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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Tacco a spillo color cipria
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Tacco a spillo color cipria.
Jess: la mia migliore amica.
Sollevo lo sguardo al cielo azzurro con qualche macchia bianca qua e là. L'aria è frizzante dopo tanti giorni di calura e afa, il temporale di stanotte ha ripulito il cielo e ora l'atmosfera sembra più respirabile. Inspiro a pieni polmoni e mi giro verso il Fiorino per caricarlo, Igor scodinzola in attesa che io finisca, lui è pronto a farmi compagnia durante le consegne. Stivo ciotole di fiori colorati per un compleanno, piante per l'inaugurazione di un nuovo locale e, infine infilo, in un angolo del veicolo i vasi di rose per riorganizzare il giardino della signora Rachele. Apro lo sportello e Igor salta sul sedile del passeggero. Giro intorno al veicolo per raggiungere la mia postazione quando sento un urlo. «Jess, mi uccido! Questa volta lo faccio davvero!» Chino la testa e vedo uscire dal retrobottega la mia amica Sara che corre verso di me con un fazzoletto in mano, sta piangendo. «Cosa diavolo succede ancora?» chiedo andandole incontro. «Guido mi ha lasciata! È andato via!» replica sedendosi su un ciocco di legno in un angolo del cortile. «Sara, Guido ti lascia ogni settimana e poi ritorna sempre. Quante volte ti ho detto di non farlo più rientrare? Lui non ti ama, non ti ha mai voluta bene davvero.» «See! Non è vero!» mugugna tra le lacrime, soffiandosi il naso subito dopo. Il fazzoletto e fradicio, così gli passo un pezzo di scottex strappandolo da un rotolo che conservo dentro il Fiorino. «Questa volta non rientra, non rientra! È venuto stamattina a prendere tutta la sua roba e mi ha detto che va a vivere con un'altra, capito? Aveva un'altra e io le facevo la serva!» urla concitata. Mi avvicino, le metto un braccio intorno al collo e le accarezzo la testa. «Sara, pensa che finalmente ti liberi di lui e dalla sua ipocrisia. Non ti amava, non ti ha mai amata, si vedeva lontano un miglio che stava con te solo perché gli faceva comodo. Ti voglio bene, cara, non ti farei mai del male. Ora coraggio, asciuga quelle lacrime, non voglio che la mia migliore amica si disperi per un deficiente. Nessun uomo merita le lacrime di una donna. Ricordalo sempre!» Si tampona gli occhi e tira su con il naso. Mia zia si affaccia alla porta del retro e osserva. «Il parassita è sparito davvero o ritornerà ancora?» chiede sarcastica. Lei non sopportava Guido e il suo continuo andirivieni con Sara. «Ha un'altra, mi ha detto. Ha portato via tutto stamattina! Lo odio!» ripete la mia amica. Poi solleva gli occhi annacquati di lacrime verso di me: «Non dire una parola tu! Con la tua filosofia dei gesti e dei comportamenti ... è successo e basta!» «La mia non è una filosofia. Ogni persona parla con il proprio corpo, basta saper guardare e conoscere il suo linguaggio. Quante volte ti ho detto che le sue parole non corrispondevano ai suoi atteggiamenti? Lui ti ha sempre mentito.» ribatto scocciata. «Sara, anche se la “filosofia”, come la chiami tu, di Jess fosse sbagliata, gli atteggiamenti di Guido erano lampanti per tutti. A me non piaceva, a tuo padre neppure, e tuo fratello quante volte lo ha mandato via dal bar, visto che veniva solo a scroccare con la scusa che tu eri la sua ragazza? Ora, benedetta figliola, smettila di piangere e ringrazia il Signore che te lo sei tolto di torno, quel buono a nulla! Sai quanti uomini ci sono in giro? Sei molto carina, vedrai che ne troverai un altro e sarà sicuramente migliore!» Igor, stanco di stare a osservare dentro il veicolo, inizia ad abbaiare; mi volto verso di lui e gli apro la portiera, esce e va a strusciarsi vicino a Sara. «Solo tu mi vuoi bene. Igor!» gli dice abbracciandolo. «Hai da fare o vuoi venire con noi a fare le consegne?» le chiedo con un sorriso. «Dovrei tornare al bar! Ma al diavolo, un paio d'ore posso prendermele. Dopotutto sono una dei proprietari! Vengo con te.» Si alza soffiandosi il naso. Io faccio scorrere il portellone laterale, prendo il tappetino che lascio sempre lì, lo srotolo e lo metto nel vano di carico, vicino alle ciotole dei fiori. Igor sale, sdraiandovisi sopra. Avvio il furgone in silenzio e parto. Sara si soffia di tanto in tanto il naso e si asciuga le lacrime che le scorrono sulle guance arrossate. A un tratto chiede: «Tu che sai tutto, se tra me e Guido non era amore, cos'era? Avanti, dimmelo!» Io resto in silenzio. Come fai a far capire a una donna totalmente ossessionata da un uomo che lui approfittava dei suoi sentimenti? Forse l'amore fa questo: oscura la realtà, ci rende ciechi e sordi, ci mette i paraocchi impedendoci di vedere davvero. Sollevo gli occhi al cielo un attimo e li riporto sul veicolo che mi precede; invece di svoltare a destra, scendo verso la spiaggia. Mi accosto al marciapiede e spengo il motore. Scendo e apro lo sportello per far uscire Igor che, scodinzolando, corre verso la riva. Sara mi raggiunge e mi osserva: «Non dovevamo fare le consegne?» «Sì, ma abbiamo due minuti per far fare una corsa a Igor.» Mi avvicino alla balaustra che ci separa dalla spiaggia. Vasto Marina è quasi vuota; ci sono solo persone che fanno jogging e altri che portano a spasso il cane. Sara mi si affianca. Continuo a guardare il mare. «Mi hai chiesto cos'è l'amore? Non lo so, Sara. Io non sono la persona giusta per rispondere e tu lo sai. Io non l'ho ancora trovato.» Mi giro per guardarla in viso: «So per certa che Guido non ti amava. Se ami una persona, tu vuoi che lei stia bene, vuoi che sia felice, vuoi che sorrida sempre e vorresti regalarle il mondo. Lui no. Lui veniva da te perché trovava un pasto caldo, perché gli davi i soldi per le sigarette quando le finiva, perché eri l'unica che credeva alle sue bugie quando diceva che aveva perso il lavoro per colpa degli altri. Poi eri tu che cercavi un lavoro per lui. Luigi lo ha assunto perché tu gli hai chiesto di farlo; ora lui ha un lavoro fisso, del denaro, e tu non gli servi più. Sara, tu piangi, ma io sono contenta che lui sia andato via. Tu meriti una bella persona, che lo sia dentro e fuori. L'amore deve essere diverso: chi ti ama ti guarda come se tu fossi una pietra preziosa. Tu sei l'inizio e la fine, tu sei da proteggere e custodire.» Sara mi abbraccia nascondendo il suo viso sul mio collo. «Ti voglio bene, Jess, ma io lo amo e sto male ora! Lo so che è uno stronzo, ma lo amo!» sussurra.
Fischio a Igor e lui torna, mezzo insabbiato, vicino alla macchina. Prendo una spazzola e gliela passo con decisione. Igor è un incrocio tra un pastore abruzzese e un lupo; è tutto bianco con il pelo lucido e corto. Mio zio lo aveva trovato cucciolo davanti alla caserma una mattina e io l'ho adottato. Lui è il mio “amore” intelligente e dolcissimo, l'unico che non mi abbandonerà e mi ama incondizionatamente. Zio e io siamo stati molto intransigenti nell'addestrarlo quando era un cucciolo, ma abbiamo ottenuto un buon risultato: sa che non si sale sul Fiorino sporco. Dopo la spazzola lo ripulisco con delle salviette imbevute, prima le zampe e poi sul corpo dove ho rimosso la sabbia. Verso dentro una ciotola che porto sempre con me un po' di acqua. Igor si disseta, poi sale dentro il vano di carico, prendendo posto sul suo tappeto. Svuoto la ciotola e ripartiamo. Ho la lista delle consegne. Ogni volta che ci fermiamo, Sara scende e mi apre lo sportello scorrevole. Trovare un parcheggio è un miracolo, così Sara resta vicino al veicolo lasciato accostato alla buona e io corro a consegnare i fiori. Mi restano da consegnare solo i rosai da portare alla signora Rachele. Rachele abita a pochi chilometri dal centro abitato. La villa ereditata dai genitori è una delle più grandi e belle tra quelle che si allungano a est, alle pendici della città. La zona si è arricchita di molte altre abitazioni, tutte di persone facoltose che hanno preferito la pace e la tranquillità alla confusione del centro. Si giunge da un'unica strada non molto ampia che, come un serpente di asfalto, divide il marrone della terra. A destra e a sinistra si allineano le abitazioni, quasi tutte con dei bellissimi recinti che proteggono rigogliosi giardini e preziosi edifici. Arriviamo intorno alle undici. Il cancello è chiuso; invio un messaggio al cellulare di Rachele, come faccio sempre, e attendo che lei mi apra. Questa volta nulla: sarà sicuramente in giro e avrà lasciato il cellulare chissà dove. Sospiro, scendo e pigio il pulsante del citofono. Si apre il cancello e vedo Adele che mi aspetta sui gradini davanti al portone. Blocco il Fiorino a poca distanza da lei e, dal finestrino aperto, chiedo di Rachele. «Non c'è, forse è uscita presto. Non l'ho trovata quando sono arrivata.» «Ho portato i rosai, il concime e il resto. Lo scarico vicino al garage?» «Mettilo dove vuoi, Augusto penserà a sistemarli.» Mi avvicino al piccolo garage dove ci sono gli attrezzi da giardinaggio; è chiuso, così scarico tutto e lo appoggio sul selciato di cemento accanto alla porta. Igor si lagna: vorrebbe uscire e scorrazzare per il giardino, ma l'erba è inzuppata dopo la pioggia torrenziale della mattinata. Sara resta nel furgoncino e la vedo con il cellulare in mano. Finito, torno indietro e mi fermo davanti alla casa. Libero Igor, che continua a lamentarsi, e chiedo a Sara se vuole scendere, ma lei mi fa cenno con la mano di lasciarla in pace. Il portone è aperto, quindi mi dirigo verso la cucina dove Adele sta preparando il pranzo. «Insomma, dove è andata Rachele stamattina? Mi sembra strano che non mi abbia avvisata» le chiedo varcando la porta.
«È un mistero. Ieri pomeriggio ero di riposo, ma se fosse andata via mi avrebbe avvisata. Invece nulla. Lorenzo ha detto che stanotte, quando è rientrato, c'era la luce accesa nella sua stanza; l'ha vista dalla strada. Una volta salito, però, la porta della camera era chiusa e non filtrava alcuno spiraglio, quindi ha pensato che si fosse messa a dormire. Stamattina, come sempre, ho preparato la colazione; quando lui è sceso lei non si era ancora vista. Così, appena se n'è andato, sono salita a controllare se stesse bene, ma la stanza era vuota. Forse è uscita presto.»
«Capisco, anche se è davvero strano! Lei è sempre così precisa e puntuale, mi avrebbe avvisata» ripeto, forse più a me stessa che a lei. Adele si avvicina circospetta, come se ci fossero persone a origliare: «Jess, sono un po' preoccupata anch'io, non è un comportamento usuale. Vabbè, io ho cucinato; aspetto che rientri, dovrà tornare prima o poi e sapremo.»
Mi volto, ma non vedo Igor. «Igor? Dov'è finito? Era dietro di me... Igor!» Lo chiamo più volte. È strano: lui mi segue sempre come un'ombra, anche perché Rachele ha sempre dei biscotti pronti per lui. All'improvviso lo sento guaire al piano di sopra. «No! Igor è salito! Lo vado a prendere.» «Sta cercando Rachele, lei lo vizia. Ma non è di sopra. Poi portalo qui, che gli diamo il suo biscotto» commenta Adele. Salgo le scale velocemente chiamandolo, ma Igor non risponde né si affaccia. Arrivata nel corridoio del piano superiore mi guardo intorno: del cane nessuna traccia. «Maledizione, dove ti sei cacciato? Igor!» La porta della camera da letto di Rachele è socchiusa; entro. La stanza è in ordine e il letto è rifatto alla perfezione. Mi guardo intorno finché non vedo un pezzetto di coda sbucare da sotto il letto. Lo chiamo; lui scodinzola, ma non si muove. Sospiro e mi abbasso per tirarlo fuori. Sollevo il copriletto e lui mi osserva con quegli occhioni languidi. «Forza Igor, vieni fuori. Qui non c'è la signora Rachele, ora Adele ti dà un biscotto. Vieni fuori.» Igor resta immobile. Mi sdraio a terra per infilare il braccio e trascinarlo via, quando noto una piccola cosa tonda. La prendo e la osservo: è una pasticca, una delle pillole che Rachele prende ogni sera. Afferro Igor per una zampa e lo porto fuori, poi appoggio la pasticca sul comodino. Faccio per uscire, poi torno sui miei passi: sono curiosa. Apro il cassetto del comodino e trovo due scatole di medicinali. Gliele ho portate io lunedì, perché non poteva scendere a Vasto e le ho ritirate in farmacia per lei. Apro la confezione e controllo: mancano due compresse, quella di lunedì e quella di martedì. Dunque, quella sotto il letto deve essere la dose di ieri sera. Mi affaccio alla finestra che dà sul retro: l'auto di Rachele è lì, nel parcheggio. Com'è uscita, allora? Mi avvicino all'armadio e lo apro. Mancano dei vestiti; o meglio, sembra che qualcuno abbia trafugato in fretta ciò che è riuscito a prendere. C'è un vuoto al centro, mentre a destra e a sinistra gli altri abiti pendono tranquilli, come tendine scostate. «Lo hai trovato quel birbone?» urla Adele dal piano di sotto. Richiudo l'armadio: «Sì, sì! Si è infilato sotto il letto di Rachele. Arriviamo!» Scendiamo e Adele aspetta Igor sulla porta; lo accarezza tirandogli un po' le orecchie e gli consegna il premio. «Noi andiamo. Appena rientra Rachele fammi chiamare; ho altra merce in arrivo per lei domani, così ci mettiamo d'accordo.» Mi avvio verso il veicolo, poi mi blocco e mi volto. «Adele, com'è uscita Rachele se la sua auto è parcheggiata dietro casa, al solito posto?» Adele mi guarda sgranando gli occhi: «Cosa? Sei sicura? Io credevo che l'avesse presa lei!» «Beh, mi è parso di vederla dalla finestra della camera.» «Vado a controllare!» esclama lei, mentre io salgo sul Fiorino e metto in moto. «Il vigliacco mi ha bloccata! Non posso nemmeno mandargli messaggi! Quel porco...» sbotta Sara. «Smettila. Dovresti essere tu a bloccare lui. E mi raccomando: se viene al bar, pagagli pure da bere!» commento sarcastica. Lei mi scocca un'occhiata furibonda: «Non lo farò neppure entrare!» «Queste parole le ho già sentite troppe volte. Poi lui arriva davanti al locale, ti chiama in disparte e tu ti presenti con un boccale di birra e gli passi di nascosto il pacchetto di sigarette.» «Non lo farò rientrare, questa volta no. È andato a casa di lei.» «Vedremo quanto tempo "lei" lo terrà in casa. Se si comporta come faceva con te, la vedo dura per il tuo Guido.» Esco dal cancello della villa e mi fermo di colpo: «Aspetta qui, devo controllare una cosa.» Scendo dal mezzo e osservo l'ingresso del cancello. Sembra tutto tranquillo; l'aria profuma di fiori e di erba ancora umida dopo il temporale. La striscia nera dell'asfalto che confina con il tappeto erboso è asciutta. Mi chiedo: se qualcuno fosse uscito a piedi, non ci sarebbero impronte di fango? E se un mezzo si fosse accostato, non avrebbe schiacciato l'erba? Una strana sensazione mi ronza in testa. Rachele non è una donna capricciosa, la conosco da quando ero bambina. È la figlia di una nobile e ricca famiglia di Vasto, una persona che ha sempre tenuto un comportamento rispettoso e, soprattutto, preciso. Mi avrebbe avvertita di non venire. «Si può sapere cosa cerchi lì in mezzo all'erba?» mi distrae Sara. Rientro al posto di guida sospirando. «La signora Rachele non era in casa. Perché mi ha fatto venire se non c'era?» «Sarà andata in città e si sarà dimenticata di avvisarti. Quanto la fai lunga!» «Non è da lei. E poi, come ci è andata in città se l'auto è parcheggiata dietro casa?» «L'avrà accompagnata Lorenzo, semplice.» «Allora perché Adele ha detto che Lorenzo ha fatto colazione da solo? Solo dopo si sono accorti che lei non c'era. Eppure Lorenzo ha visto la luce accesa in camera stanotte... quindi era andata a dormire.» «No! Per favore, non iniziare con le tue supposizioni, e il cervello che ti frigge! Ho già le mie fisime oggi... senti, che ne diresti di fare un giro più largo e arrivare a San Salvo Marina?» «Per fare cosa?» «Lì abita l'amica di Guido. Voglio solo curiosare.» Resto a bocca aperta, poi la richiudo e fisso la strada, svoltando per tornare verso il centro. «Come non detto» commenta lei sconsolata. «Devi stare lontana da lui e non andare a curiosare, capito?» «So già chi è lei. È una di quelle che vengono dalla montagna; ha un contratto di sei mesi ad Amazon come magazziniera.» «Dalla montagna? A sentirti sembra scesa dalle Alpi. E come mai sei così informata?» «Beh, almeno volevo sapere chi fosse questa bellezza! Invece è alta quanto due bottiglie di gassosa, ha i capelli come un cespuglio di more in inverno e un sedere come una pagnotta di pane da due chili. Mi spieghi come ha fatto?» «Beh, Guido non è Raoul Bova, è più un Danny De Vito in salsa nostrana... solo a te fa battere il cuore!» «Tu non ne sai niente di uomini. Non è importante l'aspetto, ma il resto.» «E quel "resto" a cui ti riferisci e che non capisco... uno che tracanna birra a tutte le ore, a cui non piace lavorare, che ti sfrutta e non è nemmeno bello... mi dici cosa intendi per "il resto"?» «Sei una strega! Beh... ci sapeva fare a letto.» «Ah, quello è per te il resto? Cara Sara, quella cosa lì in mezzo alle gambe ce l'hanno tutti. Guardati intorno, che ne trovi altri che, al di sopra, sono decisamente meglio.» «Se mi volevi consolare, non ci sei riuscita» sbotta lei proprio mentre arrivo in centro e mi fermo davanti al bar. «Ma lavori così, stamattina?» le urla il fratello appena la vede scendere dal furgoncino. «Luca, te la rendo volentieri! Oggi non si può proprio parlare con lei!» gli grido di rimando. Sara mi fa la linguaccia e scende.
Io faccio ritorno nel cortile dietro al negozio e parcheggio. Igor balza dal portellone scodinzolando e si dirige verso la ciotola piena d'acqua nell'angolo per dissetarsi; poi entro. Zia Lisa è intenta a confezionare un mazzo di fiori mentre chiacchiera amabilmente con una cliente; poco distante c'è zio Nicola. Entrambi sono i fratelli di mia mamma. «Ciao, zio.» «Ciao, piccola. Hai finito?» «Sì, per la mattinata. Tu hai fatto una passeggiata?» «Sono passato in caserma a salutare i colleghi, e ora faccio compagnia a Lisa.» «Gli manca il lavoro!» interviene la voce argentina della zia a interrompere la nostra conversazione. «Dopo una vita in caserma non ci si abitua a fare niente, vero comandante?» aggiunge la cliente, passandoci accanto con un bouquet di fiori colorati. «Signora Rosa, ha ragione. Ma ho tanti amici e hobby a cui dedicarmi, e poi i colleghi li incontrerò in giro; la città non è poi così grande, qui ci si vede sempre», risponde zio Nicola con un caldo sorriso. Il suono dello scacciapensieri sopra la porta tintinna all'uscita della signora, e mi torna in mente Rachele. «Zio, a proposito di vedersi in giro: sono stata dalla signora Rachele stamane per consegnare i rosai, ma lei non c'era. La cosa strana è che nessuno l'ha vista uscire e l'auto era parcheggiata dietro casa. Inoltre ho provato a chiamarla al cellulare: squilla, ma non risponde.» «Sarà andata con Lorenzo da qualche parte», commenta zia Lisa. «No, Lorenzo ha visto la luce accesa in camera stanotte quando è tornato dal lavoro, ma non è entrato. Stamattina ha fatto colazione ed è andato in ufficio. Adele credeva che la signora riposasse, invece quando si è affacciata nella stanza, lei non c'era», aggiungo. «Forse è uscita con qualche amica?» ipotizza zio Nicola, cercando di sembrare noncurante. «Uscita con qualche amica di mattina presto? Poi c'è un'altra incongruenza: sono stata nella sua camera da letto, c'era una pillola a terra. Le scatole delle medicine erano dentro il comodino, ho controllato. Lei non l'ha presa ieri sera: le era caduta e non l'ha raccolta. Inoltre nell'armadio mancano dei vestiti, ma è come se qualcuno li avesse presi in blocco, non come quando si fanno le valigie normalmente.» Zio Nicola corruga la fronte: «Cosa ci facevi in camera sua? E perché sei andata a esaminarla?» «Sono corsa dietro a Igor e poi lo sai che non mi passano inosservate certe situazioni. Rachele lunedì aveva chiesto a me di recapitarle le medicine perché era rimasta senza, e lei non sgarra una sera. Sono pillole per l'aritmia: secondo te, se mancano i vestiti, non avrebbe portato via anche le pillole? E poi... devo tornare a controllare una cosa...» «Tu non devi andare a controllare nulla. Non fasciamoci la testa prima del tempo. Vedrai che in giornata rientrerà a casa e tutta questa storia si rivelerà solo un insieme di chiacchiere inutili», replica lo zio. «Prova a richiamarla» mi suggerisce la zia. «Rachele voleva che stamattina le portassi i rosai e intendeva di chiederti consiglio su dove farli sistemare da Augusto. Non convince neppure a me questa sparizione.» Mentre faccio partire la chiamata, zio Nicola rimbrotta: «Ci mancavi solo tu a calcare la mano, lo sai com'è tua nipote.» Mostro il cellulare che continua a squillare senza risposta. Ci guardiamo tutti in faccia, nessuno commenta più. Il trillo della porta annuncia l'ingresso di due signore. Igor, che era rientrato, si è sdraiato sul suo tappeto dietro il bancone e scodinzola silenzioso. Zio lo chiama e lui gli corre accanto. «Lo porto a fare una passeggiata, torniamo tra poco.» Gli passo il guinzaglio e torno a servire le clienti. 2 La signora Rachele
Al mattino mi alzo sempre presto; vado con Igor a correre in riva al mare. Arrivo in spiaggia quando la brezza fresca increspa le onde e il sole allunga le sue braccia dorate sulla distesa. Scaglie d'argento si muovono sinuose fino a lambire la rena fresca, mentre il profumo di salsedine si diffonde nell'aria. Igor corre libero, precedendomi, poi torna indietro, mi gira intorno e riprende la sua corsa, sempre senza allontanarsi troppo. Un pescatore solitario, su una barchetta scrostata, si accinge a gettare le reti poco al largo. Poco più avanti, un'anziana signora avvolta in uno scialle passeggia a riva con i piedi a mollo nell'acqua. Rallento un attimo; lei mi regala un sorriso e io la saluto con un gesto della mano. La conosco, è qui quasi tutte le mattine. «In estate camminare nell'acqua fa bene alle mie ginocchia stanche» dice sempre. Igor le si avvicina annusandola, lei gli accarezza il muso e lui riprende la sua corsa felice. Più avanti un Labrador si avventa tra le onde; Igor si avvicina e l'altro gli va incontro, annusandolo incuriosito. Il padrone si ferma a osservarli, mentre io resto cauta a guardare. «Il mio è molto buono!» commenta l'uomo. Mi trattengo un attimo per qualche battuta, poi riprendo il mio andamento con Igor al seguito. Mentre lui mi precede saltellando tra le prime timide onde, scorgo in lontananza una figura che si avvicina. È un uomo la cui andatura contrasta con la pigrizia dell'alba. Ha degli auricolari bianchi ben incastonati nelle orecchie, completamente immerso nel suo mondo musicale. Man mano che mi avvicino, noto i suoi capelli neri, tagliati corti, che brillano alla luce radente del sole; piccole goccioline di sudore gli imperlano la fronte e la nuca. Indossa pantaloncini corti di qualche taglia in più e una canotta attillata che mette in risalto i pettorali. Non stacco lo sguardo e, quando gli sono quasi accanto, riconosco il nuovo comandante della compagnia, un certo Trevigian, che ha preso il posto di zio Nicola in caserma. Solo quando lo incrocio solleva lo sguardo verso di me; faccio un breve cenno di saluto che lui non sembra percepire. Proseguo dritta la mia corsa, controllando solo che Igor non lo infastidisca. Rientro a casa alle sette. Mamma è già attiva in cucina e, appena apro la porta, sento l'odore del caffè e quello burroso delle ciambelle calde. Papà, fresco di barba, è seduto al tavolino sul balcone con il giornale davanti; è già sceso all'edicola che dista pochi metri da casa. Mi avvicino per salutarlo e l'odore della carta stampata arriva fino a me. «Qualche buona notizia?» lo canzono. «Quando mai scrivono buone notizie!» commenta papà, mentre Igor gli salta addosso per la dose di carezze mattutine. «Lo hai pulito bene? È già vestito per andare a lavorare!» mi incalza mamma. «Certo, pulito e spazzolato come sempre. Igor è il più pulito in questa casa», rispondo alla sua solita domanda. Papà lavora all'ufficio tecnico del Comune e lei ci tiene tanto che sia sempre impeccabile. Scuote la testa, incredula, mentre papà allunga un pezzetto di brioche a Igor. «Non dargli roba dolce, che gli fa male!» lo rimbrotta, mentre io vado a farmi la doccia. «Jess, hai finito?» dieci minuti dopo mamma picchia alla porta. «Vai all'altro bagno se hai bisogno!» Esclamo. Amo fare la doccia con calma. «C'è zio Nicola al telefono, non mi serve il bagno.» «Digli che lo richiamo appena esco.» «Esci subito, sostiene che sia urgente.» «Chiedigli cosa vuole.» «Mi ha detto di riferirti solo: donna Rachele.» Quel nome è un colpo allo stomaco. Mi ero dimenticata di lei; tra il negozio, le consegne e il tempo passato a fare da babysitter a Sara, la signora Rachele mi era uscita di mente. Mi asciugo in fretta, infilo l'accappatoio e apro la porta; mamma mi passa il cordless. «Zio, dimmi.» «Jess, mi ha chiamato Lorenzo, il figlio di donna Rachele. Sua madre non si è fatta sentire e non è rientrata. È preoccupato, non è da lei un comportamento simile.» «Perché ha chiamato te e non è andato in caserma?» «Perché sai bene che, anche se sono andato in pensione, per tutti resto il comandante. Vuole parlare prima con me; nel caso, lo accompagneremo a fare la denuncia di scomparsa.» «Va bene, arrivo. Dammi cinque minuti.» Corro a sistemarmi e intanto urlo a mamma di avvisare zia Lisa che andrò più tardi al negozio. Dopo dieci minuti, insieme a Igor, salgo sull'utilitaria di zio Nicola. «Cosa può essere successo? Ti avevo detto che non era molto chiaro quello che ho visto in camera sua.» «A quello ho pensato, per questo voglio che tu venga con me: quattro occhi vedono meglio di due. Non voglio pensare che sia successo qualcosa a donna Rachele. Lei è un'istituzione in città: il nonno era conte e il padre ha fatto tantissime donazioni. È amata e rispettata da tutti.» «Lo so, mamma lo ripete sempre.» commento «È una bella donna anche ora, alla soglia dei sessant'anni. Pensa che è poco più piccola di me. L'unico errore commesso è stato invaghirsi di quel buono a nulla del marito. Il padre ha fatto il diavolo a quattro per allontanarli, ma lei nulla, lo ha sposato e così quello ha trovato chi lo manteneva.» «Però alla fine aveva ragione il padre: non era degno di lei», commento in un sussurro. «Io non lo voglio neppure nominare, ha infangato la famiglia. Cosa vuoi di più? Una bella moglie, un bravo ragazzo come Lorenzo, una villa... e tu che fai? Ti metti con la cameriera rumena che ti fa i servizi. Che dolore ha dato a Rachele.» continua zio. «Vero. Mi meraviglio di quella ragazza: 27 anni contro i suoi 59. Si vede che ci sta solo per il denaro» sentenzio. «Rachele ha fatto bene a cacciarli di casa!» conclude zio, passandosi una mano tra i capelli. La villa di Rachele si staglia alla mia destra. Zio imbocca il vialetto e suona il clacson; il cancello scivola silenziosamente sui binari. Appena scendiamo, troviamo Adele e Lorenzo ad attenderci. Poco distante, accanto al capanno degli attrezzi, Augusto il giardiniere ci osserva di sottecchi. Faccio un cenno con la mano e lui muove appena il capo. Il profumo delle aiuole si mescola con quello della robinia; il grande albero, pieno di grappoli bianchi che dondolano alla brezza, fa bella mostra di sé vicino all'ingresso. Salutiamo ed entriamo. «Venite, il caffè è sul fuoco» ci accoglie Adele, mentre Lorenzo, con il volto segnato dalla preoccupazione, stringe la mano a mio zio e poi rivolge uno stentato sorriso a me. «Allora, nulla?» chiede zio. «No, sembra sparita nel nulla. Ormai il cellulare è morto, risponde sempre con la solita frase: «Il cliente chiamato non è al momento raggiungibile. La invitiamo a richiamare più tardi. Comandante, sono davvero preoccupato. Ho controllato il conto: non ci sono stati prelievi. La carta non è stata usata.» «Forse aveva contanti con sé» afferma mio zio, ma il tono della voce tradisce la sua incertezza. Osservo Lorenzo in piedi: ha il volto pallido e la fronte corrugata. Si muove di continuo, si tocca spesso i capelli e si contorce le mani; le spalle sono curve. È davvero preoccupato e non presagisce nulla di buono. Le sue parole concitate e la sua richiesta di aiuto sono sincere. Mi alzo e gli accosto una sedia. «Siediti, sei troppo agitato. Non sei di aiuto così, cerchiamo di ragionare» dico, quasi come una supplica. Zio mi osserva; la sua domanda tacita è se Lorenzo stia mentendo. Io scuoto la testa: dal suo comportamento si evince che è davvero all'oscuro di tutto. «Possiamo salire in camera?» domanda zio. «Certo, vi accompagno.» «Adele, puoi salire anche tu?» chiedo. Lei annuisce e, mentre andiamo al piano superiore, zio domanda: «Lorenzo, raccontami dell'ultima volta che hai visto tua mamma.» «L'altra notte. Mercoledì notte sono tornato che era passata da poco l'una; ero rimasto a Chieti perché uno dei nostri collaboratori compiva gli anni e siamo andati tutti al pub. A dire il vero, mentre rientravo, lo sguardo mi è caduto sulla finestra di mamma: era strano che a quell'ora fosse ancora sveglia. Ho parcheggiato l'auto dietro l'abitazione, come faccio di solito quando rientro di notte. Sono salito al piano superiore, sono passato davanti alla sua porta per poi chiudermi in camera a dormire.» |
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