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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Angela C.
Titolo: Una valigia piena di guai
Genere Chick-Lit
Lettori 51 1 1
Una valigia piena di guai
Capitano tutti a me.

Giulia

Giulia, il giorno più bello della mia vita.
Mi spiegate come funziona la vita? Perché anche quando tutto è magnifico, quando va a gonfie vele e dovrei essere al settimo cielo, quando dovrei gridare: «SÌ!» e ballare fino allo sfinimento, per me è tutto sbagliato. Per essere precisi è proprio il contrario, non so se rendo l'idea, ma anche le piccole glorie per me sono “inesatte”. Faccio un esempio: se mi capitasse di vincere alla lotteria, sotto al premio milionario io troverei scritto:
“Puoi spendere la vincita e comprare ciò che vorrai, ma solo in Alaska”.
Cosa compro in Alaska? Un igloo? Un orso polare? Ecco, questa è la mia vita, ma partiamo dal principio per fare un po' d'ordine.
Riappoggio la cornetta e mi volto a cercare il viso di Sabrina, la mia collega. Sorrido come una ebete, lei capisce al volo e ammicca. Finalmente il grande giorno è arrivato, atteso e sospirato per anni: oggi diventerò direttrice di uno dei più grandi complessi alberghieri di Roma e tutto a soli trentadue anni. Frutto di sacrifici e stancanti turni, ho lavorato sodo e senza mai tirarmi indietro, ho fatto straordinari e sostituzioni senza mai passare una festa a casa.
“Oggi sarà il giorno più bello della mia vita!”
Continuo a mimare con la bocca e faccio danze immaginarie con la mente mentre mi liscio la gonna con le mani e sistemo la chioma ribelle, rimettendo a posto le ciocche sfuggite dalle forcine. Mi osservo soddisfatta nel riflesso del bancone: sono pronta per essere impalmata.
Proprio vero quello che dice sempre papà:
I sacrifici alla fine verranno premiati!
Sabrina incrocia le dita in segno di scaramanzia, io sorrido e mi avvio verso le scale. Salgo la rampa che mi separa dalla direzione scavalcando i gradini a due a due, poi mi fermo un attimo: non voglio sembrare troppo impaziente.
Sollevo lo sguardo al soffitto decorato. Gli affreschi sono sempre gli stessi, ma la prospettiva è cambiata. Avevo appena ventun anni, le mani screpolate dall'acqua fredda e il carrello della biancheria da spingere lungo i corridoi prima che iniziassero le lezioni del pomeriggio. Ricordo il peso dei sacrifici per ogni singola moneta e il modo in cui ignoravo i bisbigli degli altri dipendenti o i sorrisi di sufficienza dei clienti. Davanti a un conto da saldare, l'orgoglio diventa un lusso che non puoi permetterti.
Mentre le mie amiche collezionavano borse firmate, venerdì sera in discoteca e fidanzati intercambiabili, io sbiadivo dentro una divisa fuori taglia. Avevo una meta piantata in testa, un chiodo fisso che occupava ogni angolo del mio pensiero.
Quando finalmente arrivò la laurea in economia, e mi proposero di diventare receptionist. Accettai! In quel momento, là fuori, il mondo sembrava non avere altro da offrirmi.
Non rimasi però a guardare: ho trasformato le mie idee in risultati, ho ottimizzato le prenotazioni, ridotto i tempi di check-in e trasformato i reclami in recensioni a cinque stelle. Mi sono presa uno spazio mio, tenendo gli occhi aperti per l'incarico che avrebbe finalmente reso giustizia ai miei studi.
Sono due anni che aspetto questo momento, da quando il gran capo, ha fatto girare la voce che avrebbe voluto consegnare il testimone. Nessuno lo merita più di me. Guardo un'ultima volta il riflesso sulla porta a vetri, sistemo la piega della giacca e busso appena, quanto basta per segnalare la mia presenza.
Il gran capo in persona viene ad aprirmi.
Wow, che accoglienza!
Un sorriso illumina quel viso scavato dalle rughe. Il signor Russo, nonostante i settant'anni suonati, stringe ancora le redini del suo impero con il pugno di ferro.
«Signorina Giulia De Rubis, prego, si accomodi. Ho delle bellissime notizie per lei!»
Affondo nella poltroncina davanti alla sua scrivania. Sento il sorriso tirarmi i muscoli del viso, quasi volesse arrivare alle orecchie, mentre il cuore martella nel petto come un tamburo impazzito. Vorrei mettermi a urlare per la gioia, ma rimango composta, le mani tese sulle ginocchia, immobile, in attesa che lui riprenda posto.
«Bene, cara Giulia, da quanti anni sei qui con noi?»
«Quasi dodici, signor Russo», rispondo pronta. Vorrei aggiungere anche i mesi, i giorni e i secondi che ho investito in questo palazzo, ma taccio, strofinandomi freneticamente le mani sul grembo per scaricare l'adrenalina.
«Ah, figliola, niente "signor Russo". Chiamami pure Luigi. Dopo tanto tempo sei una di famiglia».
«La ringrazio, signor Luigi. Sono onorata di farne parte».
«Bene, piccola... permettimi di chiamarti così. Sei giovanissima, ma ti ho tenuta d'occhio, sai? Non è passato un solo giorno senza che osservassi il tuo operato. Sei brava, hai saputo cogliere ogni sfumatura di questo mestiere. Nessuno più di te ha lavorato con tanto impegno».
Mi sento fluttuare. Allora è vero: anche quando credi di essere invisibile, c'è sempre un occhio che scansiona ogni tua mossa. Finalmente i sacrifici iniziano a pesare meno. Penso ai Natali passati alla hall, mentre gli altri brindavano a casa, ai turni doppi coperti in silenzio per rimediare alle assenze improvvise dei colleghi. Merito questo posto. Merito ogni singola lode.
«Sei stata perspicace e intuitiva», continua lui, e io bevo ogni sua parola, raddrizzando la schiena.
«In questo lavoro serve empatia per prevenire i desideri dei clienti, e tu ne hai da vendere. Per questo, nessuno meglio di te può ricoprire il ruolo di direttrice nel centro turistico del “Castillo”, a Fuerteventura».
Scatto in piedi, la mano già tesa per suggellare l'accordo con una stretta, ma il movimento si congela a mezz'aria. Il cervello trasmette un segnale di errore. Cosa ha detto? La mano ricade lungo i fianchi, aggrotto le sopracciglia e mi accascio di nuovo sulla poltroncina, sentendo il peso della confusione.
«Scusi signor Russo, non ho capito bene. Direttrice dove?»
«A Fuerteventura!» esclama lui, come se annunciasse la vittoria della lotteria.
«A Fuerte... cosa? Dove si trova? Non diventerò direttrice qui?»
Le domande escono a raffica, mentre cerco disperatamente di rimettere insieme i pezzi del puzzle.
«Oh, signorina Giulia, per lei prevedo una carriera sfolgorante. Perché accontentarsi di restare chiusa qui, quando potrebbe dare il meglio di sé in un ruolo più prestigioso?»
«Non capisco. Ho sempre dato per scontato che sarei rimasta a Roma. La mia vita è qui, la mia famiglia... lei sa che sono fidanzata con Nando e che vorremmo costruire qualcosa insieme...»
«Suvvia, ragazza, sei giovane! Se vuoi scalare la vetta, questo è il momento. Dirigere un centro vacanze di quelle dimensioni è il sogno di chiunque. Mi creda, io penso al suo bene. Un po' di tempo laggiù e tornerà a Roma come una fuoriclasse. Sarà pronta a prendere il mio posto o a scegliere qualunque altra strada. Ogni grande albergo le spalancherà le porte, avrà uno stipendio da favola. Allora sì che potrà sposarsi e fare la differenza! Tutti la invidieranno per questa fortuna. Si rende conto? Gestire uno dei villaggi più estesi dell'isola!»
Lo guardo fissa. Sta dando i numeri? Chi mai dovrebbe invidiare una sfigata spedita dall'altra parte del mondo contro la sua volontà?
«Ma signor Russo, io non voglio andare in quel posto. Non so neppure dove si trovi!»
«Alle Canarie, signorina, alle Canarie. Un posto magnifico dove è estate tutto l'anno e i turisti arrivano a frotte da ogni parte del mondo. Il Castillo non è un semplice stabile, è un villaggio, un piccolo paese. Mi creda, io le voglio davvero bene e un giorno mi ringrazierà».
«Ma...»
Lui si alza, sovrastandomi con il suo metro e novanta di finta benevolenza. Mi porge un fascicolo aperto: la foto di un villaggio turistico troneggia al centro della pagina, quelle tinte brillanti sembrano prendersi gioco della mia disperazione.
«Non aggiunga altro, benedetta ragazza. La aspettano mercoledì a Fuerteventura. Sotto al dépliant troverà una busta con il biglietto aereo. Non mi ringrazi: scoprirà presto che questa è un'occasione d'oro. Sono fiero di lei e certo che svolgerà il suo lavoro con il solito piglio, portando ordine e miglioramenti».
«Ma perché io? E di chi è quel posto?» Le parole mi escono strozzate.
«Perché lei è la migliore, cara. Il villaggio è di mia sorella e la ripresa, dopo il Covid, è ancora troppo lenta. Hanno bisogno di una persona in gamba e nessuno può riuscirci se non lei, mi creda».
«Per favore, non mi mandi via. Voglio restare a Roma!»
Le parole mi bruciano la gola. Mi sto umiliando, lo sto supplicando quasi con le lacrime agli occhi, io che non ho mai abbassato la testa davanti a nessuno. Non posso andarmene, non posso sradicare la mia vita: le mie radici sono qui, ogni centimetro del mio mondo è chiuso entro il Grande Raccordo Anulare.
«Su, coraggio ragazza. Vedrà come cambierà idea una volta atterrata». Taglia corto lui, tendendomi la mano per invitarmi a congedarmi.
Io resto incollata alla poltroncina, le gambe pesanti come piombo.
«Le auguro buona fortuna e sia chiara una cosa: una volta terminato l'incarico, la rivoglio qui. Sono stato categorico con mia sorella e mio cognato, lei è solo in prestito!»
Mi accompagna alla porta con una cortesia che sa di espulsione. Sento gli occhi pizzicare, gonfi di lacrime che mi rifiuto di versare. Non qui, non davanti a lui. Sono una tosta e questo vecchio rimbambito non merita lo spettacolo del mio crollo. Tutti i miei sacrifici, le ore extra, la lealtà... tutto buttato al vento per un favore di famiglia.
«Se vuole può andare a casa subito, così avrà tempo per organizzarsi. Ancora complimenti e i miei migliori auguri!»
Continua a infierire con quella tiritera cordiale mentre io vorrei solo afferrarlo per la giacca e scaraventarlo oltre la finestra. Mi volto bruscamente senza ricambiare il saluto, raccolgo la busta e trascino i piedi verso la hall, con il petto che scoppia.
Sabrina mi aspetta con un sorriso a trentadue denti e una bottiglia di spumante tra le mani, pronta a farla esplodere.
«Non lo fare, ti prego! Ti prego!»
Ma il tappo vola via con un botto secco. Nello stesso istante, i colleghi del turno saltano fuori da dietro il bancone, dove erano rimasti accovacciati in attesa del segnale.
Ho le lacrime agli occhi, ma la commozione non c'entra: è rabbia pura, liquida, che preme per uscire.
«Allora, tesoro? Sei la nostra nuova capa?» chiede Sabrina radiosa.
«Fanculo tutti, Sabri!»
Mi stringo a lei e scoppio a piangere. I colleghi ammutoliscono, si scambiano sguardi sconcertati, non riescono a decifrare quel crollo improvviso.

Un'ora dopo sono sul marciapiede, in mezzo alla folla che corre. Mi trascino verso casa, stringendo al petto una scatola di cartone con dentro tutto il contenuto del mio cassetto della reception. Ho salutato solo Sabrina.
Non avevo la forza di incrociare gli sguardi degli altri dopo aver raccontato dell'esilio forzato, si sono dileguati in un silenzio imbarazzato. Qualcuno ha provato a dirmi che dopotutto si trattava di una grande opportunità: l'ho mandato al diavolo senza nemmeno voltarmi.
Mi sento ferita, svuotata. Oggi doveva essere il mio giorno, il coronamento di anni di fatica, e invece mi hanno scaricata come un peso morto. Sabrina è la mia roccia, una sorella più che una collega, ma nemmeno il suo abbraccio basta a colmare il vuoto. Come affronterò tutto questo con Nando?
Stiamo insieme da una vita. Ci siamo conosciuti proprio in albergo, quando cercavano un nuovo addetto alla reception l'ho segnalato io, spianandogli la strada. Siamo inseparabili. Ricordo ancora il primo giorno: i suoi occhi cerulei cercavano i miei per trovare un briciolo di sostegno, sicurezza e, in me hanno trovato tutto.
In questo momento starà dormendo, ha finito il turno di notte.
Infilo la chiave nella toppa e la giro piano, millimetro dopo millimetro per non fare rumore. Entro in punta di piedi, ma dal fondo del corridoio arrivano dei gemiti soffocati.
Spalanco la porta della camera da letto e l'aria si blocca nei polmoni. Il mondo mi crolla addosso per la seconda volta in tre ore.
L'inquilina del piano di sotto — quella che chiamiamo "Faccia di Plastica" per via del trucco pesante e dei troppi ritocchini — è nel nostro letto. La sua testa si muove ritmicamente tra le gambe di Nando.
«Cosa diavolo state facendo?»
Nando solleva la testa, il volto lucido di sudore. Sgrana gli occhi e spinge via "Faccia di Plastica" con un gesto brusco.
«Cara...come mai già qui? È successo qualcosa?»
«Cosa? A me? Tu cosa diavolo ci fai con questa troia?»
L'altra si alza, incurante della propria nudità. Raccoglie gli slip e il vestito da terra, se li stringe contro il petto e scivola fuori dalla camera con un'indifferenza che mi mozza il fiato.
«Senti, non ti aspettavo mica prima di cena...» prova a giustificarsi lui.
«Scusa sua maestà se ho osato rientrare in casa mia prima del previsto! Non sapevo fossi impegnato in un incontro tanto urgente. Stronzo! Tu e quella troia... da quanto va avanti?»
Afferro i suoi jeans dal pavimento e glieli scaravento addosso con tutta la forza che ho.
«Non dirmi nulla! Esci, vattene. Anzi, no, non farti vedere tu prima di mercoledì: tolgo io il disturbo, così potrai scoparti tutto il condominio!»
«Ascolta, non essere così drastica...»
«Io? Io dovrei ascoltare? Ma vaffanculo! Oggi è una giornata di merda, prima al lavoro e ora tu! Faresti meglio a volatilizzarti immediatamente».
Afferro una sedia per lo schienale e la sollevo sopra la testa, brandendola come una scimitarra. Il legno vibra tra le mie mani, pronto a colpire.
«Fermati! Va bene, va bene... fammi solo prendere un po' di roba. Quando ti sarai calmata ne riparleremo, ok?»
«Quando mi sarò calmata andrò a parlare prima con il marito di quella lì e poi, forse, con te!»
Mi rifugio in cucina sbattendo la porta così forte da far tremare i vetri. Vorrei frantumare ogni piatto, ogni bicchiere, ogni ricordo. Che stronzo. Mancava solo questo per chiudere il cerchio.
Ora il disastro è perfetto.
Dopo un tempo che mi sembra infinito, sento il portone d'ingresso scattare. Mi affaccio al balcone e lo vedo salire in macchina con un borsone scuro tra le mani. Il motore romba e lui sparisce, lasciandomi sola tra le macerie.
Chiamo mio fratello Luca. È ancora al lavoro, ha due anni più di me e vive con i nostri genitori. Gli spiego tutto tra i singhiozzi, brevemente.
Alle diciotto in punto varco la soglia del mio piccolo appartamento insieme a lui. Carichiamo in macchina tutto ciò che mi appartiene: vestiti, libri, quadri staccati dalle pareti. Tutta la mia vita dentro una scatola.
Prima di uscire per l'ultima volta, lascio un foglio sul tavolo della cucina.
«Ho disdetto la mia parte del contratto d'affitto. Ora hai tutto lo spazio che ti serve per le tue porcate. Crepa!»

Damian

Il vento danza tra i capelli, scompigliandoli senza tregua. Sono chino a versare i croccantini nella ciotola di Diago, un gattino rosso che ho adottato da poco. Gironzolava solo tra i bungalow del residence, ora farà compagnia alla mia Olivia, una nuvola bianca con due macchie nere simmetriche sul musetto. Amo gli animali. Li trovo decisamente migliori di molti esseri umani.
Passo la mano sul dorso di Diago mentre mangia beato. Lo smartphone mi vibra in tasca, lo estraggo e controllo il display.
Non ti dimenticare di andare a prendere all'aeroporto la nuova ragazza!
È mio padre. Sollevo gli occhi al cielo, stringendo i denti. Non ne posso più di questa storia.
Cosa dovremmo farcene di un'italiana qui?
Il residence è sempre stato gestito da gente del posto, persone che conoscono le nostre usanze, il ritmo dell'isola e i segreti per promuoverla. Questa sarà la solita arrivista in cerca di carriera che porterà solo guai.
Accarezzo di nuovo Diago, mentre Olivia si avvicina furtiva alla ciotola.
«Forza, Diago, impara a sopportare le donne. Dividi il cibo con lei», mormoro.
«Damian, al telefono c'è tuo padre...»
La voce stridula di Francisca mi raggiunge dalla reception.
Sollevo appena la mano, facendole cenno di riagganciare.
«Digli che ho letto il messaggio!»
Lei esegue, poi esce e mi raggiunge, strusciandosi contro il mio braccio con mossa studiata.
«Non mi piace l'idea di una nuova arrivata. A chi è venuta in mente?»
«Francisca, tu sei una dipendente. Certe cose non dovresti nemmeno pensarle, figuriamoci dirle», rispondo, il tono neutro.
«Non mi piacciono le italiane. E poi potrei dirigere io il villaggio, ne sarei capace!»
Le sfioro una caviglia con le dita, poi mi raddrizzo.
«Vedrai che dopo qualche giorno fuggirà a gambe levate. Non ti preoccupare, bellezza. Ci vediamo oggi pomeriggio per l'ora di relax. Ti va un ghiacciolino?»
Francisca sorride, una luce complice negli occhi, e fa scorrere la mano sul rigonfiamento dei miei pantaloni.
«Non vedo l'ora!»
Le lascio un bacio distratto tra i capelli e mi avvio malvolentieri verso l'auto.

L'aereo atterra alle undici e trenta, ora locale. Entro in aeroporto e mi appoggio al muro di fronte all'uscita del gate, osservando i passeggeri che arrivano da Roma.
Stringo tra le mani un foglio con un nome che già mi dà fastidio: Giulia De Rubis.
Le persone iniziano a defluire.
Coppie in vacanza, gruppi rumorosi.
Non vedo nessuna ragazza sola. Forse ci ha ripensato. Lo spero per lei: qui non troverà pane per i suoi denti.
Poi la noto. Ha un cespuglio di capelli rossi che le ricade sulle spalle e sbuffa mentre spinge un carrello stracolmo di valigie.
Solleva il viso, guardandosi intorno con aria smarrita.
Resto fermo, troppo distante perché lei possa leggere il mio cartello.
Non mi muovo di un millimetro. Deve essere chiaro fin dal primo istante che qui non avrà sconti. Si è imbarcata in questa avventura? E allora che remi. Io spero solo che affondi prima del previsto.
Riprende a spingere il carrello. I bagagli sembrano pesantissimi, quanta roba si è portata dietro?
Quando finalmente si avvicina quel tanto per leggere il nome sul foglio, inizia a sbracciarsi per farsi notare.
Fingo di guardarmi intorno, ignorandola per qualche secondo di troppo, finché lei non molla il carico e mi punta addosso.
«Ehi, tu! Mi vedi? Sono io, Giulia De Rubis».
«Bene. Seguimi, ho l'auto qui fuori», rispondo, la voce gelida.
«Cosa? Quelli sono i miei bagagli! Aiutami, invece di stare lì a reggere il muro».
«Senti, bellezza, io non sono un facchino. Faccio ben altro. Se vuoi un passaggio sbrigati, non ho tempo da perdere. Altrimenti prendi un taxi!»
Lei mi fissa, sbalordita.
«Ma che razza di accoglienza è questa? Siete tutti così, in questo posto abbandonato da Dio?»
«Così come?»
«Stronzi!»
Si volta furiosa e torna a spingere il carrello con evidente difficoltà.
Sospiro. Per evitare di fare notte, mi avvicino e afferro una delle maniglie per darle manforte.
«Sono tutti tuoi questi bagagli?»
«Certo», risponde lei acida, «ne vedi altri?»
«Come hai potuto farlo? Ogni passeggero può imbarcare solo due valigie da venti chili, tu come ci sei riuscita?»
«Tramite un'agenzia. Mi sono comprata lo spazio bagaglio di un altro passeggero e l'ho messo a nome suo, lui non aveva nulla», risponde, con una punta di sfida nella voce.
«Ti sei portata dietro tutta Roma», borbotto, sollevando le valigie per incastrarle nel bagagliaio.
«Se devo restare qui, ho bisogno della mia roba, va bene?»
«Vendono vestiti anche qui, sai».
«Chissà cosa si vende qui! Io ho bisogno delle mie cose».
La osservo meglio mentre fa il giro dell'auto. Indossa un paio di pantaloni attillati che le fasciano il sedere — sembra sodo, devo ammetterlo — una maglietta che lascia poco spazio alla fantasia e un paio di scarpe tacco dodici. Credo proprio che non abbia la minima idea di cosa l'aspetti su quest'isola.
«Cos'hai da guardare? Non hai mai visto una donna?» sbotta, accorgendosi delle mie occhiate.
«Stavo osservando come sei conciata. Vieni per lavorare o per una sfilata?»
«Io sono il direttore, non un facchino. Il mio abbigliamento è consono al ruolo che ricopro!»
Sollevo le mani in segno di resa.
«Non ti imbufalire! Va bene. Sali, che siamo già in ritardo».
«E dove dovrei sedermi? Hai incastrato valigie dappertutto».
«Ti fa schifo sederti accanto a me? Non mordo, per adesso. E poi non sapevo di dover venire all'aeroporto con un camion. Ti hanno spiegato che in questa isola le temperature sono miti? Non servono cappotti e maglioni».
«Non sono così deficiente. Non ho portato roba pesante, tranquillo».
«Per fortuna!» commento, lanciando un'occhiata ai bagagli che premono contro il lunotto posteriore.
La vedo ammutolire e fissare fuori dal finestrino con aria furente.

Dall'aeroporto a Castillo di Antigua ci si impiega poco più di un quarto d'ora, lungo il percorso le abitazioni e i nuovi complessi residenziali in costruzione stanno mangiando i vuoti del territorio, un pezzo alla volta.
«Quanto dista il residence dall'aeroporto?» mi chiede, senza distogliere lo sguardo dal paesaggio.
«Non molto, ci siamo quasi. Guarda alla tua destra, ora che superiamo la rotonda».
La vedo osservare con attenzione, poi si volta verso di me con un'espressione carica di interrogativi.
«Il residence del Castillo è tutto ciò che si estende davanti ai tuoi occhi», spiego.
«L'intera collina? Tutte quelle casette bianche fanno parte dello stesso complesso?»
«Esattamente. Tutti i bungalow. Tra poco vedrai la struttura più grande: è un albergo con una quarantina di stanze, di fronte c'è la zona commerciale con i negozietti e i ristoranti».
«Cosa usate per girare dentro il villaggio?»
La osservo prima in viso, poi abbasso lo sguardo ai suoi piedi, indugiando sulle punte dei tacchi dodici.
«Quelle cose che hai appese al busto. Hai presente?»
«Stai scherzando? A piedi?»

Fermo l'auto di fronte alla reception e scendo senza risponderle.
«Miss Italia, aspetta qui. Vado a prendere le chiavi del tuo bungalow, così scarichiamo il camion».
Quando ritorno, le indico una fila di costruzioni, alla destra dopo la striscia d'asfalto che costeggia con la reception.
«La terza partendo dall'inizio. Questa sarà la tua abitazione, purtroppo».
«Perché purtroppo?»
«Perché ti hanno messa accanto alla mia».
«Be', non capisco. Comunicano, per caso?»
«Assolutamente no! Per fortuna. Ma averti vicina è già troppo», dico, troncando ogni altra domanda.
Apro il cancello e mi avvio verso la porta per consegnarle le chiavi.
«La prima, più lunga, è per il cancelletto, la seconda apre il bungalow».
Lei entra, si guarda intorno con una smorfia, ispeziona la camera, apre il bagno e torna a fissarmi.
«Tutto qui? Stai scherzando?»
«Cosa ti aspettavi di trovare, il palazzo imperiale? Sei sola, non ti basta tutto questo?»
«Un solo, striminzito armadio? Dove metto la mia roba?»
«Vendila. Ogni martedì e sabato c'è il mercato, qui», le rispondo, voltandole le spalle per andarmene.
«Ehi! Non mi hai detto come ti chiami».
«Non sono fatti tuoi. E non mi devi chiamare assolutamente».
«Portami le valigie», ordina lei.
Mi volto e corrugo la fronte, incredulo.
«Le valigie sono in auto. Se le vuoi, te le vai a prendere, io ho ben altro da fare!»
La sento borbottare mentre si avvia verso la macchina. Il cancello scatta alle sue spalle con un clic metallico.
«Si è chiuso il cancello! Ho lasciato le chiavi dentro. Ehi, tu! Me lo riapri!»
Vedo Francisca uscire dalla reception.
Osserva la nuova arrivata, studiandola come un predatore.
Non la voleva, e ora che l'ha vista sarà ancora più contrariata, d'altronde, neppure io la voglio. Spero che non resti qui a lungo, anche se bisogna ammettere che è proprio un bel bocconcino.
Le riapro il cancello, incastrando un sasso per tenerlo fermo, e torno verso la reception.
Affianco Francisca e le premo una mano sul sedere, lei si stringe a me e insieme osserviamo la "Roja" (rossa) trascinare una valigia alla volta, lottando contro la ghiaia.
«La Roja mi piace meno di prima, ora che l'ho vista da vicino», commenta Francisca, acida.
«Be', vedrai che non resterà a lungo. Si è già lamentata a sufficienza: credeva di trovare un castello, qui», le sussurro, leccandole il lobo dell'orecchio.
«Calmo, matador. Se ti vedo ronzare intorno alla Roja, te le taglio», commenta lei, abbassando gli occhi sul rigonfiamento dei miei pantaloni.
«Bellezza, io non sono di nessuno, te l'ho già detto. Finché ti va, cavalca pure il cammello, ma se lo vuoi chiudere in un recinto, non sono interessato», dico con un sorriso sfacciato.
Entro in reception e mi dirigo nel mio ufficio, sprofondando, nervoso, sulla poltroncina dietro la scrivania.

Giulia

Mentre trascino i bagagli dentro la topaia che mi hanno assegnato, ripenso a questa situazione di merda. Quattro ore interminabili di volo, e l'accoglienza a terra non ha fatto che massacrare il mio già pessimo umore.
Carica come un somaro, sono uscita da quel buco che chiamano aeroporto senza che un'anima mi offrisse aiuto. Il tizio che doveva aspettarmi è rimasto appoggiato al muro, un pezzo di ghiaccio incurante degli sforzi bestiali che stavo facendo.
Qui non sanno nemmeno dove stia di casa la cavalleria. Mi osservava divertito, ne sono certa, mentre io lo caricavo di ogni insulto possibile nel segreto della mia mente.
Non dovevo venire, continuo a ripetermi come un mantra amaro. Non dovevo accettare. Avrei dovuto mandare tutti al diavolo e cercarmi un altro lavoro a Roma.
Ma no, questa doveva essere la soluzione a tutti i miei problemi.
Rivedo ancora la scena della partenza: mia madre in lacrime, mio padre e mio fratello che imprecavano. A loro Nando non era mai piaciuto, sostenevano che stesse con me solo per interesse. Ero stata io a sistemarlo in albergo, io a trovare l'appartamento, io a fargli da serva mentre lui si ciondolava sul divano.
«Meglio che ti abbiano offerto questo lavoro così lontano», aveva commentato papà, con quella sua durezza pragmatica. «Così sistemerai la tua vita e vedremo cosa farà il signorino senza di te. Che impari a badare a sé stesso! E ricordati: quando si chiude una porta, si apre un portone».
Mamma gli era andata subito a ruota:
«Ha ragione tuo padre. Quando capitano queste cose, significa che avevi sbagliato strada e il destino rimescola le carte per farti trovare la dritta via».
Dannazione al signor Russo e al mio maledetto orgoglio.
Dannazione a chi crede di sapere come sistemare la vita degli altri e a tutti i fatalisti del mondo.
Mi guardo intorno, do un calcio a una delle valigie. Come possono chiamarla "sistemazione"? È un quadrato di venti metri scarsi: un unico ambiente con angolo cottura, un divano e un mobiletto con sopra un televisore. La camera da letto ha un letto king size che mangia tutto lo spazio, lasciando solo un mini-armadio, uno scarno comò e una cassettiera ridicola. Apro i cassetti e li richiudo subito: dove diavolo dovrei mettere la mia roba?
Per non parlare del bagno: un cunicolo dove il lavabo e il water si contendono lo spazio con una vasca incastrata di traverso. Sopra, una finestrella striminzita che non lascia passare un filo d'aria. E ovviamente, niente bidet.
Credevo fosse un'abitudine barbara confinata alla Francia, ma a quanto pare anche qui la civiltà è un optional.
La lavatrice è stata abbandonata contro il muro esterno, nel corridoio che porta alla camera, per passarci con la valigia devo sollevarla di peso, rischiando di rompermi l'osso del collo ogni volta. E la vasca? Neppure un vetro per chiuderla a cabina.
No, troppo lusso: basta una dannata tenda plastificata che si appiccicherà addosso al primo schizzo d'acqua.
«Speriamo che me la cavi!» mormoro tra i denti, immaginando già il pavimento allagato.

Non mi aspettavo la fanfara, ma almeno uno straccio di accoglienza dai responsabili.
Invece, il nulla.
Quel cafone arrogante che mi ha prelevata all'aeroporto si è dileguato senza una parola.
Sono furibonda, esausta e il mio stomaco reclama giustizia: sono le dodici e quindici ora locale, ma per il mio orologio biologico italiano è già passata l'ora di pranzo. Ho una fame da lupi.
Esco di scatto.
A lato del mio cancello, appena dopo l'incrocio della strada, sorge l'edificio della reception, un grosso stabile a vetrate che riflette il sole accecante dell'isola.
Spingo la porta ed entro.
Dietro il lungo bancone c'è una ragazza mora, più o meno della mia età, solleva gli occhi e mi scansiona da capo a piedi.
«Ciao, sono Giulia, la nuova direttrice. Volevo...»
«So chi è lei. Io non posso dirle nulla, deve aspettare il proprietario. Credo arrivi tra un po', se vuole può accomodarsi lì», taglia corto lei, indicando alla sua destra un angolo con divani e tavolini.
Non mi ha nemmeno lasciata finire. Mi ha liquidata senza sapere cosa volessi chiedere, con un tono che trasuda un solo messaggio: “non sei gradita”.
«Saprà anche chi sono, ma di certo non sa quello che volevo chiederle!» rispondo lentamente, alzando il tono di voce e caricandolo di tutta l'acidità che ho in corpo. «Siete tutti molto cortesi, devo ammettere. Se il calore e l'accoglienza spagnola sono questi, capisco perfettamente perché abbiano sentito il bisogno di chiamare me!»
Sento una porta aprirsi alle mie spalle. Mi volto: è di nuovo lui, il ragazzo dell'aeroporto.
«Cosa le serve?» domanda alla donna, osservando lei e ignorandomi completamente.
«Ho fame!» sbotto io, attirando l'attenzione di entrambi. «Dove posso andare a mangiare, o qui vivete d'aria?»
Se vogliono la guerra, che lo sappiano fin da ora: io sono abituata a combattere.
La ragazza continua a fissare l'ufficio di fronte. Il ragazzo è lì, piantato dietro la scrivania, i loro occhi si incrociano in un silenzio teso, finché lui afferra le chiavi dell'auto e taglia l'aria verso l'uscita.
«La porto a pranzo da Frasquita», esclama rivolto alla receptionist, superandomi come se fossi un intralcio sul marciapiede.
La ragazza annuisce, ma le vene del collo le pulsano sotto la pelle ambrata. Mi alzo senza aspettare un invito e punto i tacchi sul pavimento, seguendolo a testa alta.
Lui fa scattare la serratura a distanza e scivola nell'abitacolo senza degnarmi di uno sguardo. Salgo dal lato passeggero e tiro la portiera con un colpo secco che fa tremare i finestrini.
«Vuoi farla uscire dai cardini?» ringhia lui senza voltarsi.
«Stammi a sentire tu, che non ti sei nemmeno presentato. Ho capito che la mia presenza qui ti va di traverso, ma non è stata una mia idea. Se fosse per me, sarei ancora a Roma. Mi sono fatta un mazzo così per arrivare dove sono e non ho certo sgomitato per finire in questo... questo posto dimenticato da Dio».
Lui stringe il volante, le dita sbiancano sulla pelle nera del rivestimento.
«Vuoi metterti a piangere? Le tue motivazioni non mi interessano. Sei una donnina da copertina, questo posto ti masticherà in un giorno. Qui si fatica, non si posa».
Angela C.
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