, il semaforo passò dal rosso al verde. Nessuno partì. Roma, per qualche motivo profondo e probabilmente illegale, decise che il verde era un suggerimento.
«Silvia.»
«Sì?»
«Sto provando.»
«Lo so.»
Quella risposta gli fece più male del rimprovero.
Perché Silvia non lo dipingeva come un mostro. Sarebbe stato più facile. I mostri si combattono, si lasciano, si raccontano agli amici con una certa soddisfazione. Lorenzo, invece, era uno che provava. Male. Tardi. A metà. E quella mediocrità affettiva era molto più difficile da odiare.
«Solo» aggiunse lei «non trasformare Emma in un'altra persona che deve aspettare che tu sia pronto.»
Lorenzo sentì la mano irrigidirsi sul volante.
Un clacson esplose dietro di lui.
«Sì, grazie!» disse al traffico, poi a Silvia: «Non parlavo con te.»
«Peccato. Era la risposta più energica che mi davi da mesi.»
Lui rise. Anche Silvia, per un attimo. Fu una piccola risata da ex coniugi sopravvissuti: non riparava nulla, ma dimostrava che almeno le macerie non fumavano più.
«Ti lascio guidare» disse lei.
«Grazie.»
«E chiamala domani. Non con una battuta. Con una domanda vera.»
«Tipo?»
«Lorenzo, se te la devo scrivere io, fatturami come consulente.»
La telefonata finì.
Lorenzo rimase nel traffico, con la fronte imperlata di sudore e l'aria condizionata che tossiva invece di funzionare. Roma gli passava accanto in pezzi: un bar con i tavolini pieni, un turista che fotografava un palazzo qualunque, un ragazzo in monopattino con lo zaino di traverso, una coppia che litigava piano sul marciapiede, come se anche i conflitti, a fine giugno, avessero caldo.
Arrivò a casa quasi alle otto e mezza.
Il suo appartamento era al quarto piano di un edificio moderno, in una zona abbastanza centrale da costare troppo e abbastanza anonima da non obbligarlo a sentirsi parte di qualcosa. Appena entrato, appoggiò le chiavi nella ciotola accanto alla porta. La ciotola era stata comprata da Silvia in un viaggio a Lisbona. Lui continuava a usarla perché era comoda, non perché gli ricordasse qualcosa. Almeno così sosteneva con se stesso ogni volta che la guardava.
Accese le luci.
L'appartamento rispose con la sua ordine freddo: divano grigio, libreria bassa, tavolo di vetro, cucina senza piatti nel lavello, nessuna fotografia in vista. Le fotografie erano nei cassetti. Non nascoste. Solo non esposte. Lorenzo aveva sempre pensato che le case troppo piene di immagini chiedessero agli ospiti una partecipazione emotiva non concordata.
Si tolse la giacca e la lanciò sul divano.
Cadde a terra.
La fissò.
«Bene» disse. «Anche la giacca ha preso posizione.»
La raccolse, la sistemò sullo schienale con più cura del necessario e andò in cucina. Aprì il frigo. Dentro c'erano yogurt greco, una bottiglia d'acqua, una vaschetta di insalata già triste al momento dell'acquisto e mezzo limone coperto dalla pellicola.
Un uomo può capire molte cose della propria vita guardando il proprio frigo. Lorenzo decise di non farlo.
Prese l'acqua, bevve direttamente dalla bottiglia, poi vide il proprio riflesso nel vetro della finestra della cucina. Sembrava ancora presentabile, se non si consideravano gli occhi. Gli occhi avevano smesso di collaborare da tempo.
Andò in camera e slacciò la cravatta. La lasciò cadere sulla sedia. Sulla stessa sedia c'erano tre camicie pulite da mettere nell'armadio, una cintura, due libri iniziati e mai finiti, un caricabatterie, la cartellina del divorzio che evidentemente aveva portato su senza accorgersene.
La cartellina era lì, sul bordo, come un animale paziente.
Lorenzo la prese.
Si sedette sul letto.
Aprì.
Firme, date, condizioni, accordi. Tutto civile. Tutto ragionevole. Tutto scritto nel linguaggio preciso con cui gli adulti provano a rendere accettabile il fallimento.
Regolamentazione dei rapporti con la figlia minore.
La frase gli rimase davanti.
Rapporti.
Come se l'amore fosse una questione di fasce orarie, pernottamenti, spese straordinarie e calendari condivisi. Certo, anche quello serviva. Le vite avevano bisogno di cornici. Ma dentro la cornice, a volte, non c'era più il quadro. Solo un chiodo nel muro e il segno più chiaro della polvere attorno.
Il telefono era sul comodino.
Lorenzo lo prese e aprì la chat con Emma.
Le due spunte del messaggio precedente erano ancora lì. Nessuna risposta.
Scrisse: Domani ti va se ci sentiamo con calma? Vorrei sapere come stai davvero.
Rimase a guardare la frase.
Era buona.
Troppo buona.
Sembrava una frase che un padre attento avrebbe scritto senza pensarci, non un uomo che aveva bisogno di costruirla come una campagna.
La cancellò.
Scrisse: Domani ti chiamo.
Troppo secco.
Cancellò.
Scrisse: Domani ci sei per una telefonata?
Troppo agenda.
Cancellò.
Alla fine bloccò il telefono e lo gettò sul letto.
Poi lo riprese subito, perché aveva rimbalzato male e per un attimo credette di averlo rotto. Non era rotto. Solo lui stava trattando un telefono meglio di una conversazione.
Si passò entrambe le mani sul volto.
La stanza era silenziosa. Troppo silenziosa. Da quando Silvia era andata via, Lorenzo aveva scoperto che il silenzio domestico non era assenza di rumore. Era presenza di tutto ciò che non veniva più detto. Il bicchiere solo sul tavolo. La lavatrice mai abbastanza piena. Il lato del letto che non apparteneva a nessuno e proprio per questo sembrava occupato da un'accusa.
Si alzò.
Aveva bisogno di camminare.
Uscì senza cambiarsi, solo con la camicia arrotolata agli avambracci. Per le scale incontrò la vicina del terzo piano, una donna minuta con un cane enorme e l'aria di chi conosceva meglio il condominio del portiere.
«Buonasera, avvocato.»
«Comunicazione.»
«Come dice?»
«Non sono avvocato. Lavoro nella comunicazione.»
La signora lo guardò con sincera perplessità.
«Ah. Quindi pubblicità.»
«Detta così sembra una condanna, ma sì.»
Il cane gli annusò una scarpa con aria professionale.
«Lui comunque si fida» disse la signora.
«Mi fa piacere. In questo periodo accetto referenze anche da mammiferi.»
La signora non capì. Il cane forse sì, ma ebbe la delicatezza di non commentare.
Fuori, la sera romana era ancora calda. I marciapiedi restituivano il calore del giorno e i locali cominciavano a riempirsi di persone decise a divertirsi nonostante tutto. Lorenzo camminò senza una meta precisa. Passò davanti a una libreria ancora aperta.
Si fermò.
Non entrò.
Dalla vetrina vide pile di romanzi, una lampada calda, una ragazza alla cassa che sistemava segnalibri. Sulla porta c'era un cartello scritto a mano: Entrate pure. I libri non giudicano. I librai sì, ma con affetto.
Lorenzo sorrise.
Chiara avrebbe approvato la minaccia.
Il pensiero gli arrivò addosso prima che potesse difendersi.
Chiara dietro un bancone. Chiara con una matita tra i capelli. Chiara che gli diceva che la nostalgia era solo una bugia con una bella illuminazione. Chiara che non vedeva da vent'anni e che, proprio per questo, avrebbe dovuto occupare meno spazio nella sua memoria.
Guardò la vetrina.
Tra i libri esposti ce n'era uno con una copertina azzurra e il titolo in bianco. Non lo conosceva. Ma il colore gli ricordò un'edizione economica che aveva regalato a Chiara l'ultima estate. Un libro con una dedica scritta troppo bene e mantenuta troppo male.
Sfilò il telefono dalla tasca.
Per un istante ebbe l'assurda tentazione di cercarla.
Chiara De Santis.
Non lo fece.
Il corpo, però, aveva già tradito il pensiero: il pollice fermo sulla barra di ricerca, la gola appena secca, il battito più rapido. Lorenzo bloccò lo schermo e infilò il telefono in tasca come si rimette a posto un oggetto pericoloso.
«Bravo» mormorò. «Maturità sentimentale: livello non stalkerare l'ex dopo una crisi di lavoro.»
Una coppia passò accanto a lui. La ragazza lo guardò e sorrise, forse perché lo aveva sentito parlare da solo.
Lorenzo riprese a camminare.
Comprò una pizza al taglio più per giustificare l'uscita che per fame. La mangiò in piedi, davanti al locale, ustionandosi il palato al primo morso. La mozzarella gli scivolò leggermente sulla camicia.
Abbassò gli occhi sulla macchia.
«Perfetto.»
La fuga elegante aveva ormai dettagli caseari.
Tornò a casa con la camicia sporca, la cartellina del divorzio ancora sul letto e la sensazione che la giornata avesse lasciato aperte troppe porte.
Fece una doccia rapida. L'acqua fresca gli scese sulle spalle e per qualche minuto il corpo smise di fare domande. Quando uscì, si avvolse un asciugamano ai fianchi e andò in cucina. Il telefono vibrò sul tavolo.
Questa volta non era Emma.
Non era Silvia.
Sul display comparve: Mamma.
Lorenzo guardò il nome.
Teresa chiamava raramente a quell'ora. Di solito preferiva il mattino, quando poteva chiedergli se avesse mangiato bene la sera prima come se lui avesse ancora dodici anni e una merenda nello zaino. La sera mandava messaggi vocali lunghissimi in cui cominciava parlando del tempo e finiva chiedendogli di ricordarsi che le bollette non si pagavano da sole, «anche se voi a Roma pensate che le cose si risolvano cliccando».
Il telefono vibrò ancora.
Lorenzo asciugò una goccia d'acqua dal collo con il dorso della mano e rispose.
«Mamma?»
Dall'altra parte ci fu un fruscio. Poi il respiro di Teresa. Un respiro breve, trattenuto, troppo vicino al microfono.
«Lorenzo.»
La sua voce era calma.
Troppo calma.
Lui si raddrizzò.
«Che succede?»
Un secondo di silenzio.
In quel secondo Lorenzo vide, senza volerlo, la casa del paese: il corridoio lungo, le mattonelle fredde, la cucina con il tavolo di formica, le persiane verdi, la porta dello studio di suo padre che restava sempre chiusa anche nella memoria.
Sentì il caldo di un'altra estate.
Sentì il rumore lontano di una festa.
Sentì una porta socchiusa.
«Sono caduta» disse Teresa.
Lorenzo strinse il telefono.
L'acqua della doccia gli scivolò lungo la schiena, fredda all'improvviso.
«Dove sei?»
«In cucina.»
«Ti sei fatta male?»
«Non fare quella voce.»
«Quale voce?»
«Quella da uomo adulto che finge di non avere paura.»
Lorenzo chiuse gli occhi.
«Mamma.»
Teresa respirò piano.
«Non è niente. Però forse dovresti tornare a casa.»
La parola casa rimase lì, tra Roma e il Salento, tra il tavolo della cucina e il corridoio della memoria.
Lorenzo guardò la cartellina del divorzio sul letto, la camicia macchiata sulla sedia, il telefono ancora umido nella mano.
Per anni aveva saputo andarsene da tutto.
Quella sera, per la prima volta dopo molto tempo, fu il passato a chiamarlo prima che lui trovasse una scusa per non rispondere.
Giulio Perrone
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